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EUROPA LA STRADA DELLA SCRITTURA

Collana di Narratori Contemporanei diretta da Vera Ambra

 

Pippo Nasca

 

Mamma li turchi

Edizione 2018 © Associazione Akkuaria

Via Dalmazia 6 – 95127 Catania Cell. 3394001417

www.akkuarialibri.com – info@akkuarialibri.com

 

1a edizione – Febbraio 2018

 

ISBN 978-88-6328-328-0

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MAMMA LI TURCHI

L’imbroglio della cambiale del cavalier Carmelo Agabidalà 

Narrativa

 

Edizioni Akkuaria

 

Sono lontano colla mia memoria dietro a quelle vite perse.

                                     Giuseppe Ungaretti

 

 

NOTA DELL’AUTORE

 

Anche se storicamente è vera l’esistenza di un progetto di allacciamento ferroviario tra Catania e Palermo, alternativo a quello attualmente in atto, non potutosi realizzare da Motta Sant'Anastasia a Santo Stefano di Camastra per alterne vicende umane e calamità naturali che ne sconsigliarono la realizzazione, tutta la vicenda del libro costruita intorno ad essa è semplicemente inventata, quindi, non è mai avvenuta.

Non è mai esistito un cavalier Carmelo Agabidalà né tanto meno una sua famiglia e un tragico evento che li ha coinvolti in vicende puramente fantasiose. Proprio per questo motivo è stato scelto il cognome Agabidalà, mai esistito tra quelli siciliani e che cessa di essere tale alla fine della vicenda raccontata, dove emergono accadimenti realmente avvenuti e adattati senza badare alla loro cronologia effettiva.

Aggiungo che la cronologia dei fatti storicamente accaduti, non è stata rispettata proprio per non rendere tutta la vicenda come veramente avvenuta.

Comunque dalle pagine dell’opera emergono usi, costumi e modi di pensare che sono il mosaico di una mentalità tipicamente siciliana, dove buone iniziative, credenze, ingiustizie, deviazioni sociali eclatanti e sentimenti, si fondono in un crogiuolo variopinto di umanità isolana, che sempre è stata e sempre sarà.

Tutto il racconto ha quindi una filosofia di vita, dove l’epilogo finale è la vacuità di attività, ritenute impellenti e necessarie, le quali alla fine affondano nel gorgo reale del divenire umano e si spengono nel clamore di altri avvenimenti per motivi di convenienza. È la tragica girandola del tutto che passa e cambia per poi, alla fine, restare essenzialmente sulle posizioni di prima.

Nella narrazione ci sono alcuni riferimenti di tipo saggistico. Ogni libro, ogni racconto, ogni scritto ha la sua filosofia, che è poi quella di chi scrive, il quale non fa altro che mandare dei messaggi al lettore o a chi ha la pazienza di leggerlo. Ebbene la mia filosofia è quella di raccontare un episodio, che può essere anche banale, ma che a me serve per sottolineare delle notizie ben precise. Nel caso di questo racconto il mio messaggio è quello di far conoscere una realtà tipica del mondo siciliano, ricco di buoni sentimenti, ma infarcito pure di fortune economiche ambigue sul filo del lecito e dell’illecito, di ingiustizie subite in nome di una giustizia poco avveduta, di interessi per la cosiddetta “robba” che sconosce e calpesta anche i vincoli di parentela, con un pizzico di nostalgia per i tempi in cui la crisi economica veniva superata ricorrendo soprattutto nell’accordare fiducia al prossimo con il ricorso alla cambiale. Sì, ho voluto rappresentare questo mondo, e per poterlo fare mi è stato necessario descrivere la realtà in cui si svolge la vicenda, indulgendo nella descrizione particolareggiata di determinate situazioni. Per far ben capire questo mondo, ho dovuto per forza di cose descrivere qual era la realtà ferroviaria su cui si basa il racconto, spiegando cosa fossero i

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treni CEMAT, qual erano le relative esigenze, l’evoluzione tecnologica, il modo di procedere in economia, le esigenze del momento, ecc. ecc... Per questo motivo ritengo che i riferimenti saggistici sono necessari e opportuni.

Alla fine, chi avrà letto ricorderà certo l’episodio in sé molto semplice, ma soprattutto avrà imparato a conoscere anche un mondo che ormai è molto diverso dall’attuale e, quindi, avrà incrementato il bagaglio storico delle sue nozioni.

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ANTEFATTO

Don Carmelo Agabidalà – il cui nome significa, in ogni caso, qualcuno che ha dei legami con Allah – non era per niente mussulmano. Tutt’altro! Il nome Carmelo, anzi, stava a testimoniare che non solo era cristiano ma devoto della Madonna del Carmelo.

Questa devozione, in verità, l’aveva ereditata da quel suo avo che, convertitosi al cristianesimo, aveva scelto di battezzarsi con questo nome, poiché diceva di essere stato convinto ad abbracciare la religione cattolica dalla Madonna del Carmelo in persona.

Ma se musulmano non era, sicuramente siciliano lo fu, con tutti i pregi e i difetti dei siciliani, anche se si gloriava di essere discendente da una nobile schiatta araba.

Il suo carattere, oltre ai tratti somatici del viso, in effetti dava ragione alla sua presunta e decantata origine, che si sforzava di dimostrare asserendo, niente po’ po’ di meno, di essere discendente da un figlio naturale di uno dei condottieri arabi che conquistarono la Sicilia.

Attraverso una contorta costruzione glottologica faceva discendere il suo cognome da Abu-‘l-Aghiab-Ibrahim-AbdAllah-ibn-el-Aghab, cugino germano di Ziaded-Allah, artefice dalla presa della greca Kefalion, che dagli Arabi fu ribattezzata Géfaludi[1], già di stanza a Palermo. Egli si riferiva a fatti storici


che risalivano intorno agli anni 834-835, periodo in cui i Bizantini soccombevano lentamente, ma inesorabilmente all’invasione araba, un po’ per neghittosità e un po’ per una certa complicità con gli invasori a causa dei loro contrasti interni.

In quegli anni si completò la conquista araba della Sicilia, fino a quando non subentrò l’invasione normanna.

In verità Don Carmelo non era molto istruito e addentro a notizie storiche e culturali, ma riteneva veritiera quella sua convinzione, scaturita da una discussione in treno con un professore di lettere, il quale gli aveva spiegato per filo e per segno la derivazione del suo cognome.

Egli ne rimase talmente affascinato che compì per proprio conto delle ricerche sulla permanenza degli Arabi in Sicilia, cercando di trovare gli anelli di congiunzione con il suo passato, ma giunse alla semplice conclusione che i suoi avi, nonostante la cessata dominazione araba, rimasero in Sicilia, abiurando la fede mussulmana e abbracciando quella cattolica, stanziandosi nei territori dell’attuale cittadina di Regalbuto.

Proprio all’epoca della dominazione normanna un suo avo, sicuramente con grande devozione, si fece battezzare cristiano assumendo un nome che nettamente fosse testimonio costante della sua nuova fede.

Quest’ultima convinzione scaturiva dalla sua devozione per la Madonna del Carmelo e dal fatto che quel nome era arrivato a lui dal nonno paterno, che a sua volta, lo aveva avuto dal suo e così via fin dalla notte dei tempi, com’era nella tradizione siciliana.

Siciliano era dunque Don Carmelo Agabidalà, fino al midollo, nonostante le sue origini, vere o false che fossero.

Nulla di eccezionale in verità. È quasi scritto a lettere cubitali nelle tradizioni storiche dell’isola, che chiunque invade la Sicilia, finisce per diventare siciliano, passando dalla figura del conquistatore a quella del conquistato.

 

Per chi non conosce gli eventi storici della nostra Sicilia, c’è da puntualizzare che un fondo di verità nel pensiero di Don Carmelo era in gran parte credibile.

La Sicilia, in verità, dopo la fine delle guerre puniche, fu soggiogata definitivamente al potere di Roma, con la conquista realizzata dal console Marcello dell’ultima città-stato di Siracusa, che si era alleata con i Cartaginesi.

Dopo l’istituzione dell’impero romano d’oriente a Bisanzio, l’attuale Istanbul, l’isola fu dominio dei Bizantini fino agli inizi dell’ottavo secolo, quando si verificò l’invasione musulmana.

Gli Arabi, oltre a colonizzare con le armi in pugno, la Sicilia, si impadronirono della fascia mediterranea dell’Africa e da lì mossero alla conquista pure della Spagna stabilendosi nella regione che oggi si chiama Andalusia. Ma non si limitarono a questo poiché nel Nord-Europa si spinsero fino alle porte di Vienna, estendendo il loro potere in quei territori.

Per quanto concerne la Sicilia, questa influenza araba durò e si consolidò per quasi due secoli, durante i quali usi e costumi degli antichi romani, furono influenzati enormemente dal mondo islamico ed ebbe fine con l’invasione normanna.

Chiaramente, ancor oggi, nel popolino sopravvivono usanze vecchie e nuove, sia dei romani, sia degli arabi, come è possibile rilevare dai reperti storici di monumenti e modi di dire linguistici.

Una tradizione consolidata vuole che gli arabi trattassero la Sicilia, governandola con saggezza e lungimiranza, ma non fu sempre così, poiché anche allora si verificarono intolleranze, repressioni, olocausti e quant’altro avviene nel sovrapporsi di civiltà ad altre soccombenti. Ma questa è un’altra storia...

Tuttavia è bene dire che la conquista della Sicilia da parte degli arabi fu una vera guerra violenta, iniziata ancor prima dell’ottavo secolo con incursioni piratesche sulle coste dell’isola e i siciliani d’allora, volenti o nolenti, furono costretti a sottomettersi. Ricordo la celebre espressione siciliana di paura “mamma li turchi” per annunciare lo sbarco improvviso delle orde piratesche sulle coste.

A dimostrazione di tale ipotesi cito soltanto la motivazione per cui gli asini furono chiamati “scecchi”.

Si dice che i nuovi padroni, avendo già preso possesso dell’isola, al fine di rinforzare la cavalleria facessero arrivare un numero rilevante di navi dall’oriente carichi di cavalli e anche di asini, ma una tempesta le fecesse colare tutte a picco, tranne quelle che trasportavano gli asini. Per tale motivo i cavalieri arabi furono costretti a bardare solamente questi ultimi, non avendo altre cavalcature a disposizione. Poiché le incursioni di tali cavalieri nel territorio erano causa di razzie e ruberie, i poveri siciliani vessati invitavano tutti a fuggire, gridando a gran voce che stavano per arrivare gli “sceicchi”, parola che con la variazione glottologica locale diventò “scecchi”. Essendo le cavalcature asini e non cavalli, il termine passò a indicare i primi, sottacendo ironicamente che i cavalieri “sceicchi” fossero pure loro asini...

E così la celebre frase nata in fase di conquista: mamma li turchi fu soppiantata da quella successiva: mamma li scecchi.


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Carmelo Agabidalà, nonostante le sue decantate origini arabe, nacque povero. Figlio di un contadino di Paternò, come tutti i figli della povera gente, fu avviato dal padre al lavoro dei campi.

All’età prevista di sei anni, fu iscritto regolarmente alla scuola dell’obbligo, che allora era solo quella elementare di cinque anni.

Ho impropriamente citato il termine di scuola dell’obbligo. C’è da dire che bisognava aver compiuto sei anni per accedere alla prima elementare. Frequentare la scuola non era poi un vero obbligo poiché, pressati dal bisogno, molti ragazzi venivano avviati al lavoro fin dalla tenera età e la scuola era considerata un lusso di cui si poteva fare a meno.

Era considerato più importante il lavoro manuale, rispetto allo studio e non si considerava quest’ultimo per niente propedeutico alla vita e al lavoro stesso.

Gli effetti di questa tendenza nel popolino ha fatto in modo che, negli anni cinquanta, a ridosso del dopoguerra, l’analfabetismo costituisse una vera piaga, che si cercò di arginare con la famosa trasmissione televisiva del maestro Manzi Non è mai troppo tardi.

Nonostante la tempestiva iscrizione alla scuola elementare, l’adolescente Carmelo non progredì negli studi poiché fu costretto a recedere per una questione che certamente era legata al bisogno di lavoro nei campi del padre, ma anche per un fatto ben preciso.

Ai tempi di cui parlo, la disciplina nelle scuole era l’insegnamento base di tutta l’organizzazione scolastica, con metodi applicativi… manuali.

Si riteneva necessario vincere l’irrequietezza dei ragazzi con punizioni corporali per sottometterli all’obbedienza e all’attenzione. In altre parole il maestro aveva a disposizione un’odiata bacchetta, con la quale puniva gli alunni per la benché minima mancanza, compresa la poca propensione allo studio.

Come dire: Non hai imparato la poesia a memoria? Bene! Beccati una bacchettata nelle mani aperte, oltre al cattivo voto, così la prossima volta ti ricordi di farlo.

Fu a metà anno del terzo stradone[2], che il maestro beccò Carmelo a giocherellare con un elastico che usava come fionda per colpire i compagni di classe con proiettili di carta.

Lo fece alzare dal banco e giunto davanti alla cattedra, gli fece mettere le braccia in posizione orizzontale con le palme delle mani rivolte verso l’alto, colpendole con due bacchettate. Ritornato al posto, il ragazzo prese il calamaio con l’inchiostro e lo scagliò con forza verso il maestro come se fosse una pietra.

Ancora non si usavano le penne biro e ogni scolaro, quindi, sul banco aveva un calamaio di vetro con inchiostro, nel quale intingeva di volta in volta il pennino per scrivere.

L’obiettivo di Carmelo fu raggiunto in pieno con l’effetto di sporcare i vestiti del maestro e dopo spiaccicarsi a terra in frantumi.

L’effetto di quell’azione sconsiderata fu l’espulsione da tutte le scuole del Regno, massima punizione allora prevista.

Fu un dramma per il padre ma non per lui che, tutto sommato, non ebbe più l’obbligo di andare a scuola. Quel tanto che aveva appreso gli bastava. Sapeva far di conto e scrivere, certo non tanto bene, ma quanto bastava da poter mettere la sua firma. Ebbe in tal modo più tempo a disposizione per approfondire la maniera di lavorare i campi e conoscere i segreti delle piante.

Fin da bambino Carmileddu, che seguiva il padre nei campi, aveva sviluppato un interesse particolare per tutto ciò che la terra produceva con particolare riguardo alle tecniche per potare gli alberi e fare gli innesti e da sempre considerava una perdita di tempo le ore seduto sui banchi della scuola.

Morto il padre, quando già lavorava come jurnataro[3], fu distolto dalla sua attività per servire la Patria, che era in guerra contro l’Inghilterra e l’America a fianco della Germania. Questo suo servizio finì con lo sbarco degli Alleati ad Augusta, da dove fuggì per non essere preso prigioniero. Quando la pace ritornò in Sicilia, dopo l’armistizio di Cassibile, ritornò al suo lavoro nei campi nel più silenzioso dei modi.

Fu solo dopo alcuni anni che Carmelo Agabidalà, detto anche Carmilazzu, repentinamente, cambiò completamente il suo stato.

Non faceva più il contadino, o per lo meno non usava più la vanga e la zappa, anche se di terreni da coltivare si interessava.

Con una celerità impressionante, da alcuni considerata inquietante, cominciò ad acquistare dei terreni intorno a Paternò, che convertiva in agrumeti. Con quali mezzi abbia potuto fare questo salto di qualità non è dato sapere. Di certo molte congetture vennero avanzate a riguardo, a volte benevoli e a volte cattive.

Fu così che il contadino di ieri cominciò a essere una persona importante e di tutto rispetto, a cui venne appioppato il “Don” davanti al nome.

Si diceva che forse la sua fortuna fosse cambiata dopo aver sposato la signorina Totolla Benincasa, appartenente a una famiglia facoltosa, originaria del palermitano, che a Paternò aveva parecchi possedimenti.

Qualcuno avanzava l’ipotesi che avesse vinto una ingente somma di denaro al lotto o che avesse avuto la fortuna di incappare in una truvatura[4].

Non mancavano quelli che attribuivano quel cambiamento di stato a qualche attività poco pulita, non escluso il contrabbando, che era fiorito in Sicilia subito il dopoguerra.

Qualunque fosse stata la causa del cambiamento di stato di Don Carmelo Agabidalà, una cosa era certa: nella cittadina era da tutti rispettato, ossequiato e tenuto in gran considerazione e il tutto era cominciato proprio con il suo matrimonio con Totolla.

 

Era Totolla l’unica figlia dei Signori Benincasa, famiglia medio borghese, che a Paternò si era ambientata in seguito al lavoro di rabdomante del padre.

Un lavoro, questo, che oltre a essere molto leggero, era retribuito lautamente per la sua attinenza con il mondo dell’agricoltura e della magia. Non era di tutti, allora, scoprire l’esistenza di falde acquifere in Sicilia adoperando una verga.

Diciamo pure che era considerata una stregoneria che non tutti sapevano fare. Per tale motivo, la scoperta di una fonte nuova veniva ben pagata poiché valorizzava enormemente il potere produttivo del terreno.

Grazie a questo lavoro il signor Benincasa era riuscito a comprare dei terreni, dove però non aveva trovato alcuna falda acquifera, anche se adatti a dar frutti con l’intervento di qualche jurnataru.

Per l’appunto, uno di questi fu Carmilazzu. In occasione di alcuni lavori da eseguirvi, conobbe Totolla, giunta quel giorno assieme al padre per alcune decisioni da prendere per la cultura di alcune piante da frutto.

Mentre Carmilazzu parlava con il padre, guardava di sghimbescio la ragazza che trovava di suo gradimento. Uno scambio eloquente di sguardi, gli fece capire di aver suscitato in lei un analogo interesse.

Era bellina, con una frangetta sulla fronte, due treccine laterali e un nasino un poco all’insù. Pochissime lentiggini sparse tra gli occhi e il naso, davano al suo viso l’aspetto di una pesca matura e gli occhi gli sembrarono due stelle, anzi due laghetti azzurri di dolcezza profonda.

Il giorno successivo Totolla ritornò, senza il padre, per ricordargli di non dimenticare di potare le rose rampicanti lungo il muro.

Carmelo, un po’ timido e un po’ spinto dal desiderio, sfacciatamente le sfiorò con ambo le mani i capelli, dicendole: «Ma quantu si’ bedda!».

Lei lo guardò tra il sorpreso e il divertito, aprì la bocca per dire qualcosa, ma si trovò sulla bocca le labbra di lui.

Accettò quel bacio ma subìto fuggì, quasi spaventata. Era la prima volta che un uomo la baciasse in quella maniera e si sentì stravolta da quella dolce violenza e in colpa per non essersi ribellata. Però le era piaciuto.

Ricordò le raccomandazioni della madre di tenere a distanza gli uomini, che sono sempre cattivi e che approfittano sempre dell’ingenuità delle ragazze.

Totolla non dormì tutta la notte. Non sapeva cosa fare. Alla fine, ricordando gli occhi magnetici di Carmelo, il suo sfiorarle i capelli con delicatezza e quel bacio a tradimento, decise di ritornare l’indomani da lui per parlare... ma per dirgli cosa?… di non farlo più, oppure che le era piaciuto? Con questo dilemma, per lei di non poco conto, si addormentò, con la ferma intenzione, di rivederlo ancora.

«Avete potato le rose che vi ho detto?»

«La signorina è stata accontentata. Altri comandi? Ju ccà sugnu e aspettu [5]» ciò dicendo allargò le braccia, quasi invitandola ad abbracciarlo.

Questa volta fu lei a buttarsi fra le sue braccia e a baciarlo sulle labbra come aveva fatto lui il giorno prima.

L’amore era sbocciato, improvviso e reciproco.

Da quel giorno i due iniziarono a incontrarsi ogni giorno.

Il problema che insorse fu quello di doverlo dire al signor Benincasa e alla moglie, ignari di quel sentimento sbocciato così repentinamente, senza il loro benestare.

Carmelo non aveva problemi. Egli era ormai indipendente e non doveva rendere conto del suo operato ai genitori, ormai entrambi morti ma Totolla doveva pur rispettare le tradizioni familiari. Doveva suo padre concederle il permesso di avere un fidanzato. Questa era l’usanza.

Totolla, era l’unica figlia e il padre se la guardava come il gioiello di famiglia.

Alla sua nascita, la moglie aveva subito dopo un grave intervento chirurgico all’apparato genitale per cui non poteva più avere altri figli. Per questo motivo il signor Benincasa aveva dato a lei il nome del padre Totò, chiamandola in modo inusitato Totolla.

In verità, il nome prettamente palermitano Totò corrisponde a Salvatore e chiamare la figlia Salvatrice non gli piaceva proprio. Per questa ragione la chiamò Totolla, che oltre a ricordargli più intensamente il padre, dava alla bambina un tono di eccentricità.

Totolla, dunque, che così si chiamava, in ossequio alla tradizione della trasmissione da padre in figlio del nome, non poteva andare contro le aspettative del padre, che tra l’altro non avrebbe acconsentito mai e poi mai di concedere la mano a un jurnataru, murtazzu di fami e scava terra cu la funcia[6].

Queste affermazioni lei le aveva udite dalla bocca del padre. Per questo era restia a parlare in famiglia di questo suo amore. Né poteva sperare nella complicità della madre, del tutto dipendente dal volere del marito.

Fin dalla nascita era sempre stata coccolata dai suoi genitori ed era assuefatta all’obbedienza del loro volere in tutto e per tutto. Non l’avevano mandata a scuola e solamente alle suore Benedettine avevano affidato la sua educazione. Di fatto era ufficialmente analfabeta, anche se aveva imparato a scrivere qualche parola in italiano e a saper mettere la sua firma e a sapere a memoria il Padre Nostro e altre preghiere cristiane, comprese le risposte della Messa in latino.

La sua educazione era basata sulla tradizionale falsariga della preparazione a un ottimo matrimonio, ricca di tutti quei pregi che una ragazza da marito deve avere.

Totolla era sicuramente un buon partito per Carmelo, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello del bagaglio di buone norme di vita di cui era titolare.

L’unico suo difetto era che, insieme alla religiosità ereditata dalle monache, era fortemente influenzata dalla credenza nella magia e nella divinazione e in tutte le fantastiche invenzioni di maghi e stregoni improvvisati.

Per questa ragione il consenso per il suo amore per Carmelo fu sancito dalla cartomante di sua fiducia, Donna Mara a Santuna, opportunamente consultata.

Fu proprio quest’ultima a confermare le buone intenzioni del suo Carmelo, l’opposizione sicura del padre e a suggerirle anche la soluzione giusta del problema:

«Figghia mia, è megghiu ca faciti a fuitina. To’ patri dopu non po’ diri no [7]». Fu così che avvenne la loro  fuga d’amore e il successivo matrimonio riparatore.

Il matrimonio di Carmelo e Totolla non si era per nulla discostato dalle regole dettate dalla tradizione siciliana: O fuitina o matrimoniu purtatu!

Al tempo era usanza ricorrere al matrimoniu purtatu, cioè organizzato con l’ausilio del sensale di matrimoni, meglio conosciuto come paraninfo, o anche mezzano o ruffiano. La persona che intendeva sposarsi, si rivolgeva a lui, e su preciso incarico, portava l’ambasciata al padre della futura sposa. Se riusciva a far combaciare gli interessi dei due nubendi, la sua azione cessava con l’inizio del fidanzamento ufficiale. Questa sua opera veniva regolarmente pagata dal committente sotto forma di regalia.

Anche a Carmelo Agabidalà, trovata la ragazza di suo gradimento, sarebbe piaciuto ricorrere alla classica ambasciata, ma capita l’antifona, optò per la fuitina.

Agli inizi degli anni ’50 la brevità dei fidanzamenti ufficiali era alquanto frequente e quasi sempre si concludevano o con la classica fuitina o con il matrimonio in chiesa più che rapido.

I fidanzamenti lunghi non erano mai graditi dai genitori della ragazza perché a pagghia vicinu o focu s’abbrucia sempri[8] ed era considerato un disdoro per la donna non arrivare vergine al matrimonio. In compenso, raramente i fidanzamenti ufficiali avevano esito negativo.

Ho detto che i fidanzamenti ufficiali in Sicilia in quegli anni erano abbastanza brevi perché si temeva il risvolto morale. Si aveva il timore che, come suol dirsi in Sicilia: si facissiru i ficu prima du matrimoniu[9], alludendo che i due fidanzati prima facessero all’amore e dopo si sposassero.

Si considerava disdicevole e sacrilego che la futura moglie indossasse l’abito bianco in chiesa, avendo prima consumato il matrimonio, arrivando magari già fecondata. Ma il più delle volte il risvolto era del tutto economico! Bisogna sapere che il matrimonio in chiesa, anche ai nostri giorni del resto, si celebra in pompa magna.

Abito bianco che costa un occhio della testa, lauta elargizione alla chiesa, fiori a bizzeffe, ristorante di lusso, automobili per l’accompagnamento degli invitati, abiti di lusso dei parenti più intimi, nonché regali ai testimoni di rito e quant’altro, compreso il cantore dell’Ave Maria. Tutto questo ha un impatto economico non indifferente, che negli anni ’50, nonostante l’euforia della ricostruzione, non tutti potevano affrontare e allora, previ accordi anche tra le famiglie, i piccioncini pigliavano il volo, ossia si ni fuevanu, pirchì... si vulevanu troppu beni e non vosiru aspittari[10].

Oggi che tanti tabù sono ormai caduti, le cose avvengono un poco diversamente da allora. Se due persone si amano non ricorrono più alla messa in scena della fuga d’amore. Dall’oggi al domani fanno sapere che si sono messi insieme. Punto e basta. In tal modo evitano le spese formali del rito nuziale e le eventuali altre legali del divorzio, di cui va crescendo la febbre di anno in anno. Se poi decidono di sposarsi ufficialmente in chiesa o magari solamente davanti al sindaco, da qualunque posizione partano, fidanzati o conviventi, lo fanno in maniera eclatante, non badando a spese, anzi il più possibile enfatizzano la loro unione ufficiale. Alla quale, molte volte, partecipano anche eventuali figli. C’è da dire che non si rinunzia nemmeno al tradizionale abito bianco, anche se già il rito sacrificale corporeo è stato sufficientemente celebrato.

Qualche coppia, quasi per far conoscere solo che quanto c’era da fare è già stato fatto, si limita ad agghindare la sposa con una acconciatura rosa in testa che contrasta appena con il bianco immacolato della veste. La funzione e la caratteristica del cosiddetto fidanzamento ufficiale, inoltre, nella ridda di questo nuovo modo di sentire e intraprendere la vita di coppia, ha finito di avere la classica funzione d’un tempo passato, essendo del tutto scomparsa la figura del genitore cerbero e guardiano feroce dell’onore della figlia pi’ l’occhiu di la genti[11].

Certamente le cose non avvenivano con queste modalità e intendimenti negli anni cinquanta e anche prima.

Il matrimonio in chiesa, che contemporaneamente era anche civile davanti a Dio e agli uomini, aveva un fasto davvero d’altri tempi, adeguato al significato che rappresentava. Non si era alla presenza di un fatto umano, che potrebbe anche essere ripetuto dopo il divorzio, inesistente ancora, ma un rito unico, irripetibile, inestinguibile e assoluto. Era come sacrificare sull’altare due vite che dovevano restare insieme per l’eternità e che assumeva il sapore della divinità dell’amore nella buona e nella cattiva sorte. Era quindi necessario trovare una giustificazione rituale a un avvenimento di tale portata, a cui non solo partecipavano gli invitati, ma l’intera comunità ecclesiale. Non dico un’enormità affermando che al matrimonio in chiesa di quei tempi partecipassero non solo gli invitati, ma tutti i parrocchiani. Forse nelle grandi città non era evidente tale circostanza, ma nei piccoli centri era possibile, addirittura vedere gli sposi circolare a piedi lungo le vie del paese seguiti da quasi tutta la popolazione in processione. A testimonianza del mio dire, asserisco che ancor oggi nei piccoli centri rurali della Sicilia e del meridione in genere, tale esteriorità della processione degli sposi per le vie cittadine è ancora in auge.

La fuitina di Carmelo e Totolla fu una doccia fredda per i Benincasa, che dovettero acconsentire al matrimonio, anche se non furono mai interpellati in merito.

Il padre rimproverò alla figlia di non avergli dato le sue aspirazioni, poiché mai e poi mai le avrebbe negato alcunché.

Volle festeggiare con grande magnanimità quelle nozze non negando alla figlia nulla della dote che le era stata destinata e pretese che Carmelo prendesse atto anche del corredo, che tutte le novelle spose, anche le più povere, portano al marito.

Carmilazzu, con riluttanza prese visione della dote della futura sposa, tanto per soddisfare il prestigio dei signori Benincasa, che tanto tenevano a mostrarla.

Dopo qualche mese dalla fuitina si sposarono.

Il matrimonio fu celebrato nella chiesa madre di Paternò con l’accompagnamento a piedi degli invitati per la strada principale del paese, come voleva la tradizione.

3

Carmelo, quando fece la fuitina con Totolla, la condusse a Regalbuto, dove il padre gli aveva lasciato in eredità un casolare che era diventato il suo alloggio abituale.

Dopo la scomparsa dei genitori, lo aveva adattato alle sue esigenze di scapolo, cercando, per quanto gli era possibile, di attrezzarlo dei necessari oggetti alla vita di una sola persona.

Dopo aver conosciuto Totolla e aver preso con lei la decisione di fare la fuitina, si fece in quattro per renderlo più accogliente.

Rimise a nuovo tutta la cucina, comprando una di quelle nuove attrezzature in ghisa che servivano anche da stufa ed erano alimentate a legna.

Rinfrescò con della calce le pareti delle rimanenti due stanze, rendendole bianche e linde e comprò delle suppellettili per renderlo accogliente al massimo.

Rinnovò anche la biancheria di supporto alla camera da letto e attrezzò pure l’altra stanza da usare come sala da pranzo e soggiorno.

Purtroppo non aveva la luce elettrica, ma ovviò con dei lumi a petrolio Pietro Max, che andavano per la maggiore, e pensò anche a un rudimentale impianto di riscaldamento.

Con l’aiuto di un idraulico, costruì una caldaia che riempì d’acqua, riscaldata dalla cucina. Alla sommità della caldaia fissò un tubo, che dopo aver fatto il giro delle due stanze si ricollegava alla sua base. Con tale sistema il vapore acqueo dell’acqua riscaldata attraversava il tubo, rilasciando il calore nelle stanze e ritornava acqua fredda nella caldaia stessa. Un rubinetto, applicato pure alla caldaia, consentiva il prelievo di acqua calda.

Purtroppo il casolare era sfornito di servizi igienici, ma più in là avrebbe provveduto. Intanto ricorse al proverbiale cantro di Caltagirone[12], custodito nella classica rinnalera[13].

Quando pensò di aver aggiustato il tutto meglio che poteva, portò a termine la fuitina con la sua bella, conducendola nella sua rinnovata tana.

Il giorno stesso della fuga d’amore, si recò all’ufficio Postale di Regalbuto, e con l’aiuto dell’impiegato compilò un telegramma che fu inviato ai signori Benincasa di Paternò, comunicando che Totolla era con lui e che non si dessero pensiero.

Quella del telegramma era un passaggio importante da non trascurare nella fuitina, per non turbare la tranquillità dei genitori della ragazza e non provocare l’eventuale denunzia ai carabinieri per scomparsa di persona.

Ma non era solo questo il motivo. Nello stesso tempo si intendeva comunicare, che alla fuitina sarebbe seguito il tradizionale matrimonio. Come dire: sono io che mi sono fuiuto vostra figlia, ma le mie intenzioni sono buone perché la voglio bene e me la voglio sposare. Vi chiedo scusa e vi prego di accettarmi nella vostra famiglia.

Naturalmente, dopo il matrimonio i due sposi andarono ad abitare definitivamente al casolare.

Il signor Benincasa, risolse subito la questione dei servizi igienici, intervenendo personalmente con soldi di tasca propria.

Non gli fu possibile provvedere per l’acqua corrente, poiché non esisteva ancora una rete idrica.

A ogni buon conto, da questo momento le sorti di Carmelo Agabidalà cambiarono totalmente. Non era più jurnataru. Aveva comprato diverse attrezzature agricole con cui eseguiva lavori sempre più complessi e più celeri. Egli, pur lavorando come un negro, non era più il contadino che andava avanti a colpi di zappa e di roncole.

A un primo trattore, idoneo a essere utilizzato per arare la terra, seguì una falciatrice a motore e dovette anche lui assumere degli jurnatari per i lavori più urgenti, diventando così un piccolo imprenditore agricolo.

Certamente una spintarella economica il suocero gliela dette senza meno, però la sua ascesa fu rapidissima. Nell’arco di pochi anni aveva accumulato già una notevole agiatezza, che cresceva sempre di più. Non passava anno che lui non comprasse dei nuovi appezzamenti di terreno e delle case.

Era in atto una trasformazione dei terreni tra Paternò e Regalbuto in agrumeti ed egli era attrezzatissimo nell’eseguire quei cambiamenti. Nei primi anni gli fu molto d’aiuto l’opera di rabdomante del suocero, che riuscì a individuare delle falde acquifere dalle quali sortirono parecchii pozzi artesiani, fondamentali per la nascita degli agrumeti.

Sta di fatto che con il matrimonio aveva raggiunto anche una certa posizione sociale che gli permetteva di trovare credito presso terzi. Da non dimenticare che quello era il periodo dell’impeto della ricostruzione post-bellica e che la gente accordava facilmente credito.

Intanto, oltre a essere sposato ed essere diventato padre di quattro belle bambine, cosa quest’ultima che gli aveva anche dato un’aureola di serietà, riusciva ad accattivarsi sempre di più la stima della gente, trattandola con molto tatto.

Fu proprio così che conquistò sul campo il titolo di “Don”, che in Sicilia viene concesso in segno di rispetto alle persone più in vista. Parlando di lui non si diceva più Carmelo o addirittura Carmilazzu, come veniva chiamato da giovane, ma Don Carmelu e i lavoranti gli davano pure del Vossia [14].

La sua ambizione lavorativa lo aveva portato a occuparsi di compra-vendita di immobili che acquistava e rivendeva, guadagnando cifre considerevoli, che investiva poi nel settore agrumicolo, comprando appezzamenti adatti alla cultura delle arance.

Nel giro di poco tempo era diventato proprietario di diversi appezzamenti di terreni intorno al laghetto di Regalbuto e altri a Paternò, nonché appartamenti e botteghe in Catania e paesetti limitrofi.

Ricordandosi dell’attività del padre era convinto che la ricchezza consistesse nel possedere quanto più terreno possibile da adibire all’agricoltura, specialmente nella coltura delle arance, che in quel periodo andavano per la maggiore all’estero. Però, quando poteva, cercava di mettere il naso anche in altri affari lucrosi.

Infine era diventato celebre in paese per la sua impresa commerciale relativa all’acqua grassa di Paternò.

Per chi non lo sapesse in quel di Paternò vi è una fonte di acqua minerale, chiamata acqua grassa e anche acqua rossa, che fu anche oggetto di attenzione a fini lucrativi da parte di alcuni.

Ebbene egli fu tra questi e si vociferò, anzi, di avere ammollato una tangente di cinque milioni di lire a un noto esponente politico di allora per appropriarsi della gestione commerciale della sua vendita in bottiglie. L’iniziativa non ebbe buon esito. L’era dell’acqua minerale in bottiglia ancora non era arrivata e il tentativo fallì miseramente, poiché venne agitato lo spettro degli illeciti e delle tangenti, che implicò pure una presunta scarsità qualitativa.

Per questa vicenda circolavano intorno alla sua repentina ascesa economica, delle serpeggianti insinuazioni su certi affari da lui intrapresi non ritenuti cristallini e puri.

Qualcosa di misterioso in verità nella sua vita c’era. Pur essendo di modesta origine – il padre era un contadino di Regalbuto morto povero – era abbastanza facoltoso. Come avesse fatto a diventarlo nessuno lo ha mai saputo.

Anche la sua attività risultava poco chiara. Al Comune risultava essere possidente, com’era riportato sulla sua carta d’identità. Tale appellativo indicava quello meno incisivo di benestante, ma con l’idea in più del potere.

Purtroppo, sia la lontana parentela scomoda con la famosa famiglia Calderone, implicata nei loschi rapporti con Cosa Nostra, sia la frequentazione amichevole con qualcuno dei Cavadduzzi, implicati in affarucci poco puliti di periferia, davano adito a mormorii, sospetti e illazioni, in verità mai emersi in sede giudiziaria.

Al solito i benpensanti ritenevano che le dicerie fossero soltanto calunnie per ledere il buon nome degli Agabidalà, mentre altri, meno benpensanti, ammiccavano e le ritenevano certe, soprattutto per le sue frequenti apparizioni nel quartiere di San Cristoforo e per i rapporti di interessi con la chianca de’ murtizzi.[15] Invece i più maligni mormoravano apertamente che era coinvolto in loschi affari ancora non sindacati dall’Autorità Giudiziaria, come quella di dari soldi o’ fruttatu[16], ma egli era incensurato, rispettoso delle leggi, ottimo pagatore di tasse e poi mai alcun illecito era emerso nei suoi confronti. Per di più godeva la fama di essere anche molto liberale, essendo solito elargire denaro per beneficenza alla parrocchia d’appartenenza. Tant’è che durante le feste agatine, la Candelora di Sant’Agata, prima di raggiungere la Chiesa della Madonna del Carmine, era solita soffermarsi per l’inchino davanti alla sua abitazione, dove venivano sparati i bummi[17] e suonate alcune marce dai musicanti che la seguivano[18].

4

Erano ormai lontani i tempi del vecchio casolare paterno di Regalbuto. Aveva messo su casa in un antico palazzo di Catania, dove viveva insieme alla famiglia.

Per il resto, trascorreva le giornate visitando i suoi agrumeti e non si occupava dei rapporti con il fisco, per la cui gestione si serviva di un commercialista che gli dava anche dei consigli su come investire il denaro fresco accumulato.

Grazie ai buoni consigli del ragionier Basilio Tribolante, cominciò a scoprire pure i benefici della Borsa e su indicazione di quest’ultimo, iniziò a investire soldi in obbligazioni, azioni e buoni fruttiferi postali. Non è che in quel giro di affari ci capisse molto ma una cosa la capì molto bene: bisognava comprare quanto c’era da comprare sul mercato borsistico a basso prezzo e poi rivendere tempestivamente, quando il titolo comprato cominciava a salire di valore. Bisognava solamente attendere e cogliere i momenti favorevoli. Questo suo sistema, bontà sua, non lo tradì mai, sicché oltre alle proprietà aveva sempre una cospicua liquidità di denaro che gli consentiva di vivere serenamente.

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Sant’Agata, che, per lo più sono persone facoltose e in vista nella città.

Inoltre, ha grande rilevanza, durante le feste agatine, la visita delle “candelore” alla Chiesa della Madonna del Carmine in piazza Carlo Alberto a Catania (a fera o’ luni), dove la tradizione vuole che in origine vi fosse stata tumulata Sant’Agata, essendo stato quello spiazzo dedicato a cimitero cristiano. Nel tempio è stato individuato il punto esatto della tomba ed è per questo che le candelore vanno lì a rendere onore alla martire patrona di Catania.

 

Don Carmelo, grazie ai meriti finanziari e alle conoscenze acquisite nel campo politico e sociale ebbe anche la bella soddisfazione di essere stato insignito del titolo di Cavaliere al merito della Repubblica con tanto di medaglia e lettera di comunicazione, firmata dal ministro in persona.

Quella del Cavalierato nel mondo del sociale, era una vecchia estrapolazione d’origine spagnola, di quella che era una funzione militare preminente ai tempi delle armi bianche.

Da un punto di vista militare, a dare origine e lustro a questo titolo nobiliare, fu, indubbiamente re Artù, con la istituzione dei Cavalieri della tavola rotonda, con la quale, sostanzialmente, dava l’onore simbolico di “parità” alla sua dignità di monarca ad alcuni meritevoli guerrieri da lui apprezzati.

Di quest’onorificenza, nei secoli, se n’è fatto un uso e abuso che, pur volendo far emergere determinate pregevoli attività, ha finito per volgarizzarne l’istituzione.

Anche le Repubbliche moderne e non solo le ataviche monarchie, hanno usato quest’onorificenza in campi che nulla avevano a che fare con quello militare. Fu così che comparve la figura del Cavaliere del Lavoro, di cui Don Carmelo era stato insignito.

Oggi i cavalieri sono a quattru e un sordu[19], come si dice nel gergo, per indicare l’inflazione che se n’è fatta del titolo.

«Todos Caballeros» ebbe a gridare dalla finestra un giorno a Randazzo un re spagnolo, in visita nei suoi territori siciliani.

Impressionato dall’essere stato ricevuto con grande onore e rispetto, il monarca intese nominare Cavalieri tutti gli abitanti della cittadina, ossia pari a lui in dignità nello Stato.

Fu da allora che si ebbe l’inflazione del titolo, svuotandolo del significato primigenio, che traeva origine dal fatto che la cavalleria era l’arma risolutiva delle battaglie di tutti i tempi.

Per mera informazione, visto che stiamo parlando di titoli onorifici, meno concesso, ma più onorifico di tutti è il titolo di Commendatore che viene elargito ad alte personalità per la loro proficua opera nell’amministrazione della “cosa” pubblica. Per quanto strano possa sembrare, quest’ultimo titolo di merito, trae origine dal sistema delle raccomandazioni.

Sembra, anzi è certo, che ai tempi degli antichi romani alcune cariche pubbliche di rilevante entità venissero vendute al maggiore offerente direttamente dall’autorità imperiale e venissero chiamate commendationes, appunto, raccomandazioni particolari.

5

Nel tempo, sua moglie Totolla, gli aveva regalato ben quattro figlie femmine, che erano state avviate tutte a diventare delle ottime madri di famiglia, nel rispetto delle tradizioni, della cultura dell’amore per la famiglia, dell’onore di appartenervi e di tutti gli altri buoni sentimenti della sicilianità atavica e piena di tabù, che escludevano l’acquisizione di una frequentazione scolastica, limitata al conseguimento della licenza elementare.

Delle quattro figlie, che erano da lui stesso chiamate le quattro Marie, la più grande, Maria Rosa, abitava ancora in famiglia, essendo nubile, mentre le altre tre, Maria Concetta, Anna Maria e Maria Stella, si erano sposate e non abitavano più in Sicilia, avendo seguito i loro mariti nel Nord-Italia.

L’unico suo cruccio era quello di non avere avuto un erede maschio che ereditasse il suo cognome ma, alla fine, aveva accettato quella situazione, dal momento che la moglie non era più nelle condizioni di avere altre gravidanze.

Naturalmente questa evenienza non fu una cosa facile da inghiottire. Per tutti i siciliani, così come per lui, il figlio maschio è l’aspirazione maggiore, specialmente per chi, raggiunto un certo livello sociale, aspira a perpetuare nel futuro la sua immagine e il suo cognome.

Allora, la continuazione del cognome e del “casato” era una cosa di capitale importanza. Specialmente nel suo caso, che la sorte lo aveva insignito del Cavalierato.

In compenso, suo fratello Ciccio, aveva un figlio maschio, Salvatore, chiamato familiarmente Totuccio, sul quale puntava tutte le sue speranze di continuazione del “casato”, perché si sa ormai in Sicilia, che le donne vanno a fare parte delle famiglie degli uomini che sposano e pertanto le sue figlie avrebbero seguito quell’andazzo.

Totuccio faceva quasi parte della famiglia dello zio, più di quella del padre, anche perché, fra l’altro, la frequenza alle scuole superiori gli rendeva il vantaggio di abitare a Catania, presso lo zio, lontano dalla natia Centorbe[20].

Il più delle volte zio e nipote si recavano in campagna a visitare i giardini. Tra di loro c'era un buon rapporto, condiviso anche dal resto della famiglia.

D'altra parte il Cavaliere era contento di ammollare qualche carta da diecimila lire al nipote, che era ben felice di riceverla.

Il giovanotto, che cresceva in età e in cultura, veniva reso edotto dell’attività dello zio, che tendeva a coinvolgerlo sempre più non solo negli affari, ma anche nei doveri verso la famiglia.

Così il Cavaliere, semmai ce ne fosse stato bisogno, inculcava nel giovane la mentalità siciliana, volta al bene e all’onore della famiglia e alla salvaguardia degli interessi pertinenti, con riferimenti attinenti alle sue proprietà e al suo modo di vivere.

Il ricorso ai proverbi era di prammatica. “Megghiu muriri ca campari cu’ virgogna”. “Non cunfidari li to’ cosi a tutti”. “Ogni cosa ca fai, cu’ manera rinesci bona”. “Pi’ lu pani si fannu centu migghia”. “Sarvati lu mangiari e non lu chi fari”. “Difenni la to’ roba, pirchì c’è sempri cu’ ti l’arrobba”. “Fimmini e voi de’ paisi toi”[21]

In verità, il giovane Totuccio, un poco per il terreno fertile trovato di uno zio largo di manica, un poco per la tendenza della gioventù d’allora ad assaporare le novità goderecce dell’americanismo importato con la fine del conflitto mondiale, badava più ai divertimenti che allo studio e con questa sua tendenza aveva finito per ripetere qualche classe del liceo, cui si era iscritto a Catania. La maturità liceale, ottenuta a suon di ripetizioni private, e la successiva iscrizione all’Università di Catania nella facoltà di legge, non aveva fatto variare per niente il suo tenore di vita, che anzi era divenuto molto più ampiamente libertino.

Non disdegnava le feste da ballo alla casa dello studente e durante la festa annuale delle matricole era sempre sulla breccia, pronto a compilare papelli lautamente sbagnati[22].

Egli, da matricola, si era prestato al rito del lavaggio al Liotro in piazza Duomo e per questo nell’ambiente studentesco era conosciutissimo.

Per capire cosa fosse la festa delle matricole, ormai non più in auge, bisogna trasferirsi con il ricordo agli anni ’50.

Un po’ per senso goliardico, un po’ per un’affermazione del potere degli anziani sui giovani, un po’ per smitizzare le sofferenze della guerra, quando un liceale entrava a far parte dell’università, acquisendo un numero di matricola d’iscrizione, non solo doveva pagare le tasse corredate da tutti i documenti previsti, ma doveva ottenere il permesso al primo ingresso nei locali universitari dalle maximae culomnae, ossia, dagli anziani che, per questo motivo, lo catturavano conducendolo al bar per… pagare il pedaggio. Avvenuto il pagamento a base di pasticcini e altre leccornie, le maximae culomnae rilasciavano il papellum, che era il documento di attestazione dell’avvenuto pagamento, scritto in latino maccheronico, firmato, con appiccicato qualche nastrino colorato e, talvolta anche con un bollo in cera lacca.

Il papello costituiva una specie di parodia della futura attestazione di laurea.

La festa della matricola aveva il suo esito finale con il rito del lavaggio dei… “cosi” al Liotro. Una matricola, per lo più volontaria, veniva fatto salire sul monumento, fornito di scopa e un secchio con acqua e sapone per effettuare la pulizia sotto la pancia dell’elefante

Dopo questa operazione, sarebbe dovuta finire la caccia alle matricole ma, di fatto continuava e non bastava l’esibizione del papello, che veniva sempre trovato “irregolare” e affetto da vizi e, quindi, avallato con l’aggiunta della correzione, previo ulteriore “sbagnamento” [23].

Ormai il rito del lavaggio è stato abolito, per tema che il monumento potesse essere danneggiato e mi risulta anche che la festa della matricola con relativa caccia non ha più luogo.

Qualche buontempone asserisce che il Liotro si era infine rotto le palle di questa violazione delle sue intimità. In verità furono i beni culturali a proibire quell’usanza per evitare danni al monumento.

Mi chiedo se ciò sia indizio di maggiore responsabilità nei confronti dello studio universitario, da affrontare con maggiore serietà o di semplice apatia e abbandono alla vita spensierata, che era invece manifestazione di fiducia nel futuro valutato a tinte rosa.

6

Il Cavalier Carmelo Agabidalà ritornato a casa dal Circolo, dov’era solito farsi una partitina a carte con gli amici, non trovò né la moglie né la figlia. Rimase perplesso ma non si preoccupò più di tanto.

La situazione non era nuova. Di tanto in tanto donna Totolla e Maria Rosa, ultima delle figlie ancora nubile, uscivano insieme per delle compere o per delle visite a dei parenti.

Si sedette sul divano, piazzato davanti alla televisione a colori, e l’accese, non senza fatica, azionando quei benedetti tasti e bottoni del telecomando, ai quali ancora non si era abituato ma che gli consentivano di seguire il programma stando comodamente seduto in poltrona. Non gli interessavano tanto le notizie se non l’andamento della Borsa, che proprio a quell’ora era già chiusa con i risultati già resi noti nel telegiornale.

Dopo una buona mezz’ora, durante la quale ebbe la possibilità di appuntarsi il resoconto delle sue azioni e degli altri titoli, sentì cigolare la porta d’ingresso. Erano la moglie e la figlia.

«Dove siete state?» chiese senza nemmeno voltarsi.

«A casa di Cuncittina» fu la risposta secca e decisa della moglie.

Non era vero! Mentiva. In verità donna Totolla un cruccio segreto lo aveva anche lei, esattamente come il marito, ma di natura diversa...

Mentre il Cavaliere aveva il problema di un mancato erede maschio che perpetuasse il suo casato, risolto con la quasi adozione del nipote senza alcuna ambascia per le figlie, la moglie era seriamente preoccupata per l’avvenire di Maria Rosa che, nonostante fosse la maggiore non si era ancora maritata, contrariamente alle altre tre già regolarmente sposate e con figli. Viveva nel terrore che la figlia restasse “zitella”.

Va bene che il proverbio diceva megghiu sula, ca mali accumpagnata, ma nu beddu maritu ci vuleva sempri pi’ na fimmina. Essiri sula non cunsola. Sempri megghiu na fimmina maritata, ca na fimmina arraggiata. U maritu sempri cummogghiu è…

Questa era la sua filosofia di vita, del tutto in linea con la mentalità sicula di allora in lei radicata.

Non era che Maria Rosa non avesse avuto dei pretendenti: di fidanzati ne aveva avuti parecchi, ma non aveva trovato alcuno disposto a condurla all’altare per pronunziare il fatidico sì. E dire che era ben fatta (diciamolo pure, molto appetibile) ma chissà per quale arcano motivo, quando si arrivava al dunque, per un motivo o per un altro, il fidanzato di turno si eclissava. E dire che, ringraziando Dio e il Cavaliere suo marito, non le mancava una dote cospicua a completamento della sua avvenenza.

Donna Totolla era disperata. Non tanto in verità Maria Rosa, che quasi, quasi aveva preso gusto a cambiare i fidanzati. Anzi, qualche volta, era stata lei a lasciarne uno per sostituirlo con un altro, che la piacesse di più.

Per questo motivo la solerte e preoccupata madre, aveva pensato bene di consultare un famoso mago di Catania. Si diceva fosse molto bravo nel risolvere le questioni di cuore, giusto che in quel periodo Maria Rosa frequentava un uomo… in verità molto sposabile.

Difatti le due donne non venivano dalla casa di Concettina, ma proprio dallo studio del fatiscente Mago del Sole, com’era solito farsi chiamare.

Donna Totolla era una donna tutta casa e chiesa, priva di lu cocciu di la littra [24], dedita alla famiglia e al suo uomo che aveva sposato per amore e l’aveva sempre voluta bene, ma aveva il suo punto debole nel credere nei cartomanti e nel potere che avevano costoro nel predire il futuro e anche di indirizzare la gente verso gli obiettivi desiderati.

Così era stato per lei, quando aveva conosciuto suo marito e anche quando quest’ultimo aveva preso la sbandata. I consigli allora avuti da Mara a Santuna, purtroppo ora morta, furono efficaci e risolutivi.

Il Mago del Sole, emerito lestofante, specializzato nel turlupinare le donnette che a lui si rivolgevano, intuì non appena vide le due donne, la motivazione della loro visita ancor prima che parlassero apertamente.

Con consumata arte, seguendo un suo canovaccio, chiese a Maria Rosa la data di nascita, indi consultò un libro e facendo dei calcoli, le disse il segno di appartenenza allo zodiaco e non solo questo perché, richiesta alla madre anche l’ora del parto, sancì la sua predisposizione all’amore, essendo chiaro che era protetta da Venere in persona, la Dea dell’amore.

Fece un resoconto, molto intuibile, della sua vita e indovinò che aveva avuto parecchi fidanzati. Come non averli avuti quel bel pezzo di figliuola che le stava davanti con quell’aspetto prorompente, ca faceva arrusbigghiari i morti![25]

Quando passò alla liggiuta di la manu[26], le disse di vedere chiaramente che frequentava un uomo, come se non lo sapesse che le due donne erano venute proprio per quel motivo!

Saputa la data di nascita del fidanzato in questione, le disse apertamente che la congiunzione non era poi tanto favorevole per il motivo ben preciso che l’uomo era sotto il segno di Marte.

Spiegò alle due donne, del tutto allocchite, che Marte e Venere andavano certamente d’accordo, ma solamente come amanti, poiché queste due antiche divinità, impersonate negli astri, pur facendo sovente l’amore non si sposarono mai. Tra le altre amenità aggiunse che c’era la possibilità di poter fare accadere la cosa, se nel periodo di congiunzione dei due astri si intervenisse con una certa operazione da mettere in atto e che solo lui poteva realizzare, senza darne, però, per scontato l’esito. Insomma vi erano delle buone probabilità di riuscita.

A questo punto il suggerimento sfociò nella realizzazione della solita fattura [27], di cui egli era un esperto e che, però, aveva bisogno di un attento studio e un piano accurato. Pertanto si rimandò l’incontro con il mago in altra data per stabilire il da farsi.

Per quanto inverosimile e assurda possa considerarsi la credenza nei cartomanti e maghi, c'è da dire che ancor oggi, nonostante si sia già raggiunta la luna e già si pensi a come arrivare su Marte, molta gente crede nei poteri straordinari di veggenti dai poteri soprannaturali.

Il fenomeno è frutto di una secolare tradizione legata al mondo pagano – ricco di indovini, oracoli e intrecci tra religioso e profano – e a una carenza di nozioni scientifiche, susseguite nel tempo.

Se volgiamo lo sguardo al mondo mitico degli antichi Greci e degli antichi Romani, vediamo emergere delle inquietanti figura di conoscitori del futuro, quali Tiresia, Cassandra, la mitica Sibilla e addirittura lo stesso Dio Apollo, che si manifestava per bocca dei suoi sacerdoti. Allora, non si intraprendeva un’azione né si prendeva alcuna iniziativa se non dopo aver ascoltato l’aruspice o veggente che predicesse il futuro.

Ebbene questa abitudine si è trasmessa di secolo in secolo sino ai nostri giorni e non è bastato l’avvento del cristianesimo e altre religioni e credenze che, anzi, lo hanno per certi versi enfatizzato. Non a caso il medio evo, in piena era cristiana, abbonda di famosi indovini e santoni capaci di predire il futuro.

Ma quello che stupisce soprattutto è il sopravvivere di certe credenze, smentite dalle più recenti scoperte scientifiche.

Cito il caso dello zodiaco, sul quale sono basate tutte le divinazioni, che scaturiscono da un sistema statistico basato sulla cosmologia tolemaica falsa, in aperto contrasto con quella copernicana vera.

Al fine di poter predire il futuro, comprendendo anche il comportamento dei nascituri, gli antichi Babilonesi, partendo dal presupposto che la terra fosse al centro dell’universo e circondata da stelle fisse in sfere di cieli rotanti intorno a essa, determinarono la suddivisione di tali cieli in segni zodiacali, corrispondenti a determinate figure esistenti sulla terra.

Fu così che ebbe origine il cosiddetto zodiaco con tutti i segni religiosamente indicati e, facendo coincidere l’ora della nascita di ogni singolo individuo con la posizione astrale del momento, si asserì di poter determinare le caratteristiche future di vita del neonato.

Sulla falsariga di una specie di dizionario dei caratteri e delle tendenze umane, ad hoc costruito, si ebbe la pretesa di poter leggere il futuro.

Dal momento che è stato verificato che la terra non è al centro dell’universo, ma è essa che gira intorno al sole e che anche le stelle del cielo hanno un loro movimento a se stante e non fisso, tutto il sistema inventato dai Babilonesi riguardo lo zodiaco, risulta non vero, poiché non vi è reale coincidenza di movimenti degli astri, le cui posizioni sono sempre diverse, varie e non ripetitive.

Nonostante ciò, lo zodiaco e le sue previsioni, continuano a tenere banco e a interessare una massa di creduloni, che costituiscono la base di lucrosi affari da parte di furbastri esperti nell’inventare fantasiose visioni future.

Ecco, quindi che accanto a riviste specializzate sulle previsioni zodiacali e sulla falsariga di presunte divinizzazioni, fiorisce una pletora di personaggi ambigui, furbi, sedicenti maghi o pitonesse, che abbondano a Catania e nei nostri centri interni siciliani e anche italiani, i quali, inventandosi fantasiosi nomi, come quella di Mago del Sole e altri, trovano il modo di turlupinare e raggirare la gente credulona, traendo dei guadagni non indifferenti.

Loro, sostanzialmente, sono dei truffatori che – sfruttando l’ignoranza della povera gente, sulla quale esercitano un non comune ascendente psicologico – riescono a farsi credere dei messaggeri del mondo metafisico e del futuro.

Non essendo in grado di poter indovinare alcunché – poiché il divenire umano, pur nella sua continuità, è vario da individuo a individuo – bisogna riconoscere in chi esercita questa attività di mago, un’abilità psicologica veramente sbalorditiva, in grado di valutare la credibilità e i limiti intellettivi dei loro clienti.

7

Purtroppo quello che le due donne non sapevano era che il fidanzato di turno, Jonny Cocchiara, detto Cucchiaredda amiricana, era una vecchia conoscenza del Cavaliere.

Il giovanotto, invischiato in alcuni affari andati a male, navigava in brutte acque e nella speranza di risolvere i suoi problemi, si era rivolto al ragionier Basilio Tribolante, detto Virrinedda[28], considerato un guru della finanza, capace di sbrogliare le più intrigate questioni per le sue conoscenze in alto loco.

Si sapeva in giro che si occupava della gestione dei beni del Cavalier Agabidalà, persona abbastanza facoltosa; e in più, tra le sue amicizie, vantava la frequentazione del comandante della Guardia di Finanza, maresciallo Ignazio Grattarella, che lo favoriva in particolari situazioni.

A parte il fatto che appariva sempre accanto al sindaco in occasione di qualche visita di personalità politiche, si vociferava che avesse rapporti con alcuni pezzi grossi, capaci di movimentare cospicue somme di denaro nell’acquisto di immobili, e che lui stesso fosse un pezzo da novanta, come usa dirsi in Sicilia, nel campo finanziario.

Cucchiaredda, che ufficialmente era titolare dell’AutoMec, un’importante azienda di autotrasporti, in effetti gestiva una attività secondaria poco pulita. Sostanzialmente si prestava a fare da corriere della droga che veniva importata dall’Albania.

In occasione di uno di questi trasporti clandestini, per non essere pizzicato ed evitare i risvolti penali conseguenti, fu costretto ad abbandonare il carico in campagna, poi ritrovato dal nucleo della Guardia di finanza.

La perdita secca del carico ammontò a una cinquantina di milioni di lire, che gli ordinatori del trasporto reclamavano nei modi e nei termini che certamente non erano quelli legali. Il mancato rimborso poteva essere considerato uno sgarro, che non sarebbe stato perdonato.

Il Cocchiera, che era oriundo americano dell’Illinois, ma appartenente a una famiglia di siciliani trapiantati in Nord America, (per questo lo chiamavano Cucchiaredda amiricana) era stato suggerito proprio da Chicago, di rivolgersi al ragionier Tribolante per cercare di racimolare la somma in questione e risolvere il suo caso, trattandosi di persona che in certe cose aveva le mani in pasta!

Difatti ottenne, tramite quest’ultimo, una transazione. Ma era necessario trovare la somma per sanare il debito.

Per la soluzione definitiva del problema, gli venne suggerito dal Tribolante di sposarsi con la figlia del Cavalier Agabidalà, persona estremamente solvibile, e in questo modo mostrare delle garanzie solide a sostegno del saldo sicuro del debito. Non omertò aggiungendo che il cavaliere, in ogni caso, era persona ‘ntisa e non toccabile[29].

Al nicchiare di Cucchiaredda, che ne aveva sentite di belle sul conto di Maria Rosa, il ragioniere tagliò corto e gli disse chiaro e tondo: «È megghiu un cunnutu riccu, ca ‘n-mortu ammazzatu?[30]» e aggiunse anche di non dimenticare «ca ogni pena e ogni dogghia lu dinaru la cummogghia [31]».

Avuto il beneplacito del picciotto, che a lui si era rivolto, l’ottimo Virrinedda, nei panni di paraninfo, contrattò subito il genitore di Maria Rosa e gli prospettò il matrimonio della figlia con un giovane a modo, di buona famiglia, il quale lo aveva incaricato “dell’ambasciata”.

Con molto tatto gli riferì che si era prestato a far da ambasciatore del giovane, da lui conosciuto, per il bene della figliola e per la stima di cui lo onorava. Naturalmente non parlò del guaio in cui lo stesso versava, anzi fu presentato come un ottimo partito essendo il titolare di un’avviata azienda di autotrasporti, molto utile alla produzione agrumicola dei suoi giardini.

Per il resto il giovane Jonny Cocchiara era persona di sicuro affidamento, incensurato, rispettato nell’ambiente e rispettoso della famiglia. Insomma si trattava di un picciotto a modo, che aveva anche rapporti parentali con l’America; il che avrebbe favorito sicuramente l’esportazione degli agrumi del Cavaliere verso il nuovo mondo.

«Carissimo Cavaleri, Cucchiaredda è da cunsidirari na cosa nustrana e vostra figghia si sistema bona» gli disse esplicitamente.

In verità il Cavaliere ammiccò un poco, poiché non voleva passare per il genitore che procurasse il marito alla figlia però, conoscendo l’ambascia della moglie, e sicuro di farle cosa gradita, concesse al ragioniere che Cucchiaredda frequentasse a taci-maci [32] la figlia con il suo tacito consenso, ca non s’aveva a sapiri[33]. Dopo avrebbe accettato che i due si sposassero regolarmente; ma era certo necessario che la figlia prima lo conoscesse bene e che lo ritenesse un futuro ottimo marito.

Ovviamente nulla le due donne sapevano di questi maneggi tra il Tribolante, Cucchiaredda e il Cavaliere.

Il giovane pretendente, ottenuta così la licenza di agire, concessa dal padre, secondo una certa usanza del tempo, cinse d’assedio Maria Rosa con una corte spietata, e tra un complimento e l’altro riuscì a conquistare le sue grazie, concesse tra l’altro con molto entusiasmo.

Infatti quel Jonny la coinvolse a tal punto da parlarne alla madre, manifestando nel frattempo la sua paura di perderlo.

«Mamà» le disse «chistu mi piaci appidaveru, ma mi scantu ca mi lassa [34]».

Donna Totolla non trovò di meglio che consultare il Mago del Sole, pi’ sapiri comu jeva a finiri [35].

8

Erano già passati circa dieci giorni dall’ultimo incontro con il Mago del Sole, quando il prestigioso esperto del futuro telefonò a donna Totolla per riferirle d’aver pronto il piano per la faccenda che avevano in sospeso, ossia la fattura di cui si era accennato.

Questo lasso di tempo gli era servito per studiare a fondo i personaggi della vicenda. Capì, semmai ce ne fosse stato bisogno, che Donna Totolla avesse una grandissima fiducia in lui e che avrebbe potuto raggirarla facilmente per la faccenda della felicità della figlia.

Riuscì a sapere, per vie traverse, le ferme intenzioni di Cucchiaredda Amiricana a volersi sposare con Maria Rosa. Quanto a quest’ultima, che non credeva tanto nei suoi poteri ed era scoraggiata a tal punto da non disdegnare un aiutino esterno, pensò di farla interagire in modo secondario nel suo piano di raggiro architettato.

Per il resto studiò le abitudini del marito, il ricco Cavaliere, che non avrebbe dovuto avere alcuna funzione attiva in tutta la faccenda. Anzi bisognava trovare il modo di tenerlo alla larga e fargli fare la figura del perfetto ammuccalapuni[36] inconsapevole. Insomma, capì che il punto debole dei suoi personaggi era rappresentato dalla madre e che pertanto bisognava lavorare su lei.

Nell’incontro che ebbe con le due donne, parlò di una sua pozione favolosa, capace di fare arrusbigghiari pure i morti.

Ricordò a Maria Rosa che il suo punto forte era l’amore, del tutto simile a quello tra Venere e Marte... Ciò significava, in parole povere, che nulla doveva negare ai desideri dell’uomo. Sì, insomma, non doveva negarsi mai, e se per caso fosse rimasta incinta, il matrimonio sarebbe stato più sicuro, poiché sarebbe entrato in campo l’imposizione paterna. Le ricordò di avere costanza e di non scurdarisi di chiddu ca dici lu proverbiu anticu: Cu’ la custanza s’otteni sempri chiddu ca si spera[37].

Fissò un successivo incontro con la sola signora Totolla per la messa a punto di alcuni dettagli e la consegna della pozione magica da lui preparata nel suo laboratorio.

Durante quest’ultimo incontro fu consegnato a Donna

Totolla il potere fatturante, consistente in una boccetta, sigillata e piena di uno strano liquido giallognolo (si trattava di tè al limone!) spiegandole come adoperarlo.

Al liquido, bisognava aggiungere alcune gocce del sangue di Maria Rosa di quando aveva le sue “cose” e la mistura così ottenuta, doveva servire ad amalgamare una polpetta di carne di bue tritata, da far mangiare a Jonny insieme ad altre dello stesso tipo e a sua insaputa. Era di fondamentale importanza che la “polpetta” venisse effettivamente mangiata da lui e non da un altro, poiché il suo effetto si sarebbe manifestato su quest’ultimo.

Durante lo stesso incontro, avvenuto a quattrocchi, il mago esplicitò all’anziana madre, che tutta l’operazione aveva un costo. Iniziò dichiarando esplicitamente che a lui bastava quanto la signora le offriva come per ogni visita, ma aggiunse che il demonio, nella veste del Dio Vulcano, sposo tradizionale di Venere, per accettare il matrimonio tra una protetta di Venere (sua figlia Maria Rosa) e un protetto di Marte (il futuro genero Jonny) per la sua avversione proprio contro Marte, che come si sa lo aveva cornificato, non era stato facilmente accontentabile.

Per questo motivo aveva ottenuto dal Dio Vulcano, nell’atto della consegna del filtro contenuto nella boccetta, che avrebbe acconsentito a quelle nozze, a lui non grate, a condizione di essere lautamente ricompensato.

Purtroppo anche nel mondo metafisico il denaro era alla base di tutto e poi si sapi, ca senza soldi e senza stola nun si canta missa[38].

La condizione posta da Vulcano era il pagamento di sette milioni di lire in contanti e anticipati, tanti quanti erano i vizi capitali. Aggiunse, a garanzia, che in caso di non avvenuto matrimonio, il denaro sarebbe stato restituito interamente. Per questo motivo necessitava approntare la somma in questione, sigillarla in una apposita busta e murarla in un angolo segreto della casa in modo da non essere vista da alcuno, pur restando vigilata da Donna Totolla.

A matrimonio avvenuto, Vulcano si sarebbe intascato il denaro, lasciando al suo posto della cenere, senza per altro aprire la busta, grazie ai suoi poteri soprannaturali.

In caso contrario, il Dio non avrebbe effettuato il prelievo e il denaro poteva essere recuperato intatto nella busta dopo sei mesi dalla rottura definitiva del fidanzamento.

Essendo Vulcano un Dio, oltre che demonio, di profonda grandezza, c’era da fidarsi nel mantenimento della promessa. “Era cunnutu, ma di parola!”[39]

Fu così che nel giorno prefissato e in assenza del marito e della figlia, donna Totolla fece venire a casa il Mago del Sole con un suo collaboratore attrezzato di una borsa contenente gli arnesi necessari. Consegnò la somma di denaro ai due, che provvidero, in sua presenza, a metterla in un sacchetto di plastica, che venne chiuso e sigillato. Dopo, tolta con attenzione una mattonella della lavanderia e praticato un buco quanto bastava, vi introdussero il sacchetto con i soldi. Riadattata la mattonella, salutarono e andarono via.

Il gioco era fatto, poiché in un momento di disattenzione della donna, ad arte creato, venne introdotto nel buco del muro un sacchetto gemello, preparato prima, con dentro della cenere. Ovviamente, l’altro con i soldi finì nella borsa degli attrezzi.

Passarono i giorni, durante i quali Maria Rosa e Jonny, maturarono la decisione di fidanzarsi ufficialmente, partecipando al padre l’intenzione di convolare a nozze, che avvennero repentinamente e regolarmente con il consenso di tutti, anche perché Maria Rosa, accettando il consiglio del mago, non aveva indugiato a farsi ingravidare.

Inoltre la famosa polpetta era stata regolarmente consumata e, quindi il risultato era assicurato.

Dopo la festa nuziale, donna Totolla, punta dalla curiosità di conoscere cosa fosse avvenuto ai suoi soldi, fece venire a casa il Mago, che tolta la mattonella tirò fuori dal buco il sacchetto e si constatò il suo contenuto in polvere.

Vulcano, come detto, aveva miracolosamente effettuato il prelievo pattuito. Di conseguenza donna Totolla, contenta e gabbata, manifestò la sua accresciuta stima nell’uomo per di più premiandolo con una lauta ricompensa.

Vulcano era stato di parola e il merito dell’operazione andava attribuito al Mago del Sole che aveva guidato le cose in modo tale da far realizzare il risultato finale ottenuto!

Anche Maria Rosa, non sapendo il marchingegno adottato dal mago, restò lusingata della sua chiaroveggenza e dei suoi poteri.

9

Il Ragionier Tribolante, che traffichino era e non poco, riferì al Cavaliere che era stato contattato da una nota personalità del mondo imprenditoriale per l’acquisto di alcuni terreni interessanti l’interland catanese, di cui era proprietario. Quest’ultimo li aveva acquistati molto tempo prima a un modico prezzo con l’intenzione di convertirli in giardini di agrumi, ma per una serie di contrattempi erano rimasti incolti e adibiti a pascolo.

Chi ancor oggi, si avvia nell’entroterra catanese, laddove la Circumetnea raggiunge Paternò, può notare un vasto pianoro che lievemente si protende verso l’Etna, punteggiato da casolari sparsi nel verde delle piante di agrumi.

A un certo punto, quando il verde delle piante di agrumi si fa rado per dar luogo ad altre culture e la natura mostra le fiorite ginestre, primo avamposto del terreno lavico, piuttosto accidentato e roccioso, attraversato dal torrente Saraceno, affluente del Simeto, si estendeva, tra le ormai dismesse stazioni di Sparacollo e Regalbuto, una vasta proprietà terriera di proprietà del Cavaliere Agabidalà. Era quella proprietà l’oggetto della richiesta di compra-vendita trattata dal Tribolante. Un lembo di terra incolto, senza apparenti prospettive d’impiego, tranne quella pastorizia, oltre il quale, si ergeva Regalbuto, arroccata su un cocuzzolo che dominava la circostante vallata.

«Cavaliere carissimo, come sta?»

«Benissimo» rispose una voce pacata dall’altro capo del telefono. «A che debbo il piacere della sua chiamata?»

«La sto chiamando per una questione che riguarda i suoi terreni nei pressi del lago di Regalbuto, quelli che come mi disse tempo fa, era intenzionato a vendere».

«Sì. Ricordo di averle detto qualcosa del genere. C’è forse qualcuno che vorrebbe comprarli?»

«Sì, certamente. Ma dovremmo parlarne di presenza».

La telefonata fu gradita dal Cavaliere, che quei terreni aveva comprato per pochi milioni di lire ma che per vari motivi non era riuscito a mettere a frutto, non esclusa la redditività ostacolata dalla pletora di pecorai che ne erano quasi diventati padroni, creandogli tanti grattacapi.

Fu così contento di fissare un tempestivo incontro per parlare dell’affare prospettato.

La SrL di un noto personaggio della finanza, che svolgeva attività commerciali, chiedeva di acquistare quei terreni per avviarvi un’attività sportiva legata al laghetto e all’Etna.

L’incontro avvenne allo Sheraton di Acicastello e dopo ampie discussioni e clausole da rispettare, si conclusero con una caparra abbastanza consistente, intascata dal cavaliere, e una cena augurale.

Per patto espresso, il Cavaliere autorizzava la SrL a iniziare le pratiche amministrative per la nascita dell’attività. A ultimazione dei lavori, e prima dell’entrata in funzione dell’esercizio, la SrL si impegnava a versare l’importo pattuito di cinquanta milioni di lire, tramite l’incasso di una cambiale di pari importo alla scadenza stabilita e fissata da entrambi i contraenti. Pertanto venne rilasciata una maxi cambiale di cinquanta milioni in lire italiane regolarmente firmata e avallata dal ragioniere, e come si dice nel gergo, post-datata.

La richiesta preventiva della cambiale postdatata, nacque proprio per l’autorizzazione concessa alla SrL di poter esercitare lavori preparatori per l’attività, ancor prima della stipula definitiva del contratto, non perfezionato subito, poiché al momento non aveva disponibile l’intera somma pattuita.

In verità un contratto dai contorni anomali, ma che dava la possibilità al Cavaliere di poter incassare la non modesta cifra di cinquanta milioni di lire rispetto ai dieci che aveva speso per comprare quel terreno. Quella cambiale era un rischio, ma il fumo ne valeva la candela.

Il personaggio in questione, altri non era se non una creatura del Tribolante, il quale cercava di appropriarsi di quei terreni, che facevano parte di un progetto legato al prolungamento della linea ferroviaria da Regalbuto a Santo Stefano di Camastra, con una stazione intermedia a Mistretta. Il guadagno sarebbe stato di gran lunga superiore alla somma impiegata per l’acquisto.

Avendo egli, come suol dirsi, le mani in pasta, aveva architettato con un noto personaggio politico di allora, tutto un piano affinché il progetto prendesse quota. Ovviamente tale realizzazione, di cui ancora nessuno aveva sentore, gli avrebbe fruttato un bel po’ di quattrini, se fosse venuto per tempo in possesso dei terreni del Cavaliere.

Il progetto che egli aveva ideato non era nuovo, ma del tutto ignoto al Cavaliere. Subito dopo la realizzazione della linea Motta-Dittaino Roccapalumba Fiumetorto Palermo, il Governo Italiano, guidato dal Benito nazionale, pensò di realizzarlo per un collegamento più rapido e alternativo tra Catania e Palermo, evitando il lobo settentrionale della Sicilia, che faceva capo a Messina.

I lavori ebbero subito inizio e fu possibile realizzare la linea da Motta a Regalbuto con la nascita delle stazioni intermedie di Ritornella, Agnelleria, Paternò, Schettino, Leto e Sparacollo.

Completato questo primo tratto, dopo averlo consegnato all’esercizio, si dette mano alle opere strutturali del successivo tratto da Regalbuto a Santo Stefano di Camastra; ultimate le quali non si ebbe modo di porre i binari, essendo scoppiata la seconda guerra mondiale.

Per tale valido motivo, i fondi stanziati per il progetto, vennero distolti e indirizzati verso la nuova esigenza militare.

Finita la guerra, bisognava pensare alla ricostruzione, e il progetto venne definitivamente accantonato e dimenticato.

A resuscitarlo fu proprio il nostro personaggio, il quale lo considerava cosa certa per le già esistenti infrastrutture e la possibilità di trarne un grande vantaggio economico dalla valorizzazione delle proprietà del Cavaliere, le quali sarebbero diventate oggetto di sviluppo industriale e turistico.

Chiunque, ancora oggi, attraversi le strade interne in macchina da Regalbuto a Mistretta fino a Santo Stefano, ha la possibilità di notare le opere in questione, ormai abbandonate, ma abbastanza solide della progettata ferrovia, che non vide mai la posa dei binari e mai la vedrà in futuro.

Infatti l’attuale tendenza dei trasporti ferroviari in Sicilia è quella di ridimensionare la rete esistente e non di creare nuovi rami considerati non utili economicamente e socialmente.

Purtroppo i trasporti su gommato l’hanno spuntata su quelli su rotaia.

10

Qualche mese dopo, lo Sheraton fu protagonista e ospite del matrimonio di Maria Rosa con il fidanzato Jonny.

L’evento fu di particolare rilevanza, essendo il Cavaliere e anche il genero persone di tutto rispetto.

Tra gli invitati, oltre ai parenti e al ragionier Tribolante e signora, figuravano alcune personalità politiche allora in auge e che facevano parte del partito a quei tempi al Governo.

I due promessi sposi pronunciarono il fatidico sì nella chiesa madre di Acicastello.

La cerimonia fu perfetta da un punto di vista dell’eleganza e dell’avvenimento, anche se appesantito da un eccessivo ricorso alla grandiosità.

La sposa in abito rigorosamente bianco, anche se qualcuno mormorasse essere già incinta. Lo sposo in tight con il cravattino a farfalla e il cilindro. Donna Totolla in abito nero lungo e i capelli agghindati sotto le falde di un cappello con le piume. Similmente le altre figlie già sposate e venute per l’occasione coi mariti e i figli dal continente. Solo il Cavaliere indossava un completo nero senza molte pretese e sembrava non far parte di quella sfilata di modelli irreali e di spropositata eleganza.

Dalla chiesa allo Sheraton fu un via vai di automobili. Solamente gli sposi giunsero con una carrozza trainata da due cavalli bianchi e guidata da un cocchiere con gli alamari e il cilindro. Era la stessa carrozza che precedentemente aveva portato in chiesa Maria Rosa, accompagnata dal padre.

Insomma fu un avvenimento eccezionale, dove ogni personaggio della famiglia assunse un ruolo particolare, che sapeva di grandioso, ma che scivolava nel pacchiano e nel lusso eccessivo.

Il ricevimento fu all’altezza della situazione con servizio al buffet compresa la torta nuziale finale e la presenza di camerieri rigidamente infagottati nelle loro livree bianche, sulle quali spiccava il cravattino nero a farfalla.

Non mancava nulla dal menù che non fosse di gradimento e appetibile. Inoltre l’abbondanza era di una dovizia mai vista. Gli invitati si accalcavano ai tavoli, prendevano e mangiavano e poi vi ritornavano con il piattello in mano per essere ancora serviti al banco dai camerieri, sempre pronti a sfornare nuove portate. Nonostante la dovizia di cibo, la gente si accalcava ai tavoli, come se temesse di restare in bianco e con un’ingordigia mai vista. Era una specie di gara a chi più prendesse e che non poco stonava con l’eleganza dei vestiti indossati.

Parte del cibo e delle bevande, nonché qualche piatto e qualche bicchiere, in quella calca finirono a terra…

Il mio amico Giovanni Rizza, che in veste d’invitato fu presente al ricevimento fu ispirato da quella scena e vi scrisse sopra una bella poesia in dialetto siciliano, dove concluse di non volere mai più partecipare a un ricevimento con servizio al buffet, essendo rimasto pistatu e mortu di fami [40] sotto un tavolino. Mi dispiace non poterne riportare il testo, di cui non ne ho la disponibilità.

11

A cerimonia conclusa e a festa ultimata il Cavaliere, tra sé e sé, esclamò: «Anche questa è fatta. Adesso pensiamo al resto».

Il resto per lui era quello di avere un erede dei suoi beni che portasse il suo cognome. Per questo aveva posto gli occhi sul nipote allevandolo come un figlio e curando la sua educazione secondo certi principi che riteneva fondamentali per il buon nome della famiglia.

Totuccio era la luce dei suoi occhi. Anche per lui pensava a un matrimonio con una donna che contasse e che lo avrebbe compiaciuto regalandogli un bel pupo che si chiamasse Carmelo Agabidalà come lui.

 

Quello che il Cavaliere non sapeva (e nemmeno lo poteva mai immaginare!) era che Maria Rosa fosse incinta. In verità il sospetto gli era venuto per via di una certa “corsa” alla data del matrimonio, non solo da parte di Jonny Cucchiaredda ma anche della figlia e di sua moglie Totolla, che era la sua confidente.

La faccenda però non lo aveva fatto agitare più di tanto. Con il matrimonio, l’eventuale stato interessante della figlia sarebbe passato senza alcuno scandalo. Anche se la faccenda potesse contrariarlo all’occhio della gente, si poteva sempre dire che il figlio (o la figlia), sarebbe nato sittiminu[41]

Quello che però il cavaliere non sapeva e tanto meno l’accorta donna Totolla, era che il nascituro, maschio per giunta, nonostante avrebbe assunto ufficialmente il cognome dei Cocchiara avrebbe potuto benissimo assumere legalmente il tanto desiderato cognome e nome “Agabidalà Carmelo”, poiché l’artefice della prematura gestazione, altri non era che il dolcissimo Salvatore Agabidalà, detto Totuccio, con il quale la intraprendente Maria Rosa era solita giocherellare prima e dopo il fidanzamento col marito designato.

Maria Rosa era fatta così… se un ragazzo le andava a genio, non resisteva al richiamo amoroso, e prima o poi lo accoglieva nel suo letto. Proprio per questo motivo, i fidanzati di turno, finivano per piantarla, evitando il matrimonio.

Con il cuginetto Totuccio, molto più giovane di lei, il tutto era avvenuto quasi per gioco ed era impensabile un loro matrimonio, tuttavia la relazione, del tutto clandestina, era continuata con il tacito consenso e piacere di entrambi. L’intrusione di Jonny, quale futuro sposo di Maria Rosa, non aveva per niente turbato il loro rapporto. Anzi aveva finito per elettrizzarli di più.

Cucchiaredda, uomo già navigato, si accorse che la Maria Rosa non era certo una verginella ma, contrariamente ai precedenti fidanzati, fece buon viso a cattivo gioco, poiché il matrimonio gli avrebbe risolto la situazione economica già tanto spinosa. Certamente non poteva sapere che la fidanzata fosse già incinta e quando, per sollecitare il matrimonio ufficiale lei glielo disse, ovviamente collegò l’evento ai suoi rapporti prematrimoniali, ignorando la collaborazione del cuginetto Totuccio.

12

Fu così che, come dice il proverbio siciliano: Cu’ futti futti, Diu pirduna a tutti [42], le cose si aggiustarono nel clan Agabidalà.

Donna Totolla era felice dell’arrivo del prossimo nipotino, figlio di Maria Rosa. Il Mago del Sole continuò a intascare laute prebende facendo previsioni sulla fortuna del piccolo.

Totuccio continuò a essere la speranza della prosecuzione del casato del cavaliere e il silenzioso amante della cugina, nonostante il matrimonio.

Jonny Cocchiara, cornuto ma felice, riuscì a tacitare i suoi creditori e con l’aiuto del suocero a estinguere il debito. Anzi il matrimonio, con l’appoggio del ragionier Tribolante, gli consentì l’ingresso in un altro settore meno rischioso del precedente, e inoltre la nascita del figlio lo promosse al grado di stretto collaboratore all’attività del Cavaliere.

Grazie alla titolarità della sua Azienda di trasporti e l’influenza del suocero venne eletto presidente di un comitato di autotrasportatori, che interagivano nella Sicilia orientale, con facoltà di mediare attività e regole tra gli aderenti e l’esterno.

Ebbe, in particolare, l’incombenza di contrattare con la CEMAT e il Direttore Compartimentale delle FF.SS. le tariffe da applicare al nuovo tipo di trasporto combinato gommarotaia, il quale faceva centro per la Sicilia Orientale nella stazione di Bicocca con ramificazioni a Cannizzaro e Gela.

Si ventilava, in verità, da alcune parti che fosse anche legato a una grande famiglia in odor di mafia, che nel campo degli autotrasportatori dettasse legge.

È opportuno intanto precisare che cosa fossero i trasporti CEMAT. Grazie a una intuizione aziendale, si pensò di combattere la concorrenza dei trasporti su gomma, semplicemente… favorendoli.

L’idea consisteva nel caricare sui carri ferroviari non solo le merci, ma anche i camion che le prelevavano dai magazzini di produzione. In tal modo l’Azienda FS traeva un guadagno, non previsto prima, anche dal trasporto autostradale. Bisognava semplicemente costruire dei carri in grado di poter trasportare dei camion e fornire gli impianti di gru in grado di poterne effettuare il carico.

Il vantaggio ai fini pratici, era duplice. In primo luogo si velocizzavano i trasporti, venendosi a realizzare il trasporto delle merci da porta a porta, evitando il trasbordo tra gommato e rotaia.

In secondo luogo veniva alleggerito il traffico automobilistico nelle grandi arterie stradali, facendo incrementare quello ferroviario.

Anche gli autotrasportatori ne traevano vantaggi nel minore impiego di personale e di carburante.

La CEMAT era per l’appunto una S.p.A. con partecipazione azionaria preponderante delle FS, incaricata a gestire questo nuovo modo di trasportare le merci. Ovviamente l’innovazione suscitò interessi e appetiti nuovi nel campo dei trasporti. Era naturale che determinate organizzazioni private, quali quelle degli autotrasportatori, cercassero di trarne dei vantaggi.

Per quest’ultimo motivo si proclamarono proteste e richieste che sfociarono in un incontro con le FFSS, avente per oggetto le tariffe ritenute esose.

Quest’ultimo avvenne nei locali dell’ex Officina Veicoli di Acquicella intorno a un tavolo rotondo in cui da una parte prendevano parte le autorità ferroviarie e a giro tutte le rappresentative della CEMAT e della delegazione degli autotrasportatori rappresentati da Cucchiaredda.

Venne preso atto delle richieste degli utenti, che pretendevano una libera applicazione delle tariffe a loro favorevole, essendo la CEMAT una società privata in grado di contrattare il costo dei trasporti secondo le regole del libero mercato. In sintesi, si chiedeva una diminuzione delle tariffe applicate ai trasporti di nuova istituzione.

A questo punto il Direttore Compartimentale delle FFSS precisò che effettivamente la CEMAT era sì una SpA privata, in cui, però la partecipazione delle FFSS era oltre il 51% e che, quindi, toccava alle FFSS, Ente pubblico statale, stabilire le tariffe che dovevano essere applicate dalla CEMAT. Per tale motivo, essendo necessario l’intervento delle autorità ministeriali per la variazione dei prezzi, non era possibile accogliere le richiesta avanzata dagli autotrasportatori. Tuttavia, l’alto funzionario si impegnava a rendersi portavoce del contenzioso presso le autorità governative e ministeriali illustrandolo in maniera del tutto favorevole ai desideri espressi.

Replicò il Cucchiaredda accettando la soluzione esposta dal funzionario, ed evidenziando che, costretti ad accettare per il momento l’attuale situazione, si riprometteva un’ulteriore richiesta più incisiva nell’attesa del futuro rinforzo contrattuale dell’Associazione. «Ancora semu nichi. Quannu criscemu ancora ni parramu[43]» disse a conclusione del suo discorso.

Sostanzialmente l’Associazione accettava a malincuore l’attuale situazione, non ritenendo in ogni caso chiusa la contrattazione. Una pausa, dunque, in attesa di altre soluzioni, la quale, pur essendo foriera di future lotte, venne festeggiata e sancita con un rinfresco offerto dall’Associazione. Chiaramente le tariffe non vennero cambiate e fu detto espressamente, nel caso non si fosse capito, che la CEMAT, pur essendo una Società privata, doveva tenere conto dei dettati ministeriali e, quindi, non poteva contrattare alcunché con chicchessia e che, pertanto, ogni richiesta od intimidazione a essa diretta, non sarebbe approdata a nulla.

La CEMAT, anche se SpA, era lo Stato e quindi, mettersi contro la CEMAT, significava mettersi contro lo Stato.

13

Il ragionier Tribolante, continuò a essere il tutore e l'attenta sentinella degli affari del Cavaliere, con un occhio vigile e costante sulla questione fiscale, tenuta sotto controllo grazie alla collaborazione con l’amico maresciallo della Guardia di Finanza e l’acquisizione di notizie ottenute sotto banco dalle amministrazioni comunali di Paternò, Regalbuto e Catania, nonché di quelle politiche del momento.

Il Cavaliere, soddisfatto della situazione, cominciò a mirare sempre più in alto, allacciando rapporti con maggiorenti di partiti, nella speranza di acquisire anche lui un posto nta stanza de’ buttuni[44].

Sperava ardentemente di far parte del mondo politico, senza accedervi per vie traverse. A tal proposito si era legato al partito della cosiddetta onda lunga che sembrava andare per la maggiore e candidarsi a sostituire la vecchia Democrazia Cristiana, ormai logorata dalle correnti interne che non consentiva molta affidabilità.

Egli estese la sua attività al campo dell’informazione, avendo intuito che l’emittenza privata, della quale di recente si era ottenuta la liberalizzazione di trasmissione da parte di privati, costituiva un mezzo potente per la pubblicità non solo dei suoi prodotti agricoli ed edili ma anche delle sue aspettative politiche, non esitò a mettere su una televisione privata, di cui lui stesso si improvvisò sovvenzionatore, direttore, showman e regista di programmi vari. Ebbe in tal modo la possibilità di far sfilare sul set televisivo di sua proprietà, parecchi personaggi politici e sebbene i suoi strafalcioni grammaticali e linguistici, incominciò a gustare il profumo della celebrità.

Non era più l’ignoto Cavaliere del lavoro che agiva nell’ombra, silenzioso e sagace nella sua opera di contadino evoluto, ma un personaggio che cominciava a muoversi in una sfera superiore a quelle che erano state le vecchie aspirazioni.

Non mancarono nelle sue trasmissioni, riprese dei suoi campi coltivati, tavole rotonde sui trascorsi storici della Sicilia, con particolare riguardo all’era dell’occupazione degli arabi, studi sulle ricette culinarie, nonché spettacolini di avanspettacolo, con l’intervento di qualche comico di grido. Riuscì ad avere come ospite anche Turi Ferro, la cui presenza lo riempì d’orgoglio. Successivamente allargò i suoi interessi anche nel campo calcistico e non riuscendo però a entrare nell’entourage del Cibali, creò una sua squadretta di calcio giovanile, che però non ebbe in verità molto successo.

In verità il Cavaliere, se felice non era del tutto, sentiva di avere toccato il cielo con le dita e per questo aveva raggiunto uno stato di serena tranquillità, sulla quale costruire ancora qualcosa di più sostanzioso e bello per lui, la società e soprattutto la famiglia.

Anche Donna Totolla sembrava essere entrata in uno stato di grazia, avendo raggiunto lo scopo di vedere le sue figlie tutte sistemate e maritate. Pur frequentando regolarmente il Mago del Sole per consulti su piccole preoccupazioni riguardanti per lo più la salute, si era anche resa disponibile a diventare Dama Benefattrice di una associazione collegata all’attività della locale parrocchia.

Anche la poco tranquilla Maria Rosa, era diventata più serena, avendo a disposizione il marito, che corrispondeva molto ai suoi desideri e il cuginetto altrettanto carino. In più lo stato di gravidanza la rendeva più calma e non le mancavano le piccole distrazioni, come teatro, cinema, festicciole, soldi e tutto quanto possa rendere felice una donna.

14

A turbare la tranquillità del Cavaliere e della sua famiglia ci pensarono gli eventi naturali.

Un giorno, anzi un brutto giorno, la galleria ferroviaria tra le stazioni di Sparacollo e Regalbuto rimase ostruita dai detriti di una frana, conseguente all’eccessiva pioggia.

In prima istanza intervennero le autorità ferroviarie, che organizzarono un servizio di trasbordo su gomma tra le due stazioni mirato al servizio viaggiatori e postale.

Successivamente intervenne la Direzione Generale delle FFSS e le autorità ministeriali che, analizzata la situazione, dopo i dovuti rilevamenti, giunsero alla conclusione che in quel punto non era possibile ripristinare la strada ferrata per lo stato franoso del terreno. La vasta zona interessata costituiva il motivo di una deviazione difficile da realizzare e soprattutto molto costosa e non confortata da reali vantaggi.

Premesso che intanto era stata costruita una super-strada che collegava celermente Catania e Regalbuto, si arrivò alla determinazione di limitare il servizio ferroviario alla stazione di Sparacollo, giusto per consentire il trasporto ferroviario verso Catania delle derrate alimentari prodotte dal territorio, abbandonando la stazione di Regalbuto.

Nonostante le solite proteste, la cosa avvenne senza particolari patemi della città di Regalbuto, che aveva già incrementato il traffico automobilistico con Catania tramite la super-strada.

Ma la conseguenza di questo fatto, fece tramontare del tutto il piano in discussione del collegamento alternativo di Catania con Palermo.

Di colpo la SrL, che aveva stipulato un contratto di acquisto con il Cavaliere dei suoi terreni di Regalbuto, perse tutto l’interesse a concludere l’affare e il personaggio interessato, pur avendo dichiarato di perdere la caparra già versata, richiese l’annullamento del contratto e la restituzione della cambiale a suo tempo sottoscritta.

L’affare era finito per non essere più un affare e i terreni non erano più motivo di futuro sviluppo.

Il Cavaliere, che era un uomo di principio e anche perché gli pesava, e non poco, la perdita dei 50 milioni, rispose picche.

Fece sapere, tramite il ragioniere Tribolante, che per lui l’affare era concluso e che alla data di scadenza, avrebbe passato all’incasso la cambiale a suo tempo ricevuta. Non restava che formalizzare il contratto di compra-vendita, secondo gli accordi sottoscritti a suo tempo.

Nonostante le pressioni del ragioniere, che consigliava di non inimicarsi “chi stava in alto luogo” e che in ogni caso quei cinque milioni di caparra già intascata potevano bastare, il cocciuto cavaliere non intese recedere poiché il valore di quei terreni era disceso di gran lunga a causa della mutata situazione accidentale e non intendeva rinunziare a quel lauto guadagno, adducendo le mancate possibilità di sviluppo di quei terreni, bloccati dal contratto in questione.

Nemmeno la larvata minaccia, non recepita, del ragioniere per quella decisione, definita avventata, convinse il Cavaliere, che restò fermo nelle sue posizioni dandogli definitivamente l’incarico di versare alla data stabilita la cambiale da lui custodita tra gli altri suoi documenti contabili.

15

Maria Rosa, dopo appena sette mesi dal matrimonio, dette alla luce un bel bambino che da un esame di primo acchito aveva tutte le caratteristiche somatiche del cavaliere e della sua famiglia.

«Ch’è beddu! Tuttu, so nannu è[45]», fu il commento di tutti. Peccato proprio che il suo cognome, non era quello del cavaliere. Sarebbe stato perfetto per la continuazione del casato.

Contemporaneamente si commentò ca ‘u picciriddu era sittinu, nonostante fosse nato perfettamente robusto e vivace.

Cucchiaredda padre annuì e giurò al suocero e a donna Totolla! (ca però era sapitura [46]) che non aveva nemmeno sfiorato Maria Rosa prima del matrimonio, per dar forza alla tesi della nascita del bambino al settimo mese. Mentiva, poiché gli anticipi li aveva presi abbastanza prima con l’intento proprio di metterla incinta prima possibile per accelerare la data del matrimonio.

Il Cavaliere fece spallucce e prese per buona la faccenda della nascita prematura. Una diversa realtà gli sarebbe stata in verità molto scomoda.

Il neonato venne accolto con molta festa da parte di tutti, compreso Totuccio, che in gran segreto venne reso edotto dalla cugina di esserne il vero padre.

Non gli nacquero in mente problemi di gelosia nei confronti dell’usurpatore della sua patria potestà. Anzi fu contentissimo di come fossero andate le cose e di essere rimasto libero da impegni materiali e morali.

In ogni caso quel bambino sarebbe niente meno diventato non solo il suo primo pro-cugino, ma come suol dirsi, quello del cuore, da curare e colmare di attenzioni come un figlio… dal momento che lo era veramente.

Così va il mondo! Molte volte le apparenze sono diverse dalla realtà.

Per quanto anomala possa essere considerata questa situazione di figliolanza… clandestina, nella famiglia Agabidalà, in verità molto spesso avveniva un tempo a causa di relazioni nascoste e rapporti illeciti.

Se si andasse a sindacare alcuni casi passati alla luce della recente scoperta del DNA individuale, si scoprirebbero delle realtà mai emerse e sbalorditive.

Recentemente abbiamo appreso che in un giallo clamoroso dei nostri tempi di violenza su una povera ragazzina, è stato possibile risolvere il caso grazie alle tracce del DNA, scoprendo che l’autore del delitto era il figlio clandestino di una normalissima coppia sposata. Chi ha seguito il caso, è venuto a conoscenza che egli era stato concepito dal rapporto della madre non con il marito, ma con l’occasionale amante.

Purtroppo l’esistenza di un DNA individuale in grado di stabilire le effettive origini di ogni singolo essere vivente del mondo è una scoperta recentissima. Per cui molti casi dubbiosi, anche di personaggi storici, rimangono tali, non essendo più in grado di poter analizzarne il DNA.

Cito, per esempio il caso di Bruto, uno dei congiurati che uccise Cesare, passato alla storia come figlio adottivo e la cui nascita avvenne nel periodo in cui la madre era amante fissa dello stesso Cesare. Ormai non sapremo mai ciò che da molti venne sospettato solamente, e cioè che si trattasse di un vero parricidio.

16

Se non proprio la felicità, il vivere gioioso e sereno regnava nel clan della famiglia Agabidalà.

Gli affari andavano bene, le figlie tutte accasate, i nipoti crescevano bene, la moglie era gongolante, tutti godevano di buona salute, all’orizzonte nessuna preoccupazione e inoltre era stato assicurato con il suo amato nipote Totuccio, la continuazione nell’ambito della società del casato della sua famiglia, d’importanza, ormai, nazionale oltre che isolana.

Inoltre aveva buone possibilità di sfondare anche in politica.

Restava di trovare una buona moglie per Totuccio, ma c’era ancora tempo, essendo ancora pudditru [47]

Il Cavaliere intanto era diventato un personaggio di spicco nel mondo politico e le sue aspirazioni crescevano di giorno in giorno con l’avanzare dell’onda lunga, che ormai lambiva la spiaggia del governo.

Ma ecco che un bel giorno, anzi un cattivo giorno, avvenne qualcosa d’imprevisto.

Di buon mattino si presentò alla porta di casa il maresciallo dei carabinieri con ben quattro militi armati di tutto punto. Venne accolto con familiarità e con gentilezza dal Cavaliere, che gli chiese in che cosa potesse essergli utile. Riteneva si trattasse della solita visita di cortesia, ma il sottufficiale in tono perentorio e non certo amichevole gli disse di seguirlo in caserma per il chiarimento di alcune pratiche in corso di accertamento.

Alla risposta del Cavaliere che era disponibile a chiarire seduta stante qualunque cosa a casa sua, magari davanti a una tazza di caffè, il maresciallo rispose secco: «Spiacente. Deve seguirci in caserma in stato di arresto per ordine della Procura, e mostrandogli il documento del provvedimento regolarmente firmato e timbrato dall’Autorità Giudiziaria, provvide ad ammanettarlo.

Il pover’uomo era annichilito. Gli sembrava di vivere un brutto sogno ma il modo di agire del milite lo convinse della realtà. Lo arrestavano davvero! Ma perché?!

Contemporaneamente, un’altra squadra di militi in assetto operativo, prelevava dalla sua casa il genero Cucchiaredda, con le stesse modalità.

Maria Rosa corse dalla madre e la trovò svenuta a causa dell’evento testé avvenuto. Fu informato Totuccio e gli altri componenti della famiglia.

Si cercò di tenere nascosto l’episodio ma ben presto la notizia trapelò. Anche il giornale La Sicilia, in un articolo a carattere cubitale, annunziò l’arresto delle due “personalità”, insieme ad altri meno noti, evidenziando presunti reati connessi alla mafia e al traffico di droga e armi e riciclaggio di proventi non leciti.

D’acchito madre e figlia corsero dal mago per saperne di più, essendo all’oscuro delle motivazioni reali che avevano condotto i due uomini a essere arrestati.

Il Mago, che intanto aveva letto i giornali e ascoltato il telegiornale locale, ne sapeva quanto loro.

Attraverso le discussioni precedenti con le due donne finalizzate al matrimonio della più giovane, mai gli si era prospettato il sospetto di reati di quel genere. Certamente, per essere diventato ricco sfondato, il Cavaliere non era di sicuro uno stinco di santo, ma tutto sommato era ben voluto e stimato da tutti. Pertanto nelle risposte fu molto vago e diplomatico, evidenziando che si trattava di false accuse mosse da gente cattiva e che comunque era necessario consultare un buon avvocato in grado di evidenziare la loro innocenza.

Quello che sapeva, il mago, era quanto scritto nel giornale, in cui era osannata la brillante operazione dei carabinieri, definita La tana del lupo, durante la quale erano stati arrestati cautelativamente alcuni personaggi catanesi, dei quali veniva mostrata la foto, tra cui spiccavano quelle del Cavaliere e del genero.

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Dopo circa un mese di isolamento assoluto, fu concesso ai due uomini di rispondere alle domande degli inquirenti.

Entrarono in scena due valenti avvocati del foro catanese. Fu così che emerse la motivazione dettagliata degli arresti.

A seguito della soffiata di un collaboratore di giustizia, del quale non si faceva il nome, la Guardia di Finanza aveva trovato un carico di droga, proveniente dall’estero e nascosta nella ruota di scorta di uno dei camion di proprietà del Cucchiaredda.

Nel corso delle indagini, era emersa da una registrazione telefonica, eseguita sempre dalla Guardia di Finanza, l’asserzione che il suocero fosse sempre a conoscenza degli affari del genero. Da ciò emergeva l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al commercio clandestino di droga per gli indagati e cioè i due autisti del camion, il magazziniere della autorimessa, il Cucchiaredda e il Cavaliere suo suocero.

Dalle intercettazioni emergevano altri nomi di indagati, ma fu proprio nei confronti degli ultimi due, immediatamente arrestati quali capi di tutta l’organizzazione delittuosa, che gli inquirenti agirono con solerzia e inflessibilità provvedendo intanto a bloccare i relativi conti corrente bancari, al fine di stabilire eventuali ingiustificati introiti. Pertanto la famosa cambiale post-datata non poté essere versata, essendo rimasta inesigibile e occultata nelle mani del ragioniere.

L’inchiesta si allargò subito a macchia d’olio, coinvolgendo presunti ruoli di persone residenti all’estero. Nell’attesa che trovasse pieno svolgimento, Cucchiaredda e suocero rimasero non solo agli arresti, ma anche sottoposti a isolamento in cella senza possibilità di comunicare tra loro e con i loro congiunti.

In men che non si dica le abitudini in casa del Cavaliere ebbero un cambiamento repentino e deleterio da non potersi descrivere.

La moglie, non sapendo più a che santo votarsi, cominciò a moltiplicare le visite al Mago per sapere come sarebbe andata a finire la vicenda.

Quest’ultimo, da parte sua, che nulla sapeva di tutta la vicenda e nemmeno le cause degli arresti, di volta in volta interpellava le carte e si inventava delle motivazioni di sapore ambiguo, trincerandosi nel dire che espressamente le carte indicavano che il marito e il genero sapevano perfettamente la causa del loro arresto, aggiungendo che tutto si sarebbe risolto, poiché appariva chiaro lo spiraglio di un errore da parte dell’autorità giudiziaria.

La povera donna era piombata in uno stato di profonda depressione. Maria Rosa, che tutto sommato dall’arresto del marito gliene veniva una maggiore libertà d’approccio con il Totuccio, era forse la più emotivamente tranquilla. Certo, quell’arresto le procurava dei fastidi e dei danni d’immagine, ma il vantaggio consisteva nell’avere mano libera nei confronti del cugino che intanto, senza volerlo, si trovò a dover curare improvvisamente gli affari dello zio, cercando di addivenire alle soluzioni migliori interpellando il commercialista.

Doveva inoltre badare alla salute della zia, che dava cenni di cedimento, alle sempre maggiori attenzioni sessuali della cugina, alla ricerca di elementi nuovi per discolpare lo zio e alla cura del patrimonio, che rischiava la bancarotta.

Le altre figlie del Cavaliere, sposate e lontane dalla Sicilia, erano quelle che meno di tutte accusarono il contraccolpo di quella situazione, anzi cercavano di tenersi a distanza da quella situazione, insieme ai mariti, per non esserne coinvolte.

Purtroppo la giovane età di Totuccio non gli consentiva di fare miracoli, anche perché mai si era interessato d’alcunché. Frequentava l’università e quando poteva il letto della cugina dando le sostituzioni al marito. Fu costretto a mollare gli studi ma trovò, in un certo senso, una motivazione alla sua vita, vissuta fino ad allora spensieratamente.

Dopo i dovuti contatti con il ragioniere, commercialista dello zio, trovò il modo di evadere, almeno per quanto bastasse, le restrizioni imposte dal giudice.

Pur essendo tutto il patrimonio sotto sequestro, tuttavia, esistevano delle risorse nascoste, che assicuravano al Cavaliere una cospicua riserva per piccole tangenti a favore di questo o quel dipendente comunale.

Per l’appunto il Cavaliere, collaborato dal suo fido ragioniere, era un assertore convinto che l’oliatura negli affari era sempre necessaria, specialmente quando si aveva a che fare con i lanzichenecchi dell’amministrazione comunale, sindaco in testa.

Saputo dell’arresto del proprietario, i pecorai del luogo, non trovarono di meglio che far pascolare i loro greggi nei terreni destinati all’agricoltura selettiva, procurando degli ingenti danni non facilmente sanabili. Bisognava intervenire subito interessando chi di dovere per far cessare quel disastro.

Il ragioniere si prese incarico di curare quest’ultima evenienza. Consigliò a Totuccio di non dare alcun peso a quel fatto e di non sporgere denuncia del danno, poiché sapeva lui cosa fare.

In quell’occasione lo zelante ragioniere fece di tutto per dimostrarsi amico sincero della famiglia del Cavaliere, caduto in disgrazia.

In effetti le scorrerie delle pecore cessarono come per incanto, dopo che fu trovato un pecoraio del luogo imbottito di pallettoni a lupara.

Si aprì un’inchiesta per trovare i responsabili di quel delitto, che trovò giustificazione in una faida scoppiata tra pecorai per motivi di pascolo.

Per l’occasione, nessun addebito del delitto fu fatto al Cavaliere e al Cucchiaredda che tra l’altro erano sotto stretta sorveglianza in cella d’isolamento e neppure alle loro famiglie, che non risultavano giudizialmente coinvolte nei reati dei due detenuti.

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Quanto durò l’isolamento? Quanto durò l’iter processuale?

I giorni e i mesi non bastarono a stabilire un quantitativo certo e gli anni si moltiplicarono in modo orripilante.

Alla prima condanna, seguì l’appello con il riesame delle prove e con la costante richiesta di innocenza da parte di tutti i condannati e poi la Cassazione.

Alla fine degli otto anni di procedura, suocero e genero furono definitivamente riconosciuti colpevoli di associazione a delinquere, nonché traffico di droga e condannati ad anni trenta cadauno di carcere duro, nonché la confisca parziale dei beni ritenuti illecitamente accumulati.

Intanto donna Totolla aveva trovato il tempo di morire di crepacuore, senza riuscire a rendersi conto di quella situazione. Venne trovata morta nel suo letto, dalla figlia Maria Rosa. La causa della morte fu ritenuta per causa naturale, essendo intervenuta una forma di ischemia coronaria con danni irreversibili al sistema cerebrale.

Totuccio aveva trovato il tempo di raggiungere la sospirata laurea in legge, tra le mille difficoltà incorse, tra le quali quelle di padre adottivo… di suo figlio.

Era ormai doppiamente legato alle sorti della famiglia della cugina e si arrovellava in tutti i modi per cercare di salvare il salvabile, parlandone sovente con il ragionier Tribolante, che in veste di curatore degli interessi del Cavaliere, lo rese edotto della situazione economica dettagliata dei due reclusi.

Fu così che venne a conoscenza della famosa cambiale di cinquanta milioni non esatta e di cui il commercialista si vantava di averne nascosta l’esistenza alle autorità per non peggiorare la situazione.

Ma quest’ultima vanteria dello zelante ragioniere gli fece nascere il sospetto che essa fosse alla base delle disgrazie dello zio e del marito della cugina-amante. A insospettirlo fu la data del “pagherò” precedente all’arresto dei due, di appena quindici giorni.

Il dubbio incominciò ad arrovellargli il cervello il giorno in cui, ripreso il discorso della cambiale, riapparsa nelle mani del ragioniere durante una visita nel suo ufficio, ebbe modo di ricordarsi che la zia, prima di morire, gliene aveva mostrata una fotocopia, ancora conservata, nella speranza di poter alleviare le ristrettezze economiche in cui la famiglia era piombata.

In quell’ultimo abboccamento il commercialista gli disse che sarebbe stato opportuno distruggere quella cambiale per il bene di tutti. Totuccio fece spallucce, quasi per dirgli che la questione non era affar suo, ma in animo da quel momento, il dubbio che lo assillava cominciò a prendere più consistenza.

Dopo aver riflettuto sulla necessità di distruggere quella cambiale, opportunamente sottratta all’autorità giudiziaria, le motivazioni addotte dal tribunale sulla base delle prove di reato fornite dal nucleo della guardia di finanza, il cui capo era in buoni rapporti con il Tribolante, pensò di volerci veder chiaro.

Conosceva bene lo zio e non credeva per niente al suo coinvolgimento in affari di droga o altro. Meno morbido era nei confronti del Cucchiaredda per certe dicerie sui suoi trascorsi di autotrasportatore. Però la faccenda gli sembrò del tutto inverosimile, poiché suocero e genero non erano in condizioni economiche tali da dover rincorrere a illeciti guadagni da una attività non necessaria, oltre che rischiosa, a meno che non fossero stati costretti al reato da qualcuno. Ma da chi?

Esaminando l’ascesa economica dello zio, non trovò alcunché di illecito. Tutto quanto egli aveva realizzato era frutto di un’attività del tutto lecita e rispettosa delle istituzioni. Certamente aveva rigato dritto, senza lasciarsi intenerire negli affari da pietismi.

Alla fine, Totuccio, tirando le somme ai suoi dubbi, decise di rivolgersi a una agenzia di investigazioni private.

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Era allora in molta considerazione a Catania la Briareo, un’agenzia di investigazioni private, diretta da un ufficiale dei carabinieri in congedo, collaborato da un preparato nucleo di ex dipendenti della benemerita. Grazie alle rigorose indagini di codesta agenzia, erano emersi dei reati sfuggiti all’autorità giudiziaria ufficiale, che avevano suscitato molto clamore.

Totuccio chiese un colloquio con il direttore dell’agenzia e a lui espose i suoi dubbi che, in sostanza, si basavano sulla data della cambiale e sui capi d’accusa forniti dal nucleo di polizia finanziaria, volti a impedire la riscossione dei cinquanta milioni e sul comportamento del ragionier Tribolante, il cui operato gli aveva suscitato dei dubbi in merito alla mancata consegna della cambiale stessa agli inquirenti.

Il capo dell’Agenzia, che già sapeva dei nefasti eventi nei quali era incappato il noto Cavaliere Agabidalà, ascoltò con attenzione il resoconto dell’interlocutore e pur non dando certezze, vista la sentenza di Cassazione, promise di interessarsi del caso cercando di saperne ancor di più, al di là delle conclusioni cui erano arrivati i tre verdetti concordi dell’autorità giudiziaria.

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L’attività degli investigatori per prima cosa si svolse intorno alla figura del ragionier Basilio Tribolante, noto faccendiere di successo nella Catania economica per la sua capacità di raggirare le leggi fiscali, trovando gli opportuni cavilli per bloccare determinati provvedimenti.

Intorno a questo personaggio emersero altri fatti, di cui l’autorità giudiziaria non era a conoscenza, ossia i rapporti di collaborazione sotterranea con alcune organizzazioni mafiose dell’hinterland catanese.

Addirittura emerse che il più delle volte interveniva da paciere tra famiglie avverse per motivi di interesse. Se proprio non era il capo assoluto delle cosche operanti nel territorio, sicuramente faceva parte della cosiddetta cupola, esercitando un potere non del tutto indifferente.

Le sue decisioni in quel campo, dove la giustizia non arrivava, erano legge da rispettare senza alcuna remora.

Un altro aspetto della sua figura era il rapporto stretto che aveva con alcuni personaggi della politica locale e nazionale, nonché con elementi della polizia finanziaria locale.

A questo si aggiunse il fatto che era a capo di un vasto impero economico, gestito tramite prestanomi, inconsapevoli e ignoti al fisco.

Grazie ai suoi marchingegni finanziari, riusciva a intestare alcune delle sue attività economiche a poveri dichiarati, gestendole direttamente, senza che costoro ne avessero conoscenza,

In particolare emerse che dietro la SrL che avrebbe dovuto comprare i terreni del Cavalier Agabidalà di Regalbuto e del suo rappresentante c’era lui e che, sostanzialmente, il debitore dei cinquanta milioni della cambiale era proprio lui.

Venne pure a galla il rapporto di collaborazione tra lui e un noto politico, con il quale aveva concordato la ripresa del progetto di allacciamento ferroviario di Regalbuto con Santo Stefano di Camastra. Ma il fatto più eclatante fu che il comandante del Nucleo di Guardia della Finanza, che aveva fornito le prove di accusa del Cavaliere, tra l’altro in stato di arresto, era sotto inchiesta per presunte collusioni con una organizzazione di importatori e spacciatori di droga, denunziate da un “pentito” di mafia.

Quando il capo dell’agenzia di investigazione ebbe chiaro il quadro dell’intera faccenda convocò nel suo ufficio Totuccio.

Il direttore dell’agenzia investigativa ebbe modo di conoscere tutte le notizie, servendosi del noto pentito Scarpuzzedda, che aveva conosciuto quand’era in servizio attivo nell’Arma e ormai scomparso del tutto perché allocato sotto un nome nuovo in un comune del profondo Nord. Egli lo aveva rintracciato e si era fatto raccontare quanto era a sua conoscenza sul noto ragionier Basilio Tribolante, detto Virrinedda.

Quando Scarpuzzedda cantò, come usa dirsi nel gergo, non emerse la figura del noto commercialista, poiché quest’ultimo non era implicato nel caso specifico di malaffare allora scoppiato. Quell’inchiesta era nata intorno a due omicidi, nei quali il Virrinedda non aveva avuto alcun ruolo.

Dal momento che il caso di allora aveva condotto all’arresto del Malpassoto, famoso boss dell’area in questione, morto poi da pentito anche lui, il poliziotto privato pensò giustamente che l’uomo avrebbe dovuto essere più che informato sulle attività del Ragionier Tribolante. Non si sbagliò.

Il pentito in questione raccontò per filo e per segno quale fosse l’attività del ragioniere nell’organizzazione mafiosa. Egli non faceva parte della cosiddetta arma combattente.

A lui era affidato il compito di rendere pulite le operazioni commerciali, e per questa ragione era tenuto lontano da delitti e omicidi per essere sempre pronto a intervenire per tutelare legalmente gli interessi dell’onorata società. Proprio per questa incombenza doveva avere sempre le mani pulite. In poche parole era l’uomo di fiducia di tutta l’organizzazione, che doveva legalmente garantire l’immunità giudiziaria. Sicché non era il capo assoluto, ma la sua parola e i suoi desideri avevano un peso rilevante.

In relazione a quanto acquisito dal pentito, studiando anche gli addentellati con il maresciallo della Guardia di Finanza, suo amico, arrestato per altri illeciti, e le relazioni politiche frequentate, fu facile avere un quadro completo di tutta la vicenda che aveva incastrato l’ignaro Cavaliere. Molto più difficile fu entrare nei meandri dei prestanomi nel campo finanziario, non esistendo i mezzi idonei per fare dei riscontri incrociati totalmente dimostrabili.

Nel caso in questione fu facile scoprire la relazione tra Virrinedda e la SrL, firmataria della cambiale, di cui la signora Totolla ne aveva conservata la fotocopia. Infatti risultò che il presidente della società in questione altro non era che il ragionier Tribolante in persona.

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Dopo l’esposizione di tutte le indagini svolte, in parte supportate da prove e in parte assunte come deduzioni logiche, il direttore dell’agenzia, con tono deciso e convinto formulò la sua tesi che combaciava con i dubbi di Totuccio.

Il ragionier Tribolante, commercialista dello zio, grazie ai suoi rapporti con il noto personaggio politico, vicino al ministro dei trasporti di allora, seppe della notizia dell’allacciamento ferroviario della stazione di Regalbuto con quella di Santo Stefano di Camastra passando per il paese di Mistretta.

Forte di questa certezza si convinse che i terreni di Regalbuto di proprietà del cavaliere Agabidalà, di cui aveva la gestione patrimoniale, avrebbero acquistato un considerevole valore e di sfruttarne l’opportunità, anche perché sapeva della sua intenzione di venderli.

Purtroppo, non avendo a disposizione la somma richiesta dal proprietario, ricorse alla firma di una cambiale postdatata pur anticipando la caparra di cinque milioni. Per l’occasione si inventò l’esistenza di una Srl che a lui faceva capo, tramite un suo rappresentante di fiducia.

L’abbandono del progetto ferroviario, dopo il crollo della galleria di Sparacollo, non solo fece venir meno l’interesse per l’acquisto, ma impedì allo stesso la possibilità di realizzare la somma da consegnare alla scadenza della cambiale. Dunque tentò di dissuadere quest’ultimo dall’affare, rinunciando alla caparra, ma non essendovi riuscito per la sua caparbietà a voler comunque intascare la somma pattuita, scritta chiara sulla cambiale, fu costretto a creare un evento che ne impedisse la presentazione all’incasso.

La strada dell’eliminazione fisica del Cavaliere non era da seguire perché, oltre a suscitare un vespaio per la sua notorietà, avrebbe consentito comunque agli eredi la riscossione della cambiale in questione.

Per questo motivo, si rivolse al suo amico Maresciallo della Guardia di Finanza il quale, avendo un certo sentore della trascorsa attività poco pulita di Cucchiaredda, stese un verbale, che inviò alla Procura della Repubblica, in cui dichiarava di aver scoperto, grazie alla solerzia delle sue indagini, un traffico di droga che veniva importata dalla Ditta di trasporti tal dei tali, mediante occultamento nelle gomme dell’automezzo targato così e così.

Dagli ulteriori accertamenti svolti, emerse chiara l’accusa nei confronti del Cucchiaredda, del suocero protettore, dei due autisti del mezzo e del magazziniere di far parte di una organizzazione dedita al traffico di droga con l’estero, essendo stato accertato che il camion proveniva dall’Albania.

L’autorità giudiziaria, forte delle prove, ritenute certe, aprì un’inchiesta e dette l’incarico degli arresti immediati ai carabinieri, che li eseguirono in virtù di quanto provato dalla Guardia di Finanza e in tempo per impedire al ragioniere di portare la cambiale all’incasso.

Da quanto esposto emergeva l’inesistenza del reato contestato ai condannati, il quale era stato inventato ad arte, allo scopo di impedire la presentazione all’incasso della cambiale.

Bisognava semplicemente provare che il ritrovamento della droga nelle gomme dell’automezzo non fosse mai avvenuto. Per far questo bisognava interpellare gli agenti che figuravano nel verbale, di aver eseguito materialmente il sequestro. La qualcosa era riuscito a fare il corpo investigativo Briareo, raccogliendo la dichiarazione scritta degli agenti in questione di non aver mai eseguito quanto asserito nel verbale, del quale sconoscevano l’esistenza. La deduzione era che il verbale stilato dal maresciallo era un falso atto giudiziario, finalizzato a incastrare i condannati.

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Tutti questi elementi, insieme alla fotocopia della cambiale, misero in condizioni l’avvocato Totuccio di richiedere la revisione del processo e l’annullamento delle precedenti sentenze per l’inesistenza dei reati contestati ai condannati, ad arte costruiti per loschi fini di interesse, come da elementi successivamente emersi e documentati.

Non vi era stato alcun ritrovamento di droga nelle gomme del camion di proprietà del Cucchiaredda, attestato da un falso verbale stilato dal Maresciallo della Guardia di Finanza, il quale aveva fatto per mettere sotto accusa il cavaliere Agabidalà e in tal modo impedirgli di presentare all’incasso una cambiale di cinquanta milioni, il cui debitore era il ragionier Basilio Tribolante.

Il provvedimento immediato dell’Autorità Giudiziaria, dopo il controllo e l’accertamento dei fatti, fu la scarcerazione dei condannati, l’arresto preventivo del Tribolante e il mandato di cattura al maresciallo della Guardia di finanza, che già si trovava in stato di detenzione per altri motivi.

Il processo a carico dei nuovi indagati trascinò nel vortice della Giustizia i nomi di altri persone coinvolte in tutta la vicenda. Emerse chiara l’appartenenza del Tribolante all’attività mafiosa, che svolgeva con disinvoltura omertosa e all’insegna della signorilità, senza sporcarsi direttamente le mani con la manualità dei reati. Infine la giustizia aveva trionfato, ma dopo troppo tempo; dieci lunghi anni erano trascorsi, un tempo abbastanza sufficiente per distruggere un’intera famiglia e a creare dei danni incolmabili non solo nel patrimonio, ma anche nella psiche dei danneggiati.

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Avvenuta la scarcerazione dell’innocente Cavaliere, la vicenda di tutta la famiglia non si esaurì come suole avvenire nelle favole, dove alla fine tutti rimangono felici e contenti. Al nipote-avvocato toccò l’incombenza di iniziare un’altra causa nei confronti dello Stato per il risarcimento dei danni materiali e morali, subiti dalla lunga e ingiusta detenzione dello zio.

Ma non fu solo questo ad apparire all’orizzonte. Subentrò lo stato di malattia acquisita dallo zio, a cui, dovette provvedere insieme alla cugina Maria Rosa, alla quale era legato doppiamente.

Inoltre, come suole avvenire che, passatu u malu tempu tutti l’aceddi tornanu a fari festa nto celu [48], con la scarcerazione del povero cavaliere riapparvero come per incanto le altre tre sorelle di Maria Rosa, rimasta sempre accanto al genitore in tutta la sua triste vicissitudine.

Non bisogna dimenticare che a Maria Rosa, la prima nata dal matrimonio tra Don Carmelo e Donna Totolla, erano venute altre tre Marie: Maria Concetta, Anna Maria e Stella Maria.

Nonostante i loro nomi ricalcassero quello della madonna, madre di Gesù, Maria Rosa le aveva soprannominate Le tre Arpie. Il motivo di tale appellativo in verità era da ricercare nella gelosia che in lei avevano suscitato i tre matrimoni delle sorelle, mentre lei, la maggiore, era ancora nubile e sembrava avviata a restare zitella.

Arrivare a trent'anni e non aver trovato ancora marito per una siciliana di quei tempi era una vera iattura. Del resto Totolla si era sposata quand’era appena quindicenne e le sorelle avevano seguito l’esempio della madre. Soltanto lei a trenta anni niente marito!

La faccenda le creava un disagio che la spingeva a vedere di cattivo occhio tutte e tre le sorelle. Il malanimo si allargò e diventò un baratro, non soltanto perché abitavano fuori dalla Sicilia avendo sposato tre uomini, che per motivi di lavoro le avevano fatte emigrare, ma soprattutto perché con l’arresto del padre e del marito erano scomparse del tutto.

Infatti, dopo il triste evento e per lunghi dieci anni, tanti quanti erano stati quelli di detenzione del padre, le tre Marie erano scomparse all’orizzonte e non si erano mai preoccupate di essere d’aiuto e conforto in alcun modo, tenendosi anzi alla larga per non esserne invischiate.

Lei, Maria Rosa, da sola e per fortuna supportata dal cugino-amante Totuccio, era rimasta sempre accanto ai genitori provvedendo alle loro esigenze con le sue forze. Era stata lei a raccogliere l’ultimo respiro della madre, a condividere la sua disperazione, a sostenere il padre in preda alla depressione e a lottare per la sua riabilitazione, nonostante i disagi economici.

Ed ecco vederle riapparire adesso come per incanto dopo la riabilitazione del padre, agguerrite e piene di pretese, mai manifestate prima. Non era certo l’affetto per il padre a far muovere i loro passi, ma l’odore rilevante del patrimonio da spartire e la non per niente sgradita notorietà che ne scaturiva per il subito torto da tutta la famiglia.

Adesso i giornali strombazzavano l’avvenimento con articoli a quattro colonne, esaltando l’eroismo dello sventurato Cavaliere, diventato un simbolo di patite ingiustizie.

Invece i telegiornali erano alla ricerca di interviste dei parenti ed ecco che comparvero sullo schermo i visi delle tre sorelle, pronte a raccontare i disagi che avevano subito, le umiliazioni patite e a spargere lacrime sull’accaduto.

24

Gli incontri di ognuna delle tre figlie, avvenute singolarmente per visitare il padre uscito dal carcere e riabilitato, furono accolte con freddezza da Maria Rosa, presso cui il reduce aveva preso alloggio. L’opera di assistenza, che già era stata attiva nei confronti del genitore quand’era carcerato, continuava a persistere.

Anche se le figlie sembravano preoccuparsi della salute del genitore, in verità le discussioni vertevano sulla acquisizione di notizie circa il patrimonio esistente e la maniera di gestirlo e farlo fruttare maggiormente.

Maria Concetta, il cui marito era impiegato al catasto, precisò che sarebbe stato necessario disporre un testamento scritto relativo alle suddivisione delle proprietà per evitare discussioni in futuro.

Anna Maria, il cui marito era commerciante all’ingrosso di tessuti, espresse il parere che era da vendere tutto e spartire subito il ricavato in parti eguali, megghiu oggi a jaddina ca l’ovu dumani[49].

La terza Maria, che sembrava la più accomodante, accettava qualunque soluzione purché ci fosse l’accordo, ‘un s’ha mai a Diu ca ni sciarriassumu pi’ nteressu[50].

Maria Rosa non si pronunziò. Si limitò ad ascoltare e a non esprimere alcun parere. Aveva solo il desiderio di buttarle fuori tutte e tre insieme al codazzo che le accompagnava ma non lo fece per il rispetto che aveva nei confronti del padre, come confidò al cugino Totuccio. C’è da dire che nonostante il suo carattere farfallino, delle quattro sorelle era la più generosa e quella che maggiormente era attaccata all’affetto del padre e della madre, purtroppo scomparsa.

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Fu intanto deciso un incontro corale tra le quattro sorelle per procedere alla divisione de’ cosi d’oru [51] di Donna Totolla, conservate in cassaforte da Maria Rosa, dopo la dipartita della poveretta, che non li indossò più dal momento che il marito era stato carcerato.

Furono approntate sul lungo tavolo della stanza da pranzo, coperto da una tovaglia bianca, ricamata a mano e appartenuta, alla nonna di donna Totolla.

In bella mostra vennero posati, orecchini, bracciali, orologi, collane e altri ninnoli di indubbio valore.

Donna Totolla, che nella famiglia d’origine, pur stando economicamente bene, non guazzava certo nell’oro, investita dal benessere che godeva con il suo Carmelo, non si faceva mancare l’occasione per agghindarsi con tutte le cianfrusaglie costose che le capitavano sotto gli occhi ed erano di suo gradimento.

Mentre il marito collezionava terreni da trasformare in giardini e case da affittare, lei non trovava di meglio che collezionare oggetti d’oro, oltre quelli che il Cavaliere le regalava in occasione di ricorrenze particolari.

Quando Maria Rosa finì di posare tutti gli oggetti, sotto l’occhio vigile delle sorelle, si sentì apostrofare da Maria Concetta: «Ma ccà ci manca roba! Unni finivu u diamanti, chiddu grossu ca pareva l’occhiu do’ Liafanti e a cullana di perli veri, ca ci arrialavu u papà quannu fici l’anni do matrimoniu[52]?!»

«Veru è» fece eco Anna Maria.

«Sì, mi pari» aggiunse la terza.

«A mamma l’ebbi a vinniri, pi’ mangiari[53]» fu la risposta secca di Maria Rosa, e sarcasticamente aggiunse «vistu ca non ci fu mancu ‘n-cani ca ni aiutò a mia e a idda[54]».

Queste parole ebbero l’effetto di un grosso macigno caduto nell’acqua cheta. Maria Concetta con le labbra fece una smorfia di disappunto, Anna Maria fece finta di non aver capito e la terza rimbeccò «ormai cosi passati sunu».

Da quel momento l’ambiente che in apparenza sembrava sereno incominciò a diventare effervescente. Ne nacquero delle discussioni in cui ognuna delle quattro sorelle aveva qualcosa da rimproverare alle altre.

Maria Rosa si beccò l’accusa di avere fruito il benessere della famiglia Agabidalà più delle altre, essendosi sposata per ultima.

Anna Maria si lamentò di aver dovuto usare l’abito bianco da sposa del precedente matrimonio di Maria Concetta.

Ebbe a lamentarsi anche Stella Maria, che quasi nulla venne speso dal padre per il suo matrimonio, per il fatto che aveva fatto la fuitina.

Nell’affollarsi delle reciproche accuse, emersero ricordi legati a piccole gelosie intercorse quand’erano ancora bambine.

«Tu, ca parri, è megghiu ca ti stai muta! Tu scurdasti ca ju m’aveva a mettiri i robi to’ ca nun ti putevi mettiri pirchì avevutu crisciutu e mi stavunu boni a mia?[55]».

«Sì, sì, bedda nun ti scurdari ca quannu u papà t’accattavu u gilatu e t’adumannai di darici ‘n-llicatedda sula mi ricisti di no![56]»

«Tu ca parri, tu scurdasti ca m’arrubasti u zitu e ci facisti magari l’occhiu di trigghia a me maritu!? [57]»

Sull’onda di queste piccole toccatine al vetriolo, tenuto conto che sicuramente non ci sarebbe stato accordo nell’accaparrarsi gli oggetti, si ricorse al sistema delle polise[58] al fine di non dar luogo a ulteriori screzi.

A tirare fuori l’espediente delle polise, fu Stella Maria, p’amuri di paci.

Si numerarono tutti gli oggetti poggiati sul tavolo, quindi posti i bussolotti della tombola, corrispondenti ai numeri nel sacchetto, a turno ognuna di loro ne tirava fuori uno fino all’esaurimento. A estrarre il primo numero fu Maria Rosa che era la prima nata. Successivamente seguivano le altre in ordine d’età.

Non restava che prendersi l’oggetto con il numero indicato e che lei stessa aveva estratto.

Ultimata la lotteria, sul tavolo rimase la tovaglia bianca ricamata che aveva ospitato gli oggetti.

«Chista a cu’ ci tocca allura?[59]» disse Maria Concetta.

«Veramente a mamà l’aveva arrialata a mia…[60]»

«Chi c’entra» rimbeccò Anna Maria, «chista è da nann’ava e mi piaccissi avirla pi’ me’ figghia, ca pi’ sti cosi ni va pazza[61]».

«È megghiu ca facemu i polisi macari pi’ chista[62]» suggeri la terza Maria con la solita voce accattivante. Fu così che si ripeté la lotteria.

Questa volta a finire nel sacchetto furono quattro bigliettini con i nomi delle quattro donne e si invitò la più piccola delle nipoti a estrarne uno.

La sorte non favorì Maria Rosa, a cui restò di inghiottire il rospo e accumulare un altro motivo di disappunto.

«Questa era una cosa mia» commentò a denti stretti.

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Se gli oggetti preziosi di Donna Totolla, con molta celerità vennero assegnati alle figlie con il sistema delle polise, per le proprietà, che facevano parte del patrimonio comune ai loro genitori, la faccenda diventò più complessa poiché, infine, il Cavaliere pose la sua ferma volontà di rimandare tutto alla sua morte.

Si espresse chiaramente nel dire che nulla di quanto spettava alla moglie doveva essere venduto, poiché si riteneva di essere il solo erede e padrone, qualunque cosa dicesse la legge, che qualcuna delle figlie aveva tirato in ballo. Egli era il padrone di tutto! Punto e basta!

Alla larvata minaccia da parte del marito di Anna Maria, di ricorrere in tribunale, rispose chiaramente che in tal caso, tutto ciò che era di sua spettanza, sarebbe finito in beneficenza alla Chiesa della madonna del Carmelo.

Il lampo deciso negli occhi del vecchio Cavaliere non lasciò scampo. Nessuna decisione venne presa né alcuna discussione venne avanzata. Tuttavia, sotto banco, una delle figlie prospettò la possibilità di far interdire il padre come incapace di intendere e di volere così da poter ereditare subito e realizzare un immediato introito.

La proposta non trovò alcun seguito, poiché Totuccio, che ormai era diventato il cane da guardia dello zio, al quale era affezionato, disse chiaramente che avrebbe trovato la sua ferma opposizione ed evidenziò, con dati giuridici alla mano, che aveva tutti gli elementi utili per smontare una tale iniziativa che per l’occasione definì balorda e disonorevole per il buon nome della famiglia. Non mancò di sorbirsi l’esplicita accusa di esercitare azione di plagio nei confronti dello zio, dal quale certamente avrebbe avuto dei vantaggi.

Alla fine, nonostante le minacce, i veleni e le sotterranee aspirazioni delle figlie, la volontà del Cavaliere venne rispettata, ma in una fase di tregua armata.

«Tantu, prima o poi avi a moriri puru iddu[63]» fu il feroce commento del marito di Anna Maria.

Nonostante il fallito attacco al patrimonio paterno da parte delle figlie, le stesse proposero di ricoverarlo in una casa di riposo per anziani con lo scopo di strapparlo all’affetto del nipote Totuccio, cui era infinitamente grato e alla figlia Maria Rosa, l’unica che aveva creduto in lui e mai lo aveva abbandonato. L’interessato disse di no e optò per l’assunzione a tempo pieno di una badante.

Il Cavaliere, che era riuscito a costruire dal nulla una fortuna, che aveva stoicamente sopportato una detenzione di dieci anni, che fortemente credeva nei valori della famiglia e degli affetti, che aveva superato anche la perdita della moglie e la rinunzia ad avere un nipote che si fregiasse del suo nome, accusò pesantemente il colpo assestato dalla cupidigia smodata delle sue figlie, sfociato poi in un aperto contrasto, se non odio, tra di loro, ribellione e mancanza di rispetto nei suoi confronti. Non resse alla rabbia che si impossessò di lui. Pensò di punirle diseredandole ma ritenne che il suo sarebbe stato un atto di vendetta, estraneo alla sua educazione religiosa e all’amore filiale che nonostante tutto portava nei confronti di quelle screanzate. Inoltre pensò che a pagare sarebbero stati i nipoti, figli delle sue figlie, poiché diseredandole in fondo significava diseredare anche i nipoti che ai suoi occhi erano innocenti e nulla sapevano del cattivo operare delle madri in combutta con i mariti.

Con l’aiuto del nipote e di un perito-tecnico compilò un elenco dettagliato di tutti i suoi beni e con la valutazione monetaria al momento di ogni singola proprietà li divise in cinque gruppi equivalenti per valore, con l’intenzione di destinarne quattro alle figlie e il quinto a Totuccio, che riteneva suo figlio adottivo.

Totuccio disse chiaramente allo zio che rinunciava alla parte a lui destinata poiché di nulla voleva essere accusato dalle sue figlie e a lui bastava quanto riusciva a guadagnare con il suo lavoro.

In effetti, da tutta la vicenda dello zio, assolto grazie al suo minuzioso lavoro, ne aveva ricavato una fama lusinghiera, che si era tradotta in guadagno nella sua professione di avvocato.

Preso atto della volontà del nipote, il Cavaliere destinò il quinto gruppo delle sue proprietà alla Chiesa della Madonna del Carmelo.

Con in mano la documentazione dei beni e le valutazioni si recò presso il notaio di sua fiducia e gli dette l’incarico di stilare il suo testamento nella forma giuridica più idonea a manifestare la sua volontà, nominando esecutore testamentario il nipote Totuccio, che per questo suo lavoro avrebbe dovuto essere retribuito dai cinque eredi secondo le condizioni previste dal mercato. Aggiunse la clausola che l’eventuale risarcimento per i danni fisici e morali della causa in corso per l’ingiusta condanna subita, venisse distribuito in parti eguali ai suoi nipoti, ossia ai figli delle sue quattro figlie.

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Nonostante l’eclatante caso giudiziario che aveva visto degli innocenti in carcere vittime della cattiveria e della cupidigia umana, nonché di un certa leggerezza ripetuta per ben tre volte dalla magistratura, la morte del Cavaliere Agabidalà e anche degli altri innocenti coinvolti nel caso, passò sotto silenzio.

Ricordare tutta la vicenda, per motivi differenti, sarebbe stato dannoso un po’ per tutti.

Il locale quotidiano “La Sicilia” si limitò a pubblicare lo scarno necrologio a pagamento, ordinato da Totuccio a nome della famiglia. Nessun accenno alle angherie subite. Il sacerdote che ufficiò il funerale, nel rispetto della cosiddetta “privacy”, pur esaltando le virtù preclare del defunto, ottimo padre di famiglia e benefattore della chiesa, si guardò bene ad accennare ai suoi anni trascorsi in carcere, anche se ingiustamente.

Le quattro sorelle, suggerite nel comportamento da Totuccio, preferirono non sollevare alcun riferimento ai trascorsi del padre, essendo ancora in atto la richiesta di risarcimento dei danni morali e materiali.

Anche una sola parola, malamente interpretata poteva dare un esito nefasto alla causa, In verità qualche giornalista d’assalto, allo scopo di fare colpo sull’opinione pubblica, cercò di intervistarle, ma loro reagirono con un assoluto mutismo.

In particolare, Maria Rosa, temeva che quanto era uscito dalla porta, sarebbe potuto rientrare dalla finestra, per il semplice fatto che il marito, Cucchiaredda, scarcerato anche lui come il suocero, fu di nuovo arrestato per gli sviluppi di una inchiesta emersa in merito a rapporti tra famiglie italiane e famiglie americane, dove facevano spicco anche pezzi grossi della politica nazionale.

In particolare la magistratura era alquanto guardinga, cercando di trovare degli appigli per fare emergere le responsabilità di quanti erano stati assolti.

La situazione era veramente esplosiva e conveniva parlarne il meno possibile. Il caso non era chiuso del tutto anzi si era scoperchiata una pentola dove bollivano e saltellavano tra le bolle nomi nuovi e circostanze inaspettate.

Tra l’altro avvenne anche il suicidio di un noto maresciallo dei carabinieri, che pur avendo arrestato parecchi mafiosi, era sospettato di connivenza con l’organizzazione malavitosa. Si fece anche il nome di un alto funzionario della Pubblica Sicurezza. I due super poliziotti erano accusati di “essersi procurati” gli arresti, venendo a patti segreti con elementi della mafia emergente, al fine di ottenere del plauso e degli onori da parte dello Stato. Naturalmente il prezzo di ricambio era l’immunità d’azione in altre circostanze. “Na manu lava nautra e tutt’e due si lavanu assemi[64]”.

Si accennava a sospetti di accordi segreti tra mafia e organi dello Stato, esplosi nel rigurgito di fatti ritenuti anomali e fonti di future inchieste giudiziarie.

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Ormai la polvere del silenzio cade lentamente su questa vicenda umana, sotto l’incalzare di fatti nuovi che continuano ad avere lo stesso risvolto dolce-amaro in questa nostra società e gli avvenimenti diventano scene sbiadite dove personaggi truci e anche di un certo rilievo, a poco a poco assumono le sembianze di fantasmi in balia di future considerazioni, suscitando opposti sentimenti di perdono e odio, che mai troveranno conciliazione.

Ed allora conviene proprio scivolare nel suggerimento che ci ha lasciato Cecco Angiolieri e che ho riportato con questa mia poesia in lingua siciliana come considerazione finale.

 

 

Comu facia Ciccu

 

“Si fussi focu appiccicassi ‘u munnu!”, diceva l’Angiuleri lu pueta vagabunnu, ca poi si ni penti e s’accuntenta di fari appena, appena u bavasceri. Ju focu pi’ davveru dassi a tuttu, taliannu peri peri

la vita comu scurri nta lu munnu, ma forsi a megghiu cosa è chidda giusta di tirari avanti.

Lu sentiri li lastimi e li peni, ca sunu sempri i stissi di quannu c’era Danti e oggi ca criscemu e semu tanti, mi fannu stari beni, comu l’aceddu ca strammatu vola circannu lu riparu ca non trova! È forsi propriu megghiu sviculari, ‘ntuppari l’occhi, fari finta ‘i nenti, gudirisi la vita, nun pinsari facennu sulu cosi compiacenti, comu faceva Ciccu tempu arreri.

Traduzione in italiano:

Come faceva Cecco

“Se fossi Cecco brucerei lo mondo”, diceva l’Angiolieri, il poeta vagabondo, che poi si pentiva e contentava di fare il bagascione. Io per davvero darei fuoco a tutto, guardando in giro la vita come nel mondo scorre, ma forse la cosa migliore è quella giusta di tirare avanti. Ascoltar lamenti e pene,

che sono sempre uguali da quando c’era Dante ad ora che siamo diventati tanti, mi fa stare bene come un uccello che barcollando vola cercando un riparo che non trova! È forse meglio svicolare, chiudere gli occhi, far finta di niente, godersi la vita, non pensare, facendo solo cose a noi gradite, come faceva Cecco tempo addietro.

 

 

EPILOGO

Ormai nessuno più ricorda la vicenda dell’esimio Cavaliere d’origine araba, ma siciliano di nascita, che era riuscito a costruire dal nulla una fortuna nell’interland catanese, accusato ingiustamente di reati non commessi e per dieci anni tenuto in galera innocente.

Parimenti nessuno ricorda più la dolce e credulona Donna Totolla, di origine palermitana che morì di crepacuore seguendo il dramma del marito innocente.

Il Mago del Sole, anche lui ha raggiunto le stelle dello zodiaco e altri lestofanti lo hanno sostituito nell’arte della divinazione con altri nomi di fantasia.

A Cucchiaredda, in verità, non andò tanto bene perché restò in gattabuia, essendo nel frattempo emersi altri reati connessi alla sua precedente attività di autotrasportatore poco pulita.

Il ragionier Tribolante, personaggio di spicco dell’economia facile e i suoi amici, fautori di una cosca malavitosa, hanno finito i loro giorni nelle patrie galere. Altri lo hanno sostituito nella sua attività con metodi sempre più sofisticati, nonostante la dichiarata guerra dello Stato a tutte le mafie locali e nazionali.

Il cospicuo patrimonio del Cavaliere, accumulato con amore, sacrificio e forse un poco di furbizia, non escludendo eventuali reati finanziari, si dissolse in parte danneggiato dall’evenienza e in parte suddiviso nei molteplici rivoli degli eredi.

A sopravvivere, vecchio e malandato, non rimase che Totuccio, artefice della riabilitazione dello zio e il nipote-figlio, al quale tentò sempre di raccontare la sua origine, peraltro senza averne avuto il coraggio.

Totuccio rimase celibe, assistendo la cugina-amante fino alla morte, considerandola sempre la sua moglie segreta e dedicando la sua vita all’educazione del figlio-pro-cugino, frutto del loro amore clandestino.

Il povero Cavaliere portò con sé nella tomba la delusione di non avere lasciato un nipote con il suo nome e cognome, poiché Totuccio era l’ultimo degli Agabidalà in Sicilia, anche se la realtà era ben diversa.

Il pro-cugino venuto al mondo non aveva il suo nome e cognome, e ufficialmente non rappresentava il “casato”, di cui si sarebbe perso il ricordo in futuro ma, di fatto lo impersonava per intero essendo stato concepito in famiglia.

Sostanzialmente, tutta la vicenda che causò i guai al povero Cavaliere Agabidalà e famiglia fu una cambiale! Già una cambiale, che in verità ha avuto il merito storico di aver contribuito alla rinascita dell’Italia dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma che in questo caso fu causa di disastro per un’intera famiglia.

Bisogna ammettere che, finita la guerra, nacque nella popolazione il desiderio di rinascita e di ricostruire quanto era stato distrutto, ma mancavano i mezzi materiali per realizzarlo. In verità non è che mancassero i mezzi, poiché a mancare erano solamente i soldi per potersi accaparrare questi benedetti mezzi.

Non si era in possesso di nulla, se non dell’arma della fiducia. Fu così che nacque la cambiale, ovvero, la filosofia del pagherò.

Il concetto era semplice e immediato: Non ho niente per comprare quanto mi occorre per costruire, se non la mia volontà ferma di pagarti dopo che avrò lavorato e realizzato la somma, di cui sono debitore, e a conferma di questo mio impegno ti firmo una cambiale.

La risposta era: Ho fiducia in te. Accetto il tuo impegno di pagarmi alla scadenza del tuo “pagherò”.

A sua volta, chi accettava la cambiale, poteva rivolgere a un altro la stessa richiesta per l’acquisto di materie prime ed anche per retribuire talvolta anche il lavoro…

Insomma le cambiali, di diversi importi e date, subito dopo il dopo-guerra, sostituirono la mancanza di denaro. È come dire che si creò una moneta parallela ed alternativa a quella ufficiale, basata sulla fiducia e coniata dal popolo.

Anche se l’uomo per natura è diffidente, specie in materia di soldi, stranamente questo sistema del pagherò funzionò alla grande.

Va precisato che anche lo Stato ci guadagnò con questo sistema, poiché ogni cambiale aveva un costo, sancito per legge e percepito immediatamente dall’erario.

Il rilascio di cambiali al posto di denaro contante diventò una vera usanza. Alcune banche, per determinati clienti e imprese arrivò a elargire mutui e accordare fidi, in relazione al pacchetto di cambiali presentate per l’incasso.

Anche se è ancora vigente l’uso della cambiale, allo stato attuale, pochissimi ricorrono a questo vecchio sistema, per due motivi fondamentali: il venir meno nella fiducia del pagherò e l’entrata in uso del sistema degli assegni.

In realtà, l’assegno si è sostituito in tutto e per tutto alla cambiale per la possibilità, non ritenuta legale in verità, di emetterlo con data postergata e inoltre presuppone l’esistenza di un conto corrente bancario, di cui è possibile in ogni caso verificarne la consistenza.

Fu dunque la fiducia nelle proprie capacità a muovere l’economia e superare la crisi del dopo guerra.

Purtroppo il giro delle cambiali dava molte volte adito e spazio a truffe, raggiri e malversazioni. L’esempio tipico di quanto detto è la vicenda in cui incappò l’esimio Cavalier Agabidalà.

Il progetto ferroviario di collegare Catania con Palermo con il tracciato alternativo di Motta Sant’Anastasia, Regalbuto, Mistretta Santo Stefano di Camastra, fu definitivamente accantonato, essendo anche subentrata la eliminazione del tratto già esistente da Motta Sant’Anastasia a Regalbuto decretata dalla nuova organizzazione ferroviaria, che ha anche cambiato nome in RFI.

 

 

NOTA STORICA

Subito dopo la costruzione della linea Catania-Fiumetorto Palermo, si pensò di collegare le cittadine di Paternò, Regalbuto e Mistretta con Catania e Palermo, mediante la costruzione di un ramo, che partendo dalla stazione di Motta S.A. si allacciasse, alla stazione di Santo Stefano di Camastra della linea Messina-Palermo. Era questo un piano studiato per creare inoltre una via alternativa al ramo già esistente CataniaFiumetorto-Palermo.

Vennero costruite tutte le infrastrutture di questo percorso e si riuscì financo a mettere in opera il binario da Motta a Regalbuto, che diventò stazione di testa in attesa che venisse realizzato il successivo tratto. Ma quest’ultimo non venne mai realizzato per il subentrare della seconda guerra mondiale.

Il tratto realizzato comprendeva la stazione origine di Motta, che diventava di diramazione, e le stazioni di Ritornella, Agnelleria, Paternò, Schettino, Leto, Carcaci, Sparacollo e Regalbuto. Quest’ultima assurgeva al titolo di stazione capotronco e veniva attrezzata di deposito locomotive nonché di alloggi per il personale di Macchina, viaggiante e di stazione.

Com’è possibile notare le stazioni di maggiore rilevanza, perché collegati a centri cittadini erano Paternò e Regalbuto, ma col tempo le altre stazioncine, assunsero ben presto una certa rilevanza per i trasporti della produzione agrumicola Infatti tutta la zona intensamente agricola era maggiormente avviata alla produzione di arance e successivamente anche di fichidindia.

Ritornando alla descrizione del tracciato di questo ramo di ferrovia, bisogna dire che il binario correva in una pianura tutta verde fino Schettino e che subito dopo si inerpicava sulle falde dell’Etna affrontando le sue asperità laviche e dando luogo anche a una galleria tra le stazioni di Sparacollo e Regalbuto, maestosamente assisa a dominare la sottostante valle e il lago che specchiava la limpidezza del cielo.  Ultimata la costruzione della ferrovia, la linea venne subito dotata da due coppie di treni pendolari che facevano la spola tra Regalbuto e Catania. Alle ore sei circa del mattino un’automotrice partiva da Regalbuto per arrivare a Catania intorno alle sette e rifare il percorso inverso. Nel pomeriggio la stessa automotrice ripeteva gli stessi percorsi per consentire il ritorno dei pendolari da Catania a Paternò e a Regalbuto.

Un treno merci raccoglitore, prima a vapore e poi a Diesel, partiva da Catania nelle mattinate con carri e merci dirette un po’ in tutti gli impianti per ritornare dopo indietro con le stesse funzioni.

Nel periodo della campagna agrumaria era previsto nella nottata un treno per vuoti diretto Paternò e un altro diretto Schettino; dalle suddette stazioni ripartivano due treni completi di agrumi per Catania, dove insieme ad altri carri dello stesso tipo venivano assemblati in un unico treno specializzato diretto Messina e oltre lo stretto.

Possiamo dire che la linea, anche se non a intenso traffico e nonostante non fosse elettrificata e a doppio binario rispondeva abbastanza bene alle necessità dei luoghi.

Il sistema di circolazione era quello a Dirigente Unico, ossia quello che comportava un solo agente regolante il traffico da Catania di concerto con il personale viaggiante, tra la varie stazioni, che erano affidate a personale precario (i cosiddetti Assuntori) per le incombenze amministrative; successivamente questi ultimi vennero assunti a tempo pieno con la qualifica di Gestori.

Le cose andavano bene e si pensava già alla costruzione del ramo tra Regalbuto e Santo Stefano di Camastra, ma ecco che, terminata la guerra, ebbe luogo la costruzione di una super strada da Catania a Regalbuto. All’apertura di questa arteria stradale, avvenne che i pendolari abbandonarono le ferrovie per per servirsi dei più comodi e veloci pullman. Di colpo le coppie di treni pendolari rimasero inutilizzate, ma le FS non potevano sopprimere quei treni, poiché ciò equivaleva a una interruzione di pubblico servizio. Al fine di limitare i danni e di risparmiare qualcosa, ci fu infine un funzionario FS che ridusse a due soli treni pendolari il traffico viaggiatori, evitando inoltre il pernottamento a Regalbuto di materiale rotabile e personale viaggiante. Nelle mattinate il primo treno partiva da Catania e giunto a Regalbuto ritornava indietro. Tali provvedimenti pur rispondendo alle esigenze di assicurare comunque un pubblico servizio di trasporto, non erano per niente rispondenti alle necessità di traffico, per cui essi viaggiavano a vuoto.

Quello che premeva al funzionario era il non dover rispondere a una accusa per interruzione di un pubblico servizio. I treni viaggiatori erano sempre lì a disposizione del pubblico; che se quest’ultimo non se ne servisse non poteva farci nulla.

Intanto i commercianti di agrumi scoprirono che utilizzando dei TIR, non solo ci guadagnavano nella velocità dei trasporti, ma anche nella comodità, evitando di dover utilizzare per due volte la manovalanza per il carico della merce prima su un camion e poi dal camion sul carro ferroviario. Naturalmente lo stesso risparmio si aveva nelle sedi di arrivo con il vantaggio di arrivare ai mercati direttamente con i TIR, i quali inoltre erano di gran lunga più veloci delle ferrovie.

Insomma nel volgere di poco tempo la linea cominciò a essere improduttiva e anche inutile e qualcuno pensava già di chiuderla al traffico, ma non poteva per due semplici ragioni; la prima era l’aspettativa, sempre in piedi, di far proseguire la linea oltre Regalbuto, fino a Santo Stefano di Camastra; la seconda era che non potevano essere soppressi quei treni viaggiatori, anche se nessuno li utilizzava, perché costituenti dei mezzi di pubblico servizio.

Cu’ lu tempu e cu’ la pagghia maturanu li sorbi[65]”, dice un vecchio proverbio siciliano. Un giorno avvenne che la galleria tra Sparacollo e Regalbuto, a causa di un imprevisto fortunale con relativa frana, si rese impraticabile. Che fare?

Ciò che era previsto dai Regolamenti: sostituire con servizio automobilistico su strada il tratto ferroviario da Sparacollo a Regalbuto e viceversa. La Ditta incaricata del servizio si servì prima di un pullman, ma poi finì per impiegare una vecchia automobile, per portare i due macchinisti e il capotreno a Regalbuto e viceversa, anche perché mai si verificò la presenza di viaggiatori sia in andata che in ritorno. La cosa durò per un bel pezzo e non c’era verso di poterla far cessare. L’inutile servizio di trasbordo prima e l’altrettanto inutile effettuazione dei due treni viaggiatori, che in un primo momento vennero limitati a Carcaci, ebbero termine con la trasformazione delle FS da Azienda Autonoma dello Stato in Società SpA. Infatti crollò la questione della interruzione di pubblico servizio e fu possibile chiudere al traffico tutta la linea, essendo pure scomparso il traffico merci. Il progetto di allacciamento di Regalbuto con Santo Stefano crollò pure per la impossibilità economica di ripristinare l’interruzione di Sparacollo.

Ritengo che questo ramo di ferrovia tra Motta S.A. e Regalbuto sia ormai morto per sempre, compreso il progetto di allacciamento ferroviario di Regalbuto con la linea Messina Palermo, poiché non ne sussistono i motivi di utilità, alla luce del progresso ottenuto dal trasporto su strada in grado ormai di sopperire alle necessità di tutti in maniera migliore delle FS. Inoltre la cittadina di Paternò risulta servita dalla Circum Etnea in maniera soddisfacente e ben augurante dal momento che la suddetta società sta perseguendo il progetto di collegare i propri mezzi con la Metropolitana di Catania. Ciò per quanto concerne i viaggiatori. Per le merci, ormai i TIR svolgono il servizio di routine dal punto di carico delle Aziende fino al porto di Messina, dove trovano rapido proseguimento per il continente con i traghetti.

Anche dal punto di vista turistico tale ramo non offre alcuno spunto interessante, poiché tutti i posti sono facilmente raggiungibili oltre che con auto private anche con servizi automobilistici di linea.


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NOTE SULL’AUTORE

Giuseppe Nasca, chiamato familiarmente Pippo, nasce a Catania il 2 Febbraio 1937 nel periodo “nero” dell’Italia, Frequenta le scuole dell’obbligo e il Liceo Scientifico a Catania. Si iscrive nella facoltà d’ingegneria di Catania. Superato il biennio propedeutico, abbandona gli studi per entrare nelle FFSS come capostazione. Attualmente in pensione, vive nell’isola amministrativa di Tremestieri Etneo.

Nonostante l’indirizzo scientifico degli studi e l’attività prettamente operativa, spinto da una passione innata per lo studio delle lettere, continua a coltivare e ampliare le nozioni acquisite al Liceo, cimentandosi in scritti (racconti, saggi, poesie), che inizia a pubblicare dopo l’entrata in quiescenza (1 Luglio 1996) e partecipando a numerosi concorsi di premi letterari.

Ha pubblicato:

Quando l’alba del tramonto incombe, una raccolta di poesie in italiano con Libroitaliano World di Ragusa.

Sicilianaeneide, una rivisitazione completa in versi dialettali siciliani dell’opera virgiliana Eneide, con ANNINOVANTA Antasicilia Onlus.

 Con LAMPIDISTAMPA ha pubblicato:

I me’ pinseri, raccolta di liriche in dialetto siciliano;

I salateddi, raccolta di poesie satiriche in dialetto siciliano;

Scarabocchiando briciole di sogni, raccolta di liriche in italiano.

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E con l’associazione Akkuaria, oltre al presente volume, ha pubblicato:

Tutto passa e cambia, raccolta di racconti autobiografici;

Ju fazzu ‘n-soccu mi piaci fari, un saggio su lingua e usi siciliani;

La Fede del Gatto e del Topo, raccolta di racconti fantastici;

Lu stranu viaggiu, un poemetto in versi siciliani;

Ilaria e Catania, racconti ambientati a Catania;

Di Tia leggiu lu chiantu, una rivisitazione in dialetto siciliano delle poesie più celebri del Leopardi;

C’era na vota nta l’antica Grecia, rielaborazione dei più celebri miti greci in versi siciliani, preceduti da presentazione in italiano;

L’importanza di chiamarsi Asdrubale, trenta vicende di non comune cronaca;

Gli sproloqui di Pippo, Libertà di pensiero sul freddo ragionamento della convenienza.

Dare tempo al tempo (Spigolando su pensieri e sentimenti), raccolta di poesie in italiano.

La divinità del vino, raccolta di poesie sul vino

Suoi scritti, quali racconti, saggi, commenti e poesie, compaiono in diverse antologie curate e pubblicate da Akkuaria in varie occasioni.

 

 

Tutti i volumi sono reperibili on.line, anche in formato ebook, sul Bookstore di Akkuaria www.akkuarialibri.com

 



[1] L’attuale Cefalù.

[2] Terza elementare.

[3] Bracciante dei campi che lavora a giornata.

[4] Tesoro nascosto, trovato grazie a sortilegi magici.

[5] Io sono qui e aspetto.

[6] Bracciante, morto di fame, e scava-terra con il muso.

[7] Figlia mia è meglio che fuggite, così dopo tuo padre non potrà dire di no.

[8] La paglia vicino al fuoco si brucia sempre.

[9] Si arrivasse al “dunque” prima del matrimonio.

[10] Se ne sono fuggiti perché si volevano troppo bene e non volevano più aspettare.

[11] Per l'occhio della gente.

[12] Vaso da notte fatto di terracotta smaltata, di forma cilindrica con quattro manici, per essere trasportato più facilmente.

[13] Comodino.

[14] Termine di rispetto siciliano, che sta per Vostra Signoria.

[15] Negozio di carni, dove si diceva venissero macellati degli animali moribondi per incidente o malattia.

[16] Strozzinaggio.

[17] Fuochi d'artificio.

[18]  Anche ai nostri giorni è ancora viva l’usanza dell’inchino, consistente nella cosiddetta “annacata” (danza) a suon di musica, delle candelore davanti alle abitazioni dei grandi elemosinieri sostenitori della festa di

[19] Quattro un soldo.

[20] Centuripe.

[21]Meglio morire che vivere con la vergogna”. “Non confidare i tuoi problemi a tutti”. “Ogni cosa che fai con buone maniere riesce giusta”. “Per guadagnarsi il pane si fanno cento miglia”. “Conservati il cibo e non le cose che devi fare”. “Difendi la tua roba perché  c’è sempre chi te la ruba”. “Femmine e buoi dei paesi tuoi”…

[22]  Lista di richieste lautamente festeggiate.

[23] Offrire da bere o festeggiare.

[24] Espressione tipica catanese: “Aviri u cocciu di la littra” significa avere un “coccio del saper leggere”, insomma avere appena la conoscenza di saper leggere. Ovvero i rudimenti della lettura.

[25] Che risvegliava i morti.

[26] Leggere la mano.

[27] Procedura per preparare un filtro magico d’amore.

[28] Punteruolo.

[29] Ascoltata e non toccabile.

[30] È meglio un marito cornuto o un morto ammazzato?

[31] Ogni pena e ogni doglia il denaro la copre.

[32] Silenzio consapevole.

[33] Che non si dovesse poi far sapere.

[34] Questo mi piace per davvero ma mi spavento che mi lascia.

[35] Per sapere come andrà a finire.

[36] Credulone.

[37] Non dimenticarsi di ciò che dice un antico proverbio: Con la costanza si ottiene sempre quello che si spera.

[38] Si sa che senza stola e senza denaro non si canta messa.

[39] Era un “cornuto” ma di “parola”.

[40] Pestato e morto di fame.

[41] Di sette mesi.

[42] Modo di dire catanese: Chi fotte fotte tanto  Dio perdona tutti.

[43] Ancora siamo piccoli ma quando cresceremo ne riparleremo.

[44] La stanza dei bottoni.

[45] È molto bello, somiglia tutto a suo nonno.

[46] Era una donna per modo di dire... erudita.

[47] Puledro.

[48] Passato il brutto tempo gli uccelli tornano a fare festa in cielo.

[49] Meglio la gallina oggi che l'uovo domani...

[50] Non vuole dio che ci litighiamo per interesse...

[51] I preziosi.

[52] Qui ci manca della roba. Dov'è finito quel grosso diamante che sembrava l'occhio di un elefante e la collana di perle vere che papà le regalò per l'anniversario di matrimonio?

[53] La mamma l'ha venduto per necessità.

[54] visto che non c'è stato neppure un cane che ha aiutato né me né lei.

[55] Tu che parli, è meglio che te ne stai zitta. Ti sei scordata che io dovevo mettermi i tuoi vestiti dismessi perché eri cresciuta e andavano  bene per me?

[56] Sì, sì, ma non ti scordare quando papà ti comprò il gelato e non mi hai fatto dare neppure una leccata.

[57] Tu che parli, ti sei scordata che mi hai rubato il fidanzato e che hai fatto l'occhio di triglia a mio marito?

[58] Fare le polise significa fare la lotteria ovvero tirare a sorte utilizzando pezzettini anonimi di carta avvolti con internamente  scritti nomi od oggetti da sorteggiare.

[59] Questa allora a chi tocca?

[60] Veramente la mamma me l'aveva regalata.

[61] Che c’entra …  questa è della nonna e mi piacerebbe averla per mia figlia, che per  queste cose ne va pazza.

[62] È meglio fare le polise anche per questa.

[63] Tanto, prima o poi dovrà morire pure lui.

[64] Una mano lava l'altra e tutt’e due si lavano assieme.

[65] Col tempo e con la paglia maturano i sorbi.