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Tu dormi tenendomi la mano

Una poesia per tutte

 

PIPPO NASCA

 

UNA POESIA PER TUTTE

 

 (Raccolte di Poesie in Italiano) 

 

             

 

 

           

Peut-être un Soir mm’attend

Où je boirai tranquille

En quelque vieille ville,

et mourrai plus content:

Puisque je suis patient!

(Rimbaud)

 

 

 

Nota introduttiva dell’Autore

 

 Avendo un bel numero di poesie inedite ho pensato di pubblicarle e nel compilare l’Indice mi sono accorto che esso costituiva in vero  una nuova poesia formata mettendo insieme i titoli in un certo ordine ed aggiungendo quelli di alcune già pubblicate .

Alla fine del lavoro è venuta fuori la poesia-indice , che metto in testa a tutta la nuova raccolta.

Ad ogni verso corrisponde un titolo delle varie poesie inserite nel libro e che, ovviamente, hanno temi e contenuti diversi ...

Come dire: UNA POESIA PER TUTTE  e pertanto, il titolo di tutto il libro non può essere  che il titolo di questa prima poesia  che lega tutte le altre           

 

                           Pippo Nasca

 

E’ questa una raccolta di poesie

 

 

L’INDICE E'  LA SEGUENTE POESIA:

 

 

Una poesia per tutte

 

Parlando di poesia

Se la tua vita  mi regali

Io vagabondo

Cavalcando Pegaso verrò

Dimmi chi

Sono per te.

Anche  la vecchia quercia sogna

Un sogno ch’era bello

Rinserra il tempo

La cronaca d’un sogno

Nella notte d’incanto che di vino brilla

A lei che dorme

Sotto il Gelso nero.

Sopra le nubi

Le foglie dei vestiti

La dorata spiga

L’oro dei capelli

Il verde dell’ulivo.

Alla fine delle contese

Non sempre la vittoria arrise

Alla città di Roma.

Come guerriero

Nuova sirena

Amor per Roma non cancella il tempo

L’omaggio alla Calabria

A Maratea

All’isola che c’è.

Son qui le barche stelle

Ma dall’orrore obeso

Tombe di mare

Il nuovo giorno mostra.

Affondano nel mare

Rami contorti

Mosaici del mare

Ma vo’ cunpra’ tu senti all’improvviso

E gira il mondo

Senza ali

In solitudine

Sulla tua bellezza

Funambolando sull’Italia d’oggi

 

Ma se ...

Mi sovvien la morte di Franca

Ricordando Franco

Nell’anniversario della morte di mia madre

La vita negata

Il pane negato

Suor Teresa  di Calcutta

Alla fine del sogno

Solo la Fede resta

 

 

  Pippo Nasca

 

******

 

 

 

 

UN SOGNO CH'ERA BELLO! 

 

Prefazione di AnnaManna

 

 

Il soffio aleggia dell’amor divino

su questa terra che dal mare è cinta

e mostra al cielo il volto repentino

di roccia nera nell’azzurro pinta

d’un monte, che giocando  a rimpiattino

con nuvola di fumo in alto spinta,

stupisce  chi la guarda  da vicino.

Il cielo terso che la volle avvinta

nel mitico splendore dell’azzurro

la circondò di borbottanti venti,

che le nubi filanti come burro

sfiorarono di musica e d’accenti,

e l’aria accarezzando di sussurro

le fole ne cantarono suadenti.

 

 

 

Mi piace iniziare questo viaggio poetico  proponendo   la poesia più significativa , secondo me, della nuova silloge di poesie di Giuseppe Nasca.

Libro di poesie d’amore, questo libro di Giuseppe Nasca non può prescindere dall’amore per la sua terra. E così tra i versi è sempre presente la Sicilia nelle immagini meravigliose di paesaggi  che Pippo Nasca dipinge con maestria. Paesaggi del territorio geografico ma anche spirituale che riflettono come in uno specchio immaginario le sfaccettature dell’anima. E subito il mio pensiero è accarezzato da un ricordo nobilissimo.

  

…………………………………

E la strada mi dava le canzoni

Che sanno di grano che gonfia nelle spighe,

del fiore che imbianca gli uliveti

tra l'azzurro del lino e le giunchiglie;

risonanze nei vortici di polvere,

cantilene d'uomini e cigolio di traini

non le lanterne che oscillano sparute

ed hanno appena il chiaro d'una lucciola.

 

Scusatemi se continuo questo discorso sulla poesia di Giuseppe Nasca rubando a Quasimodo alcuni dei suoi versi più belli.

Ma dopo la lettura della silloge di  Nasca così densa e ricca non posso tralasciare di parlare della Sicilia  e non trovo il coraggio di parlare soltanto con la mia bocca. Così ho chiesto aiuto ad uno dei figli più illustri della meravigliosa Isola.

Isola, questo nome riecheggia miti storici, psichici, letterari, miti dell'umanità. Già la posizione geografica si condensa di significati immediati ed ammiccanti. Un altrove, una distanza, un pezzetto di un tutto che è staccato, vivo di vita propria. Dunque un confronto che è anche ritrovarsi.

Ho avuto la fortuna di visitare la Sicilia in età molto giovane, subito dopo la laurea, insieme ad un gruppo di amici, timorosi e avventurosi come me.Il nostro viaggio si concluse presto a Fontane Bianche perché ci accorgemmo che, in venti, non riuscivamo a raggiungere la quota per una notte in uno degli alberghi di Taormina!

Così tornammo a Roma con gli occhi pieni di sole e la voglia dell'isola. Perché questo è il segreto di sempre di questo posto incantato: ti resta sempre la voglia di lei. Come aver sentito un profumo, aver gustato un po' di paradiso e poi addio! Hai conosciuto la felicità e devi andar via.

L'isola è capace di seduzioni intellettuali che ti restano dentro e con le quali continui a dialogare. Non è soltanto la sirena dell'estate, attenzione, dietro lo scintillio del mare e del sole t'agguanta con lo scintillio dell'intelligenza, della mente.

Sapori e ricordi, profumi e racconti. Perché la cultura come ha detto Giuseppe De Rita creatore del Censis, deve essere raccontata per essere accessibile. Con  i versi  la cultura, in questo libro, è diventata racconto..

Il libro di Giuseppe Nasca  è veramente come un'isola: un'isola nell'immenso panorama delle pubblicazioni contemporanee. É un altrove che si condensa e si evidenzia nell'immagine di uno dei posti più belli del mondo. Perché i versi sono lo  sgabello dorato dei commensali di questa metaforica tavola culturale dove si entra in contatto con una delle culture più affascinanti del Mediterraneo.

La Sicilia è bella e intelligente, si direbbe se fosse una donna, invece è una terra ma come le figlie bellissime di questa terra è capace di seduzioni incredibili. Perché in lei la carne e lo spirito si fondono in un unico irripetibile richiamo. Quest'unità di sacro e profano, di carne e di spirito, di tragedia e di divertissement, è l'incantesimo di questa terra "altra". Una terra che ha dato figli illustri, che ha dato il latte a Pirandello, è una tera che conclude e riavvia il discorso sull'umanità.

Terra generosa che condensa e miscela vari messaggi cultuali in una prospettiva culturale viva ed avvolgente.

Così i ritorni all'isola, per parlare di nuovo con Quasimodo, significano accendere un riflettore su un posto distante, eppure capace di riaccendere l vita. Ritornare pr ritrovarsi. Una fuga, un rifugio nel cuore vero e primitivo che ha dato la vita.

E cito per una delle poesie più belle di Salvatore Quasimodo:

 

ISOLA

(io non ho che te,

cuore della mia razza)

Di te amore m'attrista,

mia terra, se oscuri profumi

perde la sera d'aranci,

e d'oleandri, sereno,

cammina con rose il torrente

che quasi n'è tocca la foce.

Ma se torno a le tue rive

e dolce voce al canto

chiama da strada timorosa,

non so se infanzia o amore,

ansia d'altri cieli mi volge,

e mi nascondo nelle perdute cose.

 

Nascosto nei suoi aranceti, nelle sabbie bianche delle sue spiagge incantevoli, si nasconde il cuore dei suoi grandi uomini.

Nelle tavole imbandite di Sicilia forse vagano i fantasmi dei grandi figli a cercare cercare ancora un profumo, un ricordo, un legame con l'avventura meravigliosa della vita.

  

Un’avventura meravigliosa che si dipana nel libro di Giuseppe Nasca con ricordi, dichiarazioni d’amore, tentativi di penetrare una realtà che è in evoluzione.E così il poeta si sente come un metaforico “Vu’ cumprà” che guarda il mondo da ospite provvisorio, che non riesce più a sentirsi nel mondo come figlio, cittadino della sua dimensione. Il poeta è un “funambolo” tra le emozioni d’amore alla ricerca della nuova essenza e del nuovo significato della vita.Ma tutto sfugge, tutto s’appanna .Restano le emozioni di sempre come sotto un “Gelso nero “che premono nel cuore del poeta e che regalano dolcissime immagini.

I ricordi sembrano quadri che avvolgono il lettore di profumi, di struggenti ricordi. Il ricordo dei primi amori, il ricordo degli amici cari scomparsi, il ricordo della madre. Che diventa protagonista immensa dell’immenso amore del poeta per il mondo. Ma ecco avanza la delusione e il rimpianto di stagioni passate per sempre, di persone care scomparse per sempre, diventa un veleno che   avanza sempre nei ricordi d’amore.

Solo la fede resta!

Questa l’ultima poesia che scivola sul veleno e lo rende nutrimento per la Speranza. Il viaggio nella poesia d’amore di Giuseppe Nasca ha una sua compostezza classica, ci racconta e ci svela verità immutabili, ma è un viaggio che profuma del paesaggio della Sicilia.

E’ impregnato di questa presenza indimenticabile. L’isola c’è  e sostiene

la vena poetica classica di Giuseppe Nasca con tutto il bagaglio culturale, le immaginifiche parole che avvolgono il lettore nel profumo stregato e stregante delle zagare.

 

Tra le altre poesie degne di grande attenzione le poesie dedicate ad altri paesaggi, ad altre città : Roma , la Calabria .

Così ci rendiamo conto di quanta attenzione, anche per gli altri luoghi dell’anima e della ricerca poetica , sappia rendersi ricca  la vena poetica di Giuseppe Nasca che  conserva, ad ogni incontro, il bagaglio profondo della sua cultura. Così   come un’eterna enciclopedia del cuore si apre a ventaglio sul mondo conservando, al di là del freddo contatto culturale della pagina e del libro studiato, l’immediatezza di un abbraccio, il calore di uno sguardo d’amore. Ecco di nuovo il calore della sua terra che l’accompagna in tutti i suoi viaggi nel mondo! Per questo ho sentito che l’isola c’è sempre, appena ho preso il libro in mano. Perché di quell’isola Giuseppe conserva il calore e l’immediatezza del sentire, l’emozione e l’empatia, Giuseppe conserva sulla pelle e nella penna il sole della Sicilia.

 

 

Anna Manna 

 

 

 

Parlando di poesia.

 

A cesellar m’accingo

il tuo bel viso

con fili d’oro

ed argentate stelle

calcando l’orme incise

del tuo dire

sul foglio bianco

che mi sta davanti

e rivestirle voglio

d’armonia

al passo con forbiti versi stesi

la metrica applicando

 alle parole

e dirti tante cose

che son belle

del tuo spigolare

schietto e dolce

 

  

 

Se la tua vita  mi regali

 

Se la tua vita

ancora mi regali

sarò per te

la fiamma dell’amore,

come quella

che  scalda le Vestali

col sacro fuoco

ricco di calore

Sulla tua pelle

scriverò vocali

con le mie labbra

prive di pudore

e segni chiari

che saranno tali

da giubilarti tutta

con furore

Io son

la vecchia quercia

in terra fissa

e tu la luna in cielo

che la sfugge

tra rami

che col vento

fanno rissa.

La linfa che sta

dentro al tronco rugge

ma dolce scorre

quando  fuori glissa

e gioia immensa dona

a chi la sugge.

 

 

  

 

 

Io, vagabondo

 

Io, vagabondo

tra stelle brillanti

nell’infinito perso

e nel silenzio

delle notti informi,

io, ci sarò per sempre

e parlerò con te

di te sognando

sull’onde del pensiero

e nel brusio

di folla circostante

tu sentirai

le mie parole mute

sussurarti

suadenti le parole

che d’ascoltare speri

e son d’ammirazione

e di stupore

per l’essere tu donna

d’armonica figura

in terra avvolta

dello splendor

dell’oro e delle Dee.

A Te nulla dirò

che tu non sai

del fascino ch’emani

e che ti dissi

un giorno balbettando

ma di pensieri

colmerò l’orecchio

finché d’oblio

non avrai desio

e con piacer

l’ascolto al mio parlare

la gioia ti darà

di stare bene.

Il mio silenzio ascolta

che non tace

finché di vita

resterà la speme

e  di morir non teme.

 

 

 

  

 

Cavalcando Pegaso verrò

 

Il mio piombar  rapace

con Pegaso volando

a guisa di guerriero

ti sia speranza altera

l’artistico assemblare

i cocci a terra sparsi

d’un tuo perduto stato

in un capace vaso,

che nel sen rinserra

le voglie mai sopite

quali giammai Pandora

immaginare osò

e lieve allor ti fia

accogliere le stille

della  superba linfa

che gorgogliando scorre

dal  cuore mio ch’è colmo

dell’incipiente amore.

Il tuo restar supina,

dal nettare sommersa,

di te farà giuliva

la scintillante stella

sul dorso del cavallo

che vola insieme a me

superbo e spensierato

 

 

  

 

 

Dimmi chi …?

 

Chi vive nei tuoi sogni?

Chi intiepidisce la tua mente adesso

di quanto non t’illuse il dì passato?

Chi ti strappa dal cuore la tristezza

e chi ti dà  coraggio

di vivere felice e spensierata?

Chi le tue labbra solletica dischiuse 

senza sfiorarle un bacio appassionato

e chi ti gonfia il cuore di passione

al sol pensiero d’annegar confusa

nello sguardo  che t’accarezza il corpo?

Dimmi chi folleggiar ti fa d’amore

senza sfiorarti quel voglioso seno 

e solo per te scrive, sognatrice,

versi d’amore che leggendo vai?

Se questi son quel tale

che di tanto valore son capace,

con l’anima ricolma di passione

ascolta l’amor mio

e non restare muta ad aspettare

perché mi fai felice e non lo sai

che sono più di quanto a te compare.

 

 

 

Sono per te

 

    Io son per te fratello, amato sposo

di talamo infinito che si perde

tra gli anfratti del vivere corroso

dal tempo ingordo che nel cuore lede

     il ricordare intenso la passione

ancora viva nella nebbia avvolta

e se t’adorna un’alba di corone

di roridi colori in seno accolta

     allor rivive tuo splendor forbito

che mai si spense sul tuo labbro muto

ed io ti porgo amore all’infinito

che tu pensasti mai d’aver perduto.

     Sui clivi del sognare che più conta

l’immagine d’un tempo sempre viva

dei giorni che passaro non tramonta

e resti tu per me l’eterna diva

    sacerdotessa d’amorosi riti

perché son questi i miei pensieri intensi

che spigolando corrono smarriti

al crepitar costante dei miei sensi.

     L’orme sbiadite di passati eventi

non sempre il tempo cancellar potrà.

Felici ed infelici vanno spenti

quando il silenzio sopra noi cadrà

     e mai potremo raccontar suadenti

di quanto  adesso provo e non sarà

perché dal mondo resteremo assenti

e mai sapremo quello che accadrà.

     Ma l’eco rimbalzando per le strade

oppur di valle in valle repentina

rivivere farà nelle contrade

amori uguali come fosse brina

e rivivranno i nostri sentimenti

nel divenire umano che non tace

e dir potremo d’essere presenti

nel mondo dell’amore e della pace.

 

 

 

 

 

 

Anche la vecchia quercia sogna

 

 

Quercia superba dai forbiti accenti

che d’ombra ammanti nel silenzio arcano

fioriti praticelli prorompenti 

e ti sommerge il cinguettar d’uccelli

felici scorazzanti sulla chioma,

caduchi rami mostri nel tuo dire

protesi a rinverdir la linfa ascosa,

nel turbinar del vento chiacchierino.

A sera, quando tace la natura

le stelle che tu vedi all’orizzonte

raccontano le storie d’altri mondi,

ma l’ombra ti ricopre della notte

ed il silenzio incombe sul tuo corpo

baluginato dalla luna astiosa

che sfugge, si nasconde e poi sorride

e ne rincorri il capriccioso andare

con l’alitar focoso del tuo cuore.

Così tu vivi rincorrendo il sogno

di catturar la luna che ti sfugge.

 

 

 

Un  sogno ch’era bello

 

Donna sfiorita dall’aspetto dolce

che vedo incerta nell’andare piano

forse non sai quanto piacer mi fece

sfiorarti il corpo con lo sguardo muto

quando, ragazzo ancora, ma procace,

ondeggiare sui tacchi ti vedevo.

Tu rosa ricoperta di rugiada,

tu zàgara fiorita  e profumata

mi sembravi da cogliere d’un fiato

Eri per me la cima immacolata,

di vette mai raggiunte e da scalare,

il vento vorticoso di passioni,

di voglie nuove ardenti e fantasiose, 

il pozzo dei miei sensi scalpitanti.

Sentivo solo quello che sognavo

o come nella mente ti volevo

perché sospinto mi sentivo allora

dal fuoco di carboni ardenti e vivi.

Adesso, che cadente  simulacro

sembri  di sensi in mare sprofondati

dal tempo assurdo che li vinse astrusi,

sento d’amarti più d’allora ancora

perché mi turba la tua faccia smunta,

e l’invecchiare assurdo che cancella

un sogno ch’era bello  e gli anni miei. 

 

 

  

 

 

 

Rinserra il tempo

 

Rinserra il tempo gli anni miei caduchi

avvolti nell’ampolla evanescente

di fatti e di pensieri

che tinsero la vita nell’andare.

Ruvide ascese, strepitosi tonfi

imprese folli d’amorosi amplessi,

sperduti canti d’ispide chimere

tra ridondanti nubi

ed archi di colore

dal sole disegnati

toccarono le stelle ed or supini

piombarono nel fondo dell’oblio, 

amaramente chiusi nello scrigno,

che ne segnò la fine.

Al mio sentir loquace ed errabondo

la rabbia non dà pace del passato,

perché calda la brace mi rimane

d’antica storia pinta di rimpianti,

che  vide allor lucenti

le stelle vagabonde

rigare il cielo nero ma sereno

con amorosi sciami di passioni

Non ti stupisca dunque l’emozione

che l’anima sommerge e tocca il cuore

per cose che  già furo e mai saranno

 

 

  

 

 

 

La cronaca d’un sogno

 

Sognavo d’aspettarti

nella notte.

Guardando in fondo

alla deserta via

seduto sopra un nuvolo

attendevo

che tu giungessi infine

all’orizzonte.

Quando arrivasti

con le labbra mute

confusa nella nebbia

del mio sogno

ti vidi evanescente

trepidante

al centro della strada

che saliva.

Un bacio solamente

sulla fronte

colmò la sete

della lunga attesa

Ti cinsi dopo

col mio braccio il corpo

e riprendemmo

insieme la salita.

La luce che di fronte

ci guidava

guizzava nella notte

ed era  ricca

di stelle luccicanti

all’infinito.

Sparì la nebbia

che d’intorno stava

e fummo luce

nella luce avvolti.

Son calici di stelle

i nostri visi

che baluginando

vedo rimbalzare

tra meste fole

e fulgidi sorrisi

nell’ombra vaga

del chiaror lunare

e sembrano

nel marmo bianco incisi

di nuvole

sfuggite al blaterare

dei venti

vorticosi ed indecisi …

Ma fu la fine truce

del sognare.

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella notte d’incanto

che di vino brilla

 

La notte scende  variopinta e gravida

di  dolci ed ampollose apparizioni

sulla campagna ricca di colori,

che dardeggiando il sole li sospinse

sul bianco delle nuvole sbiadito.

Il ciel si tinge  di rossastro esangue,

misto di giallo e d’ocra col turchino

a sprazzi e chiazze sguinzagliato in alto,

che mare sembra turbolento e truce,

ove diletto prende fissa e rilucente

la mezza luna dal sognante aspetto.

Su quei fantasmi d’ombra disegnati

aleggiano fruscianti di colori

parole mute di pensieri immensi

e di stupende immagini sopite

nel silenzioso incanto delle stelle,

che martellante rompe solamente

della cicala il languido frinire.

Su questa scena di colori obesa

e di silenzio murmure si leva

lo spirto mio giullare e vagabondo,

all’altezza di cime mai raggiunte

e sogna incontrastato fiabe eluse

del già passato giorno con rimpianto.

Vedo vascelli dalle vele d’oro

nel cielo navigare, reso mare,

di pesci zampillanti e di delfini

che mostran pure di volare attorno

a squali immoti nel cacciar le prede

e streghe nere sulle scope appese

fuggir lontano verso l’infinito

che dell’oblio le copre e le sotterra.

Tace supino ogni pensier cattivo

e l’anima s’accende del disio

di pace e stasi del dolor represso.

    Con questi versi che disperde il vento

nel colorato amplesso del tramonto

Io brinderò col vino dei miei sogni

In alto sollevando queste coppe

che nudo il seno contener non ponno

di tua bellezza turgida e suadente

e stilleranno a gocce i tuoi pensieri

nel calice ricolmo che ti porgo

se le tue labbra accosti rubiconde

ed ebbre di liquore soporoso

su quelle mie frementi di passione.

Cavalli scalpitanti e senza freno

Insorgeran nitrendo nel tuo seno

restando pur supina nell’attesa

che languido ti porga il mio liquore

e, quando il paradiso toccherai

scivolando su nubi di passioni,

immota resta e godi finché puoi,

del vino zampillante sulle labbra

ed i colori spigolanti in cielo

avvinceranno l’anima pacata,

l’immagine esaltando del tuo viso.

Allor divina sentirai l’impulso

del nettare gustato dagli Dei

e tra le stelle nuoterai felice

nel gorgo colorato dell’oblio.

che fu d’Arianna la raggiunta pace,

ebbra del vino da Dionisio offerto.

Ancelle eteree danzeranno mute

a te d’intorno e son l’Ore fatali,

che d’ignorarne vien concesso i mali

a te del tempo scivoloso e turpe,

d’eterno colorando i tuoi pensieri.

Col capo cinto da corona verde

di pampini e di tralci ancora vivi,

ebbro d’amore a te m’accosterò,

come Sileno traballante e sperso,

e con le dita suonerò la cetra,

che fu d’Orfeo l’accorato incanto,

senza timore di scomparse amare

nel lubrico soffrire dell’Inferno.

Le corde toccherò del tuo sentire,

Intrise già del vino che t’offrii

e colmerò d’altro liquore ancora

il corpo sitibondo che mi mostri

e due saran le stelle nuove accanto

a quella luna a forma di canoa

che navigando culla i nostril sogni,

finché nel mondo stilleran le botti

del vin la linfa sull’umano senno.

Possa durare quanto il mondo dura

questa silente notte vagabonda

e mai stupir la gente d’altre scene

che son di mostri e di dolore accese

e distillar le pene, in versi sciolte,

da tremolanti immagini sperdute

in gocce scintillanti di piacere.

Così violento non irrompa il sole

a scardinare il placido sostare

di colorate scene nel silenzio

di questo poco tratto della vita.

Solo dopo  gli sia concesso adire

col carro rutilante sopra il mare

portando  in cielo rinnovate luci,

ma adesso giaccia dietro i monti ascoso

e lasci al sogno il trionfante segno

del vino gorgogliante nella gola

ed al suo fumo che t’innalza in cielo.

 

 

 

 

 

A Lei che dorme.

 

La notte è ghiaccio fuso nella mente.

Sento il vento  sbattere sui vetri

ed il tuo  cuore  battere nel seno,

ma tu dormi tenendomi la mano

ed io ti guardo immobile e silente.

Son gli occhi chiusi ed affilato il naso,

serrato il labbro ed i capelli sparsi,

il petto ansante per profondo sonno.

Tu dormi ed io ti veglio

e con la mente, che si scioglie

dipingo la tua faccia

sopra una tela azzurra, che non c’è,

ed il tuo corpo intaglio

sopra una pietra rosa, forte e dura

con lo scalpello della fantasia.

Tu dormi ed io ti veglio!

Ti voglio, ma non parlo.

Ti  guardo solamente.

Ho dentro il fuoco, la passione è forte,

ma resto fermo con la mano stretta.

Nella nebbia del sonno avvolta voli

e, stella tra le stelle,

nel firmamento corri dell’incanto

e favola rivivi favolosa

nel tuo dorato mondo

e non v’è forse posto

per me che guardo e bramo.

Mendico allora cerco la tua voce,

che d’ascoltar non m’è concesso in sonno

dove è negato entrarvi

e disperato perdo forza e pace,

ma, a te d’accanto, che dormendo sogni,

la  mente più non tace

e meraviglia nasce

di star lontan da te

anche quel poco che l’impone il sonno.

 

 

 

 

 

 

Sotto il Gelso nero

 

 

Il sol ricama il cielo

di trapuntata luce

di qua dal gelso nero

e tinge di colore

le nuvole cangianti

ch' abbaglia l'orizzonte,

laddove le montagne frastagliando

punteggiano di cime

il quadro variopinto che ci appare

e gli alberi impazziscono di verde

tra i rami adunchi di colore bruno,

stampando in terra mostri o forse fate

d'indefinito aspetto

che mai la mente immaginar osò.

L'oro s'innesca caldo

al freddo del turchino

e schiumano di rosa i cirri bianchi

che luce li bordeggia ridondando.

Negli occhi tuoi il cielo,

nei tuoi capelli l'oro,

sulla tua bocca appena

il rifiorir di favole smarrite,

sulle tue gote il rosa

di sogni ormai passati

su tutto il viso incanto

di giorni ormai trascorsi,

mentre cosparge di liquore rosso

l'ignudo corpo il gelso rubicondo.

Un tempo, mai cogliemmo i gelsi neri

ignudi entrambi sotto il sol cocente,

eppur felici tosto il sol ci vide

poiché speranza e vita

la fede  c'infondeva

e forza  c'incuteva  giovinezza

all'ombra appena d'un muretto antico

bevendo a garganella l'acqua pura

che d'una fonte anonima sgorgava.

Anche se l'onda paventò l'oblio

talvolta scoraggiata nell'andare

con moto trepidante sopra i flutti

del divenir fugace di quel tempo

ed or lo spettro aleggia più vicino

del nulla che cancella i sogni azzurri,

c'inebria come allora  questa luce

che ci cosparge il viso di colore

e ridondanza dona ai gelsi neri,

perle tra perle rilucenti al sole

nell'intimo del verde delle foglie.

Possa per sempre ristagnare il tempo

ed immolar la mente a un  Dio pagano

l'ore future per fermarle tosto

ed arrestare il divenire incerto

o forse certo del domani ambiguo

e qui sostare sotto il gelso nero

a disegnar col dito

intriso di liquore

sulle ridenti labbra

l'amore che ti porto

ed adornarti il seno di collane

che san di gelsi e perle nell'amplesso

d'un mondo che ci sfugge

e scriveremo allora

un nuovo carme che non ha parole

e nel silenzio adorneremo i cuori

di quella pace che d'eterno sa

anche se dopo periranno a frotte

le foglie intorno e rinsecchiti i rami

al mondo mostreranno il lor patire

 

 

 

 

 

Sopra le nubi

 

 

Sopra le nubi, in alto,  son volato

per ammirar le stelle da vicino

e sopra i cirri neri ho disegnato

mirabolante un quadro d’oro fino,

 

ma sulla terra tosto son tornato

dal vento spodestato birichino

e sulle pietre aguzze del selciato

rincorro solamente  il mio declino

 

Il mondo è bello solo se sognato

ma, quando giungi all’ultimo gradino,

tu, svegliandoti,  amaro e sconsolato

la tunica rivesti del tapino.

 

 

 

 

 

 

 

Le foglie dei vestiti

 

La fonte sono

d’eleganza e stile

le foglie dei vestiti

nello stipite dell’albero

che cresce nei giardini

o tra le mura

delle fredde stanze

adorne di tappeti ed arabeschi

ma lo splendore

celano caparbie

dei rami

accavallati ed anelanti

d’accarezzar

la brezza del mattino

e godere

la luce che compare.

Il lor sfuggire

da quel manto verde

li rende

scalpitanti ed esaltanti.

Ti diranno

che  son loro la vita

dell’albero

che svetta verso l’alto

perché la linfa scorre nelle vene

del desiderio

che sprigiona amore

e se cadranno

tutte intorno sparse

le foglie verdeggianti

a far da letto

allor la vista avrà

grande diletto

nel rimirar

le curve e l’anse cave

al tronco scapestrato e giubilante

di sogno

rivestito d’armonia

e d’amorose spire

gorgheggianti

d’uccello  saltellante

che di piume

adorna variopinte

il corpo ignudo.

Ombra di paradiso

allora cinge

I rami spogli di verdeggiante chioma,

ma ricco di pensieri

antiche fole

sguardi suadenti

e sogni svolazzanti

che sfiorano le stelle risplendenti

ed io che son

di sogni assemblatore

di tutto quanto

ne raccolgo il brio

e sciolgo al cielo

un cantico suadente

di versi antichi e di parole arcane

finché sorriso

le tue labbra adorni.

 

 

 

 

 

 

La dorata spiga

 

 

Spiga  dorata tra dorate spighe

di grano rigogliosa palpitante

nella contrada svetti al sole esposta

di Cerere imitando la sembianza

che col falcetto al fianco brilla d’oro

e più non piange la perduta prole

implosa tra le braccia di Plutone.

Di chicchi mostri le superbe forme

di pula ricoperte ed aghi incisi

nell’aria che circonda l’ondeggiare

al vento sparso e sembrano capelli 

di donna appariscente sciorinati

sui fianchi ardenti e sulle nude spalle.

Ed io li spoglio questi chicchi ameni

ed alle labbra accosto il lor sentore

mentre d’intorno vola il  lor vestito

al tocco sciolto delle mani ansanti

e trepidanti di passione viva.

O spiga mia adorata e sogno ambito,

di questa età matura che m’afflige

godranno i sensi nell’averti vista

recisa  dalla zolla, ov’ io t’ho scorta,

che nascere ti fece e resa bella

nel mondo che più vale d’altri frutti,

perché la vita adorni e dai l’impulso

di suscitare amore in chi ti guarda

e del chiarore che tu spandi intorno

illuminar lo sguardo ancor la notte

che luna inonda  torbida di vita. 

In cielo svetteranno rose pallide,

azzurri ciclamini, piante verdi

e bianchi gelsomin a frotte nati

e cinguettanti uccelli variopinti

tra cespugliose cime al rosso fuse,

ma quel colore d’oro fino in campo

che dentro cresci ad altre miste sempre

faran di te l’imperatrice arcana

che il mondo concupisce e pure sfama

e tu di gloria cingerai la testa

ché pane diverrà la carne tua,

cibo supremo dell’umana stripe,

ne disdegnar potrà l’amato bove

gustar la paglia che produci pure.

 

                                 

 

 

L’oro dei capelli

 

Di mito e di colori

tra rutilanti cumuli dorati

nel campo sparsi

di recise spighe

vedo balzare

di colori vaghi

l’immagine

di donna  sorridente

che l’aria frange

di novello ardire.

Allora vaga attento

il mio pensiero

e  d’annegar non teme

tra le zolle

d’estinto verde

ricoperte in pieno

di giallo luccicante

e di tiepore.

Persefone mi pare

di vedere dagli Inferi

sfuggita nell’estate

che già s’alletta

d’oro circonfusa

d’Anémone  a cercar

l’amato fiore,

conteso a Giuno

che lo volle amante.

Soverchiato

mi resta solo

d’ammirare in sogno

la scena che mi fa

fantasticare.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il verde dell’ulivo

 

    La verde cima degli ulivi cinta

di foglie aguzze e rigide d’aspetto

non ebbe mai la guerra ridipinta

sull’ondeggiante  casco  mai perfetto.

    Di pace invece conquistò la grinta

fin da quando sull’ara venne eretto

a simbolo d’amore e lotta estinta

nel vivere civile e pur corretto.

    Al rosso e bianco  aggiunto,  il suo colore

di verde acceso, sempre preferito

l’aspetto nuovo dette tricolore

    allo stendardo sventolante ardito

d’italico valore e di splendore,

che della pace dia sempre l’invito

 

 

 

 

 

 

 

Alla fine delle contese 

 

 

     Adesso mi sovviene il tempo quando,

nella corazza rilucente avvolto,

guerriero sollevavo in alto il brando

per tacitare il senno tuo stravolto

e mi fermavo solamente ansando

se ti  sentivo il fisico sconvolto,

e diventar soleva di Nettuno

il ferro che di denti n’ha più d’uno.

     Allor, d’intenti sempre più decisi,

con precisi colpi  all’obbiettivo  resi,

frugavo con la bocca  a denti incisi

i sensi tuoi,  che, sempre più  distesi

nell’affogar sommesso a  pianti e risi,

mostravan segni sempre più palesi

di resa senza condizione alcuna,

come col sole fa di giorno luna.

    Ormai, dismessa la corazza altera

per l’armi appese al muro incontinente,

la guerra è diventata una chimera,

perché scaduta appare e prepotente

la voglia antica tutta quanta intera

di stare in santa pace solamente.

Così il tridente e pur la spada piace

serbare immoti nella spenta brace

 

 

 

 

  

 

   Non sempre la vittoria arrise

 

 

    Nefasto il giorno dei perduti allori

giunse nel mondo del pallone appena

e già si pensa di lenir dolori

che poi non son motivi di gran pena.

 

    Di certo è meglio ricco di colori

che sempre arrida la vittoria piena

nel nostro calcio e sian sempre i migliori

i nostri giocatori nell’arena.

 

   Nel mondo dello Sport è risaputo

che spetta solo l’accettar  composto

l’altrui valore e non pensar perduto

 

   l’impegno già profuso  e riproposto.

Non è di certo onore decaduto

non  essere arrivato al  primo posto.

 

 

 

 

 

 

 

Alla città di Roma

 

 

       Dal solco emergere grifagna e torva,

il ciel ti vide con superbe mura

 e rispecchiarti ansante di grandezza

nell’acque bionde d’un divino fiume.

La zolla di quel solco il sangue tinse

di chi romano ancor non era e volle 

violarne il segno con spavaldo passo.

D’allor la storia più non tacque l’eco

delle superbe imprese e delle guerre

che d’opulenta forza il cor  ti cinse

e fea di te del mondo la regina.

Dei Cesari l’emblema al mondo desti

che fu romano sotto la tua guida

e, solamente dopo, incandescente

luce di fede fosti incontrastata

per Cristo redentor d’umanità.

Ora tu sorgi, solamente paga

di reggere l’Italia derelitta,

che la sommerge l’allettante  fama

di generosa figlia dell’Europa,

ma chi ti guarda e scorge tra le nubi

di metifiche parvenze la tua fama,

prono si prostra a te dinanzi e plaude

alla tua gloria che nel cielo monta

e simbolo ti fece di grandezza

ed è cosi che chi con te gareggia

si vanta d’esser la seconda Roma

e chi la terza nell’uman consesso,

nonché la quarta o la futura quinta.

Qualunque sia domani il tuo destino,

mai cancellar potrà nessuno il vanto,

che prima fosti capitale vera

d’Europa, d’Asia e d’Africa, assemblate

intorno al mare, che fu detto  tuo

e fosti madre genitrice ancora

di civiltà suprema e di splendore

Per questo t’amo e t’amerò per sempre

mitica città, che preclara fosti

a Dei pagani ed al poter di Cristo

ed or nel fango ti dibatti oggetto

d’oscene accuse di chi ti gabella

madre funesta di ladroni bradi.

Quando prono e silente a te verrò

a calpestar le tue sacrate calli,

implorerò l’Eterno che d’eterno

ognora cinga la  superba effige

di te che sorgi nella Patria mia

e che mai  cataclisma o nebbia oscuri

il tuo superbo primeggiar nel mondo

e che la gloria il sen sempre ti cinga.

 

 

 

 

                        

 

Come guerriero

 

Come guerriero di romana stirpe,

cingendo al fianco la mia sola  daga

a te verrò furente di passione

e prono chiederò d’amarmi o Dea,

che nel tuo corpo assommi la bellezza

che fu di Marte la cagion d’amore

per Rea vestale concupita e vinta.

Il frutto sano dell’amor che t’offro

non servirà di certo a rifondare

un’altra Roma per mano d’orfanelli,

abbandonati al latte d’una lupa.

Io non son Marte ma Plutone certo,

che col mio fuoco il sacro fuoco tuo

a Vesta renderai brillante e vivo.

Ti colmerò di baci e di passione

sul Pincio, l’Esquilino, l’Aventino

il Celio, lungo i Prati, oppur del Tevere

sul bordo, che lubrico scorre biondo.

Lascia che ti ferisca dolcemente

dell’innocua ferita dell’amore

e quando il miele attinto favoloso

del mio profondo amore avrai gustato

di farne a meno tu giammai potrai

e se per caso questo tu farai

non molto facilmente scorderai.

 

 

 

  

 

Nuova sirena

 

Son da Saturnia a scendere festose

nel mare che le accoglie con dolcezza

le italiche sirene prosperose

e spandono d’intorno la bellezza

 

che quelle greche, in vero velenose,

Omero ci descrisse con destrezza,

quando d’Ulisse l’orrido propose

viaggiar incerto al soffio della brezza.

 

Io quando il corpo vedo di colei

che nella foto posa con candore,

del vento le sembianze assumerei

 

e senza avere poi alcun pudore

con l’onde tempestose coprirei

le sue fattezze reclamanti amore

 

 

 

 

 

 

Amor per Roma non cancella il tempo

 

Caracollando sul cavallo bianco

dei miei sogni a Roma giunsi altero,

di penna biro solamente armato,

e svolsi un tema d’itala cultura

nell’affollata sala d’una scuola

e l’indomani ancora vi tornai

a dare soluzione ad un problema

complesso di figure e d’equazioni.

Dopo, un colloquio sostener dovetti

di storia patria,  geografia e lingua.

Tornato vincitore di concorso,

Catania mi promosse a trafficare

con treni, capitreno e macchinisti

con la paletta ed il cappello rosso.

Ma se cotanta gloria mi concesse

Roma, che fu di Cesare magione e sede,

nonché di Pietro simbolo divino,

e del modesto mio comparire

tra le ferrate strade siciliane,

un velo mi squarciò d’antichi fasti,

sull’itala ricchezza  di valori,

ch’ emergere sentivo dalle vie,

i marmi, le colonne e le fontane

d’antico stampo ma di vita ansanti.

Piazza Navona, il Vaticano ,l’Eur,

il Colosseo, le Terme, il Circo Massimo,

Piazza di Spagna e di Traian la stele,

nonché Castel Gandolfo e Porta Pia,

il Laterano e l’Ara della Patria,

m’apparvero giganti d’altri tempi,

che resero fiorente il nostro suolo.

Ma quando per le strade m’aggirai

dei mitici  quartieri popolani,

rimasi avvinto dalle targhe antiche

accanto a quelle di negozi nuove.

Sull’uscio aperto d’ una trattoria

vi lessi: “Pisciapiano Gioia mia”

accanto al muro antico riesumato

e camminando lessi pure scritto:

“Er Frascataro”, che vendeva vino,

di quello vero e buono di Frascati.

Allor compresi che l’antico al nuovo

nell’Urbe accede e si completa al passo

di tempi che son nuovi e già moderni.

Compresi ancor di più questa faccenda,

quando raggiunsi via Condotti e pure

la piazza dove sorge il Pantheon antico.

Lo scintillio di luci dei negozi

si mesce all’eleganza della gente

e senti tutt’intorno la parlata

romanamente aperta mescolata

a quella della gente ch’è del mondo.

Spagnolo,inglese, tedesco, africano,

nonché francese, russo ed indostano

tu senti cicalare per le strade

ed è di Roma tutto il mondo intero.  

Per questo in me risorge  vivo amore

e vanto, che non teme la smentita,

d’appartenere a Roma, ch’ è signora

dell’Itala nazione e dispensiera

della cultura che nel mondo alberga.

T’amo Dea Roma, che superba estolli

sul mondo intero dall’infinita altezza 

su cui ti pose il destin supremo,

come a Te disse un giorno quel Giosué

che le tue pietre ricoprì d’orgoglio

e nudo ci mostrò tra loro amore

e riscoprì gli emblemi romulei

di crocidanti uccelli vagheggiati

sui labari romani vincitori

e possa allor volare  la mia voce,

di valle in valle, fino a che quel  grido

ne sia di pace, amore e gloria eterna,

ambasciatore  tra l’umane genti

finché la vita dura e non si spegne.        

 

 

 

 

 

 

 

L’Omaggio alla Calabria

 

      Rupestre fiondi nell’azzurro mare,

Calabria onusta di montagne verdi

rude appendice dell’Italia estrema,

dove regnaron mitici gli Dei

che furono d’Ulisse ed altri eroi.

Tu, col sole  giocando a rimpiattino,

alla Sicilia rubi il panorama

e tanta parte di quel ciel che fu  

di Cerere la sede incontrastata,

onde d’Omero il canto ancor echeggia.

L’incedere sul mare, non fu forse

gradito al Dio Nettuno, che vi regna,

e scatenò di Scilla e di Cariddi

l’abbraccio rude, che tra loro corre

per volontà divina d’altri tempi,

contro naviglio che lo  stretto varchi.

Qui l’onde fanno mulinelli eguali,

mostrando le mascelle dei due mostri,

che sembrano di rupi due gemelle

Ma non bastò di Scilla e di Cariddi

l’intoppo azzurro e nero tra due sponde,

che vollero comuni i lor destini.

I Siculi, fuggendo d’altri siti,

raggiunto infine il calabro avanposto,

lo stretto in parte presero d’assalto

e Sicilia chiamarono quell’isola.

D’allor congiunte le due terre sono

d’umana schiatta e di parlata uguale;

ma ancor di più le resero sorelle

color che, dopo, con le navi giunti,

ne rinverdir la fama e la potenza

e fu così che Tu, Calabria cara

di Magna Grecia fosti la regina,

faro splendente di superbo ardore,

che  mostri ancora nei reperti antichi.

Io, che  son nato siculo e lo sono,

di  Te, Calabria, comparando vado   

il tuo linguaggio al mio che lo coltivo,

i tuoi monti confronto d’Appennino,

ai verdeggianti clivi di Sicilia

e le sfuggenti nubi d’Aspromonte

agli urticanti effluvi le rapporto

dell’Etna ciarliero e scalpitante.

Ne cesso d’ammirar quei bronzi Greci

che fur trovati nel mare di Riace

ed al Fauno Danzante li confronto

e Venere, trovata a Morgantina,

o di scrutar esterefatto e muto

 gli anfratti marinari delle rogge

del tutto similari e conturbanti

alle superbe sicule contrade.

Per questo t’amo, pia gemella terra

della mia Sicilia, che stesso mare

d’azzurro cinge le tue coste amene

e clima arride identico e gioioso.

Io t’amo ancor perché gli stessi guai

della mia terra tu rivivi e piangi,

sorella amara di sorella amara.

Ma disperar non lece in questo mondo,

poiché verranno certo i giorni lieti

a rinverdir le sorti che son magre.

“Vitulia” ti fu dato nome primo

per lo sciamare di vitelli al desco,

esteso al resto del terreno a monte,

da gente che così chiamò l’Ausonia.

Allora il vanto maggiormente avesti

d’aver dato superbo allo Stivale

d’Italia il nome, che nel mondo vale.

 

 

 

 

 

A  Maratea

 

 

O Dea del mare, che superba emergi,

divina Maratea,

il corpo frastagliando in cento rupi

nel litorale dove

Nettuno, spumeggiando,

con l’onde gioca e con l’azzurro cielo

e smorza la sua forza

nel placido contesto di colori,

d’intorno sparsi sull’arboree rocce,

nella mia mente luce

s’accende d’improvvisa fantasia

nel rimirare le profonde gole,

le grotte ascose in terra

ed i tuoi monti arditi

sfidar le nubi oblunghe,

che timorose Zefiro le spinge

verso procelle altrove,

e vedo intorno sparsi

mille fantasmi di passate storie,

di mito intrise e di superbi fatti,

se d’improvviso appare

lo svolazzar d’un falco in pieno tuffo

sugli alberi fronzuti.

In questi luoghi certamente Giove

con Cerere, Giunone, Apollo e Venere,

nonché Nettuno, Diana ed altri Dei,

si dettero convegno, escluso l’Ade,

per celebrare i fasti della vita.

Ma adesso svetta sul più alto monte

l’immagine di Cristo redentore

benedicente il cielo e la natura

e tu, superba terra,

eterna resterai nel tuo contesto

e nulla mai potrà di tua bellezza

finire nell’oblio.

Tu la perla per sempre resterai

 del mar Tirreno ed anche d’altri mari              

 

 

 

 

All’isola che c’è

 

 

Il soffio aleggia dell’amor divino

su questa terra che dal mare è cinta

e mostra al cielo il volto repentino

di roccia nera nell’azzurro pinta

d’un monte, che giocando  a rimpiattino

con nuvola di fumo in alto spinta,

stupisce  chi la guarda  da vicino.

Il cielo terso che la volle avvinta

nel mitico splendore dell’azzurro

la circondò di borbottanti venti,

che le nubi filanti come burro

sfiorarono di musica e d’accenti,

e l’aria accarezzando di sussurro

le fole ne cantarono suadenti.

 

 

 

 

 

 

 

Son qui le barche stelle.

 

 

Son qui le barche stelle

nel cosmo fisse dell’azzurro mare

e se la vista ascondi per sentire

il canto  delle ninfe

che giunsero danzando sopra l’onde

dall’isole feconde,

dove approdando Venere sorrise,

la mente si confonde

all’apparir dell’orizzonte  il fine,

che con il ciel si fonde,

e  lo scrutare i flutti orlati a trine

per il guizzare allegro  e spensierato

di variegati pesci in quell’afflato,

stupendamente  varchi  l’infinito,

dove il clamore  tace

e sei pervaso di quell’amore vero,

quello divino, che non sa di mito

ma di suprema pace.

 

 

 

 

Ma dall’orrore obeso

 

Ribolle il mare

di speranze

e morte

che sopra l’onde

gracchia

sitibonda di sangue

immerso 

in corpi inanimati.

 

Di fiori rossi

si colora il prato

d’acqua salmastra

fonte dell’oblio

e sono l’anime

smarrite e mute

di bimbi morti

in culle d’acqua azzurra

ma d’orrido coperte

e di tormenti-

 

Riluce il sole

e canta il vento un’inno

di lamentoso pianto

al cielo volto

e crolla ogni castello

d’agognati sogni

ed arcane speranze

d’una vita

non più cosparsa

d’armi crepitanti

e fame immonda

di retaggio antico.

 

All’orizzonte appare

d’improvviso

la sagoma sperata

d’una nave,

che solamente

cogliere non può

i fiori già recisi

dalla morte

immoti galleggianti

 

sopra l’onde.

 

 

 

 

Tombe di mare

 

Tombe di mare, monumenti immoti

sull’onde semoventi del dolore,

barcollano le bare  della morte

e dalle grotte  di Nettuno sale 

il pianto di sirene zampillanti.

Laddove solcano le navi il mare,

che fu la gloria di passati eventi,

da  Roma tinti di gloriose imprese,

adesso gridano i morenti arresi

a forza imposta di sommersi scopi.

Speranza spinge, ma pietà non trova

e morte falcia sul salmastro campo,

covoni ammonticchiando di vergogna

all’ombra d’interessi e di razzismo

 

 

 

  

 

Il nuovo giorno mostra

 

 

All’apparir del sole

brillarono nel cielo

speranze all’infinito

a nuvole confuse

di rondini festose

ma fu la notte fonda

d’ovatta circonfusa

e di silenzio immane.

 

Non erano le stelle

foriere della luce

coperte dalle nubi

di non previsti danni

sorelle della morte

che tristemente incombe

sull’onde rese flutti

d’inganni e di dolore.

 

L’umano compatire

le ristagnanti pene

appare sulle prore

di barche fatiscenti

che vengono perdute

nel mare che dipinge

fantasmi di salvezza

non più sperati all’alba

che ricompare nuova

all’orizzonte osceno

di nuovo giorno incerto

e piangono bambini

al seno appesi inermi

di mamme che non sanno

il lor destino all’erta.

 

Mai più ritorneranno

a riveder la terra

che le sospinse in cerca

di pace e d’un amore

d’umani sentimenti

dispersi nell’oblio

da crudeltà sospinto.

 

Un giorno suoneranno

d’Apocalisse torbide

le trombe di vendetta

che grideranno in coro

le squallide pretese

di perfido abbandono

e capiremo allora

l’umana sofferenza

di chi sperando muore.

 

 

 

 

 

Affondano nel mare

 

Affondano nel mare

le solite speranze

d’un mondo che scompare

e s’ornano di danze

al fin di superare

le perfide distanze

col solo navigare

su povere paranze.

Ma questa gran trovata

del sogno che soggiace

a semplice remata,

dà solo eterna pace

a  gente disperata

sull’onda atra e rapace.

 

 

 

  

 

Rami contorti

 

 

      Rami contorti d’assetate piante

si levano da terra e vanno in alto

per ripiombare in basso mendicando

gli spruzzi che sospinge  l’onda espulsa

dal mare che la sabbia invade e sbalza.

Sanno di sale le bagnate foglie

che brillano di verde al sole esposte.

Il vento ha reso proni i loro tronchi

che pregano tremanti un torvo Dio

quando non li costrinse la violenza

a rinsecchire al sole le radici.

La morte allora albeggia su quei tronchi

che li cosparge nudi di biancore

lanugine d’insetti a frotte intense

e bruchi incolonnati nel salire

verso la chioma scompigliata e rude.

 

     Tra foglie, rami e tronchi inanimati

ombre disfatte apparvero grondanti

che rigettava il mare sulla riva

ed erano distese nella terra

ansanti di fatica e di speranza.

Alto un lamento si levò nel cielo

che parve di preghiera ed era tale

in lingua sconosciuta ed accorata

di donne  e di bambini ancor piangenti.

 

      Terra promessa fu raggiunta infine

che prospettava il mare tempestoso

laddove la morte già regnava

ed era solo inizio d’altre pene.

Venivano dall’Africa sperduta

fuggendo dalla morte e dalla fame

per ritrovare solamente il pianto

che già li spinse su barconi infidi

e l’onde furo, in alto sollevate,

chimere innanzi spinte vorticose

dal vento che sorrise oppure pianse

avvolto nel mantello del domani

e tingere di rosa il mondo volle

del nero appariscente delle nubi

La morte incombe sulla spiaggia arcigna

ma la speranza arride negli sguardi

e forse un giorno grideran felici

d’aver varcato il mare di dolore. 

      Il sole  che compare all’orizzonte,

foriero della luce e della pace

li rende forti di speranza ancora

ma quando a sera giungono affamati

il grido li sommerge del dolore.

Non solo il mare ma l’infame specchio

del disumano impatto con la gente

non li comprende e li respinge indietro,

La diffidenza alberga in quest luoghi

che furono lo specchio del traguardo

e della meta di raggiunto bene.

Solo il miraggio resta che scompare.

 

 

 

 

 

Mosaici nel mare

 

Pietre con pietre

di diverse forme

nell’acqua sparse

dell’ondoso mare

dove l’acqua

baluginando

dorme

e mitico compare

d’antiche icone

lo splendente lume

mostrano

rude e carezzoso ancora

dell’intimo sognare

il caldo acume

che l’anima rincuora

e scivolando

con pensieri aprichi

rifulgono

di pace e di candore.

Sanno di nuovo

e sono pure antichi

nel tremulo grigiore

di sassi

levigati con passione

dal tempo

circonfuso dall’oblio

che vola e plana

come fosse un drone

in fase di pendio.

Se mai

del mare

il capriccioso moto

li smuove

dall’innocuo dondolare

e li sospinge

verso il fondo vuoto

li vedi ritornare

a cingere

di gioia e di dolore

il sito

che li tiene in armonia

come i pensieri

avvolti nel clamore

di risaputa via

 

 

 

Ma “vo’ cumprà”tu senti all’improvviso ...

 

 

Di merce onusto e col cappello in testa,

passa e ripassa lentamente al sole,

grama  figura che non è molesta,

un uomo nero che tacere suole

 

e, quanto basta, il lento passo arresta

per chiedere a qualcuno, se lo vuole,

di comprare  la merce che gli resta.

D’aver venduto poco non si duole,

 

riprende il passo sulla sabbia calda

e tra le file d’ombrelloni aperti

scompare come l’ombra balda

 

d’un musicante  in vena di concerti,

per ricercar con aria più spavalda

la banda larga d’altri affari certi

 

 

 

 

 

E  gira il mondo

 

Il pianto solamente arride e scorre

di lacrime  disperse per la via

d’un mondo ricco solo di parole

che nulla aggiunge al disio d’amore

ed è così che l’urlo delle belve

echeggia nelle tane del dolore.

S’infiorano a Natale e Capodanno

le teche della pace e dell’amore

fantasmi suscitando d’emozioni,

mentre supino giace nel bisogno

chi, pregando invano, si dispera.

E c’è pur anco a chi nemmeno tange

l’orrore della fame e del bisogno

ed accarezza solamente il sogno

di vivere scialando e non pensare

che lo sprecar significa la fine

dell’umana esistenza e della vita.

Ma gira il mondo ancor così barando

su quello che si vuole e non si dà

e nulla, proprio nulla lo commuove,

anche se solo c’è chi chiede appena

un tozzo di pane per campare,

un briciolo d’amore e nulla più.

 

 

 

 

 

Senza ali

 

 

Non ho potuto  perdonare  mai

alla natura avara

di non avermi dato

le ali per volare

ma solo per sognare

e scriver  solo  cose

che la vita mi fanno meno amara.

Ben pochi accenti o versi al vento sparsi

accendono la fiamma dell’ardore,

quando silente il pianto

appare sul mio ciglio

o risplende la luce con cipiglio

dietro le nubi a frotte  in cielo apparse.

Se l’ali avessi avuto degli uccelli

che liberi nell’aria in ogni dove

rivolgono dei sensi la potenza,

avrei di certo corso

la via che porta  verso l’infinito

non solo con la mente

ma scavalcando  procellose nubi

fino all’ambito  soglio

della Divina Essenza.

Ma forse tanto non m’avrebbe dato

in ciel la Provvidenza

ed io, volando come gli altri uccelli,

trovato non avrei

altro rifugio  che la terra avara,

ma ricca di sacelli.

Forse son l’ali della fantasia

le leve dell’amore e del dolore

che volteggiando informi

 inondano la vita e la natura

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In solitudine

 

 

Lanugini di nebbia

e lacrime di ghiaccio

sopra deserti amorfi

d'affetto e di pensiero

nel torvo zufolar

del vento che le scrolla

e scampoli di vita

nel fumo rinserrati

di non sopite voglie

cancellano l'azzurro

del cielo ch'era terso,

mentre felpati passi

di spiriti smarriti

nel vago immaginario

si sentono danzare

lungo la riva colma

di pietrame informe

del fiume che straripa

e, desolando, ammanta

di morte la natura.

 

 

 

Sulla tua bellezza

 

 

Dal mar sorgendo scintillante, altero

il sol ti cinge di sublime luce

ed io rimango solo prigioniero,

laddove il cielo l’orizzonte cuce,

sul ponte d’un fantastico veliero

da dove l’occhio vigile m’induce

ad inseguir la traccia d’un sentiero

che scema nell’azzurro della luce.

Ti penso allora  immersa nel chiarore

che  lunga fiata il corpo t’accarezza

nel brulicar di simile splendore

e nascere mi sento la certezza

di diventare   celebre pittore

fantasticando sulla  tua bellezza.

 

 

 

 

 

Funambolando sull’Italia d’oggi

 

Funambolando sui passati eventi,

mesta Signora di variegata corte,

furente il tono colorare senti

di  nuove storie sempre più contorte

che riscoprendo illeciti proventi

vanno danzando sempre più distorte.

Se pur non sembri inclusa tra i morenti,

scemò l’ardire della donna forte,

che resistendo alle procelle insorse

mostrando il cuore aperto all’imprevisto.

Di tanta forza a te non resta forse

che ricordare al mondo ottuso e tristo

la storia d’una gloria che trascorse

e poi finire in croce come Cristo.

 

 

 

 

 

 

Ma se ...

 

      Se  d’affetto 

la stasi più condita

del mio restare

immoto e neghittoso

nelle accese

contese della vita

mi priva

d’un contatto strepitoso

allora in lotta

sento  la ferita,

che sempre dà

lo scontro burrascoso.

L’onda silente

che nel mare plana

la vista allieta

e l’anima risana.

 

 

  

 

 

 

 Mi sovvien la  morte di Franca

 

 

    Restò la spoglia immemore

di fatti già vissuti

sul cataletto immobile

di pace conquistata.

 

    Al limitare tremulo

di vita, ormai sparita,

sul labbro non più murmure

un motto, anzi un sorriso,

 

    apparve muto e languido

foriero di bontà.

Cinta di lino candido

or nella bara giace

 

    ma l’alma sua magnifica

nell’aria intorno spande

profumo di virtù.

Se mai di fatti perfidi.

 

    In questa vita torbida,

il segno la colpì

lasciandole nell’anima

una materna ambascia

 

    Lei  dalla tomba emergere

farà l’amore suo

che nella vita fulgido

d’avere già mostrava.

 

 

 

 

Ricordando Franco

 

Ed or, che pure tu,

le pendici ascese

del cielo tra le nubi,

già nell’alcova dormi

di chi nel mondo fu,

dimmi se le chimere

son vere oppure no,

che tu quaggiù sognasti

e bello ti sembrò

scarabocchiare scene

di conquistate vette

all’ombra dei tuoi guai.

Dimmi se cara ancora

al petto stringi Franca,

che  ci precede in alto

e se concede pure

il Padre Eterno in cielo

rinnovellar le fole,

che qui talvolta il velo

del buio le ricopre.

Dimmi se mai potranno

Le stelle ridondare

la luce che qui splende

al tramontar del sole

e se giocare a carte

Iddio concede ancora

per ingannare il tempo,

che forse non esiste,

oppur suonare senti

le trombe dell’oblio

e tace l’infinito

senza speranza alcuna

di quanto s’è vissuto.

A me, che  di venire

a salutarti estremo

non mi concesse il fato

ed ancora qui sono

a scrivere e sognare,

alta mi pesa l’ombra

di vita che scompare

nel tramontar d’affetti,

che furono e  non sono

che gorghi di ricordi

nella memoria impressi.

Un giorno anch’io verrò

a calpestare i cieli

evanescendo immoto

nell’albeggiar dolente

di tramontati giorni

per viver l’infinito

novello stato informe

e spero allor così

di rivederti allegro

e senza alcun rimpianto

almanaccar vicende

che già passasti in terra.

 

             

 

 

 

Nell’anniversario della morte
ii mia madre.

 

Alto levossi il sole
quel mese di settembre
nel suo ottavo giorno
e, come ancora suole, 
correa la gente a mare
ad allungar l’estate,
ma tu giacevi immobile
sul letto della morte
ormai serena in viso,
o madre mia perduta,
ed io piangente accanto
muto restavo inerte
a contemplar lo scempio
del male che ti vinse
e non s’arrese indomito
al tuo lottar sagace.
Nel ricordar quel giorno,
adesso muto resto,
ancor stupito in cuore,
del desio che mi colse
nell’ascoltar quell’ultimo
tuo rantolante spiro.
Avrei voluto darti
la vita che mi desti 
il giorno mio natio
e risentir la voce
che sempre m’allertò.
Adesso solo attendo
di giungere da Te
per cingerti d’abbracci
che eterni resteranno

 

 

 

 

LA VITA NEGATA.

 

 

A quale stella appenderò la vita

che non conobbi mai,

a quale nube asciugherò le guance

di pianto mai versato,

se nulla scorgo in cielo

che di ricordo sia

di dolorosi eventi

e la mia mente annega

nel vasto gorgo dell'infame buio?

Io son colui che visse senza vita,

che senza aver natali

la morte l'adottò

e che del dì la luce mai non vide.

A me non resta che sognare invano

rimpianti mai provati

e che, nel nulla aspersi,

al vento van danzando

tra vividi frammenti

di mai raggiunte stelle

 

 

 

 

Il pane negato

 

Vacilla la mia mente

ed il mio cuore trema

nel silenzioso gorgo

del tempo che trascorre

se mi si para innanzi

la luce che scompare

d’un giorno senza senso

avvolto nel mistero

di quel che seguirà

e che di sangue tinse

l’umana intelligenza

immersa nel delirio

d’inusitate scelte

e vita rinnegò

a chi null’altro chiese

se non di pane il dono

d’umana comprensione.

 

 

 

 

 

Suor  Teresa di  Calcutta

 

Anche sull’ali d’un semplice verso,

donna leggiadra dall’umile aspetto,

dimmi se vivi nel cielo infinito,

dove l’eterno riflesso divino

d’amore inonda l’intero creato.

Dimmi se solo contempli felice

l’Eterno Lume che tutto sublima

oppure ancora t’opprime il desio

d’amar la gente che soffre nel mondo.

Come la rosa, splendente di vita

piange al mattino le gocce di brina

Tu certo ancora le lacrime versi

sopra la terra che vedi soffrire.

Porgi pertanto con mani imploranti

al Padre Nostro, che siede nei cieli,

l’umile prece dell’uomo che piange.

Allora un serto di gloria maggiore

s’aggiunga al vanto di madre pietosa,

se dall’altare, che prona ti vide,

ci additi ancora lo specchio divino,

che far regnare nel mondo volevi,

di Carità profonda senza fine,

di Fede immensa e di Speranza arcana.

 

 

 

 

Alla fine del sogno

 

 

Come l'uccello dal sereno canto,

ora balzando tra cespugli verdi

nel rifiorir della natura aulente,

lasciò la mente il risaputo mondo

e sulla rotta di novelli lidi

volò felice nell'azzurro cielo.

A grandi cose espose la memoria

di già passati eventi e più non tacque

l'obliterato mondo del dolore,

sciogliendo al sole un inno di speranza.

Trilli d'argento e d'oro, note soavi,

scene indistinte di future gioie

rifulsero nel cielo con ardore,

il famelico grido cancellando

di belve sempre pronte ad azzannare

nell'intrigata selva della vita.

Non più nel fango il gracidar penoso

delle rane, né più tra spine il turpe

frusciare di serpenti velenosi,

né di gerridi il pullulare osceno,

non più mani ferite nell'ascesa

di vette sempre più scoscese e dure,

non più del pianto il disgustoso senso.

Ma nello stato di raggiunta pace

un improvviso lampeggiar nel cielo

la luce spense e tacitò per sempre

quel melodioso canto della mente.

 

 

 

  

 

  

 

 Solo la Fede resta

 

 

Ali di spazio tra le chiazze aguzze

di rombi colorati d’altri tempi

ammantano la mente che soggiace

all’ansia del domani senza meta

nell’ibrido danzare di figure

che son diverse di colore e forma.

Il brulicare sparso ed improvviso

di lucciole sciamanti all’infinito

son le chimere di cristallo opaco

che vagano scomposte, rimbalzando

di picco in picco fino alla rottura

In questo stato l’anima s’immerge

e teme di cadere ad ogni istante

senza speranza nella notte fonda

alla ricerca d’una stella amica

che nel delirio la conforti e guidi.

Solo la Fede allora la conforta

Se giunge silenziosa ma sincera

a ricoprir gli spazi ch’eran vuoti

fino a saldarli con le punte estreme

di storie antiche colorate un tempo.

Allora non più fragili chimere

né lucciole vaganti senza scopo

ma sogni arcani, nell’attesa certa

di mete sempre nuove e mai raggiunte,

d’incanto appariranno all’orizzonte

d’azzurro dipingendo i cirri neri

e luce nuova splenderà nel cielo..

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTE SULL’AUTORE.

 

Giuseppe Nasca, chiamato familiarmente Pippo, nasce a Catania il 2 Febbraio 1937 nel periodo “nero” dell’Italia, Frequenta le scuole dell’obbligo ed il Liceo Scientifico a Catania. Si iscrive nella facoltà d’ingegneria di Catania, ma superato il biennio propedeutico, abbandona gli studi per entrare nelle FFSS come capostazione. Attualmente in pensione, vive nell’isola amministrativa di Tremestieri Etneo.

Nonostante l’indirizzo scientifico degli studi e l’attività prettamente operativa, spinto da una passione innata per lo studio delle lettere, continua a coltivare ed ampliare le nozioni acquisite al Liceo, cimentandosi in scritti (racconti, saggi, poesie), che inizia a pubblicare dopo l’entrata in quiescenza (1 Luglio 1996) e partecipando con successo a numerosi concorsi di premi letterari, tra i quali LE ROSSE PERGAMENE di Anna Manna, L’Accademia del Parnaso di Gero La Vecchia ed AKADEMON di Aci Sam Filippo.

 Ha pubblicato con LIBROITALIANO WORLD di Ragusa:

 “Quando l’alba del tramonto incombe”, una raccolta di poesie in italiano e con ANNINOVANTA- Antasicilia–Onlus:

“Sicilianaeneide”una rivisitazione completa in versi dialettali siciliani dell’omonima opera virgiliana.

 Con la casa editrice Akkuaria, oltre al presente volume, ha pubblicato:

“Tutto passa e cambia”, una raccolta di racconti autobiografici;

“Ju fazzu ‘n-soccu mi piaci fari”, un saggio su lingua ed usi siciliani;

“La Fede del Gatto e del Topo”, raccolta di racconti fantastici;

“Lu stranu viaggiu”, un poemetto in versi siciliani;

“Ilaria e Catania” racconti ambientati a Catania;

“Di Tia leggiu lu chiantu”, una rivisitazione in dialetto siciliano delle poesie più celebri del Leopardi;

“C’era na vota nta l’antica Grecia”, rielaborazione dei più celebri miti greci in versi siciliani, preceduti da presentazione in italiano.;

“ L’importanza di chiamarsi Asdrubale”, trenta vicende di non comune cronaca;

“Gli sproloqui di Pippo”, Libertà di pensiero sul freddo ragionamento della convenienza.

“Dare tempo al tempo” (Spigolando su pensieri e sentimenti) – raccolta di poesie in italiano.

“Mamma li Turchi – Un romanzo ambientato nel catanese

 Suoi scritti, inoltre, quali racconti, saggi, commenti e poesie, compaiono nelle antologie pubblicate da AKKUARIA in varie occasioni ed altre antologie

 Con LAMPIDISTAMPA ha pubblicato:

“I me’ pinseri”, una raccolta di liriche in dialetto siciliano;

“I salateddi”, raccolta di poesie satiriche in dialetto siciliano;

“Scarabocchiando briciole di sogni”, una raccolta di liriche in italiano.

 Tutti i volumi sono acquistabili on line, facendone richiesta nei siti interessati ed a AKKUARIA BOOKSTORE