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C’era una volta a Catania

Racconti sparsi

 

 

Pippo Nasca

 

C’ERA UNA VOLTA A CATANIA

 

Racconti sparsi

 

 

Edizioni Akkuaria

 

 

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PREMESSA

 

Un mio amico, leggendo una poesia pubblicata a suo tempo sul mio libro Scarabocchiando briciole di sogni, tra le altre considerazioni, mi comunica che le mie poesie sono molto vicine al Pascoli. Indubbiamente conosco l’opera del Pascoli per aver letto molto di lui, ma aggiungo di avere letto e quindi conosciuto le opere di altri personaggi illustri della nostra storia letteraria, quali Manzoni, Leopardi, Foscolo, Dante, Quasimodo, Buzzati, Palazzeschi, Fucini, Ungaretti, Carducci e anche molti che riguardano la letteratura francese, tra i quali Rimbaud, Verlaine Stendhal, Zola e altri ancora che riguardano il mondo tipico del dialetto siciliano, quali Domenico Tempio, Martoglio, Borrello, Bufalino, Buttitta, ecc. Sostanzialmente, avendo letto tutti questi scrittori e poeti è assodato che abbiano un po’ tutti, e non solo il Pascoli, influito sul mio modo di scrivere poesie e altro. Io stesso noto, rileggendo le mie cose, che qua e là, a macchia di leopardo, emergono tutti i personaggi che ho sopra menzionato e altri ancora. Per quanto mi concerne, mi ritengo un letterato, non di mestiere, cui piace indagare la realtà attuale alla luce delle mie esperienze di lettura e cultura acquisita, con lo scopo di renderla migliore di quanto essa sia. Non mi ritengo pertanto un idealista puro, che pretende di conquistare quel mondo perfetto descritto da Platone, né un romantico, né un verista assoluto quale il Verga o un ermetico seguace di Quasimodo, ma un po’ di tutto questo, ossia il descrittore di una realtà attuale, con la pretesa di poterla migliorare alla luce degli ideali etici e morali dell’amore fraterno e del reciproco aiuto. 

Preciso che quella mia, più che pretesa, è una tendenza, poiché non compete a chi scrive per diletto, dettare le regole di un orientamento verso la realizzazione del bene, ma ai cultori della socialità. Come dire: guardate all’orizzonte, il sole, la luna, gli alberi, il mare, la natura… Essi sono così come si vedono. Che fare e dire per renderli più belli? Da questo punto di vista ritengo di appartenere alla corrente di scrittori popolari, che è stata battezzata moderno umanesimo e da altri anche alienismo, nel senso che tende a distaccarsi dal mondo attuale verso una realtà migliore. Un esempio di quello che ho sopra detto, lo è questo libro, che raccoglie storie antiche, vari racconti di vita comune, considerazioni, riflessioni, e fantasiose ricostruzioni, che hanno come fattore comune la mia analisi di umanità vissuta un po’ per il piacere di scrivere, ma, anche per dare spazio al lettore di trarre le sue personali deduzioni. 

 

                                                                       Pippo Nasca

 

 

 

 

TRA MARRANZANI E FRISCALETTI

 

 

 

RIFLESSIONI SULL’EVOLUZIONE TECNOLOGICA

 

Quando l’attuale tecnologia della scrittura digitale sarà di sicuro superata dall’evoluzione tecnologica in continuo divenire e le composizioni letterarie attuali, diventeranno anche loro dei reperti storici, come le incisioni antiche sulla pietra e gli amanuensi medioevali, sicuramente un altro capitolo nuovo sarà scritto nella storia dell’umanità e troveranno un’allocazione anche nel campo del pensiero e della letteratura gli attuali scrittori di Facebook e di quanti affidano “on line” le loro opere. Intanto, sicuramente, si avranno delle modifiche nel campo della cosiddetta privacy. Di questo, naturalmente, non si occuparono le iscrizioni sulla pietra. Anzi queste ultime servivano a pubblicizzare dei concetti e a non far dimenticare persone o cose. In ogni caso, gli antichi faraoni d’Egitto capirono la portata di questo concetto, se, raggiunto il potere, il più delle volte, procedevano alla cancellazione, mediante abrasione dei dati riguardanti i loro predecessori. Man mano che la scrittura si affermava e veniva recepito il concetto della conseguente pubblicità, si sviluppò la cosiddetta “censura”, approdata ai massimi livelli con la simbolica distruzione di libri con il fuoco nelle pubbliche piazze. Giunti, infine, alla scrittura digitale, che facilmente circola tra le masse, si accentuò sempre di più il bisogno di dover tutelare, nel campo delle libertà, quella individuale del singolo. Si capì, infine, il profondo significato del detto popolare che “ne uccide più la parola che la spada”. Ecco che fu necessario istituire una legge per regolare censura, libertà d’espressione e tutela individuale. La legge in questione subisce delle variazioni sempre più incisive in relazione all’evolversi della società umana.

Tutto, quindi, fa pensare che un ruolo importante e di sicuro sviluppo avrà questa legge nell’evolversi dei futuri eventi filosofici e letterali. Anche nel campo scientifico, nello specifico per quello che riguarda le invenzioni, si avranno delle innovazioni significative. Pensa che si è passati dallo scalpello al bulino e da questo alla penna d’oca, al pennino metallico, alla biro, alla macchina per scrivere e adesso anche alla tastiera elettronica, notiamo come a questi passi da gigante siano sempre succedute delle innovazioni scientifiche fantastiche. Basta analizzare ogni singolo passaggio mettendolo in relazione allo sviluppo scientifico progressivo in tutti i campi ed è così che siamo arrivati addirittura a trasmettere elettronicamente fotografie e scrittura, finanche dalla luna. In tutte le branche del sapere umano la tradizione orale è stata sostituita con la facilità di trasmissione testimoniale raggiunta in ogni periodo, consentendo profondità di studi da fissare senza il timore di essere dimenticati. Se, inoltre, mettiamo in relazione anche i rapporti amorosi tra uomo e donna con l’evolversi della scrittura, notiamo che a ogni variazione corrisponde un modo diverso di reazione emotiva, molto più ampia, molto più aperta e disincantata. Tutto questo, senza dubbio ha un effetto dirompente anche nella letteratura, dove i cultori non solo si moltiplicano, ma hanno la possibilità di affinare la loro tendenza nell’analizzare più facilmente e speditamente le esperienze di altri che li hanno preceduti. Proprio in questo campo assistiamo con immenso stupore al passaggio repentino di costrutti anche lessicali da una fase ridondante e complessa a una più semplice e comprensiva. Più cambia il modo di scrivere, più il periodare diventa maggiormente semplice e i concetti assumono la leggerezza composta tendendo alla sintesi del pensiero, superando le vecchie regole grammaticali.

Addirittura ho notato che alcuni poeti moderni trascurano, anzi ignorano, la punteggiatura che costituiva un fondamento della scrittura e anche che molti moderni poeti, sorvolano sulla metrica poetica, che è alla base della poesia di tutti i tempi. Tutto è affidato all’esposizione concettuale, affidando le parole alla musicalità, senza l’osservazione di regole prefissate. Anche i concetti, più liberalmente esposti senza le pastoie della forma, subiscono un’evoluzione che stupisce. Racchiudere un concetto in una parola e una storia in brevissime metafore sembra essere diventata la tendenza letteraria moderna. Ovviamente a questa variazione in atto, non contribuisce soltanto la cambiata abitudine a scrivere, ma anche il progressivo avanzare delle tecnologie. Ma da un’attenta analisi, anche queste ultime sono riconducibili al diverso modo di fissare tecnicamente il linguaggio parlato sul foglio bianco, anche se quest’ultimo non è più il classico rettangolo di carta necessario per la scrittura. Già anche quest’ultimo è stato modificato nella lettura elettronica ed è possibile indicarlo nel suo formato A4, A5, stabilendo interlinee, spazi, margini e quanto necessario e si è arrivati a sostituire la classica penna con il dito che batte sopra una tastiera ed anche a eliminare quest’ultima, utilizzando il dito che striscia sopra una lastra elettronica predisposta. Sull’onda di questa evoluzione tecnologica, sono convinto che nella futura storia della letteratura, questa nostra epoca troverà un suo capitolo specifico, dove verranno esposte le caratteristiche salienti dell’odierna vita sociale. Sono anche convinto che, in questo contesto troveranno posto i più eminenti scrittori e poeti, scrittori con il dito su Facebook e gli altri sistemi di trasmissione del pensiero umano. Certamente non tutti, ma solo i più significativi e intuitivamente più rappresentativi, esattamente com’è avvenuto per la precedente esperienza letteraria.

E così a Virgilio, Ovidio, Dante, Leopardi, Manzoni, Verga e altri, nuovi nomi si aggiungeranno a costellare la scrittura non solo italiana, ma mondiale. Beh! Sì! A me, mi piacerebbe, come scherzosamente dice Proietti, che vi figurasse anche il mio nome. 

 

 

PENSACI, GIACOMINO CON ANGELO MUSCO

 

È una novella del Pirandello, pubblicata nel lontano 1910, la quale ebbe molto successo, poiché, per certi aspetti, metteva in ombra l’etica clericale, in un periodo in cui il papato evidenziava il suo dissenso nei confronti del novello stato italiano, considerato un usurpatore dei suoi beni temporali. Da questa novella ne nacque uno spettacolo teatrale in vernacolo, fortemente voluto dall’attore catanese Angelo Musco in tre atti. Lo spettacolo in questione ebbe tanto successo che ne comparve una traduzione in italiano, interpretato con successo da artisti del livello di Sergio Tofano (STO). L’argomento, particolarmente tratteggiato, parla della storia di un anziano professore, che rimasto vedovo decide di sposare una ragazzina per costringere lo Stato a corrisponderle la pensione di revesibilità per almeno una cinquantina d’anni dopo la sua morte. La sua scelta cade su una giovane allieva, rimasta incinta per il rapporto con un altro suo allievo. Nonostante lo scandalo suscitato da questa vicenda, egli sposa la giovane, che non solo mette al mondo un neonato ma ottiene di convivere con il ragazzo che ama, nella casa del professore, ufficialmente suo marito. Questo che viene considerato un menage à trois, che in effetti non è, suscita lo scandalo e il dissenso etico sia da parte dei genitori della stessa ragazza sia da parte della famiglia del ragazzo. Interviene il parroco che cerca di mettere ordine per convincere il professore a cambiare comportamento, mentre il ragazzo viene costretto ad abbandonare la madre di suo figlio e a fidanzarsi con una ragazza di buona famiglia. A questo punto il professore, portando a casa del ragazzo il frutto del suo amore, in una scena in cui viene evidenziata l’ipocrisia del parroco e di una società formalista, riesce a ristabilire il rapporto umano tra i due giovani. La scena si conclude con la frase al parroco, che lo taccia di non credere non solamente all’amore ma nemmeno a Cristo. Oggi forse la novella del Pirandello e la relativa commedia, fanno un po’ sorridere, essendo stati superati molti tabù, ma al tempo ebbe successo, poiché sbandierava un comportamento poco umano e ipocrita delle istituzioni religiose nei confronti dei sentimenti dell’onore e dell’amore, di cui il novello Stato si faceva paladino. Inoltre, va ricordato che molto più tardi, l’allora Governo presieduto da Saragat, essendosi verificato nella realtà che effettivamente un pensionato, avendo sposato una ventenne era morto appena qualche mese dopo, costringendo lo Stato a corrispondere alla giovane vedova la pensione di reperibilità a vita, provvide a correggere la norma, stabilendo che la vedova poteva accedere alla reversibilità della pensione solo dopo un periodo di convivenza con il pensionato non inferiore ad un congruo periodo… Successivamente, pur ammettendo il diritto alla reversibilità della pensione, un successivo governo ha condizionato l’importo non più pari alla metà dell’importo della pensione del coniuge, ma al rapporto inversamente proporzionale di tale metà con gli scaglioni di reddito possedute dalla vedova. In altri termini, si tende a eliminarla del tutto. Mi nasce il sospetto che questi tre atti voluti dal Musco sulla falsariga della novella pirandelliana abbiano gettato il seme per dare inizio al lento assottigliarsi della pensione di reversibilità. Certamente lo scopo non era questo. Il Musco, un catanese, in combutta con un altro artista siciliano, il Pirandello, intendeva bacchettare l’ipocrisia… Però essi hanno messo la pulce nell’orecchio, ottenendo un effetto non voluto. Quanto all’ipocrisia, non possiamo non ammettere che essa continui a esistere... 

 

 

LA CAPINERA

 

Il 6 Dicembre del 2018 al Teatro Massimo Bellini di Catania vi è stata un’esplosione di catanesità assoluta. È andato in scena per la prima volta il melodramma lirico di Gianni Bella, Mogol e Ferretti, La Capinera Catanese Gianni Bella, già noto cantautore e musicista debuttante nella lirica; catanese il teatro che ricorda il celebre Bellini; catanese l’ambiente presentato sul palcoscenico; catanese lo spirito del Verga che aleggiava su tutta la vicenda rappresentata; catanese il pubblico che alla fine ha applaudito per venti minuti sia l’opera che i cantanti, nonché lo stesso Gianni Bella apparso sul palcoscenico. L’opera si ispira al romanzo verghiano La storia di una capinera e racconta il dramma di una giovane donna, costretta a prendere i voti dalle necessità della vita, nonostante quella non fosse la sua vocazione. Il Verga finì di scrivere questo romanzo alla fine del 1869, ma venne pubblicato solamente nel 1871. Quest'opera che seguiva il filone del languente romanticismo, non trovò all’inizio molto successo, ma dopo l'exploit del Verga, seguito alla rappresentazione dell’opera lirica La cavalleria rusticana, ispirata al Mascagni da una sua novella, fu notata dal pubblico, e parimenti al Mastro Don Gesualdo, I Malavoglia e le altre novelle veriste, raggiunse quel favore del pubblico che rese celebre il Verga. La curiosità storica vuole che il Verga si ispirasse ad un suo amore giovanile non realizzato per una ragazza, conosciuta a Vizzini nel periodo del colera negli anni 1854/55, una certa Rosalia, destinata per indigenza a diventare suora. Ciò è quanto emerge da ricerche effettuate da un biografo del Verga, ma la verità certa è che la scrittura di questa sua opera gli dette la scusa di frequentare con una certa assiduità Giselda Foianesi, conosciuta a Firenze e trasferitasi a Catania per insegnare in un convitto di novizie. Ciò allo scopo di acquisire modi di pensare e di fare delle novizie, utili al suo lavoro. Fra i due nacque del tenero, ma non approdò a nulla per una certa avversione del Verga ad una situazione matrimoniale stabile. Fu così che la Foianesi accettò la corte e la proposta di matrimonio dell’illustre professore Mario Rapisarda, titolare di cattedra di Retorica all’Università di Catania. È storia accertata che il matrimonio tra i due naufragò, poiché Verga fece da terzo incomodo e che la Foianesi se ne tornò a Firenze senza marito e… senza amante, disprezzata da entrambi. In ogni caso La storia di una capinera, è un documento storico che evidenzia, la tendenza di quel periodo a ricorrere alla monacazione dei meno abbienti, in genere contadini, per sfuggire all’indigenza endemica della popolazione. Lo spettro della “roba”, capo saldo del verismo, già aleggiava nella mente del Verga. Era sotto i suoi occhi il verificarsi di vocazioni sospette di preti e monache ai quali era da stimolo solamente la fame o la fuga da una vita di stenti e miseria. Chissà, forse anche lui avrebbe scelto quella via se costretto dall’indigenza. Certamente egli, portato a godere i piaceri della vita e dell’amore per le donne, notò il contrasto che sarebbe nato in lui nel caso di una simile scelta. Quindi, la storia di una capinera è sicuramente frutto non solo del ricordo di una sua eventuale avventuretta giovanile o del desiderio di esporre una realtà storica, ma di esternare una sua sensazione personale di sgomento e di disagio d’innanzi ad una sua eventuale scelta in proposito. Un’altra considerazione che mi viene spontanea è che se Gianni Bella e Mogol sono al loro primo debutto nella lirica, il Verga è pure al primo debutto in questo campo… dopo la sua morte. Il primo battesimo lo ha avuto con la cavalleria rusticana, ma da vivo.

 

 

PIPPA, LA CATANESE 

 

Correva l’anno del Signore 1345 e in seguito alla morte violenta di Andrea d’Ungheria, assassinato da ignoti sicari e trovato morto, il Papa allora regnante Clemente VI, in veste di rappresentante della giustizia divina, inviò a Napoli un suo inquisitore per accertare le responsabilità dell’efferato delitto. Tale intervento si rese necessario, poiché la vittima era il marito della ventiduenne regina di Napoli Giovanna I^, nipote di Roberto D’Angiò. Tra gli inquisiti risultava Donna Pippa la Catanese, confidente e amica della Regina, sulla quale pendeva il sospetto di aver organizzato una congiura nei confronti del marito, il quale le aveva imposto di essere, insieme a lei, coerede del Regno di Napoli degli Angiò. Non solo questo! Si vociferava pure che la Regina avesse una relazione clandestina con il Duca di Taranto e che non sopportasse la presenza dello scomodo ed ambizioso marito. Di questi fatti di certo avrebbe dovuto essere a conoscenza Donna Pippa, e per questa ragione l’inquisitore la sottopose a interrogatorio, per poi arrivare all’incriminazione della Regina Giovanna. Al tempo, la parola “interrogatorio” significava sottoporre l’inquisito a ogni modalità atta a ottenere la confessione voluta dall’inquisitore. Il che significava sottoporre il malcapitato anche alla tortura. Donna Pippa, scelta come anello per giungere con la sua testimonianza all’accusa contro Giovanna, forse perché nulla sapeva o forse per fedeltà alla sua Regina, nulla disse in proposito nonostante fosse stata sottoposta alla tortura. Mentre si svolgeva l’inquisizione, la Regina Giovanna, per tema di dover rispondere del suo delitto, trovò il modo di contattare il Papa Clemente VI, pregandolo di far cessare quella inchiesta per il buon nome degli Angiò concedendogli in elemosina il possesso di alcune città del suo regno. Il Papa, pago dell’elemosina ricevuta, ordinò all’inquisitore di tagliare corto e in ogni caso concludere l’inchiesta, sorvolando sull’esito finale, affidandone l’incarico alla volontà divina nell’aldilà, dove il povero Andrea aveva già trovato pace. L’inchiesta si chiuse con l’impossibilità di poter stabilire i responsabili della morte di Andrea d’Ungheria a causa della posizione demoniaca assunta da Donna Pippa, che per questo venne condannata al rogo ed essere purificata con il fuoco dal demonio che la possedeva e la costringeva a mentire. A conclusione della vicenda storica, la Regina pagò il suo delitto solo nel 1382 per mano dei sicari assoldati da Carlo di Durazzo in veste di vendicatore.

Ma chi era Pippa la catanese e come mai era finita a Napoli? Di lei si sa quello che la tradizione orale, ha tramandato insieme alla sua leggendaria figura, legata al Castello Ursino di Catania. Era quest’ultimo, quello stesso Castello che ancora esiste in piazza Federico di Svevia e oggi viene usato come museo e sede di avvenimenti culturali. “U Casteddu o’ sinu”, che significa “il castello del seno” e per una deformazione linguistica sicula ribattezzato Castello Ursino, fu da Federico II di Svevia costruito sopra un promontorio che sporgeva sul mare e formava con la rimanente spiaggia un ampio seno di mare a difesa della città dalle incursioni dei saraceni. Nell’altro arco del seno sorgeva anche una chiesa, ancora esistente, chiamata “a chiesa do’ ndirizzu” (chiesa dell’Indirizzo) poiché il suo campanile serviva da faro per i pescatori. In quel seno di mare, che successivamente assunse l’attuale aspetto di piazza perché invaso dalla lava dell’Etna, sversava le sue limpide acque lo Iudicillo, un ramo del delta dell’Amenano, così chiamato poiché in quella zona si era agglomerato un nutrito nucleo di Giudei, come venivano chiamati allora gli Ebrei. Fu in questo Castello che Roberto d’Angiò, diventato Re di Sicilia nel 1295 elesse la sia reggia sposando nel 1297 Jolanda d’Aragona, figlia di Pietro III. Da questo matrimonio nacque nel 1300 il delfino Luigi d’Angiò. 

Nota storica Come si può vedere gli Angiò d’origine italo-francese erano imparentati con gli Aragona e, nonostante i vincoli di parentela, alla fine vennero in guerra suscitando la famosa rivolta dei vespri siciliani e proprio per questo Roberto d’Angiò, che ebbe la peggio, fu costretto nel 1302 a cedere la Sicilia agli Aragonesi che la legarono ai possedimenti spagnoli, restando solo Re di Napoli. In questa veste dal figlio Carlo, Duca di Calabria, morto prima di lui ebbe due nipoti femmine, di cui una era la primogenita Giovanna, che ne ereditò il reame.

Per ritornare alla vicenda della nostra Pippa, avvenne che, nato il principino Luigi, Roberto D’Angiò e la moglie Jolanda ebbero la necessità di avere una donna che accudisse al loro bambino. Roberto si assunse l’incarico di cercarne una personalmente, non volendo delegare alcuno per una scelta che riteneva impegnativa. Qualunque fosse il suo metro di giudizio a noi non è noto. Sarà magari stato un improvviso intuito di fiducia od altro; sta di fatto che un giorno, uscito dal castello e avviatosi lungo le rive dello Iudicillo, tra le donne che si affaticavano a lavare i panni sulla sponda, notò la snella figura di Pippa, avvolta nella sua lunga gonna che con solerzia sciorinava al sole la biancheria ad asciugare. Era giovanissima, aveva i capelli neri legati a corona sulla testa, gli occhi nerissimi e ardenti e, nonostante il rude lavoro cui era sottoposta, mostrava dei modi gentili, che si manifestarono ancor di più nel momento in cui lo riconobbe e gli fece la riverenza. “Comment t’appeles-tu ?” le disse. “Filippa” rispose con un fil di voce, ma decisa “ma mi chiamanu Pippa. Sugnu a figghia di mastru Giuseppi, chiamatu Pippo”. “Très bien! Vieni ce soir… sta sira, avec ton père, au chateau, ca t’aggia parler... U capisti?!” “Sissi, maestà. Vegnu cu’ me patri”e fece la riverenza. A sera Pippa, si vestì con l’abito buono, quello della festa, e si presentò al castello, accompagnata dal padre, anche lui con in testa u tascu novu (coppola nuova) e  a giucca bona (mantello nuovo) quello buono per essere ricevuti dal Re. Quanto era decisa Pippa, tanto lui era confuso. Il Re in persona voleva parlare con sua figlia?! Vuoi vedere che aveva combinato qualche guaio… Questo era quello che pensava il povero uomo. L’aveva accompagnata pronto ad accusarsi di tutto, purché non toccassero sua figlia, che era il lume della sua vita. I due furono fatti entrare dalle guardie senza particolari precauzioni e vennero introdotti non nella sala delle udienze, ma direttamente nelle stanze dove abitava la regina. Mentre la figliola fece la riverenza all’apparire del Re e della Regina, il padre accennò anche lui a un inchino. Non sapeva proprio come comportarsi. Temeva di fare degli errori. A parlare fu il Re che con tono affabile, parlando un po’ in siciliano e un po’ in francese, cercò di metterli a loro agio. Disse loro che anche i Re hanno bisogno dei loro sudditi e nel caso in questione spiegò a Pippa cosa avesse di bisogno e cioè che accudisse il suo pargolo a tempo pieno, poiché la regina non aveva tempo a sufficienza.

Disse chiaramente al padre che Pippa sarebbe stata trattata da lui e sua moglie, come una loro figliuola e vita natural durante avrebbero provveduto al suo benessere e alla protezione. I due non si aspettavano tanto onore e una fortuna così sfacciata! Naturalmente non potevano, tra l’altro, non accettare la proposta del loro Re e Signore. Il giorno successivo, Pippa con la sua modesta truscia si trasferì al Castello e diventò ufficialmente la bambinaia del principino. Non ebbe certamente nostalgia della biancheria da sciorinare al sole né dell’acqua dell’Amenano. Dette la sua anima ad accudire il bambino che trattava come fosse una sua creatura ma nello stesso tempo cercò di acquisire tutte quelle gentilezze e raffinatezze cui era predisposta. Si curò d’apprendere meglio la lingua francese del Re e quella spagnola della Regina. A capire il dialetto napoletano non aveva difficoltà essendo quasi simile a quello siciliano. Cominciò a rendere sempre più compìto il suo comportamento. Nel giro di appena un anno aveva assunto l’aspetto, le movenze e la cultura di una nobile fanciulla. Aveva poco meno di venti anni, ma mostrava una maturità veramente eccellente. Era, inoltre libera di poter vedere i suoi genitori, che da quella improvvisa fortuna ne trassero anche dei vantaggi economici. Purtroppo gli eventi precipitarono. Si accesero le lotte tra gli Angiò e gli Aragona. Vi fu la guerra dei vespri siciliani che videro perdenti gli Angiò e nel 1302 Roberto d’Angiò dovette cedere la Sicilia agli Aragona e tornarsene a Napoli, lasciando il Castello Ursino . Pippa scelse di seguire gli Angiò a Napoli in veste di istitutrice del principino Luigi, che intanto cresceva parallelamente al suo savoir faire. Ella era ormai legata al carro degli Angiò che la stimavano e l’avevano introdotta nel loro mondo. Sicché proprio in quel modo trovò la risposta ad una sua definitiva sistemazione, sposando il siniscalco del Re, dal quale ebbe anche ben tre figli. 

Era ormai una nobile dama di corte e una stella dell’alta società d’allora e nonostante altri eventi nefasti si aggiunsero ai primi, ella riuscì ad assumere un ruolo importante nella vita di corte. Il piccolo Luigi muore nel 1310 e Roberto ha un altro figlio, Carlo, Duca di Calabria, che sposatosi a sua volta, premuore al padre, lasciando orfane due figlie femmine, di cui una nel 1343 alla morte di Roberto, diventa Regina di Napoli. Ebbene, grazie alla sua completa dedizione alle fortune della famiglia, ormai attempata e abbastanza esperta, viene scelta da Giovanna come sua collaboratrice e consigliera. Ma questa ultima sua ascesa fu il culmine della sua, chiamiamola pure, diplomatica e politica carriera, poiché dopo si verificò la sua inarrestabile discesa che la condusse al rogo. Giovanna I di Napoli, ancora ventiduenne, andò sposa ad Andrea d’Ungheria, che rivendicò il titolo di coerede del Regno al pari della moglie, minacciandola anche di morte nel caso rifiutasse questa sua decisione. Tale atteggiamento fu, invece, la premessa della sua morte. Infatti Giovanna, che fra l’altro trescava con il Duca di Taranto, ordì una congiura nei confronti del marito, che un bel giorno del 1345 fu trovato barbaramente ucciso e gettato in strada, come fosse un sacco di spazzatura. Come ho già detto prima, tutta la vicenda finì per coinvolgere Pippa, divenuta il capro espiatorio di quel delitto, rimasto impunito. Questa fu la trista vicenda di Pippa, lavandaia catanese, assurta al ruolo di donna di classe, in quel periodo oscuro che vide gli Angiò e gli Aragona in lotta per il potere non solo in Sicilia, ma anche nel seno dell’Europa. Molti si sono occupati della sua triste vicenda, ma ormai la polvere dei secoli avvolge la sua figura di quell’alone leggendario caratteristico di chi dal nulla riesce a raggiungere la notorietà non sfuggendo al suo triste destino.

Anche se di questa leggendaria donna catanese, di cui non ci si ricorda che il nome solamente, Pippa, nonostante le sue vicissitudini storiche ormai dimenticate, è rimasto impresso nell’animo popolare il suo sacrificio, che per quanto nobile e generoso, risultò inutile ai fini del trionfo della verità e della giustizia. Infatti rimase quasi scolpito nel gergo popolare il detto eloquente “non fari comu a Pippa”, diretto a chi sta per intraprendere una via di benevole attività che, comunque non approderà a nulla di positivo. Tale detto, nel tempo, si trasformò in quello più eloquente di “vatti a fare ‘na pippa”, tutte le volte che si aveva l’intenzione di mandare al diavolo qualcuno che facesse cose inutili ai fini di un buon successo. È chiaro il riferimento assunto nel tempo della parola “pippa” all’azione di auto-erotismo maschile, che per quanto... coscienzioso, impegnativo e soddisfacente, non raggiungerà mai la finalità della procreazione, unico scopo per cui il sesso è stato donato da madre natura all’umanità. È questo un esempio di come alcune espressioni popolari abbiano assunto nel tempo un significato che nasconde fatti storici realmente avvenuti ed anche dimenticati.

 

 

UNA SERATA AL METROPOLITAN DI CATANIA

 

Tullio Solenghi e Massimo Lopez

 

Una caratteristica del pubblico melomane e anche teatrale a Catania è quella improntata ad una certo modo di pensare ed agire, che oserei definire molto corretto, specioso, educato ed esaustivo. Se lo spettacolo piace ai convenuti, generalmente gente di gusti artistici non certo grossolana che preferisce il palcoscenico ad uno schermo cinematografico, tutti rimangono composti ai loro posti applaudendo nei momenti giusti e salutando gli attori con un lungo applauso finale. Se lo spettacolo non piace per il modo di porgersi degli attori o perché l’opera non soddisfa le aspettative, non volano fischi e schiamazzi, ma a trionfare è il silenzio e… l’abbandono alla chetichella dei posti in platea. Quando alla fine si chiude il sipario, non si sentono applausi perché la sala è… vuota. Io ho un abbonamento per gli spettacoli di opera lirica al teatro Massimo Bellini e uno per il Metropolitan per gli spettacoli teatrali e in entrambi i locali ho notato questo tipo di comportamento, che oso definire signorile e per certi versi anche disarmante. Ricordo che al Metropolitan alcuni anni fa ad un attore di discreta fama e celebrità scappò una frase non tanto gradita al pubblico che suonò come un rimprovero ai convenuti. Non successe nulla di spiacevole né alcuna reazione, ma il silenzio regnò da quel momento in sala. L'esibizione continuò e man mano che la rappresentazione andava avanti, alla chetichella con ordine e silenziosamente, la gente si allontanò finché, alla fine, il sipario si chiuse davanti ad una decina di persone rimaste, che non applaudirono nemmeno. Evidentemente fu un flop. Non credo che costui tornerà mai più a Catania.

Ciò, chiaramente non è avvenuto qualche settimana fa, ed esattamente il 15 Dicembre 2018 al Metropolitan, dove ha avuto luogo uno show interpretato da due sole persone: Tullio Solenghi e Massimo Lopez. Sinceramente, prendendo posto, ho pensato che sarebbe stata una serata barbosa, da mettere nel dimenticatoio certamente e che sarebbe stato meglio occupare il tempo diversamente. Mi son dovuto ricredere. Fin dalle prime battute ho trovato lo spettacolo non solo interessante, ma divertente e coinvolgente. Lo show consisteva nella imitazione verbale e gestuale di una miriade di personaggi della canzone, dello spettacolo, della politica e anche della religione. Il tutto scorreva liscio, senza intoppi, con una classe veramente signorile e lontano da volgarità cui qualcuno ricorre a volte. Una satira leggera, simpatica, senza contrasti di pensiero e condotta senza offendere i personaggi e criticare l’eventuale loro ideologia, lasciata da parte e neppure sfiorata. Ho assistito allo scorrere di una miriade di personaggi che ho conosciuto lungo la mia abbastanza lunga esistenza, che mi hanno strappato il sorriso e mi hanno costretto più di una volta ad accodarmi agli applausi del pubblico. Ho riascoltato voci a me care di Pippo Baudo, Corrado, Alberto Sordi, il tenente Sheridan, Modugno non escluse quelle di cantanti donne, come ad esempio Patty Pravo ed altre ancora, tutti imitati anche nelle loro movenze, senza il ricorso a camuffamenti di trucco o vestiti. Quando è stata la volta dei politici, mi aspettavo che si tradissero e che saltasse fuori qualche riferimento alle loro idee e ad eventuali avversioni e invece… nulla. Il tutto si è limitato ad una mimica veramente esilarante, ma superficiale senza scendere in profondità di pensieri o strategie. Una satira veramente corretta e leggera, che non ha per nulla influito sulle coscienze politiche degli astanti. Simpatica l’imitazione di

Berlusconi e del giudice Di Pietro; quest’ultima divertente e interpretata dal Lopez in maniera veramente magistrale. Quando si è passati alla satira religiosa e ho visto apparire sulla scena il personaggio del papa emerito imitato dal Solenghi e quello del papa regnante interpretato dal Lopez, mi son detto: ci siamo, vediamo cosa scappa a ‘sti due adesso. Vuoi vedere che domani i giornali… Invece niente. Tutto è filato liscio. L’imitazione era formale e accattivante anche nei giudizi nei confronti del malcostume della società. Nulla che potesse nuocere all’eticità dei personaggi, senza alcun riferimento alla situazione un poco anomala rispetto a quella tradizionale. Posso ben dire che il tono ha assunto quello di esortazione al ben operare da parte di entrambi i personaggi e che sia stato occasione di riflessione religiosa per il pubblico. L’effetto proprio di una predica benevola da parte di entrambi i Papi. Dire chi dei due sia stato più bravo non mi è concesso di dire, poiché mi sono piaciuti entrambi e non solo a me, ma a tutto il pubblico che ha seguito con attenzione sottolineando con lunghi applausi le fasi più salienti. Se fossi costretto a dare un voto darei un dieci e lode ad entrambi, poiché hanno operato senza la necessità di effetti scenici particolari, semplicemente puntando sulla loro bravura personale. Se dovessi fare un confronto con altri imitatori, ad esempio, con Alighiero Noschese, per quanto costui mi piacesse un sacco, opterei per la bravura del duo Solenghi-Lopez per il semplice fatto che loro sono riusciti a ottenere degli effetti veramente esilaranti, senza ricorrere al trucco ampiamente usato dal Noschese e non solo per questo, ma anche per il fatto che la satira di quest’ultimo era a volte un tantino velenosa, mentre quella di Polenghi e Lopez no. Se dovessero tornare a recitare a Catania, sarei ben lieto di rivederli e insieme a me, anche il pubblico, forse nostalgico di una satira piacevole e sorridente in contrasto con quella dei nostri giorni feroce e offensiva.

 

 

 

U DIAVULU ARRERI A L’ARTARU

 Alla poetessa Anna Manna

 

Carissima Anna, questa citazione, tipicamente siciliana (il diavolo dietro l’altare), mi ha fatto ricordare un episodio della mia vita, durante il quale la recepii per la prima volta e che voglio raccontarti. Devi sapere che nella mia adolescenza frequentavo l’ambiente parrocchiale del paese dove le circostanze mi avevano costretto a vivere e che hanno contribuito non poco alla mia educazione religiosa e sociale. Anzi, devo confessarti che mi ero tanto calato e addentrato nella dottrina cristiana che quasi quasi accarezzavo l’idea di intraprendere la vita religiosa. A farmi cambiare idea furono due motivi. Il primo fu quello di un “ritiro” di meditazione degli esercizi spirituali pasquali L’ottimo parroco, che aveva al capito volo questo mio impulso verso la Fede, mi invito a partecipare agli esercizi spirituali di quell’anno presso la locale sede vescovile, con la segreta speranza di avviarmi al sacerdozio. Partii entusiasta ma tornai scoraggiato. Il ritiro era rigorosamente meditativo. Si era un gruppo di circa venti ragazzi sottoposti a una intera settimana di silenzio assoluto, di studio del Vangelo e di preghiera, intervallati dalle ore dei pasti e dalle ore di riposo onirico. Alla fine della settimana ritornai a casa così stupito e spaventato da farmi abbandonare per sempre l’idea di farmi prete. Troppo silenzio! In verità il secondo motivo, legato al celibato sacerdotale, fu pure determinante e consisteva nel fatto che, come dalle mie parti suol dirsi, cominciavo a sentire u ciavuru da fimmina, ossia la spinta ad avere rapporti con l’altro sesso. Mi ero accorto di non essere insensibile alle occhiate ammiccanti dell’Antonietta di turno e il dover rinunciare a un mondo di privazione dell’amore coniugale non mi sfagiolava proprio, anche se vivevo in castità ma pur sempre nella certezza di dover trovare, prima o poi, la compagna della mia vita. Questo secondo motivo fu determinante, anche perché dopo venni a conoscenza di un certo episodio, che adesso ti racconto. La parrocchia che frequentavo, tipicamente di provincia, e con tutti i rigori che ancora esistevano nei primi anni cinquanta del secolo scorso, faceva parte integrante della vita sociale del paese. Patri e parroco era una personalità nel paese e intorno a lui girava tutto un mondo di personaggi, tra i più disparati e di tutti i ceti. Molto aitante, giovane, s’impegnava a svolgere attività anche ricreative e di rilevanza sociale. Una tra queste era quella della filodrammatica, nella quale si prestava anche a fare da regista alle commedie che preparava con attori in erba, tra i quali io eccellevo, riscuotendo un più che discreto consenso presso le ragazzine della mia età. Un’altra delle attività era quella della raccolta di porta in porta di cibi e vestiti per i poveri, i cui questuanti eravamo noi ragazzi. Insomma era un vera figura di ciò che effettivamente deve essere un prete nel sociale. Non si risparmiava in niente. Era sempre presente con la sua parola e con il suo esempio. La chiesa era sempre aperta e anche quando, in alcune ore della giornata il portale del sagrato era chiuso, noi giovani dell’Azione Cattolica potevano accedervi dall’ingresso secondario della sagrestia, della cui chiave il presidente dell’Associazione ne aveva il possesso, per potere svolgere in libertà la sua attività sociale. Infatti dalla sagrestia si poteva accedere non solo alla chiesa riservata al culto, ma anche ai locali attigui destinati alle attività sociali. In uno di quei pomeriggi primaverili, che in Sicilia sanno molto di estivo, dal momento che la chiesa era chiusa, il presidente dell’Associazione di Azione cattolica, dovendo per l’appunto organizzare una delle tante attività, aprì la porta della sagrestia ed entrò insieme ad altre tre persone. Come da prassi le persone entrate, si recarono per prima cosa in chiesa dove, come aveva loro insegnato il buon parroco, bisognava andare a salutare il padrone di casa, ossia, Domineddio. Tutti e quattro s’inginocchiarono nella prima fila dinanzi all’altare maggiore sormontato da una statua di San Giuseppe con in braccio il bambinello Gesù, e appena fatto il segno della croce, sentirono un mugugno strano provenire da dietro il tabernacolo. Si guardarono in faccia perplessi e interrogandosi di cosa potesse trattarsi. Pensarono contemporaneamente che nella chiesa si fosse introdotto qualche malintenzionato e stesse rovistando dietro l’altare alla ricerca di qualcosa da rubare o da danneggiare. Facendosi segno a vicenda di stare in silenzio si disposero in due gruppi, uno di ogni lato dall’altare, per non dare possibilità di fuga a chiunque fosse lì e dopo scattarono insieme verso l’interno per coglierlo di sorpresa. Lo spettacolo che si presentò loro li lasciò sbalorditi! Videro un uomo e una donna, entrambi seminudi in piedi, avvinghiati che manco la statua del ratto di Proserpina alla fontana della stazione centrale di Catania. Uno dei due era indubbiamente padre parroco, riconoscibile dalla chierica sul cocuzzolo e dalla sottana nera sollevata fino alla cintola. Lei non si capiva bene chi fosse perché mostrava solo il sedere completamente scoperto con le mai del prete entrambi avvinghiate come ventose. I mugugni, gridolini appena soffocati, erano i suoi. L’irruzione dei quattro sopravvenuti, li colse di sorpresa…

Non sapevano cosa fare o dire… Istintivamente lei fece scivolare la gonna sulle gambe, lasciando a terra un paio di bianche mutandine di quelle che usano le donne. Lui, il parroco cercò di tirarsi su i pantaloni che si imbrogliavano con i mutandoni e la sottana nera. Una scena veramente comica a prescindere dallo stato di disagio da parte di tutti. Lei, la Santina, una delle sorcette di chiesa, la più assidua, si coprì la faccia per la vergogna e scoppiò a piangere. Lui, padre parroco, rosso in viso come un tacchino che fa la ruota, accennò a dire qualcosa, ma non riuscì a profferire che parole smorzate… Infine riuscì a dire: «Perdonate... La tentazione… È u diavulu, ca s’ammuccia sempri arreri l’artaru di li chiesi…» La vicenda non trapelò. Nessuno dei quattro testimoni ne parlò mai ad alcuno. Il parroco era persona troppo buona per essere vituperato e la Santina era una donna, non sposata, buona, gentile e tutta casa e chiesa. Non meritavano di essere additati entrambi al pubblico ludibrio… Solamente si diceva in giro, così per sentito dire. “ca idda era a muggheri di patri e parrucu di San Giuseppi”.

 L’episodio, semmai mi fossero rimasti dei dubbi, mi convinsero del tutto che la mia strada non era quella del sacerdozio, ma quella del matrimonio, pur restando in me vivo il principio di dover osservare tutti gli altri insegnamenti acquisiti dal contatto con la chiesa cattolica.

 

  

 

QUANDO UNA CITTÀ DIVENTA GUSCIO

 

“Fuori dal guscio” è un mio racconto di fantasia dove si narra l’avventura di una larva nata e cresciuta all’interno del guscio che alla fine, assetata di nuove esperienze, riesce a uscirne fuori trasformandosi in un insetto, ma restando vittima di un uccello rapace. Questa mio racconto fantastico, come tutti gli altri pubblicati nel mio libro La fede del gatto e del topo, edito da Akkuaria, è il frutto di una mia considerazione particolare, riguardante Catania e due suoi illustri figli. Questi ultimi sono Vincenzo Bellini e Giovanni Verga, un musicista e un letterato, entrambi celebri nel loro campo e che nacquero proprio nel guscio di questa città del profondo Sud, ma che ebbero un diverso sviluppo di vita rispetto a esso. Vincenzo Bellini, nato nella casa del palazzo che adesso ospita un museo a lui dedicato, sicuramente scorrazzò in lungo e in largo per le vie di Catania, esattamente come fa una larva in un guscio, assorbendo quanto la città gli offriva, senza per altro soddisfare la sua fame di gloria. Amava la musica e sperava di diventare un grande compositore, ma la città non gli offriva alcuna possibilità di successo, e per quanto mi è stato possibile recepire, nemmeno di fare una vita che sognava ricca e stravagante. Forte della sua volontà e della sua passione coltivata e accresciuta dalla costante applicazione allo studio, fu costretto a uscire dal guscio, lasciare Catania e avventurarsi per il mondo fino a quando non raggiunse l’apice della gloria, senza sentire il bisogno di rientrarvi. Fuori dalla sua Catania, che forse riteneva un ostacolo alla sua smodata passione per la musica, raggiunse tutto ciò che sperava dalla vita: fama, denaro, donne e certo non pensava di ritornarvi.

In effetti non vi ritornò mai più da vivo poiché la morte lo ghermì a Parigi, ancora giovane e quando meno se lo aspettava, afflitto da un male incurabile, corroso dalla sua spasmodica passione o forse, oso immaginare, avvelenato per vendetta o invidia oppure, più romanticamente, per la gelosia di una donna. La sua immagine in effetti corrisponde alla figura della larva nata nel guscio, che è riuscita a uscirne trasformandosi in una radiosa farfalla, piena di vita e splendore, che viene ghermita dalle intemperie naturali senza la protezione della sua atavica e sicura corazza.

Giovanni Verga, anche lui nato a Catania, considerò la sua città un guscio da cui venirne fuori, nonostante il suo attaccamento alla “roba” e ai suoi modesti possedimenti terrieri. Capì subito che per poter raggiungere la notorietà, la fama, il benessere economico, avrebbe dovuto abbandonare la città che gli pesava come una cappa e spaziare per tutta l’Italia, libero dall’angosciante prigione in cui era nato. Fece di tutto pur di andarsene da Catania. Si arruolò financo come garibaldino, quando il liberatore dell’isola giunse a Catania, poi trasmigrò a Firenze, facendosi raccomandare dall’allora famoso letterato Mario Rapisarda. Indi, rincorrendo avventure amorose, toccò anche Milano, non omettendo di toccare anche Venezia e altre città al di là delle Alpi. Alla fine, quando, dopo la causa che lo vide protagonista contro Mascagni e la casa editrice Treves per via del successo dell’opera lirica La cavalleria rusticana, tratta fuori dalla sua omonima novella, raggiunta la fama, la notorietà e anche il benessere economico, forse in preda alla paura di restare vittima di tanto successo e di perdere tutto quanto era riuscito ad accumulare, non pensò di rientrare nel guscio della sua città, dove visse l’ultimo periodo della sua vita. In lui, prevalse lo spirito di conservazione del bene raggiunto, l’attaccamento alla roba e alla sua terra, considerandola un baluardo e una corazza più che sicura alla sua vita. La sua immagine in effetti corrisponde alla figura della larva che, nata nel guscio, ne esce dopo aver spaziato per l’aria e aver raccolto quanto ha più potuto, e vi rientra, trovandovi protezione e difesa. 

 

 

LA STOFFA FATATA

 

Il mio ex collega Vito Marino, appassionato di dialetto siciliano, ha scritto un simpaticissimo racconto che riassumo in italiano, poiché mi era piaciuto molto. C’era una volta un re, e come tutti i nobili di rango, amava vestirsi in modo sfarzoso, indossando abiti fuori del comune, da poter mostrare con superba alterigia e segno di distinzione. Per questo motivo sistematicamente alcuni mercanti di stoffa venivano ricevuti a corte per mostrare la loro mercanzia al re, ovviamente, per trarne dei guadagni. Un bel giorno che il re sembrava non gradire la merce esposta, uno dei mercanti ebbe una brillante idea. Tirata fuori da uno scatolone una pezza di stoffa che definì stupenda e palpandola con le mani, mostrava la filigrana dorata, opera di tessitori asiatici, mista alla seta alabastrina prodotta direttamente dai bachi della lontana Cina. “Ma non si vede niente” stava per dire il re, quando fu preceduto dal mercante che disse espressamente trattarsi di stoffa fatata, che solo gli stolti non potevano vedere. Il re si zittì per paura di essere considerato stolto e continuò a guardare il mercante accarezzare la sua stoffa e ascoltare le sue lodi, fino al punto di convincersi che la stoffa fosse veramente fatata poiché, altrimenti, egli sarebbe stato stolto; cosa, quest’ultima, impossibile poiché egli era il re, tenutario di tutte le virtù di questo mondo. I cortigiani, vedendo l’atteggiamento accondiscendente del re, annuivano e mostravano di gradire la bontà di quella stoffa. Il re, che in verità qualche dubbio nutriva, vedendo che i suoi cortigiani erano concordi al suo giudizio, si convinse della bontà della stoffa e la pagò profumatamente. Il mercante riposta nello scatolone la stoffa fatata, ricevuto il compenso richiesto se ne andò guardandosi bene dal ritornare mai più al cospetto del re. Il sarto di corte, al quale il re presentò la stoffa fatata, venne incaricato di approntare dei vestiti per il re e la regina e, pur non vedendo alcunché, si guardò bene dal dirlo al re, che sosteneva trattarsi di cosa fatata e di pregio. Egli prese le misure dei suoi nobili clienti, con la forbice tagliò alcuni pezzi secondo il modello stabilito e con ago e filo cominciò a cucire questi ultimi e nella foga del suo lavoro finì anche per pungersi le dita con l‘ago. Alla fine, il re e la regina, indossati gli abiti nuovi ottenuti con la stoffa fatata, si mostrarono in pubblico gongolanti e maestosamente impettiti nei loro abiti di nuova e avveniristica fattura. Il popolo si guardò bene dal dire che il re e la regina andassero in giro in mutande. Se lo facevano, avevano tutto il diritto di essere estrosi fino a quel punto, dal momento che erano il re e la regina. La questione andò avanti per un bel po’ di tempo, fintantoché un bambino, vedendoli, non sbottò a ridere additando il pancione del re e le tette flaccide della regina. Solo allora il re capì di essere stato turlupinato dal mercante e di essere caduto vittima del suo convincimento di non poter mai sbagliare. Questa la simpatica favoletta. Non vorrei che, ai nostri tempi, il popolo, abbagliato da nuove proposte fatate da mercanti estrosi e assetato di cambiamento, finisca un bel giorno in mutande come il re e la regina del nostro racconto. 

 

 

 

CATANIA “ALLITTIRATA”

 

Nonostante Palermo rivendichi la nascita della scuola siciliana di lettere, fondata da Federico II, la quale costituisce storicamente il primo impulso verso la formazione della lingua italiana attraverso il cosiddetto volgare toscano, e la pretesa di Messina d’aver dato lo spunto iniziale alla cultura siciliana nell’isola, la città di Catania vanta non pochi meriti per essersi distinta fin dagli albori delle lingue neolatine per la diffusione e l’incremento della cultura isolana. Il SICULORUM GYMNASIUM, fondato ufficialmente nel 1474 da Alfonso d’Aragona, re di Napoli e di Sicilia, ebbe in realtà inizio a espletare la sua attività culturale fin dal 1445, come testimonia Alfonso il Magnifico nel 1446 nella “grida” in proposito, in cui si legge espressamente:. ki nullu sicilianu pocza andari a studiari exceptu in Catania et ki in nulla autra parti di lu Regnu si pocza leggiri. Né furono poche le discipline che vennero insegnate, in totale ben undici, da quelle umanistiche a quelle di carattere medico-scintifico; né tanto meno mancarono nomi illustri tra gli insegnanti e gli studenti frequentatori delle lezioni. A tal uopo piace citare il poeta Torquato Tasso, nato a Sorrento l’11 Marzo 1544 e morto a Torino il 25 Aprile 1595, che nel primo capitolo della sua Gerusalemme Conquistata, dopo chiamata Liberata, cita la città di Catania dicendo: “Catanea, ove ha il sapere albergo”. Oltre alla circostanza di cui sopra è bene ricordare che in vari periodi del passato, Domenicani, Carmelitani, Gesuiti ed altri ordini monastici del passato istituirono e fondarono scuole, grazie anche all’opera meritoria di Santo Ignazio di Loyola, dove si praticava l’insegnamento non solo teologico, ma filosofico e umanistico e che nella città sorsero numerose case tipografiche per la diffusione del sapere. 

Allo stato attuale, oltre a numerosi istituti privati, religiosi e non, esistenti nell’ambito del territorio catanese e circostante, il Siculorum Gymnasium ha esteso la sua competenza culturale in tutto lo scibile scientifico, dando luogo a numerose sedi culturali, raggruppate addirittura nell’ambito di una “città universitaria”, dove Medicina, Fisica, Chimica, Istituzioni di diritto ed altre discipline umanistiche, indicate tutte con il termine generico “Facoltà” hanno raggiunto notorietà nel campo nazionale ed internazionale. Nell’ex Piano degli Studi, subito dopo piazza Duomo, il Siculorum Gymnasium occupa la Direzione Centrale dell’Università di Catania e a perenne ricordo del Tasso, esiste, nel quartiere di Nesima Superiore, una via intestata a Torquato Tasso. Ben poca cosa, rispetto al giudizio, di alto valore simbolico, espresso dal poeta nei confronti della nostra città. Va precisato che la città ha mantenuto un ruolo non secondario nella storia della letteratura italiana. Oltre ai numerosi poeti dialettali, tra i quali emergono il Borrello, Domenico Tempio e Martoglio, Catania ha dato i natali a due grandi scrittori che hanno inciso la loro orma nel mondo della letteratura. Uno è Mario Rapisarda e l’altro è Giovanni Verga, non trascurando Federico De Roberto. Catania ricorda i primi due con il Viale Mario Rapisardi e con la Piazza Giovanni Verga. Non vi nascondo che piacerebbe anche a me, come è toccato al Borrello, al Tempio e a qualche altro, che venisse intestata qualche via, magari. un vicoletto, di Catania.

 

 

 

IL DUELLO

 

Se, leggendo le poesie di Nino Martoglio, incontrate quella in cui si parla del duello tra Orlando e Rinaldo, non pensate che tutta la storia, colorita di friscanzane, parolacce e colpi di durlindana e di gisvelta, sia tutta farina del suo sacco. Il buon Nino Martoglio aveva letto dalle cronache d’allora di un duello tra due illustri e antichi concittadini catanesi e pensò bene di appiopparlo ai due paladini, essendo nota la concorrenza tra i due, nonostante fossero cristiani votati entrambi contro gli infedeli. Si racconta, infatti, che ai tempi dei trovatori, dei madrigali, e delle poesie in genere in onore delle donne, Don Agatino del Piano e Don Pasquale del Corso, siano venuti a diverbio per un futile motivo che, allora, era considerato di grande importanza. In occasione della festa di Calendimaggio, per dare risalto all’ingresso della primavera, si era soliti indire una gara di poeti tra i cittadini, che aveva per tema l’amor cortese, come si conveniva a quei tempi. La gara si concludeva con la proclamazione a reginetta di Calendimaggio della ispiratrice più bella evidenziata dalle poesie dei concorrenti. Quella volta, tutta la cittadinanza si era riunita nella piazza principale di Catania e all’ordine del gran capitano Don Ignazio Bonaventura Degli Onesti, capo della giuria ed egli stesso giudice con privilegio di scelta finale, erano iniziate le recitazioni delle poesie accompagnate dal suono delle viole e di altri strumenti musicali, tra i quali faceva spicco il marranzano e il friscaletto. Alla fine, rimasero in gara proprio i due cavalieri sopra detti. Don Agatino decantava i pregi della sua Concettina Del Peloso e Don Pasquale quelli di Maruzza del Calloso. Agli occhi neri e ai capelli scuri di Concettina, facevano riscontro gli occhi azzurri e i capelli biondi di Maruzza. 

Parimenti l’esaltazione delle forme e delle virtù delle due donne andavano di pari passo e la giuria non trovava un giudizio unanime che, anzi, era equamente attribuito alle due donne, così come venivano cantate dai due concorrenti. Lo stesso Don Ignazio non sapeva proprio cosa decidere, tanto i due contendenti erano convincenti e bravi nel trovare sempre nuovi elementi da mettere in campo. Nell’incertezza della scelta, a un certo punto, Don Agatino pensò bene di tirare in ballo il giudizio di Dio e a voce alta proclamò: “Giuro davanti a Dio che Madonna Concettina Del Peloso è la donna più bella della festa e sono pronto a sostenerlo con la mia spada e chiunque non è d’accordo lo dichiaro reo di fellonia”. Ciò dicendo, sfoderò la sua spada dal fianco e la puntò verso il cielo. La sfida non poteva cadere nel vuoto. Non accettarla, significava non solo essere sconfitto poeticamente, ma addirittura essere macchiato di fellonia. Per questo motivo, davanti allo sguardo sbalordito del gran capitano, pure Don Pasquale del Corso si portò di fronte all’avversario e sfoderata anche lui la spada, rintuzzò quella proclamazione con la sua altrettanto altisonante e minacciosa a favore di Madonna Maruzza del Calloso. La sfida non solo era stata lanciata ufficialmente, ma era stata anche accettata. A Don Ignazio Bonaventura non restò che mettere lo scettro tra i due contendenti e approntare il campo per la sfida tra i due con le armi. Egli decise che ci sarebbe stato un primo scontro a cavallo con le lance, seguito a oltranza, sempre a cavallo o a piedi, con la mazza ferrata, con l’ascia e infine con la spada, fino alla vittoria di uno dei due contendenti e la resa dell’altro. Si approntò il campo dello scontro tra i due alla marina, fuori le mura, dove adesso vi è la piazza dei Martiri, e dopo il triplice squillo di una tromba ebbe inizio lo scontro. I due cavalieri partirono lancia in resta l’uno contro l’altro, ma le due aste si infransero contro gli scudi. Indi dettero mano

alle mazze ferrate che risultarono infruttuose perché le catene si avvinsero tra di loro e dovettero essere abbandonate dai due cavalieri. Fu la volta delle asce, ma per un crudele destino entrambe finirono per colpire a morte i due cavalli, che stramazzarono a terra insieme ai cavalieri. Questi ultimi si alzarono a fatica coperti dalla ferraglia in parte ammaccata e misero mano alle spade. Lo scontro tra i due continuò a vicinanza ravvicinata, condito da parolacce e offese anche all’indirizzo delle due donne. “Prendi questo colpo e vallo a raccontare a quella bottana che ti viene dietro”. “E tu prendi questo, cornuto che sei”. “Ti scanno e delle tue corna ne faccio un trofeo”. Nonostante tutto i due rimanevano in piedi ribattendo colpi su colpi. Quanto durò lo scontro?! Le cronache dicono che dopo tre giorni i due si abbatterono per terra, vinti entrambi dalla stanchezza. Fu a quel punto che intervenne Don Ignazio con il suo scettro dicendo: “Basta! Non ce la fate più e poiché il giudizio di Dio si deve concludere, facciamo le polise”. Toltosi l’elmo, lo rovesciò e dentro vi mise cinque cartine arrotolate con il nome di Don Agatino e cinque con il nome di Don Pasquale. Dopo scelse un bambino con il compito di estrarre dall’elmo nove cartine e di distruggerle. L’unica cartina che restava nell’elmo avrebbe indicato il vincitore della gara, esprimendo, in tal modo, la volontà di Dio, che era stato chiamato in causa. L’operazione fu compiuta e... E no! Non ve lo dico chi fu il vincitore, per lasciarvi nell’incertezza e per rispettare anche la scelta del Martoglio di aver fatto finire il duello tra Orlando e Rinaldo senza sconfitte e senza vittorie, entrambi sbracati a terra vinti solo dalla stanchezza. In fondo è bello che tutti gli scontri finiscano così, senza vincitori né vinti.

 

 

 

LA SAGA DEI “SCUPA-STRATI” A CATANIA

 

C’era una volta in quel di Catania, ed esattamente nel vecchio quartiere di San Cristoforo, Fulippu u babbu, che insieme al vecchio padre esercitava il mestiere di scupa-strati1. Ogni santo giorno percorreva col suo carretto, di quello con le ruote alte e con i pupi ormai sbiaditi, dipinti nelle sponde laterali, via Belfiore, via Alonzo e Consoli, via Testulla, via Juvara e le strade viciniori fino a raggiungere il Cimitero. Di tanto in tanto si fermava per consentire al padre di raccogliere la spazzatura che gli abitanti facevano trovare all’ingresso dei cortili e davanti alle porte.  Fornitori particolari e anche privilegiati di rifiuti, costituiti dallo scarto di ossa scarnite, erano la chianca del traforo e quella equina di via Testulla. Non mancavano certo le rimanenze marcite di frutta e verdura di don Petru u latru, così ingiuriato perché pare che rubasse nel peso e nemmeno quelle prodotte dal mercatino antistante il Cinema Italia, che poi si chiamò Midulla. Quando il carretto era pieno, continuava a percorrere il tragitto dal Cimitero fino agli orti da Za Lisa e procedeva a scaricare il contenuto in appositi recinti, che fungevano da concimai. Naturalmente per ogni carretto svuotato il proprietario dell’orto pagava una certa somma che, aggiunta a qualche regalia degli abitanti, serviva al sostentamento di padre e figlio. Non pensate che il carretto avesse dei dipinti sgargianti che, anzi, il tempo aveva brasato il legno al punto di farlo vedere corroso e sporco e nemmeno che lo stesso fosse trainato da un cavallo o da un asino. Ad assolvere tale funzione era proprio Fulippu che a tracolla aveva legata una robusta cinghia che gli consentiva di sollevare le aste del carretto, quando le poggiava a terra durante le soste.  Purtroppo Fulippu era “babbu”, che in siciliano significa ritardato mentale. Era robusto, alto circa un metro e ottanta, forte quanto bastava per tirare il carretto, ma aveva difficoltà d’espressione e d’apprendimento; egli obbediva ciecamente agli ordini del padre che stabiliva le soste e le partenze; indossava una maglia sporca e lacera ed un paio di pantaloni a mezza gamba; andava a piedi nudi, sia d’inverno che d’estate. Durante le brevi soste, di tanto in tanto, rovistava nel carretto e lo si vedeva portare in bocca qualche pezzo di pane o qualche frutto recuperato. Il padre, molto più anziano e con i capelli bianchi, coperti da una coppola calcata sulla testa, non camminava scalzo e, rispetto al figlio, era più vestito, ma taciturno e di poche parole. Ordinava al figlio i movimenti a gesti e di tanto in tanto apriva la bocca per ringraziare chi gli mollava qualche liretta. Era questo il lavoro che consentiva ai due di sbarcare il lunario. In altra zona del quartiere e della città era possibile vedere scene similari. Qualcuno, magari, aveva un’attrezzatura più efficiente e, magari, un asino che trainava il carretto. Ma niente di più: la mitica lapa non era ancora comparsa nelle strade.  Non capitava mai che una coppia di scupa-strati invadesse la zona di un’altra coppia di identici lavoratori. Sembrava che fosse stato prestabilito un ordine nell’assegnazione delle zone, ma forse lo era stato veramente da parte di qualcuno. Almeno, a me non capitò mai di sentire che Fulippu e papà suo fossero mai venuti a diverbio con altri spazzini per. invasione di campo. Del resto, nonostante il loro miserevole aspetto, i due erano rispettati dalla popolazione che, pur tenendoli a rispettiva distanza, pirchì facevanu fetu, apprezzavano la loro opera. Sostanzialmente essi facevano la raccolta della spazzatura da porta a porta offrendo praticamente un servizio alla popolazione a costo zero. La mancetta che qualcuno dava, di tanto in tanto, non era obbligatoria ed in ogni caso costituiva un esborso irrisorio. Il vantaggio economico che questi lavoratori ottenevano era quello della vendita della spazzatura raccolta ai contadini che sapevano come trattarla per curare le loro culture. Tale lavoro era, se così si può dire, redditizio, poiché la spazzatura era costituita praticamente di una uniformità reale imposta dagli usi di allora. Non vi era allora plastica da raccogliere, sconosciuta subito dopo la fine della guerra, e, tutt’al più, si poteva notare tra i rifiuti della carta straccia, che avvolgeva le cibarie acquistate. Non erano in uso i sacchetti di plastica ed a stento cominciavano a vedersi barattoli di vetro e qualche latta di buatta. Le massaie andavano a fare la spesa con una borsa capace (a sporta). In pratica la spazzatura era biodegradabile e molto adatta a essere impiegata, dopo il dovuto trattamento, alla concimazione dei terreni. Di volta in volta si scartavano dai rifiuti i pochi materiali ferrosi e vetrosi, che non costituivano un problema poiché venivano venduti a peso alla fonderia. In questo clima di austera ristrettezza economica, a parte le figura un po’ sgradevole dei raccoglitori volontari, le strade del quartiere erano pulite. Il servizio di pulizia delle strade non si avvertiva ed addirittura non lo si considerava tale anche perché quell’attività volontaria in fondo rendeva ed era utile a tutti. Le condizioni di questi lavoratori volontari non erano di sicuro ottimali non solo da un punto di vista igienico, ma anche economico. Certamente la vendita della spazzatura e qualche regalia rendevano, ma non tanto da far guazzare nel benessere, che cominciava a fare capolino, e da non costituire una sicurezza costante del lavoro non coperto da nessuna assicurazione previdenziale. A esaminare la situazione lavorativa di questi cirenei dell’immondizia si dedicò un prete salesiano della ricostruita parrocchia della Madonna della Salette che corrispondeva al nome di Don Innocenzo Bonomo. Costui, uomo deciso e coinvolto nella attività politica del partito di Don Sturzo, la Democrazia Cristiana, fondò nell’ambito della parrocchia e dell’oratorio un circolo di operai, che chiamò Circolo San Giuseppe, partendo dal presupposto che questo santo, padre di Gesù, era falegname e, quindi, artigiano. In nome di questo Santo egli raccolse intorno a sé non solo gli operai in genere, ma, in particolare gli spazzini volontari.  L’adesione al Circolo era gratuita, si chiedeva solamente la frequenza all’oratorio e di ascoltare la messa domenicale. Per tutto questo si offriva l’aiuto e l’assistenza spirituale ed anche materiale della casa salesiana nel solco degli insegnamenti di San Giovanni Bosco. Le richieste, portate avanti da Don Bonomo, di regolarizzare il lavoro svolto dagli spazzini volontari trovò riscontro nel desiderio nuovo di ricostruire lo stato sociale dopo la catastrofe della guerra rivalutando economicamente i lavori ritenuti più umili, ma necessari. In parole povere si capì che era ormai necessario organizzare il lavoro di pulizia della città, che non poteva essere lasciato alla libera iniziativa di umilissima gente senza una giusta mercede. In realtà il mondo politico o qualcun altro che di esso si serviva, fiutò la possibilità di ricavarne un utile maggiore, imbrigliando tutta l’attività in un complesso burocratico finalizzato a commercializzare i rifiuti urbani. Qualunque possa essere stato il motivo, esso trovò terreno facile, poiché da un lato veniva rivendicato il diritto del lavoratore a una giusta retribuzione e dall’altro l’umana aspirazione a una eliminazione dello stato di disagio in cui versavano i volontari scupa-strati. Fu così che sotto la spinta, da un lato del P.C.I. e dall’altro dallo spirito di umanità della Chiesa Cattolica, si cominciò ad avanzare il progetto in seno politico di organizzazione urbana dell’igiene pubblica.

A sposare la risoluzione del problema a Catania, fu l’onorevole Cavallaro, democristiano proveniente dalle fila dell’Azione Cattolica e, quindi, molto vicino alle richieste del salesiano Don Bonomo. Nonostante tale convergenza d’idee, tra i due nacque ben presto un differente modo di affrontare il problema. Secondo il salesiano Don Bonomo bisognava assumere direttamente tutti gli scupa-strati volontari che ipso facto già svolgevano tale attività. Bisognava semplicemente assumerli per chiamata diretta in riconoscimento del lavoro che già svolgevano con risultati tangibili per la pulizia della città, dare loro uno stipendio contrattuale e i mezzi idonei a svolgere il loro lavoro. Secondo l’onorevole Cavallaro, portavoce del governo ed anche dei sindacati, la chiamata diretta non era possibile, dovendo rispettare le regole delle assunzioni tramite concorso. Pertanto i volontari potevano essere assunti solo se riuscivano a vincere le prove del concorso che il comune avrebbe bandito. Ciò per una questione di trasparenza ed equità nei confronti di tutti cittadini aventi diritto al lavoro. Per quanto poco importante apparisse la questione, che aveva come fine ultimo la regolarizzazione di un servizio urbano fondamentale del vivere civile, ciò aveva dei risvolti sociali non del tutto indifferenti poiché sicuramente i volontari scupastrati, che praticamente costituivano la parte più umile della cittadinanza e la meno idonea a vincere le prove di un concorso comunale, sicuramente sarebbero state esclusi dall’assunzione rispetto alle nuove leve certamente più evolute. Era evidente che Fulippu u babbu e quelli come lui limitati, pur essendo già attivi in quel tipo di lavoro, erano tagliati fuori a priori. A nulla valsero le richieste del prete salesiano rispetto alla posizione di equità sociale avanzata e sostenuta dal parlamentare. Alla fine venne bandito il concorso per l’assunzione di

operai definiti ecologici, al quale gli spazzini volontari o non parteciparono o partecipandovi non ebbero alcun risultato favorevole.  In conclusione, dopo ultimate le pratiche burocratiche, si vide per le strade del quartiere e dell’intera città una pletora di nuovi spazzini in divisa e forniti dalle attrezzature idonee al loro lavoro, compresi gli istituiti cassonetti nuovi di zecca, dove andava a finire tutta la spazzatura senza alcuna regola di differenziamento. Del resto, si trattava per lo più di spazzatura biodegradabile con la rara intrusione di bottiglie di vetro e lattine. La plastica non aveva ancora fatto il suo ingresso tra i rifiuti urbani e nemmeno l’apporto di elettrodomestici fuori uso e mobili vecchi. Materiale, quest’ultimo, ancora da entrare nel novero dell’attuale raccolta differenziata. Che fine fecero i scupa-strati volontari? Non solo persero il lavoro, ma furono oggetto anche di sanzioni da parte delle autorità comunali. Così dall’oggi al domani, Fulippu u babbu e genitore ed anche gli altri, da lavoratori volontari a costo zero per il comune, diventarono lavoratori clandestini da perseguire a termini di legge e senza la possibilità di poter sbarcare il lunario. La conseguenza letale per la città fu che mentre ai tempi del volontariato la città era bene o male sempre pulita, dopo l’avvento del regolare servizio cominciarono a vedersi cassonetti maleodoranti il più delle volte con spazzatura non ritirata secondo il programma stabilito, a prescindere dai periodi di sciopero proclamato dai sindacati per il rispetto delle sacrosante rivendicazioni salariali e altro. Ebbe inizio così il bordello, che ancora dura e si ingigantisce sempre più, dei rifiuti con l’intervento sotterraneo dell’ecomafia e delle tangenti per l’appalto a imprese private della tenuta ecologica della città. Vittime immediate di tutta l’operazione di trasparenza sociale furono proprio Fulippu u babbu e genitore, trovati morti sotto il carretto vuoto, l’uno a poca distanza dall’altro, per fame e mancata assistenza medica che, in verità, non avevano nemmeno prima e chissà quanti altri poveracci morirono di fame e di stenti. Vittima illustre di tutta l’operazione fu pure l’onorevole Cavallaro, che avendo sostenuto la tesi del pubblico concorso per l’assunzione degli operai ecologici, perse il sostegno dei suoi elettori, costituito proprio dai poveri scupa-strati abbandonati al loro destino di clandestini sociali e difesi vanamente dal reverendo Don Bonomo. Egli non fu più rieletto alla fine della sua legislatura, essendo stato additato come il responsabile della mancata assunzione dei poveri derelitti lavoratori ecologici volontari, nonostante avesse fama di essere persona corretta e onesta politicamente. Altra vittima, meno illustre fu lo stesso Don Bonomo che, avendo visto fallire il suo progetto di aiuto a poveri cristi indubbiamente non favoriti dalla sorte, sentì crollare nel suo intimo la forza per continuare a vivere. Si ammalò e, nonostante la sostituzione delle cornee degli occhi, morì cieco implorando San Giovanni Bosco di venire in aiuto dei suoi protetti. Seppi dalle sue labbra direttamente il dolore provato per la mancata realizzazione della sua opera di misericordia, quella volta che lo incontrai a Roma nella clinica di Piazza Sassari, dove operava l’illustre oculista Professor Bietti, che seguiva pure mia figlia. Parlammo di tutta la questione riguardante la nascita del servizio ecologico a Catania, dell’onorevole Cavallaro, dei suoi vani sforzi per convincerlo ad aiutare i suoi protetti e del dolore che provò nel non aver potuto essere d’aiuto a quella povera gente, che fu l’antesignana del servizio ecologico nel quartiere. Dopo qualche anno seppi della sua morte e ancora oggi è vivamente ricordato nella casa salesiana di Via Madonna della Salette. 

Conobbi pure le ragioni dell’onorevole Cavallaro, tramite la discussione avuta in proposito con un suo cugino, ex capo treno FS, suo sostenitore e mio carissimo amico. Ricordo ancora le sue parole: «Tu si’ me’ frati e m’hai a cridiri. Me’ cucinu, l’onorevole, non puteva fari nenti e avissi vulutu aiutari i scupastrati, ma non lu puteva fari!» Ciò era contrario ai principi del partito, orientato alle assunzioni nella pubblica amministrazione per concorso. Non poteva andare contro quei principi. Sarebbe stato come tradire la sua fede e per una questione di onestà civica, non poteva nemmeno prestarsi a raccomandazioni. Del resto il parlamentare in questione, che godeva della mia simpatia, era persona veramente di sani principi e sulla cui onestà e trasparenza non vi erano dubbi. Purtroppo all’applicazione di regole in società non sempre corrisponde la logica del bene. Non sempre le ragioni della politica coincidono con le ragioni del cuore. Lex, sed dura lex dicevano gli antichi romani e non rispettare determinate regole per favorire qualcuno, può tramutarsi in torto nei confronti di altri. Resta comunque aperto il dilemma del comportamento di chi, chiamato a coprire incarichi pubblici, debba esprimere una decisione accettabile nei casi di estremo bisogno in contrasto con sanciti principi di legalità. Pur essendo un assertore convinto del rispetto della legge, a questo dilemma non mi sento di poter dare una serena soluzione, che risulterebbe comunque criticabile. Forse la soluzione del dilemma sta a monte, nel senso che la legalità dovrebbe sempre coincidere con la moralità, ossia che ogni legge non dovrebbe essere in contrasto con il senso morale comune. Compito, quest’ultimo, molto arduo del potere legislativo che, purtroppo, deborda il più delle volte in meri contrasti di interesse partitici e lobbisti.

 

 

 

IL CAVALLO DI LISKI-LOSKI

 

Forse nessuno ormai ricorda la storia del cavallo di Liski Loski e della vicenda che ruotò intorno alla sua emblematica figura. Pertanto mi accingo a raccontarla. Negli anni cinquanta, subito dopo la fine della guerra mondiale, a Catania, come in altre città dell’isola, imperversarono il disordine e il malaffare, alimentato dalla carenza organizzativa delle forze dell’ordine cui, successivamente, cercò di ovviare l’opera costante e dura del ministro calatino Mario Scelba. Ebbene in quegli anni ruggenti, il quartiere degli Angeli Custodi e quello di San Cristoforo erano nelle mani della delinquenza più sfrenata che, oltre a esercitare un vero potere su tutta la cittadinanza, si arricchiva con i taglieggiamenti, i furti, le imposizioni del pizzo e anche con le lotterie abusive, legate alle corse clandestine dei cavalli. Ebbene il cavallo di Liski-Loski era uno di quelli che concorreva ad alimentare queste corse abusive. Liski-Loski era il soprannome del suo guidatore e padrone. Esso era famoso, perché, a prescindere dalle poche vittorie, era agghindato e curato in modo particolare. Sempre lustro e con la bardatura elegante, nel trotterellare, aggiungeva un portamento maestoso e rampante. Di pelame roano con una lunga coda e una criniera ondeggiante e ad arte infiocchettata, era veramente superbo. Per questi motivi il termine “cavaddu di Liski-Loski” veniva attribuito nel quartiere a chiunque mostrasse un aspetto superbo e altezzoso ma privo di risultati. Dare del “cavallo di LiskiLoski a qualcuno, in concreto equivaleva a dirgli che era “tuttu fumu e nenti arrustu”. Le corse avvenivano generalmente in via Della Concordia, altrimenti chiamata “a strata ottanta palmi”. Questo titolo le competeva perché pare che la sua larghezza fosse appunto di ottanta palmi, essendo il palmo un’antica misura di lunghezza in uso prima dell’introduzione del sistema metrico decimale. Inoltre detta via si estendeva, e si estende ancora, in linea dritta dal “tondicello della Plaia” fino al Cimitero. Per queste sue caratteristiche si prestava moltissimo allo svolgimento delle corse equestri con i biroccini. Avendo la visuale sempre libera si prestava moltissimo ai sorpassi in corsa che, nonostante ciò, talvolta avvenivano in maniera incidentale. A una data ora del giorno, generalmente il pomeriggio, la strada veniva fatta sgombrare da veicoli e altri ostacoli, si tracciava il traguardo all’altezza del cavalcavia sulla ferrovia, si stabiliva la giuria, che nello stesso tempo pensava ad accettare le scommesse, si approntavano i cavalli, attaccati ai singoli calessini, presso il punto di partenza, nella Piazza del tondicello e allo scoppio del classico colpo di pistola in alto, i concorrenti scattavano e aveva inizio la gara. Era ammesso l’uso del frustino e anche ogni tipo di scorrettezza pur di non farsi sorpassare. Non era raro il caso che qualcuno dei guidatori uscisse dalla gara con qualche osso rotto e che qualche cavallo andasse a finire alla chianca dei murtizzi di Via Belfiore. In linea di massima, i soli incidenti che si potevano verificare, erano quelli dovuti allo svolgimento della corsa, poiché, per tempo, la strada veniva fatta sgombrare da ogni ostacolo e nessuno degli abitanti delle case circostanti osava immettersi nella corsia della gara. Purtroppo i guai si verificavano quando ogni singolo concorrente decideva di fare una corsa di allenamento con il proprio cavallo. Non vi erano tempi stabiliti, per cui la strada poteva essere non sgombra di ostacoli. In verità pochi veicoli e poche persone si aggiravano per la strada, poiché tali corse di allenamento generalmente avvenivano nelle prime ore del giorno, quando scarso era l’afflusso della circolazione e inoltre il guidatore, quasi per dare l’avvertimento che stava per passare lui insieme al suo biroccino lanciato a velocità, sparava con la sua pistola qualche colpo in aria. Fu durante lo svolgimento di uno di questi allenamenti, che avvenne il fattaccio. Liski-Loski, come di consueto, aveva agghindato il suo cavallo e lo aveva attaccato al biroccino. Recatosi al tondicello, aveva dato inizio alla sua corsa solitaria, facendo schioccare in aria la frusta e, per avvertire del suo passaggio, aveva sparato pure qualche colpo in aria con la sua tufa, una pistola di tipo militare, che era solito portare alla cintura. All’altezza di Via Pietro Platania, si vide attraversare la strada dal gregge dell’ignaro Cammileddu do’ seru, u capraru, che di buon mattino conduceva le povere bestie al pascolo nel vicino boschetto della Plaia, dopo averne munta qualcuna lungo la strada per venderne il latte. L’impatto fu inevitabile. Il cavallo ruzzolò per terra, Liski-Loski fu sbalzato dal biroccino, che si rovesciò su un fianco e alcune capre rimasero a terra stecchite. Tanto bastò per fare andare in bestia Cammileddu e il suo accompagnatore Puddacchia, i quali tirati fuori i coltelli, che erano soliti usare per macellare gli agnelli, furono sopra al povero Liski-Loski non certo per aiutarlo ad alzarsi da terra. Quest’ultimo capita l’intenzione mise mano alla pistola, ma non ebbe il tempo di prenderla perché un fendente ben assestato lo sgozzò. Pertanto la vicenda si chiuse con Liski-Loski all’obitorio, da dove poi proseguì per il cimitero, con il cavallo e quattro capre portati alla chianca de’ murtizzi di via Belfiore e con la fuga dei due pecorai, successivamente uccisi in un agguato. I giornali, dopo, parlarono di faida e regolazione di conti nella malavita in entrambi i casi, non essendo stato possibile sentire dei testimoni. I “nenti sacciu” e i “ju nun c’era”, furono di prammatica e nulla seppero dell’incidente “i sbirri” (la polizia). Così andavano le cose allora. Da allora, molto tempo è passato e ormai ’a strata ottanta palmi non è più teatro di corse di cavalli, sostituite in altri luoghi dalle corse di motociclette di grossa cilindrata. Qualche incidente tra veicoli certamente avviene, forse anche qualche “regolamento di conti”, ma ormai è cessato quel clima di terrorismo urbano che imperversava allora in questa zona di Catania. Le malelingue dicono che il ladro non ruba a casa sua ed è per questo che la zona è ormai tranquilla! 

 

 

IL MORTO RISORTO 

 

A volte i morti sembrano morti, ma dormono solamente. Ascoltate questo racconto testuale che ho letto per caso nel diario di una infermiera e che riporto fedelmente. Mi scuso per lo scritto sgrammaticato e mezzo dialettale che mi piace riportare tale e quale.

 

Caro diario, ti voglio contare quello che mi è succeduto questa matina, che sono ancora stranizzata. Tu sai che fa parte del mio lavoro in clinica la preparazione dei pazienti che si fanno l’operazione, in tutte le parti del corpo che è vario. Ti ho contato tempo addietro di quella signora che appoi, meschina, è morta durante l’operazione e mi sono commozionata. Ma quello che ti conto ora è una cosa bella che mi ha fatto ridere perché mi “è paruta una cosa piacevole d’arricordare”. Alle ore otto di ieri matina sono entrata nella stanza numero due, dove dovevo preparare una persona anziana maschile, che si doveva operare di ernia inguinale sinistra, come c’era scritto sul foglio di cartella. Una cosuzza semplice e che ha bisogno però di tutte le precauzioni possibili. Gli ho consegnato la cammisa d’operazione e ci dissi che se l’aveva a mettere senza niente di sotto. Gli dissi pure se voleva essere aiutato a spogliarsi del pigiama, ma l’uomo mi disse no, grazie, che ci pensava lui. Dopo qualche ora sono tornata con il bacile, un rasoio BIC e della schiuma saponata. Chiedo al paziente di sdraiarsi a faccia all’aria e quello mi dice: – Ma che deve farmi la barba? Io l’operazione di ernia devo farmi. Risposi: – appunto! Ci devo fare la barba, ma non quella della faccia, ma quella di sotto. 

L’uomo che mostrava di essere sorpreso, si sdraiò con molta cardacia perché si affrontava che era timido. Dissi alla moglie, che era là di potere restare. Lei arrestò assittata a una certa distanza dietro alle mie spalle, senza poter vedere la barba che facevo. Sbottonai la cammisa e mi si presentò il basso ventre dell’uomo e quanto vi era di sotto completamente nudo. Passai la schiuma sul pelo che ormai era bianco anche intorno al coso, spalmandola con le mani protette dai guanti di cellofane, che erano leggerissimi e quasi si toccava a nudo. Io senza guanti, niente faccio e non perché lo dice il mestiere, ma perché voglio restare sempre pulita e non pigliare malanni. Dio ni scanza, il pericolo c’è sempre. Appena cominciai il lavoro, che era semplice, l’uomo si cominciò ad annacare un poco di qua e un poco di là. – Che succede? Dissi. Mi rispose: – Nulla, è che mi scrupulio. Gli dissi che non si aveva di che affrontarsi, perché era una cosa necessaria e che lei faceva tutto senza scrupolo e non ci badava a niente. Dopo passai al rasoio e per non ci fare male, con la mano sinistra tirai verso l’alto il suo “coso” che era flaccido e pareva tutto morto. Finita la rasatura passai la spazzola per levare eventuali peli tagliati. Per fare questa cosa ebbi a sollevare anche “i cosi” che stavano al di sotto del “coso”. Fu a questo punto che... il morto. risuscitò e mi vidi sbroccolare in mano una specie di torre di Pisa di carne che mi lasciò stralunata e senza parola. Lo taliai di sghimbescio con l’occhio sorpreso, quasi per rimproverarlo e lui mi corrispose facendo spallucce, quasi a dire: – che non l’aveva fatto apposta e che non ci poteva fare niente. Caro diario, mi attrovai veramente a disagio con quel coso duro tra le mani, che non melo aspettavo e che non mi era capitato mai con un malato e con la moglie alle spalle. Mi chiedi cosa feci?… Niente! Lo disinfettai con il disinfettante, ci detti una timpulatedda, come per dire non farlo più, riabbottonai la cammisa al povero paziente, che era diventato rosso in faccia e uscii e meno male che la moglie non avesse visto perché senò chissà chi cosa poteva pensare di me che sono una poco di buono e invece faccio il mio lavoro con coscienza senza scrupoli nel vedere le cose intime, che sono sempre vestite. E dire che quel coso mi sembrava proprio morto. Mai fidarsi delle apparenze. Non me l’aspettavo quella riuscita fuori del tempo e con i capelli che erano bianchi…

 

 

 

UN BRUTTO SCHERZO

 

Dopo qualche mese dalla mia assunzione a Catania nella qualifica di capostazione, si verificò una coda di assunzioni di “alunni d’ordine” (che poi saranno chiamati assistenti). Di questi ultimi ricordo che quattro o cinque furono destinati a Catania Centrale. Naturalmente anche questi ultimi assunti non erano catanesi, come del resto anche quelli precedenti del mio corso, tranne tre tra i quali io. Tra gli assunti dalla coda ne ricordo solamente due per un fatto particolare. Uno era un giovane, un po’ più grandicello di me, nativo di Valguarnera. Un tipo taciturno, introverso, ma non cattivo. Anzi nei confronti delle nuove conoscenze si comportava con molta delicatezza, forse eccessiva. Non ho mai avuto la pretesa di essere uno psicologo, ma dai contatti avuti, trassi la conclusione che fosse affetto da un complesso d’inferiorità. In effetti non era una bella presenza. Tarchiato, con tendenza all’obesità, un viso da luna tonda, capelli ricci, occhi non molto grandi e orecchie a sventola. L’altra persona, era una donna, giovane anche lei, biondina, occhi azzurri, uno sguardo e un corpicino da sballo. Era nativa di Palermo e a causa della sua assunzione a Catania, fu costretta a trasferirvisi. Nei giorni di riposo, lasciava Catania per raggiungere la sua famiglia e anche il fidanzato. Era molto estroversa, comunicativa e simpatica. Dialogava con tutti e non aveva remore ad allacciare rapporti di amicizia con i colleghi, comportandosi con naturalezza e gentilezza. Il povero carrapipano (Caropepe si chiamava una volta Valguarnera), che forse mai aveva avuto modo di parlare con una donna, fu attratto moltissimo della ragazza. Diciamo pure che si innamorò ma non osò mai farle alcuna avance. Era troppo timido per osare tanto. Si limitò solamente a esternare la sua passione a un altro collega che, purtroppo, era un tipo molto leggero e incline a fare scherzi. Dopo circa un anno di permanenza a Catania, la neoassunta palermitana trovò il modo di ottenere il trasferimento a Palermo Centrale. Salutò tutti e con il tradizionale doppio bacio sulla guancia, i più intimi, tra i quali quel suo ignoto spasimante, che diventò sempre più pensieroso e introverso. Quel birbante del collega che conosceva la sua passione, pensò di mettere su uno scherzo. Scrisse una lettera d’amore a firma della collega trasferita e diretta al timido innamorato, in cui dichiarava di essere andata via da Catania con la morte nel cuore esternandogli di amarlo. La lettera fu resa credibile, poiché fu spedita per posta con l’indirizzo specifico del destinatario. Appioppato il francobollo, la lettera fu imbucata nel bagagliaio postale diretto Palermo. Sicché, giunta a Palermo, fu rispedita, a cura delle Poste, a Catania con l’annullamento del francobollo con il timbro dell’ufficio palermitano. In sostanza la lettera aveva tutti i crismi per essere considerata credibile, compresa la data postale col timbro delle Poste di Palermo sulla busta. L’effetto fu che l’innamorato prese il treno per Palermo e giunto dove lei prestava servizio, abbracciò l’oggetto dei suoi sogni cercando di baciarla. Naturalmente fu respinto e lascio immaginare con quale reazione e veemenza. – Ma chi si’ foddi! – Gli fu detto in faccia senza mezzi termini. Fu quella la goccia che fece traboccare il vaso. Dopo quel viaggio a Palermo, il povero uomo, pur presentandosi regolarmente in servizio all’Ufficio Telegrafo, cominciò a dare segni evidenti di squilibrio mentale. Lo si vedeva passeggiare lungo il marciapiede del primo binario, fermarsi davanti a un pilastro della pensilina e parlare come se discutesse con qualcuno e poi riprendere a passeggiare agitando le braccia. Ogni giorno era sempre più immerso in questi suoi soliloqui, andando in escandescenza. Un bel giorno non lo si vide più. Finì ricoverato in un ospedale per alienati mentali, dove, come seppi dopo molto tempo, finì i suoi giorni. 

 

 

 

UN’ASSURDA REALTÀ

 

Nel salottino d’attesa della clinica Falcidia in piazza Mancini – Battaglia di Catania il neo papà attendeva in apprensione la nascita del suo primo figlio. Di tanto in tanto si alzava dalla sedia, girava intorno al tavolo centrale, scambiava qualche parola con gli altri parenti, stringeva i pugni di entrambe le mani fino a farsi male con le unghie, poi si avvicinava alla porta al di là della quale vi era la sala parto e, dopo aver vinto la tentazione di bussare, si allontanava. Era lì, in attesa del lieto evento, da circa un’ora. Dietro quella porta vi era la sua Ciuzza, che stava dando alla luce il frutto del suo amore. Avrebbe preferito che il parto fosse avvenuto nella loro casa di Via Porto Ulisse, ma sua suocera non era stata d’accordo poiché, come le aveva spiegato il dottor Gretter, trattandosi di puerpera di prima volta, non era prudente lasciarla dare alla luce a casa. Pertanto, alla “rottura di l’acqui”, come da precedenti accordi, fu subito portata con l’ambulanza in clinica. “Figghiu miu, Ciuzza è primarola. È bene essere prudenti”. Con queste parole Turi Bellassai, contro la volontà di sua madre, che era di parere contrario, si era convinto che la prudenza in queste cose non era mai troppa. E poi conosceva il dottor Gretter e di lui si fidava. Se ne parlava bene in tutta l’Ognina e inoltre era anche tedesco, e come si sa i tedeschi sono gente seria e precisa nelle loro cose. A lui aveva affidata Ciuzza, che era la luce dei suoi occhi e le voleva un gran bene. Non gli importava niente se avesse dovuto pagare la stanza in clinica. Anzi pretese che gliene fosse assegnata una con due letti per esserle vicino nei primi giorni dopo il parto. Inoltre, proprio a pochi metri dalla Clinica vi era la chiesa della Santa Bambina, dove si era sposato e per lui quell’accompagnare sua moglie in quella clinica era come affidarla alla madonna. La sua Ciuzza l’aveva conosciuta proprio lì una domenica durante la Santa Messa. Egli abitava in via Acque Casse e la domenica andava a Messa proprio in quella chiesa. Non l’aveva mai notata prima, ma quando la vide per la prima volta gli sembrò di vedere la stessa madonna discesa dall’altare per farsi ammirare dal popolo. Era bella, bionda, esile, semplice con gli occhi azzurri, le gote rosee e le labbra con un bel sorriso che la rendeva particolarmente attraente. L’unica paura era che lei non accettasse il suo amore. Non era certamente un uomo ricco e questo era il suo unico cruccio, dal momento che pensò subito al matrimonio. Fece di tutto per farsi notare e non trovando il modo e la maniera per avvicinarla si rivolse al parroco per fare da mallevadore nei confronti della famiglia. Non era ricco, ma facendo il pescatore con la paranza ereditata dal padre, riusciva a guadagnare abbastanza per poter mantenere la sua futura famiglia. Non è che in Sicilia i parroci abbiano la funzione di paraninfi! Però, talvolta, non si tirano indietro davanti alle buone aspirazioni di giovani votati all’amore con intenzioni serie cioè, volte al santo matrimonio, che sempre un sacramento è. Ciuzza, interpellata, avendo notato già da qualche tempo le intenzioni di Turi, disse subito di sì. Anche i suoi genitori acconsentirono alle nozze. Fu così che arrivò al matrimonio felice e contento. Ora era lì in quel salottino ad attendere di diventare anche padre e l’ansia non gli dava pace. Alla fine la porta si aprì, l’ostetrica lo chiamò e gli disse che poteva raggiungere sua moglie nella stanza, dove avrebbero portato pure il pargoletto dopo gli accertamenti medici di rito.

Egli si precipitò senza nemmeno ringraziare e corse lungo il corridoio fino a raggiungere la stanza indicata. Si avvicinò al letto e baciò la sua Ciuzza con tenerezza. Le accarezzo le gote e i capelli. Era provata e notò che piangeva; di gioia certamente per averlo reso padre. Lei provò a borbottare, ma non riuscì a parlare. “Statti muta! Non parlare, non ti sforzare. Appoi mi cunti tutti così... Riposati adesso. Aspetta ho dimenticato una cosa”. Uscì dalla stanza e ritornò nel salottino, dove aveva dimenticato sul tavolo il mazzo di fiori che aveva fatto confezionare prima. Lo prese e ritornò nella stanza insieme agli altri parenti. C’erano tutti: i suoceri, sua madre, la sua sorella maggiore, sua zia. No! Suo padre non c’era più; era volato in cielo molti anni fa, quando lui era piccolo. Era al colmo dell’eccitazione. “Unn’è? Tu stai bene vero? Sono felice felice… Ma perché piangi ancora? Vedrai tutto passerà e starai bene nuovamente”. Finalmente arrivò la culla; una specie di cesta, dove si sentiva un bambino strillare portata dall’infermiera. Sorrise, pensò alla cesta dei pesci appena tirati fuori dalla rete che guizzavano. Il suo bambino era là, che guizzava anche lui. Non lo aveva visto ancora, ma sapeva che i bambini, quando piangono, agitano le manine e i piedi. Appena l’infermiera lo depose nella vera culla, si avvicinò, scostò il lenzuolino e rimase di stucco. “Vi siete sbagliati” – gridò all’infermiera – “questo non è mio foglio. Non può essere”. L’infermiera guardò il braccino del bimbo, intorno al quale vi era un braccialetto con un numero, che lesse e confrontò con quello annotato su un foglio. C’erano stati tre parti quella mattina. Forse si era sbagliata. “No” – rispose – “è il vostro bambino”. Non poteva essere suo figlio.

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Io e mia moglie semu janchi (di etnia bianca) e questo è nivuru (negro). Mentre parlava, sentì la moglie singhiozzare. La guardò stupito. Guardò gli astanti e disse: Dov’è il dottore. Voglio parlare con il dottor Gretter. Vi siete sbagliati di sicuro. Ve lo dirà lui. Così mi crederete. Così dicendo corse fuori dalla stanza come un forsennato ed entrò nello studio dove l’ostetrico stava procedendo alla disinfezione delle mani. “Dottore, quel bambino non è me figghiu. Hanno sbagliato io e mia moglie semu janchi e u picciriddu è nivuru”. Il medico lo guardò e senza mezzi termini affermò: “La madre è sicuramente sua moglie. È stata lei a partorirlo. Più di questo non so dirle al momento. Può anche darsi che lei non sia il padre o che lo sia. Bisogna fare degli accertamenti”. “Ma di quali accertamenti va parlando, Dottore. Vuole forse dire che mia moglie mi ha tradito e che il figlio non è u me’? Impossibile!” Impossibile, si ripeté mentalmente e d’improvviso si arrestò come bloccato. Ecco perché Ciuzza piangeva. Lei aveva già visto il bambino e forse voleva dirmi di avermi tradito. Ma con chi? Un negro, un mulatto. Ma dove l’aveva trovato se di negri e mulatti a Catania non ve n’è nemmeno l’ombra! Si sedette sulla sedia che gli stava vicino. Si mise la testa tra le mani. Era paonazzo. Tradito, tradito. Dopo appena qualche mese dal matrimonio. Quella era la prova evidente. Intanto il Dottor Gretter aveva finito di fare le sue abluzioni post-operatorie e sedutosi dietro la scrivania, osservò il giovane padre che sembrava delirasse. “Si calmi, giovanotto. Avere un figlio mulatto non è la fine del mondo. Si calmi. A me è il primo caso che capita, ma le mie supposizioni combaciano con quanto ho appreso dalla letteratura medica. Il Mendel ha scritto...”

“Allora è stato questo Mendel. Quello che le ha scritto e che è anche negro”. “No, non dica sciocchezze. Mendel è uno scienziato che è vissuto tanti anni fa e non è nemmeno negro né mulatto. Egli, osservando la riproduzione di un topolino nero e una topolina bianca, ha scoperto che esiste una probabilità che tra i figli ne nasca uno completamente bianco o completamente nero, pur essendo portatore delle caratteristiche di entrambi, mentre gli altri erano bianchi con chiazze nere. Se questo elemento, quindi, si accoppia con un altro topo, sia esso solo bianco o solo nero, può dar luogo a un mulatto. Insomma, in base alle leggi di Mendel quello che è capitato a lei e sua moglie è possibile, anzi è previsto dalla scienza”. Il povero Turi non capì un granché di ciò che diceva questo Mendel, ossessionato dal fatto che la moglie lo avesse tradito. Il buon dottor Gretter lo capì e ripeté il discorso illustrandolo con un esempio. Prese un foglio e vi segnò un cerchietto rosso e uno nero. Nella riga successiva segnò un cerchietto rosso e altri quattro per metà rossi e metà neri. Indi, accanto al rosso mise un altro cerchietto nero e nella successiva riga segnò ben cinque punti che erano tutti per metà rossi e metà neri. Turi Bellassai, che solo di pesci s’intendeva, restò sbalordito e incredulo davanti a quell’esposizione e alla conseguenza cui arrivava il dottor Gretter e cioè che uno dei due, cioè lui o sua moglie fossero sicuramente figli di un negro o di un mulatto, pur sembrando entrambi bianchi. Pertanto sua moglie non lo aveva per niente tradito, esistendo solo il fatto che il tradimento fosse avvenuto a monte. Non gli restava che torchiare i suoceri e la madre, unica sopravvissuta dei suoi genitori. “Ma semu sicuri ca è d’accussì, dottore?” Ricevuta l’assicurazione del dato scientifico, cominciò a interrogare la madre, venendogli il sospetto che la causa della negritudine del figlio fosse proprio lei. 

Suo padre, lui, non lo aveva mai conosciuto. Chi era veramente suo padre? La madre non gliene aveva mai parlato. La povera donna, ormai vecchia e dimentica di quello che le era successo molto tempo prima, messa alle strette, confessò e spiegò al figlio cosa effettivamente le fosse accaduto. Era l’anno 1943. Gli Americani erano sbarcati in Sicilia, senza una vera resistenza da parte della popolazione affamata e priva di difesa. Da parte loro gli Americani, giunti in Sicilia senza tanti complimenti si dettero alla pazza gioia e trovarono, tra l’altro terreno morbido nei confronti delle donne, che o per sopravvivenza o nella speranza di poter sposare qualcuno di quei ragazzoni d’oltreoceano furono molto accondiscendenti. Lei fu corteggiata da un certo Philip Baker, un negro molto gentile, che disse di volerle bene e di volerla sposare. Lei era in verità già sposata e aveva pure una figlia; del marito non aveva avuto più notizie e poi… Insomma lo amò. Fu dopo quasi un mese che aveva ceduto al soldato americano, che arrivò lacero e malridotto il marito reduce dall’Albania. La relazione fu per questo motivo interrotta, non avendo più la possibilità la donna di lasciare il marito e seguire il soldato americano. Chiaramente riprese i rapporti con il marito. Si accorse di essere incinta, ma non capì chi potesse essere dei due il padre del figlio nascituro. Nel dubbio non disse nulla al marito della relazione avuta, rimandando l’eventuale decisione in seguito, se proprio ne fosse stato necessario. Dopo i fatidici nove mesi, forse quindici giorni prima, dette alla luce un bambino che era bianco e, pertanto nulla disse al marito che lo riconobbe come suo, anche se, in verità, non molto somigliante in viso. Quel bambino era lui, Turi Bellassai, che nel fisico assomigliava al soldato americano, tranne il colore della pelle.

 

 

 

LA LEGGENDA DEL CASTELLO DI LEUCATIA 

 

– Cummaredda, vi dicu ca è ancora viva – disse la signora Concetta all’amica Rossella, volgendo lo sguardo verso il castello riattato, mentre si attardava a scegliere una sciarpa da una massa di vestiti esposti alla rinfusa sul carrettino del venditore ambulante. Come ogni venerdì, era solita frequentare il mercatino rionale antistante la Piazza “Viceré” e l’occasione era buona per incontrarsi con qualcuna delle sue amiche e ciarlare di un po’ di tutto. La signora Concetta, ormai avanti negli anni, aveva ripreso una discussione nata qualche settimana prima e riguardante il castello che era stato riattato e agghindato come fosse nuovo a spese del Comune di Catania per farne un centro culturale. – Vi dico che l’ho vista ed era ammirata di vedere come fosse stato rifinito, ma aggiunse che non era contenta di vederlo, ma era costretta a visitarlo ogni notte e per sempre. – Ma che vai dicendo – rispose l’amica – Sono frutto della tua fantasia le cose che mi racconti. Io, che abito vicino casa tua e come te ho la possibilità di scorgerlo questo maniero, non l’ho mai vista né di giorno, né di notte. La discussione verteva su una diceria, secondo la quale il castello fosse abitato da fantasmi o esseri, costretti a non farsi vedere di giorno, ma a vivere di notte. Non tutti avevano il dono di poterli vedere e dialogare con loro. La signora Concetta era convinta di appartenere a quel rarissimo gruppo di persone cui è consentito di avere questo dono. Aveva raccontato all’amica che un giorno (e precisò la data!) quella donna aveva bussato alla sua porta e dopo essere entrata, sedutasi sul divano del salotto, le aveva raccontato tutta la sua storia. Le disse di chiamarsi Angiolina ed era bellissima, vestita con un abito da sposa, tutto bianco. Aveva i capelli neri e una corona di fiori bianchi sulla testa. Raccontava di venire al castello quasi ogni notte per incontrare il suo perduto amore, un ragazzo della sua età che si chiamava “Affieddu”, ma non riusciva a incontrarlo mai. Lo aveva perduto per sempre e piangeva, ma sperava sempre di rivederlo. Da quel giorno, Ella non mancò mai di venirla a trovare. Erano diventate amiche e così seppe che era la figlia di “uno che contava” a Catania. Suo padre, un commerciante ebreo, che aveva fatto fortuna a Catania, ricchissimo, l’aveva allevata con molta cura, essendo l’unica sua erede. Per questo, quando compì diciotto anni la fidanzò con uno che era molto più anziano di lei, ma che aveva “u cappeddu autu” (il cappello alto). Un modo di dire per significarne l’appartenenza all’alta società. Ma lei, l’Angiolina, era fidanzata di nascosto con l’Alfieddu, un suo lontano cugino, che aveva l’unico difetto di non avere quel benedetto cappello alto. Quel difetto, per il padre, fu ritenuto insormontabile. Il fidanzamento da lui stabilito, ebbe luogo e, per l’occasione, come si usava a quei tempi, fu anche stilato il rogito notarile. Proprio in esso era sancito che veniva dato, come dono di nozze, il castello che stava sorgendo sul piano di Leucatia, in Catania, laddove un tempo esistevano i resti di un tempio pagano e una necropoli. La povera Angiolina andò in depressione e, vista la decisione irremovibile del padre, un giorno, salita sulla più alta torre del castello in costruzione, si buttò sull’antistante selciato. Naturalmente morì, ma il suo spirito rimase a vagare nel tempo, conservando il suo affetto amoroso verso il fidanzato nascosto, che non poté mai incontrare poiché quest’ultimo essendo morto di morte naturale non rimase spirito vagante come lei. La giovane Angelina, raccontò pure che il padre, afflitto per la fine della figlia, vendette il castello in costruzione e con il ricavato della vendita, fatto imbalsamare il suo corpo, fece costruire nel cimitero di Catania una cappella gentilizia, dove ora giace e continua a vivere, con l’abito bianco da sposa che indossava. Era di là che il suo spirito ogni notte andava vagando alla ricerca del suo perduto amore, anche sotto le bombe dell’ultima guerra, durante la quale il castello fu requisito dalle truppe tedesche. In effetti, finita la guerra, il castello rimase disabitato e parzialmente rifinito, poiché si era sparsa la fama che fosse abitata dai fantasmi, e solo nel 1960 il Comune lo acquisì. Al tempo in cui la Signora Concetta raccontava la sua esperienza all’amica, il castello di Leucatia, non solo era stato rifinito in tutti i suoi particolari e in tutto il suo splendore, ma vi era stata già installata una Biblioteca Comunale e un funzionante centro culturale, dove recentemente, in data 23 ottobre del corrente anno 2018, è stata anche ripresentata al pubblico, a cura della casa editrice, la mia opera Siciliaeneide, una rivisitazione dell’Eneide virgiliana in endecasillabi sciolti dialettali. L’amica della Signora Concetta, in verità era molto scettica nel credere all’esistenza dei fantasmi. Pertanto ascoltò tutta la storia che le aveva raccontato con il beneficio d’inventario, anche se la ritenne molto interessante e dal sapore leggendario e romantico. L’essere scettica, però, non le impediva, da buona cattolica, a non credere nell’aldilà. Ella andava regolarmente a messa tutte le domeniche e non ometteva di seguire tutte le opere e i riti di pietà religiosa, compresa l’usanza di visitare i cimiteri nella fatidica data del 2 Novembre di ogni anno. Fu così che per la festa dei morti, andata al cimitero per mettere dei fiori in alcune tombe abbandonate, venne attratta da un gruppo di persone che attendeva il turno davanti all’ingresso di una vecchia cappella, per entrarvi. Chiese chi fosse il personaggio che era lì sepolto e si sentì rispondere “A mummia di Catania”. Fu per la prima volta che

apprendeva esservi a Catania una mummia. Per quanto ne sapeva, le mummie facevano parte della storia degli Egizi… Fu curiosa. Attese anche lei il suo turno e infine, quando entrò nella cappella, che tra l’altro versava in condizioni pietose, vide una teca in vetro, dove dentro giaceva una donna giovane, intorno ai venti anni, tutta vestita di bianco, che richiamava alla mente l’abito caratteristico di una sposa. Intorno a lei delle bambole e dei fiori freschi, che mani pietose avevano posto. Legò quella figura ai discorsi della sua amica e capì che “qualcosa” di metafisico e trascendentale vi era tra la realtà del Castello e la storia in questione. Esisteva per davvero una fanciulla, chiamata Angiolina, che si era uccisa per amore, buttandosi dalla torre più alta del castello e che continuava a vivere da mummia nel cimitero di Catania... Come non bastasse, anche il giornale LA SICILIA in seguito si occupò della faccenda, che era anche storica e legata alla nascita del Castello di Leucatia. Per quanto mi concerne, ho approfondito in seguito questo argomento e da notizie acquisite da Internet, ho appreso tutti i particolari di questa leggenda sulla Mummia di Catania, legata al Castello di Leucatia e che la giornalista Rossella Jannello ha anche pubblicato un libro intitolato “La bella Angiolina” sull’argomento, dove si parla anche della vecchia cappella della Famiglia Mioccio, cui apparteneva la giovane suicida, che è stata infine tumulata cristianamente, mettendo fine alla leggenda esoterica. Anche per Catania, vige la costante leggendaria, che tutti i castelli antichi pullulano di fantasmi. Però bisogna riconoscere che la storia esoterica del Castello di Leucatia è veramente permeata di romanticismo e di leggenda, ricca di significati profondi, legati al passato. 

 

 

 

 

BREVE STORIA DEL CALCIO CATANESE

 

Come quasi in tutte le città d’Italia, il calcio ha origini dilettantistiche e d’importazione britannica. Intorno al 1910, quando già da circa dieci anni la squadra di football di Genova aveva conquistato il suo primo trofeo, nella città di Catania avvenivano degli incontri occasionali con delle squadre di marinai inglesi di transito nel porto della città, giocati nell’ampio spiazzo della villa Bellini, dove adesso i bambini ruzzano con i loro piccoli semoventi giocattoli. Successivamente le partite venivano disputate in un altro campetto nei pressi dell’attuale aeroporto di proprietà del DLF (dopolavoro ferroviario) della stazione di Acquicella. Solo nel 1928 apparve il primo rudimento sportivo organizzato sotto il nome LA CATANESE dai colori rossoazzurri, tipici della città. L’anno successivo fu ribattezzata “Società Sportiva Catania”. In questa fase iniziarono ad aver luogo delle partite contro altre squadre dell’hinterland della Sicilia Orientale, quali Messina, Siracusa ed altre città di minore importanza. Fu questo il periodo in cui nacque il “tifo” per i colori della squadra nell’animo dei catanesi, con episodi di aperto sostegno sportivo, discussioni, critiche, suggerimenti, giustificazioni e quant’altro adesso avviene. La partite contro le squadre avversarie avvenivano “dentro casa” oppure “fuori casa.” In quest’ultimo caso i giocatori si spostavano, poche ore prima dell’incontro, con delle automobili attraverso le strade non molto efficienti in verità. Sicché l’operazione influiva negativamente sull’eventuale risultato ed era motivo di discussione tra i tifosi che imputavano la sconfitta ai tornanti delle strade, ai sussulti delle automobili, responsabili, ora del malore del centravanti, ora alla perdita di intuito del portiere o altro difensore. Nonostante il moltiplicarsi dei tifosi, pochi di costoro riuscivano a seguire la squadra in trasferta nelle varie località, contrariamente a quello che avviene adesso. A dare un impulso nuovo e un indirizzo ben definitivamente tracciato al calcio catanese, fu senza dubbio l’avvento del PNF per l’alto l’interesse che il regime aveva per gli avvenimenti sportivi. La Società Sportiva Calcio Catania venne ribattezzata “Associazione Fascista di Calcio Catania” e come terreno di gioco le venne assegnato la Piazza Esposizione, corrispondente all’attuale piazza Giovanni Verga, quando ancora non esistevano né l’attuale albergo Excelsior né il Tribunale né tanto meno la fontana dei Malavoglia. Venne ufficializzato tutto, dai colori della squadra, alla gestione di tutto il sodalizio, con un “mecenate” regolarmente scelto dal Podestà e ovviamente riconosciuto dai giocatori, nonché dai tifosi. Soltanto nel 1938, venne abbandonato il terreno di piazza Esposizione, per l’assegnazione del costruendo stadio Cibali, dove non si attese l’ultimazione dei lavori per consentirne l’uso. Solamente in data recentissima sono stati apportati dei lavori di completamento, quando ormai lo stadio Cibali aveva cambiato nome, essendo stato intestato ad Angelo Massimino, per i suoi alti meriti sportivi e la sua tragica scomparsa. È da dire che, ancor prima dell’assegnazione del “Cibali”, mecenate l’eminentissimo ed eccellentissimo Duca di Misterbianco, era riuscito a provare il brivido della promozione in serie A. Sotto la guida di costui, si era riusciti a formare uno splendido squadrone che alla fine del campionato di serie B, dove era precedentemente passato muovendo dalla serie C, era in testa alla classifica a pari merito del Genoa. Si rese necessario lo spareggio, che il Catania stava per vincere. Si racconta che l’illustre mecenate, preoccupato di non poter sostenere le spese per il mantenimento della squadra in serie A, sia intervenuto presso i giocatori, durante l’intervallo, pregandoli di astenersi dal vincere la partita e così fu! A causa di motivazioni economici il Catania nel 1940 si trovava a militare in serie C. Solamente alla fine del girone 1942/43, regolarmente vinto, passò in serie B. In seguito allo sfacelo bellico, insieme a tutta l’organizzazione calcistica, anche il Catania venne assorbito dalla tragedia nazionale e tutto fu perso. Passata la bufera, nel dopoguerra nacquero i nuovi germogli del calcio cittadino (la Virtus. La Catanese, l’Elefante), l quali confluirono nella formazione della nuova Società “Club Calcio Catania”, i cui colori furono sempre quelli rosso-azzurri ed il cui primo presidente fu Santi Manganaro. La squadra venne assegnata alla serie C Bisogna attendere il girone 1948/49 per il salto in serie B sotto la guida di Arturo Michisanti, che riusci a portare la squadra alla soglia della serie A, senza, purtroppo riuscirci. Soltanto successivamente, sotto la guida del presidente Giuseppe Rizzo la squadra fece il grande salto in serie A, restandovi per un solo anno e e retrocedere ancora dalla B in serie C in seguito al coinvolgimento in uno scandalo, in cui erano anche coinvolti molti arbitri. Solo nel 1960/61, presidente Ignazio Marcoccio, allenatore Di Bella, il Catania ritornò in serie A restandovi per ben 6 anni e retrocedendo nel 1965/66 in serie B, dove stazionò fino al 1970, anno in cui, presidente Angelo Massimino, allenatore Rubino, fu promosso in serie A. La permanenza fu di un solo anno con la disperazione del povero Massimino, che la “favola metropolitana” vuole alla ricerca “dell’amalgama” dei giocatori a costo di doverla comprare a qualunque prezzo.. La discesa fu inarrestabile fino al 1974, quando il Catania ritornò in serie C. 

Solo nel 1980 il Catania fu promosso in serie B e nel campionato 1982/83 la squadra per la quarta volta ritornò in serie A per merito espresso dell’allenatore Di Marzio. Ma nel 1984 la squadra retrocedeva in serie B concludendo il campionato in all'ultimo posto e sfiorando la retrocessione in serie C2 per deficienze economiche e quant’altro. Sorvolando sugli avvenimenti sportivi di questi ultimi anni, in cui vi sono state alterne vicende di gioia e dolore per i tifosi, dei quali alcuni finirono per definirsi “ammuccalapuni”, cioè, dei poveri minchioni che credono “a matula” nella rivincita della squadra e nel riscatto sportivo della città di Catania calcistica, alla luce di ristrettezze economiche, nonché scandali e lotte per la poltrona di presidente, siamo giunti ai nostri tempi che vedono la squadra militare, non tanto brillantemente, in serie cosiddetta “pro”, che altro no è se non la serie C. Pur non spegnendosi l’eco dei malcontenti e delle critiche salaci alla vendita di questo o quel giocatore ed alle critiche più attente sulle decisioni societarie ed anche arbitrali, non cessa la speranza dei tifosi di rivedere la squadra giocare i serie A, sognando favolosi scontri con le squadre migliori di sempre quali la Juventus, il Milan, l’Inter ed altre che sembrano aver piantato in eterno le tende in serie A. Mi piace evidenziare, che in queste sue alterne vicende, il Catania ha sconfitto sul campo, squadre di indubbio valore, quali quelle sopra elencate e che inoltre sotto i suoi colori, hanno militato giocatori non solo mediocri, ma anche di alto rango, quali Bearzot, Carapellese, Nordhal, Calvanese, Seveso, Spikoski, ed è poi da dire che è nato a Catania il nazionale Anastasi, stella brillante del calcio siciliano passato. Ricordo altri nomi, quali l’ormai scomparso Preosti, che fu detto anche il “motorino della C” e la coppia Petrigno, e Luvanor, promesse sudamericane che furono croce e disastro per quello che costarono d’ingaggio.

Naturalmente la storia del Calcio catanese non finisce qui. Essa continua nel suo cammino verso la meta di sempre maggiori e migliori traguardi e l’augurio migliore è quello che la cittadinanza possa godere del piacere, anche se del tutto effimero, di possedere una squadra di calcio veramente efficiente e di cui andare fieri.. L’altro augurio è, che mai più possano ripetersi gli scandali lamentati, nonché le intemperanze delle tifoserie, le quali, proprio al Massimino, si sono rese protagoniste di gravi fatti, realizzando anche una vittima tra le forze dell’ordine. 

 

 

 

CATANIA TRA L’ETNA E IL MARE

 

Un vezzo della città di Catania è quello di rubare dello spazio al mare. Lo ha sempre fatto, fin dall’antichità più remota e in questo ha trovato un complice formidabile nel vulcano che è sempre stato la sua delizia e la sua croce. Una volta, dalla foce del Simeto fino ad Acireale e oltre il mare baciava dolcemente la terra sua limitrofa coprendola dei detriti che i suoi fiumiciattoli torrentizi coprivano. Tutta una striscia dorata di sabbia orlava la costa asportata dai torrentelli sopraddetti interrotta dal delta dell’Amenano e dalla larga insenatura più a nord dell’estuario del Longane. A modificare tale situazione fino a raggiungere l’attuale situazione, ha pensato l’Etna vomitando a più riprese nel tempo fiumi di lava che hanno sepolto la spiaggia e parte di mare. Sicché laddove vi era spiaggia adesso vi è roccia nera avanzata in scogli contrastanti la furia dei marosi nel tentativo ormai vano di riconquistare lo spazio perduto. Le ruberie effettuate dal vulcano sono: il porticciolo di San Giovanni Li Cuti, un ammasso di scogli neri proiettati nel mare; le rocce dell’Armisi, un cocuzzolo montuoso e lavico accalcatosi sul mare su cui, in seguito, è stata allocata la stazione ferroviaria di Catania Centrale; l’attuale piazza del Castello Ursino, che in origine era una baia dove lo Iudicillo, un ramo dell’Amenano sversava le sue acque; la piazza Mancini Battaglia di Ognina, che altro non era se non l’estuario del Longane e che in pratica era il vero porto naturale di Catania ed era così ampio da poter dare asilo a tutta la flotta navale spagnola di quei tempi.  Era rimasta ancora alla mercé del mare una striscia di spiaggia lungo gli attuali archi della marina che creava, tra l’altro, una insenatura, adibita a porticciolo per imbarcazioni di piccolo cabotaggio. 

A rubare questo ultimo pezzo di mare ha pensato la tecnologia umana creando per l’appunto gli archi a sostegno della linea ferroviaria e successivamente l’attuale Piazza Borsellino, ex Alcalà, che altro non è se non il vecchio porticciolo arabo rifugio di pescherecci, riempito con le macerie prodotte dai bombardamenti dell’ultima guerra, ai quali fu sottoposta la città. Se Catania era avvezza a rubare spazio al mare, con l’aiuto del suo vulcano protettore, a sua volta veniva derubata del suo territorio interno da quest’ultimo, che in preda alle sue eruzioni tutto investiva e bruciava, compreso il fiume sulle cui sponde era adagiata e demolendo anche con i suoi “tremuoti” le case risparmiate dalla lava. Quasi nulla è rimasto della Catania antica greca e romana. A Nord le sue mura furono inghiottite dalla lava, lasciando a testimonianza il rudere della Torre del vescovo. La stessa colata lavica, che poi proseguì fino a coprire la baia sul cui estremo sorgeva il Castello Ursino, aveva distrutto il lago di Nicito, formatosi precedentemente forse con le acque dello stesso Amenano, frenate da una precedente colata eruttiva e coperto in parte lo stesso Amenano ed il Longane che scorreva più a Nord. Da circa trecento anni, l’Etna decide di sfogare i suoi bollori nel versante a Nord, dove si è creata una vasta depressione, chiamata la valle del Bove, dovuta di certo a una implosione del suo fianco, che distrusse il mitico fiume Aci. Sembra che la pace sia stata ristabilita tra l’Etna, il mare e la città, che lentamente, ma progressivamente, ha cominciato a riconquistare i luoghi di cui era stata defraudata, inerpicandosi sulle falde del vulcano con i suoi moderni edifici, non trascurando di costruire ed ampliare sempre di più il suo porto artificiale sorto verso Sud. Purtroppo, il risveglio del vulcano, monitorato con molta attenzione, costituisce la spada di Damocle che pende sulla città, poiché statisticamente, è stato accertato che ha fatto le bizze e mostrato i denti nei confronti della città in media ogni trecento anni. A sedare ogni preoccupazione in merito pensa la fede in Sant’Agata, la protettrice della città, il cui velo, gelosamente conservato e venerato, pare abbia la forza di fermare la lava incandescente e di calmare la furia del vulcano. Anche per questo, oltre all’amore per la vergine martire, i Catanesi venerano la loro patrona e credono nel suo leggendario potere.

 

 

 

 

I VIGNETI DELL’ETNA

 

Come gli altri anni, sono stato invitato ancora da Saro a vendemmiare nel suo poderetto di Algirazzi sull’Etna. Finite le operazioni di raccolta e spremitura dell’uva, tutti i convitati hanno partecipato alla rituale mangiata di salsiccia e carne arrostita, preceduta dalle immancabili olive bianche condite e quelle nere all’olio e dal vino rosso dell’anno scorso. In questo frangente mi sono fermato a osservare i filari delle viti, regolarmente sostenute da paletti infissi nel terreno e legati tra di loro con del fil di ferro. Mi sono detto che di sicuro tutto quanto era frutto del lavoro meticoloso di Saro e quei grappoli neri e lucenti saturi di acini brillanti come perle tra il fogliame erano la giusta ricompensa di tanto lavoro. Ma guardando più attentamente, come fosse la prima volta, mi saltò agli occhi l’andamento in pendio di tutto il terreno, disposto a gradoni pianeggianti sostenuti da muretti a secco in pietra lava. Erano strisce di pianori non molto ampie ma capaci di ospitare ben due filari di viti. Essi giravano intorno al terreno in pendio e consentivano il passaggio dall’uno all’altro, sia in discesa sia in salita, con delle rudimentali scalette pure in pietra lava. Mi saltò subito alla mente che il lavoro impiegato per la vendemmia rispetto a quello per costruire solamente quei pianori e quei muretti era ben poca cosa. Mi resi conto di essere davanti all’opera non di un solo anno, ma di tanti anni. Tutto quanto, vendemmia, filari di viti, paletti, terreno nero, muretti a secco erano l’apparato storico dei vigneti dell’Etna. Sicuramente, una volta, tutto il terreno dopo essere stato invaso della lava era rimasto lì chissà per quanti anni a subire l’opera distruttrice degli elementi naturali, quali vento, pioggia, neve, fino a rendere friabile le rocce e ridurle in gran parte in sabbia e terra idonea a ospitare la vegetazione.

Certamente era stato opera del vulcano e della natura, ma i pianori e i muretti a secco non facevano parte di codesto lavorio.Fu a questo punto che intervenne la mano dell’uomo. Il suo lavoro fu certamente grandioso e la spinta a eseguirlo veramente forte. Chi si predispose a vivere su quei terreni, sicuramente in un primo tempo pullulanti di selvaggina, pensò di poterne trarre alimenti per il suo sostentamento. Fu quella, certamente, la fase in cui l’umanità passava dal nomadismo legato alla caccia allo stanziamento stabile legato all’agricoltura. Bisognava rendere pianeggiante tutto ciò che era in pendio e non solo. Bisognava costruire delle dimore capaci di resistere al vento, alla pioggia e alla neve. Forse fu per questo motivo che si cominciò a raccogliere pietre laviche, lasciando ampi spiazzi di terra pianeggianti sostenuti da muretti a secco con il materiale raccolto. Fu questo un modo ingegnoso per usare contemporaneamente pietre rocciose improduttive e terra lavica idonea all’agricoltura. Tenendo conto che non solo il poderetto di Saro ha queste caratteristiche, ma anche gli altri territori attorno, vi fu certo un concorso frenetico alla conquista della montagna di uomini armati di picconi, pale e olio di gomto. Le macchine, i frantoi, la stessa dinamite erano di là da venire. Si sviluppò in questi luoghi un’attività agreste parallela a quella pastorizia e di allevamento. In virtù di queste considerazioni, sono andato a vedere l’evoluzione economica non solo di questo tratto dell’Etna, ma di tutto il territorio attorno al vulcano. Senz'altro i primi a colonizzare queste terre inospitali furono i Sicani e i Siculi, che la tradizione vuole essere oriundi dal lontano oriente, dov’era già nota la cultura dell’uva intorno al 4.000 a.C. In seguito in Sicilia arrivarono i Greci, i fenici e altre popolazioni dalla Troade, ma codesti nuovi arrivati si limitarono perlopiù a colonizzare le coste dell’isola legate maggiormente alla loro attività guerresca e commerciale.

Sostanzialmente intorno al periplo dell’Etna restarono arroccati quelli che sono considerati gli aborigeni, ossia i Siculi, misti ai Sicani. Possiamo, quindi dedurre che l’attività agreste sull’Etna sia stata prettamente opera di nostra fattura, senza intervento di tecnologie straniere che oggi abbiamo. Quei piccoli pianori, dunque, e quei muretti a secco sono opere ataviche prettamente siciliane e le culture che vi attecchiscono, comprese le viti, sono anch’esse nostrane. Del resto, se si va a indagare tra i termini tipici del nostro dialetto, incontriamo dei termini che possono essere legati a questa attività. Chissà quante volte avete sentito dire a chi è restio al lavoro: “vattinni a spitrari! (vai a spietrare la terra). Indubbiamente u spitriaturi era un mestiere conosciutissimo fin dai tempi più antichi e di cui se ne riconosceva la durezza. Agli spitriaturi seguirono i pirriaturi (rompitori di pietre) che con il tempo vennero chiamati scappellini, in quanto eseguivano il lavoro di squadratura delle pietre laviche con il martello e lo scalpello. Quest’ultima attività fu di gran lunga redditizia e largamente impiegata dato che la durezza della lava ben si adattava all’edilizia. S’intagliavano dei blocchi a forma di parallelepipedo, chiamate intoste, che venivano alternate nella costruzione dei muri, a filari di mattoni in argilla cotta, rendendo la costruzione molto resistente ed elasticamente compressa. Se si pensa che il cemento armato ancora non era stato inventato, è chiaro che questo materiale aveva un’importanza economica non indifferente. Se si pensa inoltre che le strade venivano pavimentate con le cosiddette basole di pietra lava la rilevanza economica era alquanto superiore, dal momento che il cosiddetto “asfalto” era di là da venire. L’attività di spitriaturi e pirriaturi fu frenetica e dagli imprenditori di allora fu considerata un'inesauribile fonte di ricchezza. 

Non ci si limitò alla costruzione di muretti a secco. Si pensò anche di conservare i manufatti in pietra lava per venderli alla bisogna. Grazie a questa precauzione intorno ai fianchi dell’Etna cominciarono a nascere sempre maggiori pianori, più o meno ampi, sostenuti da muretti a secco, con in un angolo agglomerati di forma quadrata o rettangolare di pietre intagliate, poste a strati, sovrapposti in forma piramidale per consentirne il facile prelievo. Col tempo i pianori sono diventati vigneti e gli agglomerati, gelosamente conservati, sono rimasti lì, inutilizzati, veri simboli di una tecnologia superata. Infatti con il progredire degli anni nell’edilizia è arrivato il cemento armato e nella viabilità l’asfalto. Di recente, qualcuno, incuriosito dell’esistenza di questi agglomerati di pietra intagliata e della loro forma a tronco di piramide, ha voluto trovare un nesso tra le piramidi egiziane e i nuraghi sardi, tirando fuori astruse considerazioni di ordine religioso e fantasiose teorie legate alla loro ubicazione, considerandoli dei grossi altari o addirittura dei templi dedicati al culto di chissà quale Dio. In realtà, siamo semplicemente in presenza di depositi di pietra intagliata gelosamente conservata e posta in modo da potersi facilmente prelevare, rimasta inutilizzata. Nessun rito, dunque, nessuna credenza religiosa, nessun avanzo di fortilizio o monumento votivo, si nasconde dietro la loro presenza. Essi sono sì un simbolo, ma semplicemente della laboriosità del popolo siciliano e della fatica inutilmente sprecata. Ecco, quindi, che sull’Etna, rocce laviche, pianori, vitigni, muretti a secco e duro lavoro umano applicato alle culture agresti, si fondono in un crogiolo storico che sa di magia e che ha come prodotto quel vino “forti e ‘npetra”, autentica ricchezza economica siciliana, deificata a buona ragione dall’antico mondo pagano.

 

 

 

RIFLESSIONI SULLA FESTA DI SANTA LUCIA

 

Santa Lucia di notti tissia,

Argentu tagghiava ed oru cusia

 

(Santa Lucia di notte tesseva,

argento tagliava e oro cuciva)

 

Questi versi sono l’introduzione a una poesia anonima in dialetto siciliano, che riporta una leggenda fiorita intorno a questa Santa, venerata a Siracusa come patrona e considerata la protettrice degli organi della vista. La leggenda in questione vuole che la fanciulla Lucia, fosse andata sposa a un personaggio importante del suo tempo, al quale nulla potesse essere rifiutato. La sola condizione posta fu che il matrimonio sarebbe stato consumato solamente dopo che la fanciulla avesse terminato di tessere una tela con fili d’oro e d’argento. Dal momento che aveva precedentemente fatto voto di castità a Gesù Cristo, al fine di poterlo mantenere, di notte disfaceva il lavoro di tessitura che faceva di giorno. Fu così intenso e lungo questo lavoro di scucitura e di tessitura, che perse la vista e dopo morì restando vergine. Lucia di Siracusa, emula della martire catanese Agata, che pagò con la morte e il martirio la sua devozione a Cristo, subì anche lei la morte dopo che, secondo la tradizione popolare, le furono strappati gli occhi per la stessa motivazione. Ci troviamo, dunque, in presenza di una martire riconosciuta Santa dalla chiesa. La leggenda, di cui ho scoperto l’esistenza, parimenti ad altre relative ad altri santi cristiani, evidenzia che il popolo mischia facilmente, elementi pagani con elementi cristiani, non distinguendo la differenza tra gli idoli delle Dee e le attuali Sante e introducendo anche mitici episodi profani. Premesso, inoltre, che si è trasferita dagli Dèi ai Santi la prerogativa di proteggere le città da ogni calamità, possiamo ben dire che è la prima e sostanziale continuazione di un modo di sentire d’origine pagana, in quanto si attribuisce ai santi protettori prerogative che erano proprie degli antichi Dèi. Non si concepisce che i santi siano degli intercessori rispetto a Dio e si pensa che siano loro a operare i miracoli che solo Dio può effettivamente operare. Analizzando, poi, la leggenda in questione, viene riproposta, sotto l’aspetto divino, la classica tela di Penelope che, per non cadere nelle grinfie dei Proci e non tradire la fedeltà al marito lontano, viene tessuta di giorno e disfatta di notte. La variazione tra l’opera di Penelope e Lucia consiste nella natura del filo d’oro e d’argento da quest’ultima utilizzato. È come dire che Lucia facesse lo stesso lavoro di Penelope ma, essendo santa, usasse dei mezzi più aurei. Siccome il luccichio dell’oro e dell’argento è tale da poter danneggiare la vista, ecco che Lucia perde la vista a forza di lavorare con il pregiato metallo. Sostanzialmente si vuole costruire un parallelo tra la fedeltà coniugale umana e la fedeltà allo sposo celeste cui si immola la propria verginità. A ciò si vuole aggiungere il concetto dell’abbaglio che produce la fede, vero gioiello spirituale, simile all’oro e all’argento. In tutto questo, vedo la continuazione di un modo di sentire ancora pagano da appiccicare al nuovo credo, con la variante che lei, la santa, diventa la sola in grado di proteggere la vista dall’abbaglio del mondo e della stessa fede. È come dire che il popolo cucisse addosso alla vergine cristiana, la vecchia tunica pagana. Anche nella tradizione della cuccìa (grano bollito) da consumare nel giorno della sua festa al fine di ricordare il miracolo della santa per sfamare Siracusa priva di cibo, ha i suoi riferimenti al culto pagano di Cerere, dea preposta alla maturazione delle messi. Non solo questo, poiché accostarla a protettrice della vista, equivale a renderla tale anche della luce in genere che illumina l’universo, come viene celebrata nei paesi del Nord Europa evocando un mito addirittura molto più antico di quello grecoromano. Gli stessi elementi di allacciamento alla cultura pre-cristiana dei nostri santi protettori cattolici, li troviamo in tutte le feste religiose patronali odierne. Anche se, secondo alcuni miscredenti, questa continuità di comportamenti, costituisce un elemento per indurre alla negazione dell’esistenza di Dio e dei Santi, ritengo invece che essa la fortifichi, poiché, in tal modo, il popolo manifesta apertamente, anche creando un po’ di confusione tra le varie manifestazioni fideistiche, il bisogno di ricorrere a esseri che stanno al di sopra di tutti, in grado di arrivare laddove l’uomo con le sue forze non è capace di arrivare. Ma quello che conta è la fede in questa Santa da parte dei Siciliani e in particolare di Siracusa. Per questo ne ho voluto parlare.

 

 

 

TRA STORIA E FANTASIA

 

 

 

SPOLETO NELLA STORIA

 

La città di Spoleto, mi richiama alla mente il nome di Guido da Spoleto, cui è legato un episodio oscuro della storia medioevale. È risaputo che alla deposizione di Romolo Augusto da parte dell’Ostrogota Odoacre, finì di esistere l’Impero Romano d’Occidente e che da questa data, 476 D.C., l’ingerenza del papa nello scenario politico europeo fu sempre maggiore ed al punto tale che il successivo Sacro Romano Impero, succeduto ai regni Romano-barbarici, venne sovente influenzato dalla sua figura di rappresentante in terra di Dio. Di contra, la stessa elezione dei papi, subì l’influenza del potere politico dei vari Re per determinare la successione e la guida dell’Impero stesso. È da dire anche che, nonostante il ruolo secondario delle donne in un mondo, governato tutto al maschile, specialmente in materia religiosa, alcune donne riuscirono a imporre con forza ed anche con ferocia, la loro volontà. Una di queste fu la principessa longobarda Ageltrude, sposa di Guido da Spoleto, Re d’Italia e successivamente Imperatore del Sacro Romano Impero. Alla morte di Guido da Spoleto, questa donna avanzò la pretesa che a succedere nella carica di Imperatore fosse il figlio Lamberto ed incontrata una certa riluttanza da parte del Papa, al secolo Formoso, che rivendicava a sé, rappresentante di Dio in terra, la concessione della corona imperiale con tanto di benedizione ed unzione cerimoniale a Roma, non trovò di meglio che avanzare delle minacce militari nei confronti della Cattedra di Pietro. Fu approntato un esercito, pronto a invadere Roma, destituire il papa Formoso e sostituirlo con un altro favorevole alla sua pretesa.

Formoso reagì energicamente e richiese l’aiuto del re bavaro Arnolfo, che con il suo esercito entrò in Roma per difendere la sacra persona del papa. Ovviamente la ricompensa fu la sua incoronazione a imperatore. La partita, quindi si chiuse con la sconfitta, apparentemente accettata da Ageltrude, che non dimenticò l’affronto subìto e manovrò, in silenzio, per raggiungere il suo scopo e potersi vendicare di Formoso. Ristabiliti gli equilibri in seno all’impero, Arnolfo, con il suo titolo di Imperatore, se ne tornò in Baviera, tronfio di aver ristabilito l’autorità papale nella successione della carica da lui acquisita. Ma non passò molto tempo che Formoso, nell’anno del Signore 897, venne a morte, a quanto pare, avvenuta per veleno e che a succedervi fu Stefano VI, grazie ai maneggi sotterranei di Ageltrude. Il nuovo papa, completamente sottomesso all’influenza della duchessa di Spoleto, non solo, proclamò la destituzione di Arnolfo dalla carica di imperatore perché illecitamente usurpata, ma aprì un regolare processo per tradimento nei confronti di papa Formoso, anche se deceduto e sepolto. Il processo si basava sul fatto che nell’anno precedente, al momento dell’incoronazione a imperatore del Re d’Italia Guido da Spoleto, il papa Formoso, implicitamente, aveva sancito la successione al figlio Lamberto che sedeva alla sua destra. Il non averlo fatto e l’aver nominato al suo posto il tedesco Arnolfo, costituiva non solo alto tradimento, ma nocumento agli interessi dell’Italia. Fu così che l’anno 897 in Laterano venne aperto un pubblico processo nei confronti di Formoso, davanti a un regolare tribunale, dove figurava anche un difensore d’ufficio, con la presenza di Lamberto da Spoleto, la madre Algetrude ed il corpo cardinalizio, costituenti la parte lesa ed anche. dell’incriminato Formoso! Vi chiederete come fu possibile la presenza di Formoso, che era già morto e sepolto. Vi accontento subìto. Il cadavere di Formoso venne regolarmente dissepolto ed il suo scheletro, rivestito dei paramenti papali, con in testa la mitria e posto a sedere sulla sedia degli imputati. Durante la macabra scena si svolse il regolare processo in tutte le sue formalità previste. Parlò la pubblica accusa. Rispose timidamente l’incaricato della difesa, che sommessamente ribadì la regolare elezione a papa di Formoso, essere ostacolo divino al processo. Rispose con autorità Stefano VI che inveì dicendo: “adducere inconveniens non est solvere argumentum” ( portare in causa degli inconvenienti era non utile alla soluzione del giudizio). La stessa mancata risposta del cadavere alle accuse a lui rivolte dall’inquirente venne ritenuta la prova di ammissione della sua colpevolezza manifesta. Al terzo giorno del processo, arrivò la sentenza, redatta dallo stesso Stefano VI, nella quale venne riconosciuta la colpevolezza di Formoso e la sua destituzione a Papa, con l’applauso del corpo cardinalizio. Il cadavere del papa detronizzato venne spogliato dei paramenti sacri ed, asportato dei tre diti della mano destra con il quale egli aveva benedetto il popolo, venne richiuso in un sacco ed affidato alla violenza bestiale del popolo. Trascinato per le vie di Roma venne buttato nel Tevere. Ma ecco che dopo tre giorni dalla sentenza, si verificò il crollo di un muro della cappella dove era avvenuto il processo di Formoso. Il fatto suscitò nel popolo un senso di rimorso, alimentato dalla leggenda che il papa morto fosse apparso a un pescatore indicando il luogo dove si trovasse il suo corpo, chiedendo di essere sepolto in un luogo segreto. Seguirono dei tafferugli e delle ritorsioni popolari, ma tutto fu sommerso dall’oblio e da altre vicende non meno crudeli e brutali. Ma questo fu l’unico caso, nella storia d’Italia in cui un cadavere venne materialmente sottoposto a processo formale e condannato a morire per la seconda volta, anche se altri cadaveri sono stati oggetto di violenze popolari. La bestialità umana talvolta non ha veramente limiti. 

 

 

AQUARA

 

Sono stato ad Aquara, nel Cilento, in occasione del matrimonio di Eliana, nipote di mia moglie, con Alessandro, aquarese. Ricordando i legami della cittadina con Ettore Fieramosca, ho messo in moto la mia fantasia e ho cominciato a scrivere. Premetto di aver letto da qualche parte che, insignito del titolo di Conte di Miglionico e Signore di Aquara direttamente dal Re Ferdinando II d’Aragona, Ettore Fieramosca, il 17 Dicembre dell’anno 1504, entrò in Aquara scortato dal suo seguito di cavalieri e preceduto dallo stendardo del suo casato. I fatti storici che lo avevano condotto a quel titolo, traevano origine dalla famosa Disfida di Barletta, avvenuta il 13 Febbraio dell’anno precedente, di cui Massimo D’Azeglio aveva tratto lo spunto per il suo omonimo romanzo. Per chi non conoscesse l’opera di questo illustre scrittore, ricapitolo la vicenda. Il condottiero francese Charles De Torgues, detto La Motte, durante la guerra franco-spagnola, venne preso prigioniero durante un’imboscata nei pressi di Barletta. Istigato dagli spagnoli, tacciò gli italiani di codardia. Per questo motivo ne scaturì una disfida tra tredici italiani, guidati da Ettore Fieramosca e tredici Francesi guidati da La Motte. Rimandando i particolari alla lettura del romanzo in questione, concludo dicendo che gli italiani vinsero il confronto. La vicenda ebbe tanto clamore da far assurgere il Fieramosca a una notorietà che fu apprezzata dal Re aragonese. Pertanto, su proposta del Gran Capitano Gonzalo de Cordoba, la vacanza della Signoria d’Aquara venne coperta con la nomina del prode italiano. Aquara, oggi ridotto a un paesetto caratteristico del Cilento, dove abbondano i torrentelli che sciamano dagli Appennini e molte piante caratteristiche della macchia mediterranea, era, allora, una fortezza di importanza capitale nello scacchiere delle forze in lotta tra le Signorie italiane, cinta da mura fortificate ed abbondante di torri grifagne in grado di spiare la sottostante valle e i tortuosi camminamenti che l’attraversavano. Non a caso, la città fu fondata dagli antichi Greci e occupata successivamente dai Romani che, oltre ad apprezzarne la posizione strategica, la definirono pure “buona terra”, ossia un territorio adatto all’agricoltura. Del resto anche oggi sono apprezzabili la coltura del grano, degli ulivi e dei vitigni, non tralasciando il riattamento di vecchi casolari prestati all’attività turistica campestre. Per i suddetti motivi, la cittadina nel periodo medioevale fu teatro di lotte interne, faide, congiure e rivolte dei vari Signori che si altalenavano tra le opposte fazioni dominanti allora, ossia, francesi e Spagnoli, nonché dell’incipiente azione del mondo cattolico rappresentato dall’assolutismo vaticano. Fu così che, dopo i vari Mastrogiudice, Cioffi. Berengario e altri nobili personaggi, l’anno 1476, anno in cui nasceva a Capua Ettore Fieramosca, Guglielmo della famiglia Sanseverino si impossessava, ereditandolo, del feudo di Aquara. È da dire che la famiglia Sanseverino ottenne la signoria di Aquara, insieme ad altri territori del Cilento dalle mani della casa regnante degli Aragonesi fin dal 1433. Ma ciò non impedì a Guglielmo di tramare a danno del proprio sovrano, in occasione della solita guerra con la Francia. Pertanto, dopo il mese di Agosto del 1496, data in cui venne perdonato delle sue malefatte, venne definitivamente defenestrato dal Re Ferdinando il Cattolico, che avocò a sé la Signoria del feudo e, solo nel 1504, su suggerimento del Gran Capitano Gonsalvo de Cordoba, viceré di Napoli, la cedette appunto a Ettore Fieramosca per i servigi prestati alla casa regnante spagnola. Quando giunse ad Aquara il condottiero italiano, preceduto dalla fama del suo acume di guerriero invincibile, nonché di cavaliere senza infamia e senza macchia, aveva appena trenta

anni. Era bello, giovane, ricco, ben voluto dai sovrani e dal popolo, che lo giudicava un eroe nazionale di quell’Italia, che era di là da venire, ma che manifestava l’incipiente volontà di coloro che vivono nello stesso territorio. Egli incedeva a cavallo in mezzo ai suoi prodi compagni con la fascia azzurra sulla corazza, lacerata in alcuni punti per i colpi ricevuti durante la disfida di Barletta e che mai più aveva cessato di indossare nelle successive battaglie. Era il velo della sua Ginevra, di colei che era salita in cielo, abbandonandolo nel dolore della solitudine. Ma se quel velo azzurro strappato era senza dubbio un simbolo del sentimento romantico dell’eroe, era pur vero che mostrava al mondo intero di essere ormai libero da legami con altre donne viventi. Quest’ultima circostanza, faceva sognare non solo qualche fanciulla da marito di nobile casato, ma anche qualche nobile padre, che sperava di divenire il suocero di cotanto personaggio. L’accoglienza del nuovo Signore, fu meravigliosamente gradita e tutti gli aquaresi fecero a gara per rendersi ben accetti. Nel castello principesco, ormai scomparso, vennero allestiti i festeggiamenti per l’evento di buon auspicio per tutta la cittadina, che cancellava così rancori e sospetti da parte della monarchia per i trascorsi degli antichi Signori. Assiso nel posto d’onore, nella sua veste gentilizia, dette l’avvio ai festeggiamenti, che si svolsero con danze, libagioni, ringraziamenti e manifestazioni di affetto e di stima nei confronti del cattolicissimo Re Ferdinando d’Aragona. Fu in quella occasione, che conobbe la quindicenne, figlia di un notabile della cittadina, di nome Irina. Diciamo, pure, che fu il padre Don Romualdo Ferrante che gliela presentò direttamente vantando la sua discendenza dai Marchesi di Vico. Ettore Fieramosca osservò la fanciulla e, nonostante il dolore per la perdita recente della sua Ginevra, la invitò al suo fianco

e fu con lei che dette inizio alle danze in suo onore. Da quel giorno la fanciulla si vide sempre più accanto al prode guerriero che, intanto non cessò la sua opera di condottiero. Da Aquara si mosse per partecipare a delle battaglie contro i Francesi nella Romagna ed anche in Campania. Del resto, Gonsalvo de Cordoba, per la mutata situazione politica che accomunava i destini del Re di Napoli con gli Aragona, pensò bene di mettere in secondo piano la figura del Fieramosca per i suoi trascorsi militari antifrancesi di Barletta, affidandogli nel 1510 la Contea di Mignano ed indirizzandolo a prestare servizio di condottiero alle dipendenze di Fabrizio Colonna. Fu così che, quasi scomparso da Aquara, dove la Signoria fu assunta da suo fratello Pietro Comite, alla fine, nel 1512, venne ferito nella battaglia di Ravenna e richiamato dal Re in Spagna, dove il 20 Gennaio del 1515, dimenticato da tutti, morì a Valladolid per i postumi della ferita. Ma la morte non cancellò il passaggio del Fieramosca da Aquara. Il suo rapporto sentimentale con Irina Ferrante ebbe il suo frutto con la nascita di un figlio, della cui istruzione si curò amorevolmente il nonno Don Romualdo, che lo chiamò Ettore Marchese di Vico. Il giovane crebbe forte e memore della sua origine, diventando il capostipite della famiglia Marchese, che da Aquara si disperse per tutte le regioni d’Italia. Infatti quel “di Vico” venne quasi subito ignorato, restando semplicemente il cognome “Marchese”, confuso tra quelli del paesetto. Quale fine abbiano fatto Irina e Don Romualdo Ferrante nell’immediato, non è dato sapere. Essi vennero assorbiti nel vortice degli eventi, senza lasciare alcuna altra traccia, significativamente storica della loro vita. Chiunque adesso si rechi ad Aquara e si inerpichi per i tornanti stradali delle circostanti colline, stillanti profumo di fiori primaverili o erbe colorate, laddove la sacra pianta dell’ulivo

troneggia in ogni dove e senti il gorgoglio di qualche torrentello serpeggiante tra pietre coperte di muschio, ha la possibilità di rivivere i momenti dove forse Il Fieramosca si dilettava a cacciare con il falcone e utilizzando la balestra. E non solo, poiché ha anche la sorpresa di trovarsi davanti alla tenuta, adibita ad agriturismo de IL MARCHESE, sicuramente un discendente lontano del prode capo dei tredici italiani che affrontarono a Barletta i tredici smargiassi francesi vincendoli Ed è così che la dolcezza dei luoghi, misti all’umiltà composta della nostra gente ed all’emozione di incontrare nella boscaglia una famigliola di cinghialotti o una volpe in agguato o una donnola in cerca di cibo, immerge il visitatore in un mondo che va scomparendo, ma che ancora esiste in questa nostra Italia miseramente esposta all’assalto della soverchiante tecnologia assassina.

 

 

 

MASANIELLO

 

L’attuale clima di cambiamento che sta scuotendo l’Italia, mi ha fatto ricordare la storia di un “cambiamento”, avvenuto a metà dell’anno mille e seicento, quando ancora non vi era l’Unità d’Italia e il meridione dell’Italia era un vicereame del Regno Spagnolo. Quindi questo non è un racconto di fantasia, ma un fatto storico, realmente avvenuto. Il 16 Luglio del 1647 tre o quattro capi-popolo della rivolta contro il governo vicereale spagnolo di Napoli, armati di archibugi, si portarono nelle prigioni della città e vi prelevarono il Capitano Generale del fedelissimo popolo napoletano, e seduta stante lo uccisero sparandogli a bruciapelo e decapitandolo per mostrare al popolo l’avvenuta esecuzione. Il personaggio in questione altri non era che Tommaso Aniello d’Amalfi, noto con il nomignolo di Masaniello, nato nel 1620 forse ad Amalfi o in altro luogo, comunque del vicereame spagnolo di Napoli. Figlio di Francesco d’Amalfi, non certo di famiglia abbiente, sbarcava il lunario esercitando il mestiere di pescatore e commercializzando personalmente il frutto del suo lavoro nel grande mercato di Napoli. In sostanza era contemporaneamente pescatore e rigattiere. A quei tempi le cose non andavano molto bene nell’impero spagnolo a causa degli eventi bellici della guerra dei trent’anni, della secessione del Portogallo, la sempre incipiente insurrezione catalana e non ultima quella del 1646 in Sicilia. Per i motivi sopra esposti erano state applicate in tutto il vicereame di Napoli delle esose gabelle al fine di mantenere le milizie necessarie per affrontare i fatti bellici incipienti e come suole sempre avvenire, tali gabelle venivano applicate ai prodotti di prima necessita, che sono quelli maggiormente ampi e quindi di sicura redditività fiscale. La conseguenza fu la ribellione popolare a Napoli, che aveva l’intento non di ribellarsi al

re di Spagna, ma al malgoverno del Vicere, accusato di taglieggiare il popolo per i suoi loschi affari personali. Al grido di “Viva ‘o re ‘e Napule, mora il malgoverno”, Masaniello si mise a capo della ribellione e con cipiglio feroce, costrinse il viceré spagnolo a firmare il 13 Luglio del 1646 le riforme imposte da lui, che prevedevano la drastica riduzione delle gabelle. Egli, fattosi nominare Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano, colpito dall’improvviso potere gestionale, incominciò a dare segni di squilibrio mentale, arringando il popolo con veemenza e lanciando anche in mezzo alla folla con impeto il suo coltello, abbandonandosi a plateali manifestazioni di superiorità fisica con galoppate forsennate per le campagne del napoletano, tuffi notturni nel mare, apparizioni comiziali in nudità blaterando di voler trasformare il mercato di Napoli in un ampio porto da collegare con un enorme ponte alla Spagna. Non limitandosi a tali manifestazioni, ordinò l’immediata e sommaria decapitazione in piazza dei maggiori oppositori alla sua volontà, dichiarati nemici e traditori del fedelissimo popolo napoletano. A causa di queste sue manifestazioni, gli stessi compagni di cordata da lui guidati, alla fine di un comizio in cui ampollosamente affermava: “Tu ti ricordi, popolo mio, com’eri ridotto?”, lo arrestarono e il giorno successivo lo eliminarono, come ho sopra detto, a colpi d’archibugio e decapitandolo. La sua testa venne presentata al Viceré che li premiò. Infatti all’indomani della sua morte i congiurati si divisero ampi spazi di potere del vicereame e le gabelle ritornarono a essere come prima. Alla fine della tempesta Masaniello, tutto ritornò come prima con la semplice sostituzione della vecchia casta di amministratori con una nuova, più fresca e vigorosa. Nulla di nuovo sotto il sole.

 

 

 

LO SCAMBIO DELLE SCIABOLE

 

Relegata in un angolo dell’armadio ho rivisto la vecchia sciabola del Maggiore Mario Averna. Era il mio diretto capo militare da sottotenente di complemento del Servizio tecnico d’Artiglieria. Persona squisita e di una gentilezza veramente più unica che rara., romano ma d’origine siciliana. Quando mi presentai per la prima volta sfoderando un perfetto saluto militare, mi apostrofò dicendo: – Dimentichi alcune cose che le hanno insegnato al corso. Anche se siamo in una struttura militare, qui vigono i rapporti di tipo civile. Quando ci vediamo per la prima volta è sufficiente augurarci il buongiorno. – Ciò dicendo mi strinse calorosamente la mano. Mi invitò pure a casa sua, facendomi conoscere la famiglia. Insomma i nostri rapporti furono da subito effettivamente di tipo civile, anche se indossavamo la divisa. Fu in occasione di una manifestazione militare (non ricordo se si trattasse della festa delle forze armate o della Repubblica) che mi presentai con la mia sciabola fresca d’acquisto e che dovetti pure sguainare nel rituale saluto alla bandiera. Dopo la manifestazione, il Maggiore mi disse che sarebbe stato simpatico scambiarci. le armi, come fecero Glauco e Diomede nell’Iliade di Omero. Naturalmente alludeva alle nostre sciabole. Annuii che ero felice di farlo. Per festeggiare lo scambio, mi invitò a cena. Fu durante quest’ultima che mi raccontò la storia della vecchia sciabola, che aveva partecipato con lui alla campagna di Grecia. Deve sapere, carissimo Signor tenente, che quando il Duce decise di allargare l’impero per non essere da meno di Hitler, con l’esito che sappiamo, fui spedito da tenente, fresco di nomina, come lo è adesso lei, in Grecia con il mio plotone. Lo sbarco avvenne pacificamente e fummo accolti dagli abitanti non solo con sorpresa ma con molta familiarità 

Solo successivamente si formarono dei gruppi di partigiani per renderci la vita difficile, ma, al momento, dovetti soltanto accaldarmi, ostacolato solamente dall’intoppo della lingua, a spiegare che eravamo truppe di occupazione, che prendevamo possesso del territorio greco in nome di Vittorio Emanuele III, re d’Italia ed imperatore d’Etiopia. Mi sgolavo solamente a dire che era volontà del Duce di rifondare l’antico Impero Romano, di cui la Grecia faceva parte nell’antichità. Dagli sguardi sorpresi capii che. non capivano. Il vero grosso problema fu l’acquartieramento delle truppe. Bisognava trovare un alloggiamento adeguato ai soldati. Passai in rivista gli edifici, che, in verità non offrivano molta disponibilità. Erano case di pescatori e contadini non adatte alla bisogna. Mi colpì un solo edificio. Una specie di villetta che assomigliava molto a un castello. Aveva ampi spazi ed inoltre era circondata da un vecchio uliveto. Mi presentai al proprietario, che risultò essere una giovane donna, recentemente vedova per la morte prematura del marito. La Signora mi accolse gentilmente e ci restò un po’ male quando formalmente le dissi che prendevo possesso della sua casa per motivi militari, aggiungendo che le venivano comunque assegnati dei locali per la sua “privacy” e che sarebbe stata trattata con ogni riguardo. La signora accettò e, del resto, non poteva fare altrimenti. Però, mi sentii osservato con un certo interesse che non sfuggì alla mia attenzione di maschio. Sì, signor tenente, ha indovinato! A forza di vederci ogni giorno e di frequentarci, finimmo per avere una certa intimità che, sfociò, naturalmente in un rapporto di tipo coniugale. Ero giovane, scapolo, lontano da casa e lei era ancora giovane e dolce. Mi accorsi che anche qualcuno dei miei soldati, se non tutti, avevano trovato lo stesso tipo di rapporto con altre donne del posto. Sono cose che succedono sempre in tempo di guerra.

Fu durante una chiacchierata a letto che mi disse essere stato quest’ultimo costruito dal suo ex marito con legno d’ulivo lavorato, come il letto d’Ulisse. In quell’occasione capii che la donna era molto colta. Infatti mi confermò che era studentessa di letteratura, quando si sposò con il suo professore d’Università. Tra loro due era scoppiato l’amore nonostante la differenza d’età. Per sviare il ricordo, non gradito, del marito, le chiesi di spiegarmi il riferimento a Ulisse. Le dissi, mentendo, che avevo studiato a scuola l’Odissea, ma che non avevo fatto punto attenzione a questo particolare del letto. Esordì dicendo che il letto coniugale in Grecia veniva costruito con legno di questo albero, per formalizzare non solo l’amore e la pace, ma, anche la fedeltà. Il tutto cominciò proprio con Penelope ed Ulisse. Quando Quest’ultima, dopo venti anni di assenza del coniuge, se lo vide dinanzi in veste di profugo, per acquisire la certezza che si trattasse proprio di lui, gli chiese di spostare il suo letto in un’altra stanza della casa. Ulisse rispose che non era possibile, in quanto quel letto era stato da lui costruito sul ceppo di un albero d’ulivo e quindi era inamovibile. Fu questa la conferma che la donna attendeva per riconoscere il suo sposo. Questo episodio ha sancito la sacralità del letto coniugale in Grecia, simboleggiando l’amore eterno che non può essere rimosso, nemmeno dalla lontananza. Dopo questo racconto, prese l’avvio per raccontarmi tutto quello che sapeva dell’ulivo, della sua utilità e del suo frutto, le cui proprietà terapeutiche erano inimmaginabili. Mi parlò dell’uso che, dalla spremitura di quest’ultimo, ne facevano gli atleti per rinvigorire i muscoli, le massaie in cucina e anche la gente per illuminare i luoghi bui con degli stoppini per accendere le tede Mi parlò pure dell’origine divina dell’ulivo la quale faceva parte della mitologia greca e che per questo era da considerare tale. Mi disse, inoltre, che anche la fioritura dell’ulivo aveva la sua importanza nella produzione del frutto, a seconda che avvenisse ad aprile, a maggio ed a giugno. In effetti, successivamente, in Italia ebbi modo di avere la conferma di quanto mi diceva nei detti popolari delle nostre parti, in cui si affermava che la fioritura di aprile riempie il barile, quella di maggio non dà coraggio e quella di giugno fa raccogliere le olive col pugno. Per quanto concerne l’origine divina dell’ulivo, cominciò col chiedermi se fossi mai stato sull’acropoli di Atene. Alla mia risposta negativa disse che se fossi andato a visitarla, avrei notato due templi antichi, l’uno quasi di fronte all’altro, che hanno una storia comune. I due templi sono uno dedicato a Poseidone (Nettuno per i romani)e l’altro ad Atena (Minerva per i romani) Atene, dopo che venne fondata con il nome di Moira in quel posto prospiciente al mare, s’ingrandì acquisendo dei meriti nei confronti delle divinità di allora. Queste ultime aspirarono a diventare singolarmente i patroni della città in crescita. Tutti gli Dèi offrirono la loro candidatura e Zeus, (Giove per i romani) al quale spettava deciderne l’assegnazione. Dopo un primo ed un secondo esame, Zeus scelse soltanto due di loro. Appunto Poseidone, in quanto aveva contribuito all’attività marinaresca ed Atena per la sapienza e l’attività scientifica e di pensiero dei suoi abitanti, La scelta era difficile veramente poiché Zeus era debitore di Poseidone, che lo aveva aiutato a vincere i Giganti ed Atena era la sua figlia prediletta, scaturita dal parto del suo cervello divino. Non voleva e non poteva dispiacere a nessuno dei due. Allora decise di affidare al popolo la decisione di scegliersi il Dio tutelare. Praticamente istituì una gara tra i due ultimi pretendenti. Disse loro di offrire un dono alla città e che in relazione a quello che sarebbe piaciuto di più ai cittadini, avrebbe stabilito il patronato. Esattamente come si fa nelle gare di appalto dei comuni oggi, ma senza trucchi ed accordi clandestini. Il primo a presentarsi fu Poseidone che, ispirandosi ai cavalloni marini, scelse di donare alla città un magnifico cavallo bianco, simbolo di forza nella guerra. Con questo dono esprimeva al popolo la sua promessa a renderla sempre vincitrice in tutte le lotte con gli altri popoli, essendo l’impiego della cavalleria un mezzo risolutivo nelle battaglie. Atena si presentò con un albero d’ulivo che piantò nell’Acropoli, significando che avrebbe garantito per sempre alla città la pace, la prosperità ed il conseguente progresso. Il popolo, riunito nell’Aeropago, dopo gli interventi pro e contro, ritenne più bello il dono di Atena, ma non sottovalutò quello di Poseidone. Il significato della scelta era evidente La città preferiva la pace ed il progresso scientifico alla guerra ed alla sua violenza, fermo restando che, occorrendo, bisognava ricorrere alle armi. Atena assunse così il patronato della città che, per questo motivo, venne chiamata Atene ed avvenne la costruzione nell’acropoli di un tempio dedicato alla Dea tutelare ed un altro dedicato al Dio del Mare, che possiamo definire co-patrono. La serata si concluse con un brindisi alla Grecia e ad Atene ed ovviamente con lo scambio delle sciabole. A me quella vecchia ed arrugginita ed al maggiore quella nuova e lucida, così come avvenne nell’Iliade tra Glauco e Diomede le cui armi erano una di rame e l’altra d’oro.

 

 

 

RICORDANDO QUASIMODO

 

Dopo essere stato assunto in ferrovia quale vincitore del concorso a Capo stazione, sono stato costretto a frequentare dei corsi istituiti dall’Azienda, per conseguire le varie abilitazioni, tra le quali quella della circolazione dei treni, più specificamente definita abilitazione al Movimento Durante il corso di quest’ultima, il ragionier Andrea Di Stefano, istruttore della materia e anche segretario del caporeparto movimento, ingegner Rosario Tornambé, per un tirocinio pratico, sulla circolazione dei treni, condusse tutti gli allievi, tra i quali anche me, a Portiere Stella, allora stazioncina di campagna tra Motta Sant’Anastasia e Gerbini della linea Catania-Palermo e oggi declassata a fermata impresenziata. Il motivo era una lezione pratica sull’uso delle chiavi a mano, dei segnali di protezione e di tutta l’organizzazione di una stazione. Fu scelta quella stazioncina perché facilmente raggiungibile e molto semplice nella sua struttura. Dopo la lezione pratica, tutti gli allievi, ci fermammo a discutere con il Capo Stazione Titolare che poi era l’unico dell’impianto. Era il signor Mandraffino, prossimo alla pensione, il cui fratello più giovane era Dirigente Movimento a Catania Centrale, insieme a Branciforte, a un mio zio, Andrea Giuliano, a Michele Carruba, a Stefano Napoli, che però era Capo Stazione al piazzale, al trentanovista2 Lombardo, che poi fu trasferito a Caltagirone con l’incarico di Capo Stazione Titolare e ad altri, di cui ho perso la memoria. Persona veramente simpaticissima che ci parlò lungamente del servizio che svolgeva e anche di qualche piccola curiosità storica che riguardava quel piccolo impianto. 2 Trentanovisti erano definiti gli ex aiutanti di movimento, assunti nel lontano 1939, che, grazie a una “leggina”vennero tutti promossi dalla qualifica di Alunno d’ordine a quella di Capostazione Superiore con la motivazione che erano stati impediti nella loro carriera dalle leggi fasciste. 104

La curiosità che mi rimase impressa fu la notizia che in quell’impianto aveva prestato il suo primo servizio di Capostazione in Sicilia il padre del premio Nobel per la letteratura Quasimodo e che nell’alloggio sovrastante la Stazione vi aveva abitato insieme alla famiglia. Con orgoglio molto palese, ci tenne a precisare che nel piazzale antistante la stazione vi aveva giocato il futuro premio Nobel della letteratura. Da notizie poi acquisite da mia madre, figlia del cantoniere Carmelo Giuliano, il capostazione Quasimodo, da lei conosciuto, fece successivamente servizio a Valsavoia, oggi Lentini Diramazione. Da altra fonte ho appreso che dopo il terremoto del 1909 in Sicilia, il suddetto capostazione fu inviato a Messina per coordinare il traffico ferroviario. Inoltre, dal momento che il letterato Quasimodo nacque nel 1901 a Modica, penso che suo padre, in quel periodo abbia prestato servizio pure lì.. In verità non sono in grado di poter stabilire con certezza le stazioni in cui suo padre abbia effettivamente lavorato ed in che ordine di tempo, ma, sulla falsariga della mia utilizzazione in ferrovia, penso che egli abbia fatto servizio in diversi impianti della Sicilia orientale e che pertanto in alcune di esse vi sia andato ad abitare insieme alla famiglia. Pertanto è verosimile la circostanza che il piccolo Quasimodo abbia passato un periodo della sua fanciullezza a Portiere Stella, nel catanese, anche se poi, per motivi di studio, trovò, come lui stesso riferisce, una quasi stabile permanenza a Roccalumera nel messinese, dove abitavano i nonni paterni. In questo piccolo ricordo ho citato personaggi che, naturalmente ormai non sono più tra noi. C’è qualcuno che li ricorda ancora?

 

 

UN VOLO NEL MITO

 

 

 

FETONTE FIGLIO DI APOLLO

 

Con la mente ancora rivolta alla povera Franca, che avevo accompagnato con gli altri parenti alla sua ultima dimora in quel di Casale Monferrato, avevo intrapreso il viaggio di ritorno a Catania. Per la circostanza, cosi come per l’andata, non mi ero servito del treno, ma dell’aereo, che aveva reso più celere il viaggio. Dopo le noiose, ma necessarie procedure d’imbarco, mi ero finalmente seduto nel posto assegnato, che risultò accanto al finestrino. Ascoltate le solite raccomandazioni del personale addetto alla sicurezza, l’aereo cominciò a rullare sulla pista ed infine si avviò per le vie del cielo. Aprii leggermente la bocca per equilibrare la repentina variazione di pressione e volsi subito lo sguardo verso il finestrino. Le immagini del suolo cominciarono a sfuggire, man mano che l’aereo saliva puntando verso le nubi. Il cielo non era azzurro e terso, ma cupo e di colore bianco sporco. Avevo sentito alla TV che vi era in atto una perturbazione proveniente dal Nord e che pertanto si prevedeva un cielo coperto e in effetti l’evento si stava verificando. Man mano che l’aereo saliva, le nubi cominciavano a diventare più bianche e ad assumere delle forme diverse. Sembravano, ora dei mostri spaventosi, ora una schiuma lattiginosa ed ora montagne grigiastre che lasciavano però intravvedere il sottostante terreno. Di tanto in tanto una sciabolata di luce attraversava gli squarci ed ecco apparire nel misto di colori sottostanti i percorsi plumbei dei fiumi e anche le macchie scure degli alberi che catalogai pioppi.  Cercai con la mente di individuare i nomi dei fiumi che vedevo. Ecco, quello avrebbe dovuto essere il Tanaro, quell’altro il Panaro, ma quello più lungo ed esteso, indubbiamente era il Po. Mi chiesi da dove nascesse il Po. Non lo ricordavo più. Eppure ero bravo a scuola in geografia. Sicuramente dalle Alpi, che vedevo in fondo ai bordi della vasta pianura padana, frastagliate e coperte di neve, qua e là chiazzata da triangoli scuri riflettenti l’ombre dei picchi montagnosi. Di tanto in tanto si scorgevano degli agglomerati di case, ora grandi, ora piccoli. Erano le varie città e i vari borghi che sorgevano nella pianura padana, circondate dal verde smeraldo delle colture. Era tutto bello e poetico e allora pensai di scrivere dei versi, ma non potevo, poiché la penna era finita nel bagaglio. Mi dissi che nulla m’impediva di tracciarli con la penna dei miei pensieri ed allora cominciai a sciorinare le immagini con mute parole: Io, costruttor di versi ed inventor di favole che mai potranno aversi da parte di chi duole… Ma ecco che mentre tentavo di adattare la mia silenziosa costruzione poetica al particolare momento di dolore che mi aveva condotto a intraprendere quel viaggio, l’aereo ebbe un sussulto. Un vuoto d’aria, pensai e volsi lo sguardo fuori dal finestrino. Una luce abbagliante, che si rifletté fredda sul biancore delle nubi, mi colpì all’improvviso e volto lo sguardo verso la sua sorgente mi sembrò di scorgere il sole, che saltellava tra le nubi procedendo non in linea retta ma a zigzag. Chiusi gli occhi, un torpore sembrò impossessarsi della mia mente e del mio corpo. Non connettevo più. Il colore plumbeo dell’esterno sembrava essermi entrato dentro. Allora smisi di guardare fuori dal finestrino, ma ecco apparirmi nella mente dei fantasmi conturbanti. Quello che vedevo era, ora tutto bianco, ora tutto rosso, ma vi era anche dell’azzurro lì in fondo. Pensai, fosse il mare. Sì ma chi era quell’uomo che precipitava nel vuoto e che cosa erano quelle strane nubi che si agitavano e sembravano dei cavalli scalpitanti, e ancora più in alto, chi era quel gigante che con le sue mani nerborute prelevava dal turcasso delle frecce di fuoco che scagliava con violenza verso la terra e quell’altro che invece correva verso la massa traballante del sole e cercava di fermarlo e di raddrizzarne il percorso? Intanto l’uomo che precipitava, cadeva nel mare. Ma non era il mare. No! Non lo era proprio. Era un corso d’acqua, si, un fiume. Ma si, erano quelle le acque del Po! Ma certo che lo erano. Ma chi erano quelle donne ammantate con lunghi scialli neri che sembravano piangere ed ululare agitandosi lungo le sue rive. Sentii d’improvviso un sussulto e udii una voce metallica che annunciava di essere atterrati a Catania e di continuare a mantenere le cinture di sicurezza allacciate. Mi svegliai di colpo. Mi ero addormentato durante il volo e avevo sognato. Ma cosa? Il sole, il Po, l’uomo che precipitava, il gigante che scagliava fulmini, i cavalli scalpitanti, l’altro gigante che cercava di fermare i sussulti del sole. Ma certo! Nel sogno avevo rivissuto il mito di Fetonte, coinvolto com’ero nella tragedia umana di cui ero reduce. Per chi non lo sapesse era Fetonte un figlio del Dio Apollo, cioè, del Dio che secondo la credenza mitologica veniva identificato con il sole. Affascinato dal lavoro di auriga del carro solare del padre, volle poterlo sostituire una sola volta almeno per provare l’emozione di guidare i divini cavalli che lo trainavano, ma questi ultimi, malamente guidati si imbizzarrirono e cominciarono ad avvicinarsi pericolosamente alla terra rischiando di bruciarla. Allora Giove, che era il Signore del Cielo e della Terra, intervenne scagliandogli contro i suoi fulmini e facendolo precipitare nel vuoto. Apollo riprese subito la guida del carro luminoso, mentre il figlio precipitava nel fiume Erìdano, altro nome del Po, dove le sorelle Elladi (Egle, Lampézia e Faétusa) disperate lo piansero finché per il dolore non vennero trasformate in pioppi, perenni guardiani delle sepolture ed ancora oggi dei cimiteri.

 

 

 

UNA MITICA TRAGEDIA

 

Una leggenda vuole che uno stupendo fiume scendesse dalle pendici dell’Etna e sversasse le sue acque a delta nel mare Ionio a Nord di Catania e che lo stesso sia stato distrutto dalla lava eruttata dal vulcano. In ossequio a tale leggenda, il territorio corrispondente prese il nome generico del fiume, che si chiamava Aci. La leggenda, che forse è frutto di un reale avvenimento, è supportata dagli attuali riscontri territoriali a Nord del vulcano, i quali denunciano una sua implosione che ha dato origine alla cosiddetta valle del Bove. Sicuramente su quella superficie vi era tutto un sistema idrico che raccoglieva le acque di scolo del vulcano convogliandole verso il mar. Il crollo del terreno sicuramente lo distrusse, costringendolo all’ingrottamento sotto la lava successivamente eruttata. È noto, infatti, che dalla scogliera settentrionale di Catania, in alcuni punti, sgorgano nel mare dei flussi di acqua dolce. Di questa antica vicenda si resero conto i primi Greci che giunsero in Sicilia o forse l’appresero dagli aborigeni Siculi. Tanto bastò loro per crearne un avvenimento divino o mitologico, come noi cristiani lo definiamo adesso. In effetti, i Greci, non pensavano affatto che le vicende fantastiche da loro messe in auge fossero frutto della semplice fantasia, poiché credevano nell’esistenza degli Dèi e delle loro beghe. Intendo semplicemente dire che tutto ciò che per noi oggi viene considerato mito, per i Greci era religione ed oggetto di fede. Sicché come noi oggi crediamo in Dio ed in tutto ciò che sta scritto nei Vangeli, allo stesso modo, i Greci credevano a una infinità di Dèi le cui opere e vicende venivano tramandate oralmente dagli aedi, veri profetici cantori delle gesta divine oltre che umane. 

Ciò premesso, essi, alla vista del fenomeno eruttivo dell’Etna, mai visto prima in Grecia, attribuirono al luogo una manifestazione divina. Immaginarono che dentro l’Etna vi fosse un’officina a disposizione degli Dèi e che la lava altro non fosse che un fuoco divino. Ovviamente pensarono che a capo di questa officina vi fosse un Dio, Vulcano, sul quale costruirono tante vicende di sapore fantastico, e pensarono pure che vi fossero dei lavoranti con doti e fattezze superiori ai comuni mortali: i Ciclopi. Erano, questi ultimi, considerati dei giganti con un solo occhio nella fronte, i quali vivevano nell’isola, occupandosi per lo più di pastorizia. Anche la leggenda dell’unico occhio dei Ciclopi ha un addentellato storico. L’aver trovato nell’isola dei grossi teschi con un solo foro centrale, fece pensare che esistessero un tempo degli uomini di grossa corporatura con un solo occhio. In effetti si trattava di teschi di elefanti un tempo esistiti in Sicilia, come ampiamente dimostrato dai posteri. Ebbene, uno di questi Ciclopi, assurse alla fama della celebrità per essere stato citato da Omero nella sua Odissea. Tutti ricorderete che Polifemo venne accecato da Ulisse e che in preda al dolore scagliò contro le navi del fuggitivo delle enormi pietre, che ancora adesso fanno bella mostra di sé ad Acitrezza (i Faraglioni). Appunto la figura di Polifemo, reso celebre dall’episodio omerico, divenne oggetto di altre storie. divine, tra le quali, la fine del fiume Aci, di cui vado a parlare. Secondo la religione di allora anche i fiumi erano da considerare delle divinità e non solo quelli, ma anche i laghi, le fonti e quant’altro la natura offriva ed era di supporto all’attività umana. E siccome anche gli Dèi, come gli uomini andavano soggetti alle passioni umane (tanto che c’era un Dio, Eros, preposto a fare innamorare tutti scagliando frecce d’oro), il nume del fiume Aci, un bel giorno si innamorò di una giovane ninfa, Galatea, imparentata con Nereo, uno dei cortigiani del Dio del mare Nettuno. Questa giovane fanciulla, che viveva in riva al mare ed era di una bellezza rara, ogni giorno soleva risalire le acque del fiume Aci e lì, prima di raggiungerne la fonte, si incontrava con il di lui nume. Ovviamente, anche lei si era innamorata di Aci. Così come avviene tra gli esseri umani, Aci e Galatea, non restavano inerti guardandosi negli occhi. Forse così fecero per la prima volta, ma, successivamente la passione scoppiò con tutti i risvolti amorosi che le circostanze imponevano. Là, in quel punto, le acquee limpide di Aci al contatto con il sapore salmastro di Galatea, cominciarono a fare ghirigori e mulinelli, piccoli saltelli spumeggianti ed il frusciare armonioso del contatto amoroso e cristallino si spandeva nell’aria fino a raggiungere le nubi in cielo ed anche le orecchie di Polifemo. Nell’udire quei melodiosi canti, più di una volta, Polifemo (certamente prima di essere stato accecato da Ulisse) si svegliò e quando si rese conto della loro origine vedendo i due innamorati fare le fusa, rimase conquistato delle stupende forme della ninfa che volteggiando tra le onde mostrava tutta la sua beltà. Gli prese un desiderio folle di possedere Galatea e di sostituirsi ad Aci. Pensando che ciò era possibile solamente eliminando l’avversario, non appena la ninfa si allontanò per ritornare a mare, egli diede di piglio a una enorme pala e incominciò a buttare sul povero Aci badilate di lava prelevata dal vulcano. Il povero fiume si dissolse in aria come vapore al contatto con il fuoco, che cessò solamente quando ormai il suo letto rimase secco ed invaso tutto dalla lava. Fu la fine di Aci, sul cui corpo, ormai nero e non più acquoso a grandi passi, Polifemo raggiunse Galatea a mare ed, un po’ violentandola, un po’ amandola, la fece sua. A Galatea non rimase che subire lo sfogo amoroso di Polifemo, ma infine riuscì a fuggire ed a rifugiarsi tra le onde del mare, dove partorì il frutto di quella violenza, dando alla luce un bimbo che chiamò Galati e che allevò nella sua cultura marina lontano dal padre Polifemo. Nella spiaggia antistante sorse dopo una città che si chiamò Galati per ricordarne il nome. Analizzando questo mito, appare evidente il comportamento maschilista di Polifemo nei confronti di Galatea, e come lo stupro fosse considerato un fatto normale non solo tra gli uomini, ma anche tra gli Dèi ed accettato dalle donne come un accadimento previsto dalla vita. Sostanzialmente appare evidente la supremazia del sesso maschile su quello femminile in auge nell’antica Grecia e che, in pratica, la donna era considerata la preda del più forte. Del resto anche nell’Odissea, Briseide, Criseide, Elena, Andromaca ed altre eroine omeriche, altro non erano che schiave alla mercé dei vari uomini vincitori di altri uomini. Esse erano state destinate a subire tale trattamento, che finirono per considerarlo. di normale amministrazione. Ma quello che voglio evidenziare non è questo fatto eclatante, ormai quasi scomparso nei tempi moderni, nonostante il persistere dei cosiddetti femminicidii, ma la questione del solito “triangolo” di natura amorosa nelle vicende umane e che venne e viene tutt’oggi evidenziato nei lavori teatrali e cinematografici e che mi piace definire con questa caratteristica frase del dialetto napoletano: “Issu, issa e u mal’omme.” (Lui, Lei e il cattivo uomo). In questo triangolo, non è mai la donna quella che tradisce. Ella subisce sempre e, fatto emblematico, non viene nemmeno uccisa. È uno dei due contendenti maschi a essere ucciso ed il vincitore si gode “la preda.” Nel caso di Polifemo e Galatea è Aci, il buono, a subire la morte ed è Polifemo, il cattivo, a trionfare. Il tutto suona come l’esaltazione dell’ingiustizia, della violenza, della forza bruta nei rapporti tra gli uomini e in particolare nei rapporti amorosi. Chiaramente questa chiave di lettura, se andava molto bene per la mentalità greca, stonava con la mentalità siciliana, dove deve essere sempre il giusto a trionfare sull’ingiusto e che a soccombere, alla fine deve essere il cattivo e non il buono, per il bene della famiglia su cui sono poggiati i cardini del vivere civile. Fu per questo che, alla fine, in Sicilia, questa vicenda a tre venne. rovesciata. Il mito venne modificato nel seguente modo. Polifemo e Galatea erano sposi felici. Polifemo era il capo della famiglia che manteneva con il suo lavoro, rispettando la moglie Galatea che amava e che le aveva dato un figlio, Galati, luce dei loro occhi. Il cattivo era Aci, un giovane imperbe, vagheggino che incominciò a gironzolare attorno a Galatea per costringerla a tradire il marito. “Issu e issa” erano Polifemo e Galatea e il “mal’omme” era Aci! Tutte le volte che la ninfa entrava nel fiume ed a risalirlo per raggiungere il marito, Aci usava tutti i mezzi per corromperla, girandole intorno con le su acque, sommergendola ed accarezzandola tutta. Accortosi di queste lubriche maniere Polifemo, colto dall’ira giusta e sacrosanta, uccise l’attentatore alla sua tranquillità coniugale. Insomma la uccisione di Aci “delitto d’onore” fu. Nessun provvedimento punitivo venne preso dal marito nei confronti di Galatea, anche se sembrava un poco coinvolta dalle manovre di Aci. Pur continuando la donna a essere considerata un oggetto, possesso del marito o di qualunque altro uomo, ella non deve essere per niente toccata, perché è debole ed anche se cede e tradisce, deve essere sempre rispettata ed amata; la colpa è del “mal’omme”, ossia, del cattivo, che la induce a peccare. Quest’ultimo si, deve pagare il fio della sua colpa, perché la

famiglia è sacra e le donne degli altri non devono essere nemmeno guardate. A questo proposito mi piace ricordare la vicenda di Menelao, che nonostante il tradimento della moglie Elena, che seguì Paride a Troia, alla fine, distrutta la città, se la riprese come moglie senza nemmeno torcerle un capello.  Questa rielaborazione del mito è la giustificazione evidente di quello che poi nel codice Rocco viene definito delitto d’onore, che però coinvolge entrambi gli amanti fedifraghi. In ogni caso emerge chiaramente da questo mito dal duplice aspetto, che la vita della donna, in caso dei cosiddetti “triangoli”, non andava toccata, anche se colpevole. Successivamente, con il subentrare dei periodi storici della romanità, del primo cristianesimo e dell’islamismo l’eventuale colpevolezza della donna doveva essere sempre punita, anche con la morte. Naturalmente un modo diverso di trattare la proprietà! Nel primo caso prevaleva la conservazione del bene, nel secondo caso prevaleva la sua totale eliminazione. Alla luce della considerazione che talvolta anche i miti antichi vengono rielaborati a seconda delle modalità di pensiero del momento, mi chiedo, in futuro, quando ormai l’amore tra uomo e donna non sarà motivo di violenta colluttazione tra uomini per la liberalizzazione assoluta dei costumi, come potrebbe essere rielaborata la vicenda tra Polifemo, Aci e Galatea!

 

 

 

DIDONE NEL REGNO DEI MORTI

 

È noto per essere stato appreso dalla scuola, e se non lo sapete, penso io a ricordarlo che a un certo punto della sua storia, per la preminenza nel mediterraneo, l’antica Roma subì uno scontro militare con la città di Cartagine che sorgeva nell’attuale Libia, antistante la Sicilia. Lo scontro fu inevitabile e feroce, proprio perché si decideva sul dominio del mare che, dopo, dai romani fu definito nostrum. È noto che Roma rischiò grosso poiché Annibale ebbe l’ardire di sbarcare in Spagna e da lì attraversare parte della Francia e le Alpi, sconfiggere le legioni romane sul lago Trasimeno e per poco non espugnò la stessa Roma. Le cause di questa guerra, vinta dai Romani che distrussero alla fine Cartagine radendola al suolo, furono chiaramente di natura economica, ma il sommo poeta Virgilio, che è per gli antichi Romani l’equivalente del nostro Dante, nel suo poema Eneide, scritto per glorificare non solo la grandezza di Roma, ma anche la magnificenza della gens Julia a cui apparteneva l’imperatore Cesare Augusto, dette un valore sentimentale e religioso alle cause della guerra in questione. Niente po’ po’ di meno si inventò che il capostipite della famiglia Julia fosse un certo Enea di cui aveva parlato Omero nella sua Iliade e che era figlio di un mortale Anchise e della Dea Venere, praticamente un semidio che era scampato alla distruzione di Troia, di cui era stato uno strenuo difensore. Enea, partito come profugo da questa antica città che sorgeva sulle rive del Bosforo, praticamente in Turchia, nel suo viaggio pieno di peripezie per raggiungere il Lazio e così dare inizio alla discendenza, da cui poi venne fuori l’imperatore Cesare Augusto, per volontà divina e del Fato (il destino) sbarcò a Cartagine fondata di fresco dai Fenici, la cui regina, Didone, aveva perso il marito Sicheo combattendo contro gli aborigeni del luogo.

Un poco per volere di Giunone, un poco perché a Enea, nonostante fosse pio, piacevano le donne, un poco per ottenere aiuti da Didone, concupì quest’ultima che, fresca di vedovanza, non trovò di meglio che acconsentire ai voleri di questo sfortunato eroe omerico Enea, un po’ come sono sempre essere soliti fare gli uomini, dopo essersi portata a letto Didone e aver ottenuto gli aiuti necessari a riprendere il mare, abbandonò la povera regina, che non trovò di meglio che uccidersi sulla pira che fu il suo letto di morte. Da questo episodio scaturisce, secondo Virgilio, la causa dell’odio di Cartagine contro Roma, alimentato anche dal contrasto tra Giunone patrona di Cartagine e Venere futura patrona di Roma. Dopo la morte di Didone, ignorata anche se immaginata da Enea, l’eroe continua la sua navigazione fino alle coste del Lazio, che praticamente conquista sposando la figlia del re Latino e dare inizio all’era storica di Roma antica. Di Didone, dopo la sua morte, non si parla più o, per lo meno, Virgilio nulla dice più di lei. Dal momento che io sono un fervente appassionato del mondo mitologico e un conoscitore di tutte le vicende omeriche apprese con dovizia di particolari dalla scuola e nello stesso tempo mi diletto di scriverci sopra delle poesie, un bel giorno, pensai e decisi di fare una rivisitazione dell’Eneide in dialetto siciliano. Spinto da questo mio desiderio, presi di piglio i dodici libri scritti da Virgilio e con pazienza e con costanza ho iniziato a riscrivere in dialetto tutta la vicenda di Enea. La mia non è una traduzione alla lettera dell’opera virgiliana, di cui ho seguito semplicemente lo schema, trascurando le parti che ritenevo un po’ barbose e aggiungendo di tanto in tanto qualcosa che era frutto della mia fantasia. Giunto alla vicenda di Didone, dopo la sua morte, mi sembrò che qualche altra cosa bisognasse aggiungere a codesto patetico personaggio, che sembrava uscire di scena senza incidere con forza all’attenzione del lettore. Fu così che pensai di dire qualcosa che Virgilio non aveva detto, ossia cosa avvenne a Didone dopo la sua morte da suicida. Non trovai di meglio che far incontrare Didone col suo primo marito Sicheo direttamente nell’Ade. e sentite un poco cosa dico con questa poesia che ho inserito nel mio poema in siciliano:

 

 

Morti di Didoni

Isari fici nta la chiazza granni

di ligna na catasta e supra misi

lu lettu di Sicheu e poi d’Enea

e cu la spada di l’eroi trujanu

lu pettu si pirciavu mentri dici:

– Malidizioni a tia ti mannu, Enea,

ca cu sta spada mi trapassu u cori

ca tu firisti a morti nta me vita.

Lu sangu ca mi nesci di li vini

vogghiu ca scinni supra la to testa

e supra chidda de to figghi tutti

e ca suvranu sempri l’odiu regni

tra la nuvella Tiru ca tu lassi

e la citati ca fundari voi. –

Lu sangu ci sgricciavu a la mischina

e nta la gola s’astutò la vuci,

ma nesciri ’un vuleva da lu corpu

l’alma dannata di Didoni ancora,

ca li jastimi ci pareru picca.

Ma l’iridi intervenni cu pietati

a chiudiri pi sempri la so vita,

pirchì suffreva senza la spiranza

d’aviri gudimentu di dda morti.

Anna a la pira duna focu allura,

di profumatu unguentu cuspargennu

lu corpu di la soru ca s’adduma.

Lu spirdu di Didoni si livavu

supra la pira c’abbruciava ancora

e comu aceddu c’allaggiuccu curri

nta l’antru di Plutoni s’intanavu.

Lu cori ancora chinu di duluri,

idda l’occhi spingivu lacrimusi

spirannu di truvari puru ddocu

l’amanti tradituri mortu stisu,

ca subissatu avissiru i marusi

pi grazia ricivuta di Nettunu.

 

 

Lu lamentu di Sicheu

 

La facci non truvavu di l’amanti,

ma chidda corrucciata di Sicheu,

ca si scansava pi non la guardari.

– Sicheu, Sicheu, chi fa non mi canusci? –

Dissi Didoni primurusa e duci,

spirannu di truvari lu cunfortu

di lu maritu ca pirdutu avia

quannu ammazzatu vinni nta la guerra

pi conquistari l’africana Sirti.

Mutu ristavu l’omu ’ntabarratu

nta lu so mantu ancora spirtusatu

di l’alabarda ca lu fici siccu;

li spaddi senza tanti cumplinenti

ad idda ca chiamava ci vutavu

ed a parrari si misi lemmi lemmi

cu nautru spirdu ca l’accumpagnava.

Didoni allura si scicò la vesti

e mustrannu li minni bruciacchiati:

– Si la me vuci, dissi, nenti poti

stu pettu guarda ca vasavi in terra,

quannu dilettu e sbaddu ti pigghiavi

di lu me corpu e di la vita mia,

ca bisugnusa sugnu nta st’istanti

di l’amurusu affettu ca mi dasti. –

Allura si vutavu lu chiamatu

e spustannu la vesti pi davanti

lu sessu ci mustravu pinzulanti

e cu repressu sdegnu arrispunnivu:

– Muta che già di questo ti scordasti,

quando lo trojano semi t’ammuccasti!

Che vai cianciando adesso buttanazza

in questo loco, donde mi sconvolse

vedere l’acchianata di quel letto,

che m’appartenne per sancite nozze,

da parte di quell’uomo d’autra razza

a cui non solo zinne ed altro dasti?

– Pintuta sugnu di l’amuri insanu,

dissi Didoni cu li manu giunti,

ca m’arrubò lu tradituri Enea.

Chiddu ca frieva di passioni ardenti

nun era lu me corpu, cridi a mia,

ma chiddu di so matri ca spingeva.

La prima vota ca mi scuncicavu,

Veniri stissa mi pigghiò la manu

e cu trasportu la dipositavu

unni ’un vuleva la me menti sana.

Mi parsi allura di vidiri a tia

e daccussì mi detti senza pena,

non sulu tannu ma custantementi.

Lu pintimentu miu fu granni assai,

ca, comu vidi, tostu m’ammazzai. –

– Non solo femminazza arrisuttasti,

ma pure spudorata menzognera.

Nel sen la spada t’azziccasti trista

non per lo pentimento che rodeva,

ma per la persa di cotanto amante.

In questo loco lo taliare lece

fatti e pensieri di chi campa ancora.

Pertanto muta statti e questo punto,

poiché conosco pure il paragone

che tu facesti nella mente insana

tra la mia mazza e quella del trojano

e ch’eri grata al padreterno Giove

ch’io morto forra in tempo per goderti

in libertà assoluta il grato gusto

dello sdillizio che t’offriva il Fato.

– O Sichereddu miu ca si’ gilusu,

si tu campavi certu ’un c’era scopu

d’avvicinari mancu pi tanticchia

stu tradituri, ca mi cunvincivu

parrannu di svinturi e poi scappavu.

A mia lu to cunfortu mi mancavu;

pi chistu m’arrubavu onuri e vita,

pi chistu ad iddu detti lu me cori. –

– Non dir minchiate, arrispunniu Sicheu,

che mai tu debole non fosti, donna,

cui volontate e forza in cor tenesti

e me trattasti come can che lecca

e che la vita ti togliesti adesso

perché dal Fato non ti fu concesso

di schiavizzar per sempre quel lenone,

che l’onde solca per fondare Roma

e per intanto femmine assicuta,

a cui sollazzo e sollazzar compiace. –

Ribatti ancora e chiangi dimustrannu

amuri e pintimentu la mischina

e sempri la rintuzza lu maritu,

cuntestazioni novi apprisintannu.

E siddu caminati peri peri

e l’aricchi pristati a li paroli

ca lu ventu cunnuci strati strati,

Didoni ancora chiangiri sintiti

pigghiannu pisci in facci e vituperi

ca riturnari voli cu Sicheu,

dapprima abbannunatu e poi circatu.

È sempri daccussì ca ci havi fini

la storia di cu’ lassa e poi ripigghia! 

 

 

TRADUZIONE:

 

Morte di Didone

 

Alzare fece nella piazza grande

Di legna una catasta e sopra mise

Il letto di Sicheo e poi d’Enea

e con la spada dell’eroe Troiano

il petto si trafisse mentre dice:

– Maledizioni a te ti mando, Enea,

che con la spada mi feristi il cuore

che tu colpisti a morte nella vita.

Il sangue che mi esce dalle vene

voglio che cada sulla testa tua

e sopra quella dei tuoi figli tutti

e che sovrano sempre l’odio regni

tra la novella Tiro che tu lasci

e la città che tu fondare vuoi.

Il sangue venne fuori alla meschina

e nella gola le si spense voce, 

ma non voleva uscire dal suo corpo

l’anima dannata di Didone ancora,

cui poca cosa parve l’invettiva.

Ma l’Iride intervenne per pietà

a chiudere per sempre la sua vita,

perché soffriva senza la speranza

di trarre godimento dalla morte.

Anna alla pira dette fuoco allora,

cospargendo di profumato unguento

della sorella il corpo che s’accende.

Di Didone lo spirito si leva

sopra la pira che bruciava ancora

e pari ad uccello che al nido corre,

entrò nell’antro di Plutone tosto –

Col cuore ancora pieno di dolore,

Intorno gli occhi spinse lacrimosi

sperando di trovare pure lì

l’amante traditore steso morto

per grazia ricevuta da Nettuno.

 

 

Il lamento di Sicheo

 

L’immagine non trova dell’amante,

ma quella corrucciata di Sicheo,

che si scansava per non la guardare.

“Sicheo, Sicheo, che fai? Non mi conosci?”

Disse Didone premurosa e dolce,

sperando di trovare quel conforto

di suo marito che perduto aveva

quando ammazzato venne nella guerra

per conquistare l’africana Sirti.

Silente se ne stette l’uomo avvolto

nel suo mantello ancora trapassato

da quella lancia che lo fece secco;

le spalle senza tanti complimenti

a lei voltò, che lo chiamava invano

e si mise a parlare piano piano

con l’ombra d’uno spirito vicino.

Didone allora si strappò le vesti

e mostrandogli il seno bruciacchiato,

“se la mia voce, disse, niente può

il petto guarda che baciavi in terra,

quando diletto e gusto ti pigliavi

del corpo mio e della vita mia,

che bisognosa sono proprio adesso

dell’amoroso affetto che mi dasti.”
Allora si voltò l’interpellato

ed il manto scostandosi davanti,

il sesso le mostrò, che già puzzava
e con represso sdegno rimbrottò:

“Zitta, che già di questo ti scordasti

quando del troiano il seme ricevesti!

Che vai cianciando adesso, brutta troja,

in questo luogo, dove mi sconvolse

vedere la salita di quel letto

che m’appartenne per sancite nozze

da parte di quell’uomo d’altra razza,

a cui non solo il seno ed altro desti?”

“Pentita sono dell’amore insano,

disse Didone con le mani giunte,

che mi rubò quel traditore Enea.

Quel fuoco che bruciava nel mio corpo

non era il mio desio, credi a me,

ma quello di sua madre che spingeva.

Venere stessa mi pigliò la mano

e con trasporto la depositò

laddove la mia mente non voleva.

Mi parse allora di vedere te

e così mi detti a lui senza pena

non solo allora, ma costantemente.

Il pentimento mio fu grande assai,

che, come vedi, tosto mi ammazzai.”

“Non solo mala femmina tu sei,

ma pure spudorata mentitrice.

Nel sen la spada ti cacciasti trista

non per il pentimento che provavi,

ma per essere stata abbandonata.

È lecito guardare in questo luogo

fatti e pensieri di chi vive ancora.

Pertanto non parlarne a questo punto

poiché conosco pure il paragone

che tu facesti nella mente insana

tra la mia mazza e quella del trojano

e che eri grata al padreterno Giove

ch’ io morto fossi in tempo per goderti

in libertà assoluta il grato gusto

del godimento che t’offriva il Fato.”

“O Sicherello mio che sei geloso,

se fossi stato vivo tu non c’era,

nemmeno per un attimo soltanto,

scopo d’avvicinare il traditore,

che m’inducesse ad esserti infedele,

parlando di sventure e poi scappare.

A me mancava solo il tuo conforto,

per questo mi rubò l’onore e tutto,

per questo detti a lui l’affetto mio.”

“Non dir cazzate, rispondé Sicheo,

che mai tu debole non fosti donna,

che volontate e forza in cor tenesti

e me trattasti come can che lecca

e che la vita ti togliesti adesso

perché dal Fato non ti fu concesso 

di schiavizzar per sempre quel lenone,

che l’onde solca per fondare Roma

e per intanto corre dietro a donne

a cui sollazzo e sollazzar compiace”.

Ribatte e piange ancora la meschina

e sempre la respinge suo marito

contestazioni nuove dimostrando.

Se camminate a zonzo per le strade

e le orecchie prestate alle parole

che con il vento van girando intorno,

Didone ancora piangere sentite

pigliando pesci in faccia e negazioni,

che ritornare vuole con Sicheo,

dapprima abbandonato e poi cercato.

Ed è così che sempre va a finire

la storia di chi lascia e poi si pente.

 

 

 

 

 

IL MITO DI EUROPA

 

Anche l’Europa, oggi oggetto di grandi programmi politici, che ruotano intorno a progetti di unione, di solidarietà e di economia, è stata materia di un mito da parte dei greci antichi. Qualcuno potrebbe obiettare che non vi è nulla di nuovo sotto il sole, poiché anche oggi l’Europa unita, in parte realizzata, costituisce un mito da raggiungere. Ma il mito greco di cui intendo parlare è ben altra cosa di questo moderno, poiché altri erano allora i problemi e altre le finalità a cui si mirava. Il problema fondamentale allora era quello di rendersi conto dell’aspetto geografico delle terre emerse dal mare, di conoscerne l’estensione e le origini ed inoltre di catalogarle in riferimento alle loro caratteristiche. Tutto questo fecero i Greci antichi alla luce delle loro cognizioni, basate su concetti piuttosto fantasiosi che scientifici. È pur vero che essi avevano una profonda cultura nel campo di tutto lo scibile, ma è anche vero che mescolavano le cose acquisite con l’elemento fantastico, costituito dall’esistenza soprannaturale di Dèi immortali che sovrastavano l’umanità e governavano ogni aspetto della realtà. Qualcuno potrebbe obiettare che vi erano tendenze filosofiche a non considerare vera l’esistenza del soprannaturale. Pur confermandolo ritengo che fossero appannaggio di pochi e che il grosso del popolo invece seguisse l’andazzo della credenza religiosa, che con il tempo e il maturare degli eventi storici, scientifici e anche religiosi venne considerata materia di fantastici miti. Gli antichi Greci, circondati com’erano dal mare, furono portati a esplorare i luoghi che si stendevano al di là della massa acquorea e ne scoprirono l’estensione e anche la forma.

Notarono una certa relazione tra il profilo di quelle terre e la figura di una donna a cavalcioni di un toro. Ciò dette la stura alla fantasia, tenendo conto che il toro era uno dei simboli di Giove, il padre dell’Olimpo e degli uomini. Immaginarono, dunque, che sulle sponde dell’Asia, nei pressi della città di Tiro, vivesse un principessa, di nome Europa, amante del mare e degli animali. Essendo di una bellezza rara, un bel giorno Zeus o, se volete, Giove la notò e siccome il padre degli Dèi e degli uomini in materia di donne era abbastanza sensibile, pensò di farla sua. Naturalmente non poteva presentarsi alla donna in tutta la sua prestanza divina, perché ne sarebbe rimasta accecata. Pensò di conquistarla con l’inganno, sfruttando il di lei amore per gli animali, senza ricorrere alla sua onnipotenza. Si trasformò in toro dalle robuste corna e dai magnifici lombi e silenzioso attese sulla spiaggia la principessa, senza dare nell’occhio. Quando Europa giunse, notò il toro che si accovacciò docilmente ai suoi piedi, lo accarezzò, colpita da tanta mitezza e provò il desiderio di cavalcarlo. Lo fece con grande naturalezza. Allora il toro si alzò pacatamente e cominciò a trotterellare sulla spiaggia, quasi per farle piacere, fintanto che non raggiunse il mare, dove entrò nuotando con quel suo fardello sul groppone. Nuotò silenziosamente spinto anche dal fratello Nettuno, Dio del mare, e accompagnato anche dall’ingannevole canto delle ninfe, fino a raggiungere l’isola di Creta, dove approdò e si rivelò a Europa, dichiarando il suo amore e facendola sua. Anche se avesse voluto, la fanciulla non avrebbe potuto certamente opporsi alla volontà del sommo Dio. Dopo aver conquistato il cuore della principessa, naturalmente, Giove non restò in eterno sull’isola di Creta in compagnia di Europa. Le sue incombenze di padre degli uomini e degli Dèi gli imponevano dei doveri improrogabili, e poi Giove era fatto così: una volta conquistato il cuore della donna che gli piaceva al momento, correva a soddisfare altrove i suoi bisogni alla ricerca di altri bocconcini! Era questa una prerogativa o una tendenza del carattere di Giove. Essendo padre degli Dèi, nonché degli uomini, nonché padrone del mondo, contribuiva materialmente a popolarlo con figli suoi diretti, assumendo gli aspetti ora di cigno, ora di pioggia dorata o di altro per conquistare le ignare fanciulle della terra. La povera Europa rimase sola a Creta, dove mise al mondo Minosse, frutto del suo amore divino, che diventò re di Creta e non si sentì felice. Anzi diciamo che restò con il desiderio di cavalcare ancora una volta il toro per raggiungere a nuoto quella terra che scorgeva al di là del mare e che immaginava bellissima e ubertosa come in effetti lo era. Ma Giove non ripeté per lei il miracolo di trasformarsi nuovamente in toro e per questo motivo, la terra agognata dalla principessa Europa, prese il suo nome per simboleggiare il suo vano sogno di raggiungerla. Chissà! Forse in questo mito può evidenziarsi l’aspirazione del mondo orientale a voler raggiungere con ogni mezzo l’Europa. In questo senso, oggi possiamo dire che in effetti tale mito, alla luce delle correnti migratorie attraverso il mare di gente degli altri continenti contigui, abbia trovato riscontro, non certo tramite la solida schiena di Giove-toro, ma le misere e fragili imbarcazioni che il più delle volte sono cause di naufragi e di morte. Probabilmente, anzi certamente, gli antichi Greci non pensarono mai alla BREXIT, che sostanzialmente nell’emblematica figura del toro simboleggiante l’Europa, cancella l’immagine della fanciulla sul suo groppone, corrispondente alla Gran Bretagna.

 

 

 

LA FANTASTICA ORIGINE DELLA SICILIA

 

Se siete convinti che la Sicilia sia scaturita dalle vicende orogenetiche che hanno interessato il mar Mediterraneo e che l’Etna altro non sia se non il prodotto della lava fuoruscita da una frattura della crosta terrestre, come in effetti sembra sia avvenuto veramente secondo alcuni presupposti scientifici, vi sbagliate di grosso!  Secondo la mitologia greca ben diverse sono le cause che fecero nascere la Trinacria, altro nome della Sicilia, ed il vulcano Etna. Il tutto ebbe origine da. beghe divine, legate alla cosmogonia messa in essere dal mito, come attualmente viene definito l’antico credo religioso greco. Si inventarono gli antichi Greci che la grande Madre Terra Gea, venne un bel giorno fecondata dal sangue scaturito dalla evirazione di Urano da parte di Cronos. Da tale fecondazione nacquero i Giganti, dei mostri dall’aspetto umano nella parte superiore e di serpenti nella parte inferiore, che rappresentano la malvagità umana.  Altre vicende fantastiche scaturirono da questa mitologica evirazione, quali la nascita delle Erinni, gocce del sangue trasformate in donne malefiche che tormentano l’umanità e pure la nascita di Venere! Pare che il grosso pene del Dio evirato, caduto nel mare, cominciasse a nuotare e, giunto nell’isola di Cipro, si trasformasse in una bellissima donna, che le Grazie ingentilirono donandole i loro doni. Certo non poteva mancare il riferimento al sesso maschile, parlando della nascita di Venere, la Dea della bellezza! Questo parto infelice di Gea non fu l’unico. Essa ebbe tanti altri figli che Crono, temendo di essere spodestato, ne fece orrido pasto ancora neonati. A sfuggire a questa sorte fu il solo Zeus (Giove), la cui nascita venne occultata al nefasto Dio dalla madre Gea, che lo affidò alla capra Amaltea. Zeus, cresciuto giovane e forte, si ribellò a Saturno ed alla sua corte, spodestandolo e prendendo in mano le redini del potere divino, con l’aiuto di altri Dèi. Egli, insieme ai suoi alleati, naturalmente rappresentava le forze buone della natura da contrapporre a quelle malefiche. Non mancò l’occasione perché le due forze si scontrassero per il dominio del mondo. Essa scaturì violenta in seguito a una punizione inflitta da Zeus ai Titani, altri giganti, che furbescamente ledevano la sua autorità. Tale punizione era stata necessaria poiché un titano aveva osato rubare una scintilla dei suoi fulmini, regalandola agli uomini che così poterono venire in possesso del fuoco. Gea colse l’occasione per aizzare i Giganti contro l’eccessivo potere raggiunto da questo suo figlio Zeus, che era loro fratello. Insomma una vera bega familiare, come avviene a volte nelle migliori famiglie.  La guerra tra le due fazioni fu tremenda e senza quartiere. Da una parte vi erano tutti i Giganti figli di Gea e dall’altra parte vi era Zeus con tutto il suo seguito di Dèi e Dee. Con sagacia e perseveranza i Giganti vennero tutti neutralizzati per mano dello stesso Zeus, unico a possedere l’arma fatale del fulmine, che lo rendeva padrone assoluto del cielo e della terra. A conclusione della guerra, Egli tenne per sé il regno del cielo e della terra, affidò al Dio Nettuno il regno del mare ed a Plutone il regno dei morti. Encelado fu uno, se non l’ultimo, dei Giganti a essere eliminato nella battaglia che lo vide contrapposto alla dea Atena. Alcuni sostengono che si trattava non di Atena, ma dello stesso Zeus in persona. La lotta fu dura, ma alla fine il Gigante, colpito a morte dalla lancia della Dea o forse da un fulmine di Giove, cadde all’indietro piombando nel mare con le braccia aperte e distese come un Cristo in croce. 

Il colpo inferto, anche se decisivo ai fini della lotta, non assicurava la morte sicura del Gigante. Anche gli altri Giganti non morivano essendo anche loro immortali e per questo una volta vinti venivano incatenati e destinati a subire in eterno il peso della loro condanna. Sicché qualcuno venne condannato a avere il fegato, destinato a ricrescere, a essere mangiato da un’aquila, qualche altro venne destinato a sostenere il mondo intero per impedire che precipitasse nel vuoto e così via dicendo. È evidente l’allegoria della malvagità insita nella natura, che deve essere sempre combattuta e tenuta sotto controllo dalle forze benefiche. A Encelado, toccò la sorte di essere sepolto nel mare nella stessa posizione in cui cadde e con la bocca aperta. Infatti, dopo il suo tonfo nel mare lo stesso Zeus provvide a coprirlo di pietre, detriti e cocuzzoli di monti per impedirgli di muoversi. Vista la posizione in cui era caduto, con le braccia aperte, la sepoltura assunse la forma triangolare di un’isola cui venne dato il nome di Trinacria, successivamente chiamata Sicilia. La bocca del mostro rimase aperta, eruttando di tanto in tanto della lava, simbolo del livore che aveva dentro. Le due braccia rimasero distese lungo tutta la Sicilia orientale ed il rimanente corpo lungo la parte centrale fino a raggiungere con i piedi l’estremo lembo occidentale. Naturalmente i terremoti in Sicilia vennero così attribuiti ai movimenti inconsulti di Encelado sepolto, così come la lava dell’Etna venne considerata uscita dalla sua bocca malefica. Da questo mito emerge l’emblema della Sicilia, nata per seppellire e tenere prigioniere sotto di sé le forze malefiche della natura, le quali di tanto in tanto riescono a sfuggire dalla bocca del vulcano seminando morte e distruzione ed altre volte si agitano sottoterra dando luogo a terremoti. In altri termini significa che la distruzione della Sicilia coinciderebbe con la liberazione di Encelado, ossia delle forze malefiche della natura, tenute a freno dalla sua massa terrestre e che si estenderebbero a macchia d’olio su tutta la superfice del pianeta. Purtroppo gli Americani non conoscevano la mitologia e questo particolare risvolto. Pertanto, durante l’ultima guerra mondiale, bombardarono la Sicilia in lungo ed in largo (per fortuna, non pensarono di sganciarvi sopra una bella bomba atomica!), ma il materiale buttato da Giove per coprire il mostro Encelado è stato talmente resistente da non consentire il disastro paventato.

 

 

 

 

IL MITO DI PROTESILAO E LAODOMIA

 

Molti, ma molti anni fa, quando ero ancora adolescente, mi capitò tra le mani uno di quei giornali a fumetti, che erano in voga a quei tempi, infarcite di storie amorose semplici, ma elaborate per far sognare alle donne l’arrivo del sempre agognato principe azzurro. In quel giornale appresi la storia di una contessina, innamorata di un prode soldato che le era stato strappato dalle braccia per andare a combattere come pilota dell’aviazione militare. Era il suo cavaliere dell’aria, l’eroe che sarebbe ritornato a lei volando con le ali spiegate per rapirla in cielo tra le stelle. Vi si raccontava che durante una notte a lei capitò di trovarsi con l’oggetto dei suoi sogni, ritornato improvvisamente, lì nel suo letto e di aver fatto l’amore con lui, ma all’alba tutto era finito come per incanto. Pensò fosse stato un sogno, ma in effetti l’atto amoroso fu consumato, poiché in seguito si accorse di essere gravida. Dunque egli era veramente arrivato da lei, nel caso pensasse di aver sognato. Alla luce di questo suo reale convincimento, dopo qualche giorno, inspiegabilmente, le venne comunicato che il suo cavaliere dell’aria, era stato abbattuto dal nemico proprio quella notte e che era stato dichiarato disperso. Secondo l’autore del racconto era avvenuto che il giovane pilota, colpito dalla contraerea nemica era morto sul colpo, ma che nel lasso di tempo della sua agonia, si fosse rivolto non ricordo a quale santo per lasciarlo ancora un solo giorno in vita affinché potesse dare il saluto di addio alla sua fidanzata, che amava perdutamente. La sua preghiera venne accolta ed ecco che lui, rientrato nel suo corpo inerte, poté volare e raggiungere l’amata, intrattenersi con lei e dare libero sfogo al suo amore. Scaduto il tempo, fu costretto a ritornare laddove era stato colpito e seguire il suo destino nell’aldilà. La conclusione della storia fu che lei non amò più nessuno e visse per tutta la vita nel ricordo del suo cavaliere del cielo, dedicandosi al frutto di quell’amore inconsueto che le era capitato. Una storia, questa, strappalacrime, dal sapore magico, che evidenziava il dramma della guerra e il trionfo dell’amore senza limite di spazio e di tempo. Tutto ciò che ci voleva per far nascere nelle nuove generazioni la fiducia nei valori umani che erano stati calpestati e ignorati. Di questa storia irreale mi ricordai quando a scuola venni a conoscenza della famosa guerra di Troia, raccontata nell’Iliade di Omero e dei suoi addentellati mitologici. Fu proprio il mito dello sfortunato eroe Protesilao, che me la fece ricordare. Era costui il Principe di Tessaglia, discendente dal mitico re Mirra, che vantava la discendenza diretta da Poseidone il Dio del mare. Nella sua qualità di Principe di sangue reale era annoverato tra i pretendenti alla mano di Elena, figlia della regina Leda e di Giove, che l’aveva amata trasformandosi in cigno. Ma il Fato decise che a sposare Elena fosse uno degli Atridi, il Re Menelao, perché si realizzasse il destino della distruzione di Troia. Da parte sua, Protesilao, fu contento di non essere stato scelto lui per quelle nozze, essendo segretamente innamorato della principessina Laodomia, figlia del re di Iolco, Acasto. Quest’ultimo, avuto sentore dell’amore dei due giovani, si oppose fermamente alla loro unione, avendo ben altre mire per la sua figliuola, ritenendo la Tessaglia ben poca cosa rispetto alla sua bellezza e al suo blasone. Ma avvenuto il fattaccio creato da Paride, principe di Troia, del rapimento di Elena, moglie di Menelao, Acasto venne chiamato a contribuire all’impresa della guerra contro Troia. In parole povere, gli si chiese, com’era avvenuto ad Ulisse, Achille, Nestore ed a gli altri principi Greci, di partire alla volta della Troade. Un po’ per l’età, un po’ per risentimento nei confronti degli Atridi, il re di Iolco non se la sentì di seguirli in guerra, ma messo alle strette per il giuramento di fedeltà e di alleanza in caso di guerra, che aveva fatto durante le nozze di Menelao con Elena, pensò di trovare il modo di far partire qualcun altro al suo posto. Ricordandosi di Protesilao, che sbavava per la figlia, gli concesse di sposarla subito, nominandolo erede del suo regno, e, quindi, di avere l’onore e l’onere di sostituirlo nella guerra contro Troia. Dopo la prima notte di nozze con la sua bella principessa nella casa costruita in fretta e furia, senza aver provveduto al rito propiziatorio alla Dea del focolare domestico Vesta, il prode Protesilao s’imbarcò per Troia, prendendo posto sulla nave di Achille. Com’era solito farsi a quei tempi per ogni impresa importante, fu interpellato l’oracolo del Dio Apollo sull’andamento della guerra e sul suo esito. L’oracolo rispose che la guerra sarebbe stata lunga e vittoriosa a condizioni che Agamennone, l’altro Atride, avesse sacrificato la vita della figlia Ifigenia e inoltre che si offrisse agli Dèi l’olocausto del primo Duce che avesse messo piede per primo nella Troade. Achille, la cui nave giunse per prima sulle rive nemiche, incurante dell’oracolo, si precipitò a terra, ma la madre Teti lo trattenne con una mano, mentre con l’altra spinse Protesilao, che gli stava accanto, che quindi fu il primo a toccare il suolo. Come preannunciato, il primo dei Greci a morire sotto le mura di troia, fu proprio Protesilao per mano forse di Ettore o del fratello Deifobo. Fu lui l’olocausto scelto dal Fato del primo Duce dei Greci. Ma la vicenda non finì lì. Protesilao, giunto nel mondo degli Inferi, piangente e ancora insanguinato si presentò a Persefone e allo stesso Ade, implorandoli che gli concedessero almeno un giorno di vita facendolo ritornare sulla terra per accomiatarsi dalla sua amata Laodamia. In riconoscimento del suo profondo amore la grazia venne accolta e l’eroe poté ritornare dalla sua amata, che ne fu felice, ma egli, dopo aver fatto l’amore per l’ultima volta, spiegò a Laodamia della concessione avuta dagli Dèi degli Inferi. Dopodiché scomparve, lasciando la sua donna disperata e in lacrime. Pianse Laodamia, ma non si arrese all’idea di non vedere più il suo amato sposo. Pertanto da un illustre artista del secolo, fece riprodurre una sua statua in marmo, che ne ricordasse le fattezze e da quel giorno si isolò dal mondo abbandonandosi all’amore del simulacro, adorandolo come un Dio. Ma la storia non finì nemmeno lì! Il padre Acasto, reso edotto della follia amorosa della figlia, per il suo bene, prese la statua e la fece fondere in un enorme contenitore di olio bollente, dove la disperata Laodomia si gettò per restare unita per sempre all’oggetto del suo amore. Questa la storia mitologica di Protesilao e Laodomia, finita in tragedia, con la morte dei due amanti uniti e fusi insieme per l’eternità in nome del loro amore. La leggenda vuole che la storia sarebbe avvenuta perché Protesilao avrebbe offeso la Dea Vesta per non aver eseguito i riti propiziatori dovuti nel costruire la casa dove avrebbe vissuto con la sua sposa e dove passò la sua unica notte d’amore con lei. Gli Dèi sapevano essere inflessibili nel pretendere l’osservanza dei riti a loro dovuti. Ma oltre a questo significato religioso è non dubbio il fatto che il tutto stesse a simboleggiare il trionfo dell’amore oltre la morte. Motivo, quest’ultimo che si trova ricorrente nelle storie d’amore di tutti i tempi e che venne ripreso con molta sagacia anche nel periodo post-bellico della seconda guerra mondiale, responsabile di non poche vedovanze femminili e amori spezzati. Singolare e del tutto magico risulta il ricorso della momentanea resurrezione in nome dell’amore che, assurto al ruolo di amore per il prossimo, trova posto anche nella religione cristiana con la resurrezione di Gesù dopo la sua crocifissione. Sembra proprio scritto nel DNA dell’umanità il concetto dell’Amore capace di far resuscitare i morti, ma non per sempre in questa vita; solo quel tanto che basti per tingere d’azzurro e di piacere gli ultimi suoi istanti terreni, non obliando di cospargerli di magia, tragedia e anche santità.

 

 

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Note sull’Autore

 

Giuseppe Nasca, chiamato familiarmente Pippo, nasce a Catania il 2 Febbraio 1937 nel periodo “nero” dell’Italia, Frequenta le scuole dell’obbligo ed il Liceo Scientifico a Catania. Si iscrive nella facoltà d’ingegneria di Catania. Superato il biennio propedeutico, abbandona gli studi per entrare nelle FFSS come capostazione. Attualmente in pensione, vive nell’isola amministrativa di Tremestieri Etneo. Nonostante l’indirizzo scientifico degli studi e l’attività prettamente operativa, spinto da una passione innata per lo studio delle lettere, continua a coltivare e ampliare le nozioni acquisite al Liceo, cimentandosi in scritti (racconti, saggi, poesie), che inizia a pubblicare dopo l’entrata in quiescenza (1 Luglio 1996) e partecipando con successo a numerosi concorsi di premi letterari, tra i quali Le Rosse Pergamene di Anna Manna, L’Accademia del Parnaso di Gero La Vecchia e Akademon di Aci San Filippo. Ha pubblicato con Libroitaliano World di Ragusa: Quando l’alba del tramonto incombe, una raccolta di poesie in italiano e con Anninovanta-Antasicilia Onlus: Sicilianaeneide, una rivisitazione completa in versi dialettali siciliani dell’omonima opera virgiliana. Con Lampidistampa ha pubblicato: I me’ pinseri, una raccolta di liriche in dialetto siciliano; I salateddi, raccolta di poesie satiriche in dialetto siciliano; Scarabocchiando briciole di sogni, una raccolta di liriche in italiano. Con Akkuaria, oltre al presente volume, ha pubblicato: Tutto passa e cambia, raccolta di racconti autobiografici; Ju fazzu ‘n-soccu mi piaci fari, un saggio su lingua e usi siciliani;

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La Fede del Gatto e del Topo, raccolta di racconti fantastici; Lu stranu viaggiu, un poemetto in versi siciliani; Ilaria e Catania, racconti ambientati a Catania; Di Tia leggiu lu chiantu, una rivisitazione in dialetto siciliano delle poesie più celebri del Leopardi; C’era na vota nta l’antica Grecia, rielaborazione dei più celebri miti greci in versi siciliani, preceduti da presentazione in italiano.; L’importanza di chiamarsi Asdrubale, trenta vicende di non comune cronaca; Gli sproloqui di Pippo, Libertà di pensiero sul freddo ragionamento della convenienza. Dare tempo al tempo (Spigolando su pensieri e sentimenti) – raccolta di poesie in italiano. Mamma li Turchi, un romanzo ambientato nel catanese. Tu dormi tenendomi la mano – raccolta di poesie italiane Suoi scritti, quali racconti, saggi, commenti e poesie, compaiono in diverse antologie pubblicate da Akkuaria.