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Annalaura

Re Carlo è a letto con l’influenza. Questo vuol dire che avrebbe telefonato ogni dieci minuti per avere notizie sull’andamento del lavoro e che tutta la responsabilità dell’azienda sarebbe ricaduta sulle spalle di Annalaura.

Non perché sia la decana dell’ufficio ma perché “Re Carlo” ha fiducia solo in lei. Una sicurezza nata dal primo giorno, quando una ragazzetta sfrontata, Annalaura appunto, si presenta al colloquio di lavoro con una lingua biforcuta, un curriculum da scuole superiori e un pancione di sei mesi.

Chiunque l’avrebbe invitata a ritornare quando il curriculum si fosse arricchito di esperienza e il bimbo festeggiato almeno i quattro anni. 
Invece Re Carlo si commuove. 

Senza darlo a vedere però e con molta autorità, invita la futura mamma a fermarsi.
Re Carlo non ha figli, veramente non ha neppure moglie e quella bimbetta senza nessuna prospettiva nel mondo del lavoro lo intenerisce fino all’inverosimile, seppure non sia incline alla mollezza.

A lui piacciono le persone di carattere, individui che si avvicinano alla sua indole, gente combattiva, coraggiosa, pari suo quindi. Non dei duri orgogliosi e spietati ma: “Dove occorre polso, deve uscire lo stomaco, bimba mia. Te la senti di starmi dietro?”

Annalaura lo guarda, china il capo in silenzio. Le pare, all’improvviso di non avere i requisiti per quel lavoro, teme quindi di vedersi sfuggire quella possibilità.

“Certo che ci riuscirò. Sono una ragazza che non si arrende!”

“Deve avere molto coraggio, tanta inesperienza, ma soprattutto tanta rabbia per non capire che nessuno in quelle condizioni l’assumerebbe. Mi piace questa ragazzetta sicura di sé, ha carattere!” - riflette il signor Carlo.

Difatti, un attimo dopo: “E lo stipendio su quanto si aggira?”. Annalaura non dà a vedere di tremare come una foglia, di osare troppo. La sua necessità però è impellente.

Deve sapere se, come tanti altri, sarà sfruttata o ripagata dei suoi sforzi.

L’omone la guarda e ride:
“Diretta, controllata, con le redini in mano. Parti bene, mi suggerisci d’assumerti anche se devi crescere, anzi dovete crescere in due!” - ride.

Annalaura non si lascia smontare: “Ha appena detto che mi assumerebbe e la ringrazio ma prima devo prendere in esame le condizioni economiche”.

Nel mondo del lavoro, così spietato, così sempre all’avanguardia, chi può permettersi di giocare ed assumere una segretaria baby, inesperta, che sta per sgravare? Solo uno scommettitore, sognatore come Re Carlo, che sta accollandosi non solo la madre ma anche il sogno di vedersi attorno il trillare di bimbo.

Annalaura da parte sua, così giovane d'età, non comprende quale miracolo stia per avvenire. La ragazza crede d’avere la forza d’afferrare il mondo. La sua rabbia è tanta da pensare d’avere le carte in regola per ambire ad un lavoro che le garantisca l’indipendenza, quindi la garanzia di crescere suo figlio.

Quel signore per bene garbato, giusto, inflessibile, che non alza mai la voce, ma detta regole ben precise le è piaciuto subito. Con istinto femminile ne ha esaminato i tratti e i modi distinti, il soprannome di Re Carlo le è venuto d'istinto. 

Elegante nel vestire, il signor Del Vecchio indossa, con portamento distinto, uno spezzato che valorizza maggiormente la sua linea da ex giocatore di calcio. La camicia e la cravatta rifiniscono il tutto. Toni su toni giocati con spruzzi di blu e giallo regalano l'immagine di piogge di fiori in un giardino ben curato. 

Ma ciò che attira i sensi di Annalaura è l'odore che si sparge ad ogni movimento del suo corpo. Sembra sentire il mare, le sue onde, il cielo plumbeo, la salsedine.

Chiude gli occhi, immagina pescatori dalla pelle vissuta al sole, reti da pesca appena issate, pescherecci, onde fragorose che si scagliano fra le rocce e il riflesso bianco della spuma che si sparge ovunque, bagnando anche i visi dei pescatori che ad ogni onda imprecano nel loro dialetto.

Una risata fragorosa, di getto e la ragazza esce allo scoperto dimenandosi sulla sedia ove sta veramente scomoda, con quel pancione che pare arrivare alla bocca e non le dà modo di respirare. Contorcersi sulla sedia sembra l'unica soluzione ma non vuole dare di sé una cattiva immagine.
All'improvviso la voce la scaraventa nel presente.

“Signorina scusi, lei mi ascolta?”

Annalaura ritorna dai suoi sogni, rossa come una fragola, vergognandosi come una scolaretta. Non ancora assunta, dà già esempio di leggerezza e cattiva determinazione al lavoro. 

Così sorride e semplicemente risponde:
“Il suo profumo mi ha portato al mare, mi destreggiavo fra le reti e i pescatori mi guardavano allarmati!”

Ecco l'ingenuità di Annalaura, ecco la sincerità che fa credere al signor Carlo di aver scelto bene. Questa ragazzetta educata e simpatica mette allegria. Il suo vestito, azzurro come un cielo d'estate con il collettino da educanda e le braccia nude regalano l'immagine di un angelo senza ali, scaraventato in terra. Saranno i suoi occhi semplici, l’accento senza inflessioni, i denti diritti come soldatini, bianchi da far paura, le labbra di rosa appena accennato.

“La soddisfano 800 euro, per iniziare? Però mi deve garantire l’intera giornata”.

L’uomo è serio, è il datore di lavoro, Annalaura meravigliata. Una cosa così inaspettata non era nei suoi progetti più rosei.

“Farò di tutto perché lo stipendio lieviti in poco tempo. Sarò instancabile nonostante le mie condizioni!”.

“Bene fanciulla, poche mollezze. La gravidanza non è una malattia ma un buon metodo per mettere al mondo un bambino e curarsi ancor più di sé. Non mi piacciono le madri tutte svenimenti e voglie. Ti voglio attiva, bella e in forma. Certo, se ti viene desiderio di un dolcetto parla, non sono un despota!” - finisce la frase con una fragorosa risata che mette a tacere questo lato della faccenda.

Annalaura non ha voglia di ribattere, si stringono la mano e cominciano così a parlare del lavoro, delle sue mansioni e degli orari, guardandosi sempre diretti negli occhi, un modo per concentrarsi maggiormente. 

Il signor Carlo non si perde in chiacchiere, dà direttive chiare e precise per testare l’interlocutore che, se capace, ha modo d’afferrare in tempi brevi.

“Per il momento ho pochi clienti ma fidati, conto in poco tempo d’ingrandirmi. Certi sbagli si fanno una volta sola!” - frase pronunciata più per se stesso che per Annalaura. Dichiarata sommessamente e con durezza.

“Benché gli orari di lavoro siano secondo Legge, se sei stanca o avessi dei problemi, puoi venire più tardi o andartene prima”.

“La ringrazio dottore”.

Re Carlo fa finta di non sentire quel “dottore” che odia e per il momento sorvola sulla questione.

Annalaura afferra tutto e il loro colloquio dura veramente poco, con enorme soddisfazione da parte di entrambi, Re Carlo comprende che il suo istinto è ancora in forma, è convinto d’assumere una ragazza intelligente mentre Annalaura, pian piano, riesce a far ritornare sereni i palpiti del suo cuore, che al bambino sembra di trovarsi ad una festa e lui vicino il tamburo di una banda.

Nessuno crederebbe che, nel corso degli anni, a Carlo e Annalaura sarebbe bastato uno sguardo per capirsi. Soprattutto quando le direttive prese all’interno di una riunione, devono essere interpretate soltanto da Annalaura e celate a tutti gli altri.

Finito il colloquio, il titolare si alza di scatto e la conduce in giro per l'ufficio. Tutto l’edificio ha alle spalle un bel po’ di anni, anche le stanze riportano i segni del tempo.

Il Signor Carlo a dir il vero non si è mai preoccupato molto né della condizione delle camere né dell’arredamento. Pochi mobili, quasi l'essenziale, come in tutto l'ufficio d'altronde. Tre piccole stanze. Il vano ingresso, la stanza di Annalaura e la più grande, l'ufficio del signor Carlo, che comunica con la segreteria tramite una porta laterale.
Da tempo il signor Carlo non ha una segretaria così rifornisce Annalaura di tutto il necessario, compreso ciò che al momento non le serve, ma che in futuro le sarebbe stato utile.

Quel giorno deve soltanto prendere confidenza col suo datore di lavoro, rigirarsi nel nuovo ambiente, con calma mettere in ordine la sua scrivania come più le garba in modo da essere pronta per il lunedì successivo.

Come una bambina al suo primo giorno di scuola, felice come mai, meticolosamente, comincia a schedare in perfetto ordine tutto il malloppo affidato. Cassetto uno fogli e notes, cassetto numero due penne e varie cianfrusaglie che possono occorrerle, infine il terzo, quello che le mette panico, l'occorrente per il PC. Proprio quella macchina che ha davanti e le fa paura. Non che non sappia usarlo, ovvio, ma per lavoro è tutt'altra cosa.

“Ti insegno io” - voce serena dall'altra stanza.

Come se le leggesse nel cervello. Quella voce, quella pazienza, quella sicurezza le danno serenità.

Finito il trasloco della roba di cancelleria, Annalaura si guarda intorno. Le pareti sono spoglie e non una pianta rallegra le stanze. La carta da parati che negli anni ha reso bella la stanza adesso mostra tutta la sua età. Righe sbiadite e fuori moda, mettono tristezza solo a guardarle.

Con le mani incrociate pensa al signor Carlo, intanto calato nel suo lavoro perfettamente dimentico di lei. Col tempo e le parole giuste lo convincerà a cambiare quelle brutture per colori con dolci tonalità o addirittura fresche armonie di fiori.

Quell'uomo non bada all'essenza femminile e da quella gattabuia deve uscire, ben presto, qualcosa di carino. Ne acquisterà anche il lavoro. Spera solo d'avere il permesso. Non può certo sapere che il loro non sarebbe stato un normale rapporto ma una simbiosi, un miracolo d'amicizia, un fare fraterno ove la ragazza vivrà come in un bozzolo di paternità.
Orfana di padre da quando aveva cinque anni, questo aspetto della natura le manca del tutto e benché la madre si sia prodigata in tutti i modi, ad Annalaura è mancata la figura paterna dolce, ferma e rassicurante nello stesso tempo.

Ricorda appena suo padre: alto, bruno con forti mani. Quando giocavano e la faceva roteare, su, su sempre più in alto, ad Annalaura pareva d’essere su una giostra.
La sera a cena (non tornava mai per il pranzo perché la fabbrica dove lavorava si trovava nella città vicina) suo padre si sedeva a capotavola, beveva un sorso di vino “Per sciacquarmi la bocca delle brutture della giornata”, diceva e ridendo chiedeva a sua moglie: “Moglie che mi hai preparato questa sera?”. Il tono duro, alto voleva indicare un comandare che in verità non esisteva.

Quella casetta, quella piccola e dolce moglie, la meraviglia di bimba che era nata dal loro matrimonio, erano tutto ciò che Giuseppe adorava e lui un padre attento e affettuosissimo.
Natalina, da sempre ottima cuoca, portava a tavola solo prelibatezze. Si era convinta che il suo uomo, mangiando un semplice panino a pranzo, la sera dovesse fare il pieno, saturarsi abbondantemente di cose buone, mai scialbe o cucinate all’ultima ora.

Il suo compito era curare casa, accudire la bambina, fare un po’ la sarta quando le aggradava, quindi sentiva la necessità di dedicarsi ulteriormente alla sua famiglia, cucinando cibi sempre ben cotti ed elaborati.

“Allora donna, cosa mi porti per cena?” - schiacciava l’occhio ad Annalaura e ridevano insieme.

“Giuseppe, smettila di parlare così che alla bambina pare che tu stia facendo sul serio”.

A questo punto era la voce della figlia che rispondeva: “Allora donna cosa ci porti per cena?”

La risata dei due arrivava fino in cucina. La madre li sentiva e rideva, adorava la sua famiglia. Chiusa ancora nel suo regno, un piccolo locale ove troneggiavano pochi mobili in formica bianchi, il frigorifero e la cucina a gas, tutto sempre ben pulito e abbellito dai ninnoli che la padrona di casa usava spargere per la stanza. Natalina intanto armeggiava con un timballo alla siciliana che faceva risorgere anche un moribondo.

In quel preciso istante, infatti, lo rovesciava sul piatto da portata. Sformando la meraviglia fra il rosso della salsa, il verde del basilico messo sul momento perché sarebbe diventato scuro e impresentabile, spiccava la raggiera di melanzane fritte, distribuite a fiore. La mozzarella ancora fumava e la carne di maiale tagliata a pezzettini emanava tutto il suo profumo.

La donna lo guardava, decideva di aggiungere un altro velo di basilico, più per il colore che per il sapore e finalmente soddisfatta si presentava nel piccolo soggiorno dove era apparecchiato con tutti i crismi.

“Eccoti qua, moglie – voce dura ma finta – sei proprio una perditempo!”

Annalaura rideva, ben sapendo che la scena era ormai un rito, che papà adorava sua moglie e gli piaceva prenderla in giro.

“Pippo porgimi il piatto che si fredda! - una bella porzione per il suo uomo – forza bambolina adesso tocca a te e questa è per me!”

“Mangi sempre poco, Nat”, poi si rivolgeva ad Annalaura ridendo e come fosse un gran segreto la avvertiva: “Tutte uguali, tutte appresso alla linea. Ti avverto amore mio, un giorno anche tu sarai così!”.

“No papà, io mangerò sempre tanto, te lo prometto!”

“Ed infatti non mi sono smentita” – ride tra sé la ragazza distogliendosi per un attimo dai ricordi.

Ma essi tornano, inesorabili. Piano piano papà comincia ad accusare dolori alla schiena e al fianco. Natalina è preoccupata e lo implora di vedere un medico.

“Ma dai donna, sarà stanchezza. Sono un uomo, non vado dal medico per il primo doloretto che si presenta” - chiudeva così la discussione.

Poi iniziò a non scherzare più e la sera al rientro, invece di correre sotto la doccia come soleva fare di solito, si buttava sul divano chiedendo cinque minuti per riposare.
Il “donna cosa ci porti per cena” restava il suo scherzo per la moglie ma evitava il sorso di vino che doveva insaporirgli il palato prima di cena e spesse volte chiedeva porzioni ridotte.

“Desideri forse cibi più leggeri? Domani ti faccio il brodo di pollo”.

“Come vuoi tu, moglie!” - tentava di scherzare ma anche Annalaura capì che qualcosa non andava.

Nel silenzio, quando suo marito era fuori, Natalina piangeva.

“Stai male anche tu mamma?”. La vocina di sua figlia mostrava quanto la bambina fosse attenta alle vicissitudini di casa.

Quella sera suo marito tornò veramente sfinito.
“Ecco spiegato il motivo – esultò Natalina – covi l’influenza. Adesso ti metti un po’ a regime alimentare, te ne stai un po’ a letto e in un paio di giorni sei a posto. Adesso corri sotto le coperte che io vado in cucina a prepararti…” Natalina non finì la frase, padre e figlia urlarono per lei: “La pastina!”

Sapevano che in questi casi la prerogativa di Natalina era la pastina col brodo. La sua cura per tutto. 

Giuseppe si mise a letto, Annalaura si accucciò vicino a lui. La pastina però non sortì l’effetto che Natalina si aspettava. L’indomani mattina i dolori erano aumentati. 

“Io chiamo il medico!” - dolce remissiva ma una roccia quando si ostinava e così il medico mise piede a casa.

Ovviamente Natalina mise a posto la stanza, regalo di nozze della madre. Lucidò i mobili di legno scuro, il grande specchio sopra il comò. Cambiò il pigiama di suo marito e anche le lenzuola. L’azzurro cielo le parve di buon augurio, le rose, sapientemente da lei ricamate, mettevano allegria.

Finito che ebbe di pettinare e profumare suo marito, suonarono alla porta.
“Meno male che è arrivato il medico, ti saresti messa a pulire anche il salotto e il soggiorno!”

“Ridi, ridi, che ora col febbrone che hai il dottore ti riempie di medicine e la smetti di fare l’antipatico e dire che un vero uomo non soffre mai e non va dal medico”.

Scherzavano, erano innamorati, felici, quell’influenza non contava nulla, dava solo a Natalina il modo per tenersi ancor più il suo Pippo vicino e coccolarselo in tutti i modi.
L’altezza del dottore faceva sempre chiedere ad Annalaura: “Ma è un nano?”

La madre le faceva segno di stare zitta nella speranza che il medico non sentisse ma di certo, qualche volta, avrà recepito la voce della bimba. Senza scomporsi si avviò nella stanza da letto, chiese di poggiare il cappotto sulla poltrona, chiese una sedia e si accomodò vicino al malato. La sua lentezza era esasperante ma la bravura, la precisione e la meticolosità facevano perdonare questo suo modo di fare.

“Bene giovanotto, mi elenchi i sintomi”.

Così Pippo è costretto ad elencare tutto ciò che ha patito in quest’ultimo mese: tosse secca, piccole perdite di sangue tossendo, difficoltà respiratore, mal di schiena, dolore al fianco. Sempre più soddisfatta Natalina abbina lo stato di salute all’influenza. L’innocenza di chi non vuole credere.

“Si alzi il pigiama”. Il medico visita con accuratezza il petto del paziente, poi le spalle quindi misura febbre e pressione.

“Mi spiace, non posso dare la diagnosi, ho bisogno di accertamenti più precisi”.

“Non è influenza?” - chiede Natalina.

“Potrebbe esserlo ma per sicurezza vi mando da un mio collega, in ospedale. Suo marito farà accertamenti più approfonditi”.

Natalina comincia ad aver paura. Giuseppe non si oppone, è troppo debole.

La diagnosi precisa, violenta: tumore ai polmoni e le condizioni del paziente veramente preoccupanti. Decidono d’operare: è un ragazzo, un giovane padre di famiglia, benché siano poche le speranze, cercano di fare il possibile. Richiudono subito, il polmone ormai in necrosi non gli avrebbe consentito che pochi mesi di vita.

Giuseppe muore una notte in silenzio mentre sua moglie è in cucina a preparare la fiala di morfina per alleviare il dolore. Compresa la situazione Natalina si accerta che Annalaura dorma poi scappa dal medico e lo supplica di venire.

Si guardano, la donna scoppia a piangere: “La prego, dottore, ne deve accertare la morte”
Quando Natalina ha il consenso che il suo Pippo non è più, accompagna il dottore alla porta poi siede vicino al suo ragazzone. Se lo guarda pochi minuti poi esce la forza che l’ha accompagnata per tutta la vita e comincia a sistemarlo per l’ultimo viaggio. Cambia le lenzuola, mette quelle belle, bianche, ricamate. È un bel da fare con quel peso sul letto ma non si abbatte.

“Ti metterò il vestito più bello, quello del matrimonio!”

Da sola s’impone tutto quel lavoro ma sono gli ultimi momenti con suo marito e non vuole condividerli con nessuno. Dal vestito si accorge di quanto peso ha perso suo marito. Praticamente quell’abito sembra di un altro. Cravatta ben annodata. È stanca Natalina ma non manca di pettinarlo e profumarlo quindi, soddisfattissima del lavoro svolto, lo copre con il lino bianco delle lenzuola, gli si siede vicino e se lo guarda, tutta la notte. 

La voce tonante di Annalaura, la mattina successiva, sveglia Natalina dal torpore in cui è caduta. Prontamente si alza, va incontro alla figlia e con decisione la porta in cucina. Come un automa le prepara il latte con biscotti. Annalaura vuole correre da suo padre per vedere come sta e per accucciarsi vicino a lui. La madre, dopo averle servito la bevanda, si siede vicino e con parole molto dolci le comunica l’accaduto.

“Cos’è il Cielo, il Paradiso, insomma questo posto dov’è andato papà e come c’è andato se è ancora qua sul letto che dorme?”

“Sul letto, piccola mia, tu vedi il suo corpo che dorme un sonno che dura per sempre. Dentro noi c’è un qualcosa che va in Cielo”.

“E cos’è questo qualcosa? Non lo capisco mamma e soprattutto papà sarà sempre nel letto addormentato, con noi?”

Natalina comincia a piangere, non sa come far capire ad Annalaura che verranno momenti terribili, che il suo papà è andato via per sempre. Come spiegare il tutto ad una bimba così piccola? Come spiegare del Paradiso, del cimitero, della cassa mortuaria ove scomparirà per sempre il corpo del suo Pippo? Che no, non lo vedranno mai più, che lei è una vedova e sua figlia un’orfana?

Porta Annalaura in camera da letto, la bimba guarda il papà: “Com’è elegante! Mamma – urla poi – è freddo e duro. Perché papà è così?”

“E’ la morte piccola mia, è la triste morte!” 

Natalina si siede sulla poltrona e comincia un pianto che pare non abbia mai termine. Sua figlia non sa cosa fare. 

“Cosa posso fare, per te, mamma?”

“Scendi dalla zia e falla salire”.

Sale la zia, sorella della mamma e da allora è un andirivieni di parenti e amici. Papà trasportato in salotto e collocato dentro ciò che allora Annalaura chiamò “scatola” e che tutti definiscono bara, la stanza riempita di fiori, candele. Natalina si veste tutta di nero, Annalaura piange e non capisce cosa succede. Sua madre se la tiene vicina ma più di piangere non fa.

La Chiesa, i baci di tutti, la confusione poi “la scatola” con tutto il suo papà dentro, viene infilata dentro un buco, il buco chiuso.

Quella sera Annalaura prende il posto di papà nel letto, la mamma piange fino a che lacrime non escono più, così piange con la voce. Un lamento che Annalaura non ha più dimenticato, oggi sa che si chiama strazio. 

La confusione dei primi giorni passa, nella piccola casa restano madre e figlia. Col tempo Natalina non piange più, ma nel sonno qualche volta Annalaura ha sentito la sua mano accarezzata e sua madre dire: ”Pippo mio dove sei?”

Non è solo così che Annalaura ricorda suo padre. Ne ricorda il sorriso, le battute, le grandi mani che sapevano farle fare la ruota. Annalaura ne ha il sorriso, i tratti decisi ma fini. Annalaura lo saluta ogni sera prima di dormire.

Sa perché, oggi, le sono tornati in mente tutti questi ricordi. Per strada e finanche dinanzi la porta del suo possibile datore di lavoro ha chiesto mentalmente l’aiuto del suo papà dal Cielo.

I ricordi però si misurano con la realtà, ritornano inesorabili, sempre. Ed ha voglia di credere che Giuseppe l’abbia ascoltata: ha un lavoro, Re Carlo sembra a modo, sua madre vicina. 

La gravidanza va bene. Quei piccoli calci che ogni tanto sente la fanno ora sorridere, ora sobbalzare, ne sono la prova. Può benissimo fare a meno di Maurizio, del suo amore, della sua stupidità, della sua codardia. Anche se è rimasto molto dolore, Annalaura sa che solo il futuro deve interessarle, quei giorni a venire che adesso sembrano più rosei del previsto.

Tornata a casa invade la madre di chiacchiere, pettegolezzi, particolari. E ride, ride sulla sua buona stella che il destino le ha dato, una madre bella e giovane, un lavoro e un figlio da accudire.