Il mio sito

Pina Licciardello

Il sito in tutte le lingue

Video in primo piano 

 

DUCI TERRA MIA!

CATANIA FOREVER

CATANIA BY NIGHT

CATANIA COM'ERA

GLI SCORCI PIU' BELLI

DELLA MIA SICILIA

GIOCHI PEDUTI

GIRO DELL'ETNA

dai "Ricordi di un viaggio in Sicilia" di Edmondo De Amicis

CONTATTI

Nota: I campi con l'asterisco sono richiesti

Le tribù del Nord della Thailandia

I Karen, i Lisu, i Lahu e gli Akha.

__________________________________________________________________

 

Le tribù del nord: Akha, Lisu, Karen, Lahu

 

Nella parte settentionale della Thailandia, tra Pai e Chiang Rai e il confine con il Myanmar, si trovano le tribù del nord. Gruppi etnici minoritari, queste popolazioni hanno lontane origini sino-tibetane. Per la maggior parte, emigrarono nel XX secolo, fuggendo i conflitti in Cina, Myanmar e Laos.
Di diverse etnie, ognuna con una lingua, delle tradizioni e un organizzazione sociale propria, le tribù delle colline si annidano fra le pendenze montagnose e la giugla, al nord della Thailandia.
Particolarmente attaccate alla propria cultura, probabilmente conseguenza del relativo isolamento che subivano in passato, le donne delle tribù si differenziano per le loro sgargianti tenute. In maggioranza animisti, alcuni gruppi sono stati tuttavia convertiti al cristianesimo dai missionari, provocando spesso una perdita di alcune tradizioni. Fra queste si può citare la tribù dei Karen, la più importante della Thailandia, fra le prime a essersi impiantata nel nord del paese.
Folkloricamente conosciuta, si trova nelle montagne la tribù Padaung, o dal «collo lungo», riconoscibile per le sue donne che portano fin da piccole delle collane a centri concentrici che le "allungano" il collo. Tuttavia, alcune associazioni hanno denunciato tale pratica, sottolineando come, per richiamare i turisti, alcune donne e bambine siano obbligate a portare gli anelli, sebbene fonte di dolori.
Parte della fascia più povera della popolazione, le tribù del nord traevano la principale parte delle loro (magre) risorse lavorando nelle coltivazioni di oppio, allora principale attività del Triangolo d'Oro. Attività illecita, parte di un vasto narcotraffico, è da diversi anni aspramente combattuta dal governo thailandese. Oggi, in risultato, la coltivazione dell'oppio è quasi totalmente debellata nelle montagne, almeno nelle sue zone più accessibili e visibili. Per il loro sostentamento, il governo thailandese incita le tribù, anche attraverso il Royal Project for the Hill Tribes in atto dal 1969, alla coltivazione di verdure, frutta e caffé. Le donne, poi, vendono ai turisti, nei villaggi o anche nel mercato a Chiang Rai, degli oggetti di artigianato come borse, stoffe o anche gioielli in argento (tipico artigianato della tribù Karen).
Più che con altri, l'approccio alle tribù del Nord rimane quantomeno superficiale. Se i giovani parlano thai e alcune parole di inglese, mondializzazione aiutando, gli anziani parlano essenzialmente la loro lingua materna o il dialetto del nord. Tramite pulmini turistici, gli occidentali sono portati alla scoperta dei villaggi, i principali, che si ergono in tappe di tour organizzati con sosta in piccoli mercati, allestiti in conseguenza. Se il commercio di artigianato è una piccola risorsa da non sottovalutare per queste tribù, è vero che l'aspetto del tour, in cui il gruppo di turisti bombarda di foto le donne nei loro vestiti tipici e le faccine facilmente meravigliose dei piccoli, risulta più che riduttivo e superficiale.

Parte delle tribù del nord, l'etnia dei Hmong ha recentemente attirato l'attenzione della stampa internazionale quando, fine 2009, il governo thailandese ha deciso di rifiutare la domanda d'asilo di oltre 4 000 immigrati Hmong. Rifugiatosi in alcuni campi da oltre 30 anni, i Hmong sono stati riaccompagnati dall'esercito in Laos, dove l'etnia da anni dichiara essere vittima di una violenta persecuzione.


Le popolazioni che abitano le alte terre della Thailandia possono essere distinte in 6 tribù. Dal Laos sono giunti i Hmong e gli Yao mentre dalla Birmania provengono i Karen, i Lisu, i Lahu e gli Akha.


I Karen

I Karen si distinguono dagli altri gruppi etnici, perché non mostrano traccia del contatto con i cinesi. Infatti, anche se è probabile che siano arrivati dalla Cina sud-occidentale o dal Tibet, la loro patria d'origine è ritenuta essere la ex Birmania (oggi Myammar). È proprio qui che i Karen cristiani guidano ancor oggi la lotta per l'indipendenza etnica dai birmani in una guerra civile che dura dalla partenza degli inglesi. I combattimenti spesso si estendono anche in Thailandia e favoriscono le migrazioni illegali. Oltre ad essersi riversati nel nord della Thailandia - nelle provincie di Chiang Mai, Chiang Rai, Mae Hong Son - i Karen si sono spinti fino alla capitale Bangkok. Ora nelle terre thailandesi l'etnia cariana ha raggiunto mezzo milione di abitanti, diventando così uno dei più numerosi gruppi di tribù dei monti. Ciò che a volte sorprende chi visita il nord, è trovare in questa etnia un atteggiamento aperto, ospitale ed accogliente nei confronti dello straniero.
Meno appariscenti nei loro costumi, i Karen sembrano inoltre meno attaccati alle loro tradizioni. Si adeguano rapidamente, infatti, al tipo di coltivazione thai, ai costumi e alle tecniche di costruzione e persino la lingua ha assorbito molte parole thai e birmane.
Anche se gli abiti delle ragazze cariane non possono competere con i colori sgargianti di quelli Lisu e Akha, è una tribù di famosi e abili tessitori. Il tatuaggio costituisce il principale ornamento per gli uomini, anche se questa usanza è ormai in diminuzione tra i giovani, mentre perle di ogni tipo rappresentano un elemento importante della gioielleria femminile: alcune donne indossano una serie di collane di perle che può nascondere il petto e metà delle spalle. Un altro tipo di ornamento per le donne che se lo possono permettere è una serie di braccialetti di argento di diverse forme e modelli, fino a ricoprire tutto il braccio, se possibile. Questo effetto ricorda l'originale decorazione del sottogruppo cariano che vive in Myammar: gli anelli al collo.
In Thailandia la maggior parte dei Karen vivono nei villaggi di montagna, praticando, come le atre tribù dei monti, un'agricoltura di tipo itinerante "taglia e brucia". Questo metodo, che implica il regolare disboscamento di nuove foreste e obbliga a lasciare incolto un terreno dopo un certo numero di anni di coltivazione, al massimo dieci, diventa sempre più impraticabile a causa dell'urgente richiesta alimentare della popolazione.
Anche le case dei Karen sono su palafitte e generalmente composte da una stanza e da un'ampia e comoda veranda. Non ci sono altari domestici, ma fuori del villaggio vi è sempre un tempio dedicato alla divinità del luogo, il Signore della Terra e dell'Acqua.


I Lisu

I Lisu, stanziatisi in Thailandia dall'inizio del secolo, sono oggi circa ventimila. La coltivazione e la lavorazione dell'oppio sono la loro principale occupazione e, proprio per questo, il loro villaggio viene costruito sulle montagne a circa mille metri di altezza dove il clima è ideale per la crescita del papavero. I Lisu lavorano nei campi dalla mattina presto fino al tramonto per coltivare, oltre ai papaveri dell'oppio, anche riso e granoturco. Uomini e donne svolgono generalmente le stesse mansioni e in famiglia tutti, dagli anziani ai figli maggiori, si prendono cura dei più piccoli.
Anche le loro abitazioni, come quelle delle altre tribù, sono costruite su palafitte con il pavimento solido in terra e il tetto di paglia intrecciata. Ma tra le case del villaggio Lisu non ci sono strade ben delineate, tanto che i maiali possono vagare tranquillamente grufolando qua e là. Questi animali rappresentano, infatti, un segno di ricchezza e ciascuna famiglia ne possiede in media quattordici. Ognuno riconosce i propri maiali non da particolari marchi, ma dai lineamenti del muso e da altre caratteristiche fisiche. Vengono allevati e sacrificati agli spiriti durante le feste che ogni famiglia organizza per ottenere benedizione e protezione o per mostrare al resto del villaggio il proprio benessere economico.
All'interno della casa Lisu, in genere, c'è un piccolo altare votivo consacrato ai numerosi spiriti degli antenati. A differenza degli altri gruppi etnici, i Lisu credono anche in un essere supremo (WuSa), dio della salute e della malattia, che reso visibile attraverso la collocazione di un altare a lui dedicato nella zona sacra del villaggio, tutela la popolazione e da sicurezza. Quando nascono i figli, o i maiali partoriscono, quando c'è il raccolto del riso o granoturco, i Lisu ringraziano questo spirito; quando intraprendono un lungo viaggio, chiedono la sua protezione e invocano il suo aiuto nelle difficoltà della vita quotidiana.
I Lisu hanno una visione fatalistica del mondo: la vita di ogni uomo è determinata nella sua durata e qualità da quanto dio ha stabilito per lui. Ma nessuno può conoscere il proprio fato se non da quanto gli accade: se ha sempre successo, il suo destino è buono; se i risultati delle sue azioni sono sempre negativi, il suo destino è cattivo. Anche l'onore personale ha un valore molto importante per i Lisu, tanto che stanno bene attenti a non compiere gesti che potrebbero esporli alla derisione pubblica. Per esempio, guai a non concedere ospitalità, a non rispettare gli obblighi contrattuali, a chiedere un prestito e, in genere, a non mantenere quanto si afferma di saper fare.
L'innata aggressività di questo popolo si riflette nei fiammeggianti colori dei vestiti. Le tuniche, sfoggiate soprattutto durante le feste, hanno il blu o il verde come colori dominanti, mentre le maniche sono rosse con bordi adornati da rifiniture in argento.
"Due ciotole insieme fanno sempre rumore" afferma un proverbio Lisu, per insegnare alle giovani coppie che liti e discussioni sono inevitabili in ogni rapporto umano e, a maggior ragione, in quello familiare.


I Lahu

La parola LAHU è il termine che questo gruppo etnico usa per denominare se stesso; gli Shan, popolazione birmana e i thai li chiamano Musseu ovvero "abitatori dei boschi" o anche "cacciatori". In Thailandia ci sono diversi gruppi della stessa etnia: i Lahu gialli, i Lahu rossi, i Lahu neri.
Emigrati dalla ex Birmania, si sono insediati in nuove terre, seguendo i loro ancestrali riti: una delegazione di anziani, trovata una località a loro congeniale, circoscrivono una determinata zona che diventa il punto centrale dove svolgere rituali e sacrifici. Intorno ad esso le famiglie possono cercarsi liberamente un posto dove costruire le case, tenendo conto dei luoghi da coltivare, delle strade e della presenza dell'acqua. Tra i Lahu l'importanza dell'anziano e il rispetto per la sua saggezza appaiono evidenti da questa e da molte altre leggi che regolano la vita di questo popolo.
Un uomo per essere scelto come capo del villaggio deve infatti conoscere tutte le leggi degli anziani, oltre a provenire da una famiglia degna di rispetto (economicamente parlando) e possedere buoni principi morali, grande capacità dialettica e una mente creativa. Tutti hanno il diritto di scelta, mentre non accade lo stesso per il capo religioso, la cui elezione dipende essenzialmente dagli anziani.
La semplicità delle abitazioni richiama il loro stile di vita: tronchi di legno sostengono la casa (sospesa come palafitte), mentre canne di bambù schiacciate vengono utilizzate per la costruzione di pavimenti e pareti. Per ripararsi dal caldo, niente finestre. Lo spazio esistente tra il pavimento della casa e il terreno viene utilizzato per allevare animali da cortile.
Al centro della casa viene conservato il fuoco sempre acceso e, nella stagione invernale, in mancanza di coperte, le stanze da letto, separate da canne di bambù, rimangono vuote perché tutti si stringono accanto all'altro intorno al calore della fiamma.
L'agricoltura è il loro maggior sostentamento, ma non disdegnano neppure la pesca effettuata usando le reti, le mani o qualsiasi altro mezzo di fortuna. La vita comunitaria è molto ben organizzata. Quando il tamburo rieccheggia tra le case vuol dire che l'anziano del villaggio vuole richiamare l'attenzione delle famiglie: c'è una decisione comunitaria da prendere e un rappresentante per ogni famiglia deve partecipare al raduno.
Anche i lavori sono ben distribuiti, la pulizia mensile dell'intero villaggio è affidata ad un gruppo responsabile. Le donne fanno lavori di cucito a mano, tessono borse di stoffa e si occupano dei mestieri di casa. Gli uomini, specialmente gli anziani, confezionano ceste di vimini. Anche i bambini non sono esenti da responsabilità. Già verso i due e tre anni cominciano ad essere autosufficienti; attingono l'acqua per le necessità personali e si fanno il bagno da soli. Verso i sette anni sono già capaci di preparare il cibo per i genitori che lavorano nei campi e hanno cura dei fratellini più piccoli. Come ogni comunità, anche i Lahu, sono ricchi di curiose credenze; quando hanno il mal di testa, ad esempio, per sentirsi meglio si strappano i capelli. Per acquistare più forza poi, hanno un metodo molto particolare; vanno sui monti in cerca di una speciale terra rossa che portano a casa e conservano sotto la brace del focolare. Quando è asciutta, acquista un sapore particolare che la rende mangiabile. L'argilla contenuta in essa fa diventare rossi i loro denti ed è proprio per questo che coloro che se ne cibano credono di acquistare più forza nel lavorare.


Gli Akha

In tutto il mondo non raggiungono le 100.000 persone. La loro lingua tibeto-birmana non è scritta e perciò le loro origini e credenze vengono tramandate oralmente. Tra i precetti che da 1400 anni vengono trasmessi di generazione in generazione ce n'è uno che dice: "Non abiterai mai vicino all'acqua. Non scenderai mai a valle". Se da un lato questo principio è motivo di sopravvivenza degli Akha (essendo costituzionalmente molto soggetti alla malaria) dall'altro rappresenta uno dei loro maggiori problemi. Le loro case, infatti, sono costruite su luoghi aridi e le donne, soprattutto, sono costrette ad andare ad attingere l'acqua per il fabbisogno familiare giornaliero da torrenti che non sempre sono vicini.
La loro vita da nomadi provoca non pochi problemi all'equilibrio biologico della regione. Gli Akha utilizzano il sistema "taglia e brucia": passato un anno dal taglio del bosco la legna secca brucia meglio e la cenere, con la stagione delle piogge, si scioglie e filtra nel terreno, rendendolo fertile. Si può allora coltivare il mais, riso, fagioli, tè. La cenere però, modifica la composizione chimica del suolo che dovrà poi riposare a lungo. A ciò si aggiunge il fatto che il terreno, non più trattenuto dalle radici degli alberi, porta alluvioni e smottamenti pericolosi per i centri abitati nelle valli.
Accanto all'agricoltura un altro mezzo di sostentamento è la coltivazione del papavero (proibita dal governo thailandese). Incidendo la capsula del papavero gli Akha ottengono il lattice, in cambio del quale ricevono barrette d'argento che vengono poi finemente lavorate per produrre collane e monili.
La loro abilità artigianale è rinomata anche per la tintura e la tessitura. Le acconciature e i vestiti possono trarre in inganno e far credere che siano un popolo ricco. Ma non è così. Hanno abiti attraenti con decorazioni colorate e con particolari copricapi aggiandati con antiche sterline dell'impero britannico, che in passato ha colonizzato la regione d'origine. La sontuosità dei copricapi Akha esprime la loro altissima dignità, infatti sono poveri ma fieri della loro indipendenza e libertà. Se chiedessimo ad un Akha che cos'è per lui il mondo che lo circonda, risponderebbe: "Siamo noi che lavoriamo qui insieme". Unità e cooperazione affinché tutti possano avere il necessario per sostentarsi: è quanto sta alla base della filosofia di vita di questo popolo.
Momento fondamentale della vita del singolo e della comunità è il matrimonio. Un Akha è veramente tale solo se capace di generare nuove vite, tanto che se una coppia non è feconda il "contratto" viene rotto ed entrambi i coniugi, nel rispetto reciproco, si lasciano e cercano di formarsi una nuova famiglia. E ciò accade anche in caso che un uomo non riesca ad avere dalla moglie figli maschi, simbolo di benedizione e di sicurezza futura.
Un particolare che sembra verificarsi solo in questa tribù è il comportamento che deve tenere una donna che abbia dato alla luce un figlio malformato, per non attirare disastri sul villaggio, infatti, madre e bambino devono andare a vivere nella foresta finché il figlio non verrà ucciso e solo dopo i riti di purificazione la donna potrà essere riammessa al villaggio.
Le forze della natura sono considerate fenomeni soprannaturali, gli spiriti degli antenati proteggono ogni singolo componente del villaggio e vengono venerati. È gente ferma e custode fedele delle proprie tradizioni, un popolo sincero e anche retto, poco malleabile e a volte anche difficile nell'incontro con i missionari.