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"U fumu di l'Etna"

Poesie siciliane con traduzione in italiano

di Pippo Nasca

 

 

 

 

PREMESSA DELL’AUTORE

 

Mi sembra più che giusto che vi racconti come mi è venuto il desiderio di tradurre alcune delle mie poesie siciliane in italiano, anche se alla base di ciò sono stato sollecitato da una mia corrispondente americana che porta il mio cognome ed  è d’origine siciliana. Mi ha confessato che riesce a tradurre  in inglese le mie poesie scritte in italiano, ma non riesce a capire quelle scritte in siciliano, poiché ne ha dimenticato la parlata, appresa in tenera età dal nonno.

Durante la pandemia in atto, leggendo qua e là, ho riscontrato in Internet il seguente episodio che riguarda  un noto cultore del dialetto siciliano.

“Pi’ casu Vossia è chiddu ca scrivi favuli pe’ picciiriddi?” Si sentì dire Giuseppe Pitré dal contadino che lo aveva chiamato per visitare  la sua bambina in preda ad una febbre improvvisa manifestatasi durante la notte.

“No. Io sono il medico Giuseppe Pitré. L’altro che avete detto è un’altra persona. Uno che ha il mio stesso nome e cognome.” – rispose, mentendo, il solerte dottore, togliendosi dalle orecchie l’auricolare con il quale aveva visitato la bimba.                 In verità egli ed il favolista erano la stessa persona, ma ci teneva a dire sempre che non lo era, poiché distingueva tra le sue due professionalità. Di buon mattino impiegava le prime ore del giorno allo studio delle lettere, scrivendo racconti per i bambini traendoli dalla sua cultura siciliana , Dopo una certa ora si dedicava invece al suo lavoro di medico. Era come se in lui effettivamente convivessero il letterato ed il medico, ma in fasi differenti ed in modo che le due attività non si intralciassero a vicenda. Esattamente come facevo io alternando il servizio ferroviario al culto della letteratura. Mi sono subito chiesto per mero interesse culturale chi fosse mai costui.

Ma chi era, dunque, Giuseppe Pitré? Alla luce di quanto riportato da Internet, era uno dei tanti figli di questa nostra Sicilia che si distinse nel mondo letterario e culturale. Egli nacque nel quartiere di Santa Lucia a Palermo da una modesta famiglia di pescatori il 22 Dicembre 1841. Rimasto orfano di padre, morto di pellagra nel 1847 in  America, dove si trovava imbarcato, fu educato dalla madre con grandi sacrifici. Grazie anche alla generosità dei Gesuiti, cui venne affidata la sua educazione culturale, egli coltivò lo studio del latino e della storia della sua  terra. Notò la sostanziale differenza tra la lingua italiana, che egli era costretto ad usare ed il suo modo di parlare prettamente dialettale. Lo appassionò, quindi, fin da piccolo questa differenza linguistica, cercando di individuarne i motivi. Grazie alla sua costante applicazione ed alla conoscenza di usi e costumi della sua città, concepì che il dialetto siciliano altro non fosse, se non una lingua neolatina parallela  a quella italiana.  Scoprì la connessione tra il latino ed il siciliano e pensò, sulla falsariga di quanto appreso della Scuola Siciliana di Federico II di Svevia, di evidenziare le regole di mutazione fonetica del siciliano  dalla lingua madre latina, senza dover passare attraverso l’italiano. Praticamente, concepì il siciliano, una lingua a se stante rispetto all’italiano. Pertanto cercò di individuarne  l’essenza, scrivendo una grammatica vera e propria della lingua siciliana, scevra dal parallelismo linguistico dall’italiano. Fu facile, quindi, per il Pitré fare ciò, grazie alla sua conoscenza, che oso definire naturale, e scivolare nello studio particolare dei modi espressivi dei suoi concittadini. Non solo studioso di lingua siciliana fu il Pitré, ma anche profondo ed attento scrittore degli usi e costumi del suo tempo e si accorse così della diversità dei dialetti siciliani a seconda delle località. Notò la mollezza del dialetto palermitano  ad occidente della Sicilia e  il tono quasi musicale di quello orientale, caratteristico del mondo greco. Ecco, quindi, che si occupò anche del modo di esprimersi dei catanesi, oltre che degli altri isolani-

Giovanissimo, si arruolò nelle truppe garibaldine, giunte in Sicilia nel 1860. Nonostante la sua attività militare momentanea, non trascurò non solo lo studio delle lettere, ma nemmeno quella dell’istruzione universitaria nel campo sanitario. Nel 1865 si laureò in medicina e chirurgia, diventando medico. Fu questa la sua attività che gli consentì di vivere ed inserirsi nella società in modo produttivo, ma il Dottor Pitré non dimenticò le lettere che gli avevano permesso tanto successo nella vita e continuò imperterrito ad approfondire  la sua cultura letteraria. Pertanto, prima che medico, fu anche insegnante di lettere e Filosofia nel liceo della sua città. Il suo pregio consisteva nel distinguere le due attività, nelle quali eccelse con pari fortuna.

Ottimo medico fu dunque, come la tradizione ce lo mostra ed ottimo letterato come la sua produzione letteraria ce lo porge superbamente impegnato a scoprire i significati profondi del suo dialetto e l’origine etimologica e fonetica di molti vocaboli dialettali.

Per mia fortuna, ho avuto modo di conoscere il Pitré attraverso un opuscolo da lui scritto con l’intento di dettare le regole grammaticali del dialetto siciliano attingendo le notizie relative ai termini latini. Un’ opera certosina e scrupolosa di ricerca degna di molto riguardo e da vero accademico. Ovviamente per chi non conosce i rudimenti della lingua latina non può recepire in pieno il lavoro del Pitré; tuttavia avrà modo di rendersi conto del significato esplicito di alcuni termini e della profonda conoscenza del folklore siciliano, che è alla base del suo operare. Non solo questo, ma anche della giusta valutazione di molti poeti dialettali siciliani che per parecchio tempo sono rimasti nell’ombra. Mi riferisco, in particolare, al Martoglio ed a Domenico Tempio. Specialmente in quest’ultimo risulta evidente la connessione tra dialetto catanese e lingua latina. Oserei dire che quasi, quasi è più semplice tradurre in latino piuttosto che in italiano, le poesie dialettali del Tempio. Non a caso quest’ultimo ha ricevuto la stessa base culturale d’apprendimento del Pitré. Entrambi ricevettero l’influsso del latino attraverso Santa Madre Chiesa, rappresentata dai Gesuiti nell’uno e dal Monastero nell’altro. Per quanto non sia tanto noto, il Tempio studiò in gioventù per diventare prete.

Ovviamente il rigore scientifico, legato alla conoscenza del latino rende un poco ostico il contenuto dell’opuscolo in questione, poiché non tutti conoscono questa antica lingua madre. Tuttavia aiuta a comprendere il significato di molti termini siciliani e la loro origine, non sempre legata ai successivi idiomi scaturiti dall’occupazione di altre popolazioni “barbare”. Dal momento che anche la lingua italiana è legata al latino, l’opera del Pitré risulta molto utile, anche se non risolutiva al livello popolare. E’ da dire che il Pitré era assillato dal cruccio di voler dimostrare che il siciliano non era una deformazione della lingua italiana, ma un diverso modo di evoluzione linguistico parallelo ad essa. In effetti dice una cosa vera e certamente non confutabile. Però, ai fini utili, chi parla già l’italiano ha necessità di far riferimento alla sua lingua per comprendere alcuni termini e modi di dire siciliani. In parole povere, non si può praticamente tradurre un concetto dall’italiano al siciliano attraverso il latino, ormai desueto e da molti non più conosciuto. Necessita, quindi di un rapporto immediato e più diretto ai fini della comprensione perfetta. In ultima analisi, bisogna conoscere le regole grammaticali del comune modo di esprimersi di entrambe le lingue. Esattamente come avviene tra l’italiano ed il francese o l’inglese o qualunque altra lingua. Da questo punto di vista l’opera del Pitré sembrerebbe inutile e superflua, ma non è così poiché il suo studio nelle mani di uno studioso di lettere attento  riesce ad indirizzarlo nella  traccia di un piano  di intendimento universale applicabile in ogni caso tra il siciliano e qualunque altra lingua. Proprio per questo il Pitré è famoso. Grazie al suo continuo riferimento del siciliano al latino, riesce ad eliminare accenti, apostrofi e quant’altro nella scrittura dialettale, rendendola più comprensibile ed immediata nella rappresentazione delle immagini e , quindi, più facile ad essere tradotta in altri linguaggi. Seguendo  il tracciato del suo studio letterario, sono nati dei dizionari e delle regole grammaticali siciliane che consentono il rapporto con altri linguaggi di facile consultazione ed uso. Purtroppo, non esiste una vera storia di letteratura dialettale, che è rimasta, come suol dirsi, al palo .Ciò per la sua caratteristica prettamente popolare e finalizzata soltanto a poter dialogare tra conterranei. Tuttavia c’è nel dialetto l’elemento poetico che emerge e che sembra standardizzato senza seguire i canoni che invece caratterizzano le varie lingue, non solo parlate, ma studiate e migliorate. Così accade che un poeta  siciliano, pur scrivendo e recitando poesie nel suo dialetto, quando si tratta di dover esplicitare dei concetti del suo pensiero in prosa, utilizzi l’italiano. Accade pure che le sue poesie in siciliano non seguano gli indirizzi storici, che emergono periodicamente ed assumano una forma sempre uguale, caratterizzata dalla rima che può essere alternata e dal classico sonetto d’antica  memoria. In particolare, per il poeta siciliano la rima è sacra! Ed anche il popolo che ama la poesia siciliana, la pretende espressa in rima e non la considera tale senza di essa. Per quanto mi concerne, dal momento che anch’io scrivo poesie in dialetto, oltre che in italiano, ho pensato di superare tale forma, ricorrendo sovente all’endecasillabo sciolto, magari alternato con settenari, esattamente come faceva il Leopardi, mettendo in atto una maggiore attenzione nel rispetto degli accenti tonici, ossia della metrica, anch’essa derivata dal mondo latino. In molti casi mi sembra che l’esperimento sia riuscito abbastanza bene, anche se qualcuno non è per niente d’accordo, legato alla rima nella poesia siciliana.   

A conclusione di questo mio dissertare sul dialetto siciliano, è da dire che a livello popolare la poesia gode ottima salute, così come viene espressa, ossia usando la rima, anche se gli argomenti molte volte non sono proprio poetici. La stessa cosa non possiamo dire della prosa. Il siciliano scrive in italiano, anche se pieno di errori grammaticali, ma nel parlare e nel dialogare stenta ad usarlo. Preferisce esprimersi in dialetto e se cerca di mostrare una certa talentuosità sfoggiando  un italiano contorto ed infarcito di espressioni tipiche dialettali; ne vien fuori una specie di fiume, dove prende quota un italiano maccheronico, misto a sicilianismi, che trova anche  fortuna artistica nel campo teatrale. Usando questo modo di esprimersi alcuni attori siciliani hanno raggiunto la celebrità, facendosi nello stesso tempo porta-voci del dialetto siciliano, rendendolo comprensibile anche agli spettatori che siciliani non sono. Cito fra questi il mai dimenticato Angelo Musco ed ancora ,Rosina Anselmi, Turi Ferro, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, nonché Gilberto  Idonea, Lando Buzzanca Tiberio Murgia. Pino Caruso, Leo Gullotta , Nino Frassica, Grasso, Pippo Pattavina, Tuccio Musumeci ed altri ancora sulla breccia.  Non bisogna dimenticare inoltre quanti dal mondo dialettale siciliano, pur scrivendo in italiano hanno tratto  gli spunti per raggiungere la celebrità. Anche qui mi piace citare tra tutti il Verga, Nino Martoglio, Pirandello, nonché Bufalino,  Sciascia e non ultimo Camilleri con le sue vicende poliziesche risolte dal commissario Montalbano.

Insomma, in questo campo, il dialetto ha fatto sfoggio di preziosismi linguistici più che apprezzabili e tali da trovare un’icona nel mondo artistico-letterale italico.

Sostanzialmente, ho parlato del dialetto siciliano riferendomi alla nostra realtà di Italiani   e quindi delle connessioni con il linguaggio italiano. Trova inoltre molto interesse anche linguistico il linguaggio che scaturisce dal contatto con la lingua inglese, adottata dai nostri emigranti in America. E’ un misto di italiano, siciliano ed inglese che è anche possibile notare nelle loro  lettere epistolari ai congiunti In una di queste lettere, ad esempio, un emigrato informava la moglie di aver trovato a Nuova Yorka lu jobbu (il lavoro) che aveva problemi, però, per  accucchiare i dollari, che poi sono le lire, che non poteva mandare. Lì, nella terra lontana dalla Sicilia, il dialetto a poco a poco muore ed i figli degli emigrati apprendono l’inglese e raramente ricordano qualche parola appresa dai loro genitori. Non ricordo chi lo abbia detto, ma proprio questa mescolanza di termini di diversa origine, tende ad un linguaggio, che, ipoteticamente, sarà comune agli uomini tutti di diversa nazionalità ed etnia. Qualcuno che ha inteso anticipare i tempi ha tirato fuori una lingua comprensibile a tutti dandogli anche un nome: l’esperanto. Ma da quanto mi risulta l’esperimento non ha avuto fino adesso buon esito. Tuttavia son convinto che alla fine, ciò avverrà, ma quando solo Dio lo sa!

Ecco dunque il vero motivo per cui ho pensato di tradurre in italiano alcune mie poesie siciliane, cercando di seguire le indicazioni- guida del Pitré, aiutandomi con la mia modesta conoscenza del latino, corredandole anche  da alcuni appunti di confronto tra termini italiani e siciliani, senza dover ricorrere attraverso la conoscenza della lingua madre comune.

                                                                        

                                                                                  L’Autore

                                                                 

 

 

                                                         

  

 

U fumu di l’Etna                                                

 

Sicilia mia

ca ti stinnicchi a mari

dunni Veniri

vergini nascivu

e  l’acqua d’iddu

tutta a furriari

ti cingi 

cu lu ciatu

sempri vivu,

tu  mai ti stancasti

di jttari

lu fumu

ca ‘nto celu si jsavu

e nesci

da Muntagna

pi’ cantari

la forza da natura

supirchiusa

 

Traduzione

 

Il fumo dell’Etna

 

Sicilia mia

che ti stendi a mare

dove Venere

vergine nacque

e l’acqua sua

tutt’intorno

ti cinge

con il fiato

sempre vivo,

tu non ti stanchi mai

di buttare fumo

che in cielo si leva

ed esce

dalla Montagna

per cantare

la forza della natura

senz pari.

 

 

Fasti di l’alivu

 

      Roma, stu beddu frutticeddu nicu,                                          

ca crisci supra l’arvulu d’alivu,

ni fici cosa di valuri anticu.

Salatu, arrimuddatu e sempri privu

 

      di l’amaru , ca   ci havi (non ti  dicu)

quann’è virdognu ancora nta lu civu)

diventa di sapuri veru apricu

sirvutu comu piattu gustativu.

 

      Lucullu, ch’era veru sciampagnuni

supra nappi durati l’ha mustratu

e fici a stissa cosa Trimalciuni.

 

     Oggi ci avemu lu stissu apparatu,

pirchì facemu granni mangiatuni

parannu cu’ l’alivi lu palatu.

 

Traduzioine:

 

Fasti dell’ulivo

 

     Roma , di sto bel frutto piccolino

che matura sopra l’albero d’ulivo

ne fece pregio di valore antico.

Salato, ammorbidito e sempre privo

     dell’amaro, che porta (non ti dico!)

quand’è verdastro nel suo civo,

diventa di sapore in vero aprico,

servito come piatto gustativo.

      Lucullo , ch’ era  ricco ed allegrone

l’offriva sempre su vaso dorato

e pur così faceva Trimalcione.

      Adesso ancora vige l’apparato,

perché  prima di fare un gran cenone

solletichiam  la lingua ed il palato.

 

 

Nun c’è paci tra l’alivi                              

 

L’angilu  vulavu di la morti

supra st’alivara d’anni ricca

e n’ammustrau tutta ‘a malasorti

di la fogghia c’addiventa sicca.

 

Mori lu zuccu,  pirchì ‘na picca

nesciunu li ràdichi  cuntorti

fora di la terra  ca ‘un allippa.

Di lu celu si grapèru i porti

 

a chista  malefica Xilella,

ca  chiuvennu muta, quatta quatta,

l’arvulu d’alivu ni cancella.

 

Non vulissi ca na menti piatta,

pinsannu di fari cosa bella,

ci la mannavu dintra na buatta

 

Traduzione:

 

Non c’è pace tra gli ulivi.

 

L’angelo  della morte volò

sopra queste piante d’oliva d’anni ricche

e ci ha mostrato tutta la malasorte

della foglia che diventa secca.

Muore il tronco, perché di poco

escono le radici contorte

fuori dalla terra, che non le stringe più.

Si sono aperte le porte del cielo

a questa malefica Xilella,

che piovendo zitta e furbescamente

l’albero d’ulivo ci cancella.

Non vorrei che una mente  scriteriata

pensando di fare una cosa bella,

ce l’abbia mandata dentro una scatola di latta.

 

 

Mangiari anticu                                                                                     

 

   Lu scriviri paroli ‘nzuccarati

a mia mi pari cosa veru bedda,

ma si taliu l’alivi ca cunsati

e la vastedda ca tagghiati a fedda

 

    o l’ova nto tianu strapazzati,

ca poi mittii tutti nta paredda,

nun c’è cosa cchiù granni ca faciti

donna  Pippina pi’ li me vudedda.

 

    Vi  miritati appidaveru tuttu,

ca sapiti fari ssu mangiari anticu

ca duna sdilliziu nta l’agghiuttu

 

    e nun pinsati a smafiri si dicu

ca puitissa siti cu’ lu bottu

propriu pi’ chissu  ca nun è minnicu.

 

Traduzione

 

Mangiare antico

 

Lo scrivere dolcissime parole

mi sembra cosa veramente bella

ma se guardo le olive che condite

e la pagnotta che tagliate a fette

 

o le uova nel tegame strapazzate,

che poi versate dentro la padella,

non c’è cosa più bella che facciate,

Donna Peppina, per le mie budella.

 

Vi meritate per davvero tutto,

perché sapete al mangiare antico

delizia dare e lustro a chi s’ingozza

 

e non pensate male se vi dico

che poetessa siete non da butto

per tutto questo che  non è mendico.

 

 

 

A Giuvanni Rizza

 

Carissimu Giuvanni,

ca parri comu senti,

l’amuri è cosa granni,

ca nasci nta la menti

e senza fari danni

nto cori comu nenti

agghica  e poi si spanni

cchiù sutta prirumpenti

e tutti fa cuntenti

si dura pi’ cent’anni

e certu nun si penti

si trova picca canni.

 

Traduzione:

 

A Giovanni Rizza

 

Carissimo Giovanni

Che parli come senti,

l’amore è cosa grande

che nasce nella mente

e senza fare danno

al cuore come niente

arriva e poi si spande

più sotto prepotente

e tutti fa contenti

se dura per cent’anni

e certo non si pente

se trova poca … carne.

 

 

 

A  Cuncittina da Piscaria   

 

 

Quannu passu mi talia,

Cuncittina da putia,

chidda dda da piscaria,

ma nun pensa sulu a mia.

Idda  ridi e s’arricria

si la chiamu “vita mia”

mentri metti cu’ mastria

li citrola ‘nta statia,

ca cuntrolla e poi tastia

cu la manu ca pazzia.

Ora tutta si mutria

Cuncittina da putia,

ca pigghiavu da scansia

du’ patati  c’alliffia.

Datti paci menti mia

pirchì in sutta cazzulia,

poi  ti chiama di Vossia,

mentri  ammustra camurria.

Chissa è roba di putia

cosa  tinta ca schifia,

li citrola ti mania

pi’ chiamari a cu’ talia.

 

 

Traduzione:

 

A Concettina della Pescheria.

 

Quando passo mi guarda

Concettina del negozio,

quella della pescheria,

ma non guarda solo a me.

Lei ride e si diverte

Se la chiamo “vita mia”

Mentre mette accortamente

I cetrioli sulla bilancia

che controlla ed accarezza

con frenesia

Ora ciondolando va

Concettina del negozio,

che ha preso dalla mensola

due patate e le accarezza.

Datti pace mente mia

perché con te sta civettando

poi  ti   dà del Vossignoria,

mentre mostra di seccarsi.

Costei  è cosa di negozio,

che ti prende solo in giro.

I cetrioli va toccando

per far da chiamo a chi la guarda.

 

 

Ma chi sacciu … ?!

 

   ‘Nta stu cazzu di munnu burdillusu

annutamu ca masculi cu’ masculi

fannu  tra d’iddi sessu circunfusu

e nun mi pari veru d’ascutari

ca si ponnu tra d’iddi maritari.

Ma allura chi sugnu anticchia fusu,

si mi piaci da fimmina u … pirtusu

e masculi non cercu pi’ ‘n trummari?

 

 

 

Traduzione:

 

Ma che ne so …?!

 

In questo cazzo di mondo di bordello

Prendiamo atto che maschi con maschi

Fanno tra loro sesso un po’ confuso

E non mi sembra vero d’ascoltare

Che possono sposarsi tra di loro.

Ma allora che sono un poco sbalestrato

Se a me piace  il sesso femminile

E non cerco maschi per fare l’amore?

 

 

 

 

Spasimi d’amuri.

 

 

     Cchiù assai di milli sunu li paroli

ca scrissi e li canzuni ca cantai

pi’ tia, bidduzza, ca nun mi cunsoli

di tutti li me’ lazza e li me’ guai.

 

    Tu comu na farfalla scappi e voli

supra lu ciuri ca pi’ tia chiantai

nto centru du me’  cori e non ti doli

ca luntanu di mia ti ni stai.

 

     Pinsannu a tia li nuvuli tuccai

ca currunu nto celu cu lu ventu

e li labbra nto sonnu t’adurnai

 

     di vasuneddi dati a centu a centu

mentri  fucusu tutta  t’abbrazzai,

ma  sulu chistu …  nun mi duna abbentu.

 

 

 

Traduzione

 

Lamenti d’amore.

 

Più di mille sono le parole e i duoli

che scrissi e le canzoni che cantai,

per te, mia bella, che non mi consoli

di tutte le mie pene ed i miei guai.

 

Tu come una farfalla fuggi e voli

sopra quel fiore che per tè piantai

nel centro del mio cuore e non ti duole

che  lontana di me tu te ne stai.

 

Pensando a te  nuvole ho sfiorato

che corrono nel cielo con il vento

e le labbra nel sonno ti ho adornato

 

di tanti bacetti dati a cento a cento

mentre ardente forte t’ho abbracciato,

ma questo solo …  non mi fa contento

 

A  jattaredda mia

 

Quannu mi guarda tutta si mutria

la jattaredda mia di Castidduzzu.

Luntanu si ni staci e mi talia

comu fussi la luna nta lu puzzu.

 

Ju cercu di tuccarla  e si canzia

si  l’accarizzu anticchia  quannu  attruzzu,

ma idda scappa, curri, si furria

e si ripara sempri  nta ‘n-cantuzzu.

 

Vogghiu sapiri finu a quannu dura

sta mania di scappari in sichitanza,

ca divintò pi’ veru  na jattura,

 

lu fattu ca  s’incugna  e poi si scanza.

Si nun  avissi tutta  ssa paura

cchiù  carizzi acchiappassi  di sustanza

 

 

Traduzione:

 

La mia gattina.

 

Quando mi guarda, si dondola tutta

la mia gattina di Castelluccio.

Lontana se ne sta a guardarmi

come se fossi la luna nel pozzo.

Io cerco di toccarla e s’allontana

se l’accarezzo un poco quando l’avvicino

Ma lei scappa, corre ,  si rigira

e si nasconde in un cantuccio.

Vorrei sapere fino a quanto dura

questa mania di fuggire  sempre

perché è diventato una vera disgrazia.

Il fatto che s’avvicina e poi fugge..

Se non avesse tutta questa paura

Riceverebbe più carezze sostanziose.

 

 

Notti di spiranza.

 

  ‘Nta stu vadduni funnu e senza luci,

unni tummavu cu la menti persa,

non crisci l’erba duci di l’amuri

e ‘un cuva sutta terra la spiranza.

Lu ventu sulu ciuscia nta la facci

E lu dispettu scinni nta lu cori.

Ccà sutta è notti funna lu Natali,

su’ lacrimi li stiddi di lu celu,

su’ sbrizzi di duluri li lumeri,

è sonu di lamentu a ciaramedda.

Ccà la stidda non spunta cu la cuda

e morti regna, ch’è rimediu sulu

a la disperazioni di lu cori.

Cu l’anima scicata a lu Presepiu,

pasturi vegnu allura senza nenti

e nudu sutta l’arvulu mi prostru

mustrannu sulu lu me chiantu vivu,

lu friddu ca m’incascia e mi sutterra

e lu scunfortu ca ‘un mi duna paci.

Guardannu lu Bamminu nta la stadda

s’addumanu li stiddi d’improvvisu,

lu friddu mi si strogghi nta lu pettu

e la paci ritrovu ca pirdivu.

lu ventu cemma e mi diventa duci

lu toccu nta la facci risulenti.

Spiranza mi rinasci nta lu cori

e la lumera dintra mi s’adduma

di lu pidutu amuri pi’ la genti,

mentri lu sonu si n’acchiana in celu

da ciaramedda ca ‘un è chiù lamentu.

 

 

Traduzione

 

Notte di speranza.

 

In questa profonda valle senza luce

dove piombai con la mente persa,

non cresce l’erba dolce dell’amore

e non cova sotto terra la speranza.

Il vento solamente il viso sfiora

e l’amarezza invade il cuore. 

Quaggiù, non v’è festa di Natale,

son lacrime le stelle in cielo,

son lacrime di dolor le luci,

 la ciaramella ha suono di lamento.

Qui non spunta la stella con la coda

e regna solo morte, ch’è rimedio estremo

alla disperazione del cuore.

Al presepio pastore senza niente

Vengo con l’anima sconvolta

e nudo sotto l’albero mi prostro,

mostrando solo il mio pianto vivo,

il freddo che m’opprime e mi sotterra

e lo sconforto che non mi dona pace.

Guardando  il Bambinello nella stalla,

s’accendono le stelle d’improvviso

e la pace ritrovo ch’era persa,

il vento scema e sembra dolce

il suo sfiorarmi il viso sorridente.

Speranza nel cuore mi rinasce

e dentro mi s’accende la luce

del perduto amore per la gente,

mentre nel cielo sale il suono

della ciaramella che non è lamento.

 

 

             Chiovi …

 

   Chiovi…,

guarda  comu chiovi!

Alleggiu, alleggiu,  accuminciavu,

sbrizza dopo sbrizza

e dopu chiù forti a chioviri si misi

supra la terra asciutta,

supra l’erba sicca,

supra i tetti russi,

supra i petri morti …

 

… E chiovi…

‘nsichitanza chiovi!

Sbacantati in terra

li nùvuli a mumzeddu

stinnicchiati sunu

supra la campagna

e comu nenti fussi

si sbracàru tutti

sutta l’arvuli affucati

e pari picireca

cascata di lu celu

lu velu ca si vidi

sciddicari in terra.

 

    Accussì chiovi

supra l’anni mei

e nun si ferma chiù

l’acqua scunchiusa,

ca scinni a cataratti

e veni di luntanu,

dunni ‘un c’è paci

e mancu paradisu.

C’era na vota ddocu

la luci di lu suli

ca punziddava a muzzu

lu celu alabastrinu

ed ora s’ammucciavu

e mancu tenta

di spuntari ancora.

 

 

Traduzione:

 

Piove …

 

Piove …

Guarda come piove!

Adagio adagiò cominciò,

goccia dopo goccia

e dopo più forte  a piovere si mise

sopra la terra asciutta,

sopra l’erba secca,

sopra i tetti rossi,

sulle pietre morte.

 … E piove,

continuamente piove!

Svuotate a terra

le nuvole a bizeffe

stiracchiate sono

sopra la campagna

e come niente fosse

si sbracaro tutte

sotto gli alberi affogati

e sembra pece nera

caduta dal cielo

il cielo che si vede

scivolare a terra.

E così piove

sopra gli anni miei

e non si ferma più

l’acqua sconclusa,

che scende a cataratte

e viene da lontano,

dove non c’è pace

e manco Paradiso.

C’era una volta lì

la luce del sole

che pitturava a caso

il cielo alabastrino

ed ora si nasconde

e manco tenta

di spuntare ancora.

 

 

 

                Si leggiri tu sai …

                

    Si leggiri tu sai

 

li ruppa e li trazzeri

ca vidi ‘nta me facci

addisignati vivi,

si capisci ‘u culuri

di l'occhi mei cangianti,

ora cilestri e chiari,

ora grigiastri e scuri,

da nasca l'arrizzata,

quannu mi guardi muta

o la muvenza duci

di la vucca ca surridi,

allura veramenti

pussedi a chiavi giusta

pi’ grapiri ‘nu scrignu

segretu e favulusu,

unni ci trovi chiddu

ca speri ‘nta la terra:

muntagni immaculati,

vadduni verdeggianti,

celu turchinu e tersu,

mari serenu e riccu

di vita e di piaciri

cu dintra li tisori

chiù granni di lu munnu.        

 

 

Traduzione

 

Se leggere tu sai …      

 

Se leggere tu sai

gli incroci e le viuzze,

che vedi sul mio viso

disegnate vive,

se capisci il colore

degli occhi miei cangianti,

ora celesti e chiari,

ora grigiasti e ssc,

del naso l’arricciata,

quando mi guardi zitta

o la movenza dolce

della bocca che sorride,

allora veramente

possiedi la chiave giusta

per aprire uno scrigno

segreto e favoloso,

dove ci trovi quello

che speri sulla terra:

montagne immacolate,

vallate verdeggianti,

cielo turchino e terso,

mare sereno e ricco

di vita e di piacere,

con i tesori dentro

più grandi del mondo.

 

PARRA FULIPPA

 

Parra Fulippa, pi’ piaciri parra

ca siddu arresti muta c’è cu’ soffri

e  bruttu mi talia si ti dicu

di staritinni  muta e non parrari.

Cummogghia cu’ la vuci u marranzanu,

u scrusciu di lu ventu e la cascata

di l’acqua  sciddicusa ca tuppia

subissa di paroli cu’ t’ascuta,

parrari  t’è cuncessu si t’aggrada,

e diri ‘n-soccu voli u to pinseri,

ca siddu torna Chiddu, Diu ni scansa,

finisti appiddaveru di parrari.

Parra, pirtantu, finu a quannu voi,

sfoga la raggia ca ti senti dintra,

azzicca li paroli nta l’aricchi

di cu’ t’ascuta ed è cuntentu puru,

pirchì li frati italici di tannu

non davanu a li soru sta putenza

e risichi a turnari a stari muta,

a fari la quasetta attornu a conca,

isariti a faretta e nenti cchiui.

 

 

Traduzione

 

Parla Filippa

 

Parla Filippa, per piacere parla,

che se resti zitta c’ chi soffre

e di brutto mi guarda se ti dico

di rstartene zitta e non parlare.

Ricopri con la voce il marranzano,

il rumore del vento e la caduta

dell’acqua scivolosa che ribatte,

sotterra di parole chi t’ascolta.

Parlare t’è concesso se ti aggrada

e dire quel che vuole il tuo pensiero.,

che se ritorna Quello , Dio ne scansi,

finisci per davvero di parlare.

Parla pertanto fino a quando vuoi,

sfoga la rabbia che ti senti dentro,

appioppa le parole nelle orecchie

do chi t’ascolta ed è contento pure,

perché d’allora gll’Itali Fratelli

potere non ne davano a Sorelle

e rischi di tornare a stare zitta.

a rammemdar calzette intorno al fuoco

alzare la sottana e niente più.

 

Tantu, pi’ diri …

 

Quann’era ancora nicu e picciutteddu

a li vecchi  purtai sempri rispettu.

Ora ca sugnu  granni e vicchiareddu,

taliatu vegnu sempri cu’ suspettu

di ripurtari  a corpa di punseddu

la malatia c’ammucciu nta lu pettu.  

Cu’ la scusa   ca sugnu patuteddu

e c’è bisognu d’essiri prutettu

nta jargia sugnu misu comu aceddu

e  non mi ni lamentu, essennu rettu.

Ma non mi pari poi tantu beddu

di purtari d’appressu ssu suspettu,

ca  ribattennu comu a lu  marteddu

ti diventa mancanza di rispettu.

Finiu la paci e nun mi  pari beddu

ca sugnu vivu senza lu rispettu.

 

 

Traduzione

 

Tanto per dire …

 

Quand’ero piccolino e giovincello

ai vecchi ho  sempre dato il mio rispetto.

Adesso che son grande e vecchierello

guardato vengo sempre con sospetto

di riportare a colpi di pennello

la malattia che celo nel mio petto.

Con la scusa che sono un po’ patito

ed ho bisogno d’essere protetto

in gabbia sono chiuso come uccello;

non mi lamento, essendolo  corretto,

Ma non mi sembra poi tanto bello

di portarmi appresso sto sospetto,

che rintoccando a colpi di  martello

ti diventa mancanza di rispetto.

Finì la pace e non mi sembra bello

Che vivo resti senza alcun rispetto.

 

 

 

U ficu crocifissu                                      

 

 

U focu, già lampia

e  d’arrustìri fremi

li feddi priparati

di carni punsiddati.

La carni di l’agneddu,

pari di santificari

lu ficu  ca murivu

comu lu Cristu in cruci

ed ora brucia lentu

di fumu profumannu

lu vecchiu fucularu

 

 

 

TRADUZIONE

 

Il fico crocifisso

 

Il fuoco già lampeggia

E freme d’arrostire

Le fette preparate

Di carne spennellate.

La carne dell’agnello

Santificare sembra

Il fico che guardava

Come Cristo in croce

Ed ora brucia lento

Di fumo profumato

nel vecchio focolaio

 

 

Cangia lu tempu                                             no

 

La negghia lemmi lemmi

nta muntagna  munta

e favula  mi cunta

di l’acqua ca ci sfui.

 

L’aceddu chiù non vola

lu suli chiù non vidi

lu celu chiù non ridi

e chiantu già mi sfui

 

chinu di spaventu;

lu ventu si jttavu

lu mari si scantavu

la vista già mi sfui.

 

Già vinni primavera,

ma friddu si pizzia

e pari na pazzia

lu tempu ca mi sfui.

 

 

Il tempo cambia

 

La nebbia piano piano

Sulla montagna monta

E favola racconta

Dell’acqua che le sfugge.

 

L’uccello più non vola

Il sole più non vede

Il cielo più non chiede

E pianto già mi sfugge

 

Pieno di spavento

Il vento s’è buttato

Il mare s’è incantato

La vista già mi sfugge

 

Già venne primavera,

Ma freddo ancora c’è

Ed è calamità

Il tempo che mi sfugge

 

 

 

 

 

LA SCAMPAGNATA

AD ALGIRASSI

 

La cinniri a lu munti

alleggiu alleggiu scinni

e anniricannu tingi

la vigna e li trazzeri,

ca fannu prestu mustra

di luttu prufissatu.

Lu virdi già scumpari,

s’assuppa d’acquazzina

la simmula cascata

‘nta l’erva straburuta.

Bummia la muntagna,

ca pari na carcara

di focu ca fumia.

Lu suli cummigghiavu

lu fumu ca ni nesci

a forma di culonna

e pari lu pinnacchiu

di nuvula ammiscata

a nivuru vapuri.

Si grapunu l’umbrella

pi’ fari “arrusti e mangia”

attornu ‘o fucularu

pirchì la rina cala

e li tizzuna astuta

mentri  nta l’aria senti

lu ciavuru di carni

ca fumicannu acchiana.

Cuperta la cannata

di vinu picciuttazzu

da vutti appena sfusu,

si vidi a tavulinu

ca scansa la cascata

di cinnirusa pici.

A sira, muti muti

a casa riturnammu

pinsannu siddu ancora

dumani la muntagna

finisc d’arruttari.

                                                                                                                               
TRADUZIONE

 

LA SCAMPAGNATA AD ALGIRASSI

                                                                                                      

 

La cenere dal monte

pianin pianino scende

e già  di nero tinge

la strada e la campagna,

che fanno presto mostra

di lutto professato.

Il verde già scompare,

si copre di rugiada

la semola caduta

sull’erba tramortita.

Rimbomba la Montagna,

che sembra una caldara

di fuoco fumigante.

Il sole già coprivo

il fumo  che ne esce

a forma di colonna

e sembra nuvoloso

pennacchio di nerume

dipinto col vapore.

S’accendono gli ombrelli

per fare arrosto e mangia

attorno al focolare,

perché la sabbia cala

ed il carbone spegne,

mentre nell’aria senti

l’odore della carne,

che fumigando sale.

Coperta la cannata

di vino fresco fresco,

spillato dalla botte,

si vede a tavolino,

che scansa la caduta

di cenere peciosa.

A sera, zitti, zitti,

a casa ritornammo,

pensando se ancora

domani la montagna

finisce d’eruttare.

 

 

Di mia.

 

    Ju   sulu comu ferru vecchiu sciutu,

di nomu Pippu di  li Nasca natu,

e ,‘nta lu munnu appena  canusciutu

nta la vesti  di puru pinsiunatu,

vaiu scrivennu cu’ sulerzia mutu

spirannu sulu d’essiri  stimatu

non sulu comu ferru   arrugginutu

ma comu  nu  scritturi  raffinatu

 

Traduzione

 

Di me

 

    Io solo come ferro vecchio noto

di nome Pippo de  li Nasca nato,

e nello mondo appena conosciuto

nella veste di puro pensionato,

vado scrivendo con solerzia muto

sperando solo d’essere stimato

non solo come ferro arrugginito,

ma celebre scrittore  raffinato .

 

 

 

 

 

Comu nascivu in celu                                                     

la via di lu latti.

 

La striscia di li stiddi  ca  nto celu

si vidi quann’è notti e pari latti,

ora vi cuntu comu idda nascivu.

Comu l’antichi greci ni cuntaru,

lu Patreternu di ddi tempi, Giovi,

si susivu tanticchia ‘ncazzateddu

na matina pirchì Giunoni dormi

ed iddu lu disiu lu pressa ‘ncuttu

di fari tricchi-tracchi in sichitanza.

Talia versu terra comu sempri

ed Alcmena vidi ca smania,

essennu ca cummatti lu maritu

luntanu centu migghia e nun la poti

pi’ certu accuntintari comu voli.

L’aspettu pigghia di l’anticu regi

e nta lu lettu acchiappa la rigina,

ca mancu veru ci paria lu fattu

di stari finalmenti tra li vrazza

di lu maritu ca luntanu stava.

A forza ‘i furnicari cu’ custanza

ad Alcmena la panza ci criscivu

ed Erculi nascivu picciriddu,

ch’era murtali ma menzu divinu.

Sintiti cosa fici patri Giovi

pi’ dari ad iddu l’immortalitati.

Mentri Giunoni in celu addrummisciuta

supra na stidda si ni stava nura,

lu figghiu avutu di straforu pigghia

e l’appizza a sucari nta lu pettu

lu latti santu ca ‘mmurtali renni.

Lu picciriddu, ca era già furzutu 

pi’ naturali nascita divina,

a na minna s’appizza cu’ la vucca

e cu li manu l’autra afferra e stringi

accussì forti ca lu latti sgriccia

nto  celu sparpagghiatu ed ogni sbrizza

diventa stidda rilucenti in massa.

Tantu latti sgricciavu cu li manu

ca stiddi ni nasceru na caterva 

e ddocu ancora sunu senza fini.

Si nun s’avissi rusbigghiata in tempu

e  l’avissi Giunoni alluntanatu

tuttu lu celu jancu addivintatu

avissi cancillatu puru a notti.

Li stiddi ca nasceru sunu ancora

nto celu ammunziddati e sunu tanti

ca parunu di latti na sgricciata,

tali e quali cuntavanu l’antichi

ca via di lu latti la chiamaru.

 

Traduzione:

Com’è nata in cielo la via lattea

 

La gran massa di stelle che nel cielo

si vede quando è notte e sembra latte,

adesso vi racconto com’ è nata.

Come gli antichi Greci ci hanno detto,

il padreterno di quei tempi, Giove

si leva una mattina incavolato

perché Giunone  a letto dorme ancora

e a lui lo pressa forte il desiderio 

di far ancor l’amore senza fine.

Guardando verso  terra, come sempre,

Alcmena scorge un poco su di giri,

lontana dal marito  che combatte;

son più di cento miglia e non la può

di certo accontentare come vuole.

Prende l’aspetto dell’antico Re

e la regina concupisce ignara,

che vero non le parse il fatto strano

di stare tra le braccia del marito.

A forza di star costante insieme al Dio

ad Alcmena la pancia le crescette

ed Ercole ne nacque piccolino,

ch’ era mortale e per metà divino.

Sentite cosa fece il padre Giove

per farlo diventare un Dio immortale.

Mentre Giunone in cielo addormentata,

sopra una stella se ne stava nuda,

il figlio piglia avuto clandestino

ed a succhiar le tette glielo attacca.

per berne il latte che immortale rende.

Il piccoletto, ch’’era già  forzuto,

per naturale nascita divina,

ad una tetta  con la bocca succhia

ed all’altra s’afferra    con le mani

così forte da far sgricciare il latte

in cielo sparpagliato ed ogni goccia

diventa stella rilucente in massa.

Tanto latte si sparse per il cielo

Che di stelle ne spunta una caterva

e  se ne sta ammassata senza fine.

Se non si fosse risvegliata in tempo

 e non l’avesse Giuno allontanato

tutto il cielo bianccastro  diventato

avrebbe cancellato anche la notte.

Le stelle nate dall’evento sono

ammassate nel cielo e sono tante,

che sembrano di latte una sgricciata,

tale e quale raccontano gli antichi

che via del latte la chiamaron tosto.

 

 

                     LA FINI DI JACI

 

Unni li scogghi stampigghiati a mari

Tu vidi scaramantici e putenti                                                                                                                                        

ddocu., Polifemu  e so’ cummari,

ancora prima c’arrivassi a  genti,

 

      ca l’occhiu tuttu ci abbruciavu ; pari

ca l’amuri  facissiru cuntenti.

trasennu tutti nudi nta lu mari

cu’ l’acqua di lu ciumi prirumpenti.

 

      Appena a Galatea vitti nura,

lu ciumi Jaci  sùbitu impazzivu,

ca d’amurusu spinnu la calura

 

      ci vinni , e cu’ viulenza la pigghiavu,

ma cu’ furcuta  pala e granni cura

Pulifemu  di  lava  lu cupriv

Traduzione:

 

La fine di Aci.

 

Dove gli scogli stampati nel mare

Tu vedi scaramantici e potenti,

lì, Polifemo  con sta  sua commare,

ancor prima dell’arrivo di gente

che l’occhio tutto gli bruciasse, pare

che facessero  l’amore contenti,

entrando entrambi  nudi nel mare

con l’acque del fiume prorompenti

Come vide Galatea tutta nuda,

Il fiume Aci subito impazzì,

che d’amoroso desiderio  la caldana

gli venne e  la prese con violenza.

ma con  forcuta pala e grande cura

Polifemo di lava la coprì .

 

 

Scilla e Caridddi

 

Esti Cariddi figghia di Nettunu

ca l’acqua agghiutti e rimanna arreri

pirchì latruna addivintò di voi,

ad Erculi dunati da li Dei.

Scilla di petra addivintò lu scogghiu

pirchì l’amuri rifutò d’un Diu

ca valenti cuntava  nta lu mari.

Unni Trinacria guarda e quasi tocca

la terra calabrisa cu’ li manu,

lu mari curri trùbulu cu l’unni

tra li du’ scogghi ca di fronti stannu.

Non hannu scampu i naviganti tutti,

ca pàssunu di ddocu, mischineddi,

pirchì Cariddi li so’ navi sbatti

contru di Scilla ca li sfascia tutti.

 

 

TRADUZIONE

 

Scilla e Caridddi

 

Era  Cariddi  figlia di Nettuno

che l’acqua inghiotte e la rimanda  indietro

Perché ladrona diventò di buoi,

ad Ercole donati dagli Dei.

Pietra di scoglio ti diventa Scilla

perché l’amore rifiutò d’un Dio

che era molto potente   dentro il mare.

Dove Trinacria guarda e quasi tocca

la  terra calabrese  con le mani

il mare corre torbido con l’onde

tra questi scogli che di fronte stanno.

Non hanno scampo i naviganti tutti,

che poveretti passano da lì,

perché Cariddi le lor navi sbatte

contro di Scilla che li sfascia tutte

Ulisse e Polifemo

 

-“NUDDU” sugnu

ca l’occhiu t’annurbavu,

lu Grecu Ulissi,

d’Itaca patruni,

a tia ca fusti

scemu e babbasuni.-

Gridava Ulissi

supra di la navi,

ca già la ripa

lesta  abbannunava.

Allura Polifemu

cu l’occhiu lacrimanti

tri pezzi di muntagna

Jttavu a mari

versu di dda vuci.

Satavu in celu l’acqua

fatta a sbrizzi

e parti di lu mari

di scogghi cummigghiavu,

ca misi sunu

a ricurdari ancora

la raggia e lu duluri

di Polifemu,

c’annurbatu fu.

La storia è chista

di li faragghiuni

davanti a Trizza

misi a monumenti.

 

Traduzione:

 

Ulisse e Polifemo

 

“NESSUNO fu

che l’occhio t’accecò,

il Greco Ulisse,

d’Itaca padrone

o tu che fosti

scemo e credulone”

Gridava Ulisse

sopra della nave

che già la riva

lesta abbandonava.

Allora Polifemo

con l’occhio lacrimante,

tre pezzi di montagna

buttava a mare

verso quella voce.

Balzò nell’aria l’acqua

fatta a sbrizze

e parte di quel mare

di scogli ricoprivo

che messi sono

a ricordare ancora

la rabbia ed il dolore

di Polifemo,

che cecato fu.

La storia è questa

di quei Faraglioni

davanti a Trezza

messi a monumento.

 

 

 

Li  frati Palici.

 

Quannu lu tempu vinni ca nasceru

li figghiastri di Giovi e di Thalia,

successi ‘ncataclisma veramenti.

Unni lu chianu si stinneva ‘ncuttu

nasceru sti muntagni sempri virdi,

ca sunu munti Palici chiamati

pi’ ricurdari d’essiri arrivati

a riturnari di lu scuru funnu

a vidiri la luci di lu munnu.

Li Palici, nasciuti comu mostri

di spiriti malefici e fitusi,

ni fannu di sta terra abbannunata,

di surfuru sparmata e di caluri,

lu sommu paradisu di l’aranci.

Supra sti munti tanfici nasciuti

accussì Pàlika nascivu bedda,

franca di liggi nta l’antichitati

e li misteri cilibrannu jeva

di sti fratuzzi ca di ccà nisceru.

 

Traduzione:

 

I Fratelli Palici

 

Al tempo della nascita arrivata

dei figliastri di Giove e di Thalia,

successe un cataclisma veramente.

Dove pianura si stendeva incolta

nacquero questi monti sempre verdi

che Palici chiamaro i montanari

per ricordare d’essere venuti

di ritorno dal  buio più profondo

per  ammirare  della luce il mondo.

I Palici, che nacquero già mostri

di spiriti malefici e fetenti,

ne fanno d’una terra abbandonata,

di solfo spumeggiante e di calura,

il sommo Paradiso degli aranci.

Su questi monti tanfici cresciuti

Palika sorse superbosa e bella,

franca di leggi nell’antichità

ed i misteri celebrando andava 

di questi Frati che di qua sortiro.

 

ACI E GALATEA

 

C’era na vota ‘n-ciumi, ca di l’Etna

scinneva e sciddicannu duci duci

a mari si jttava allegramenti,

unni cu’ l’acqua frisca di muntagna

a biviri ci dava cu’ piaciri

a la figghia di Nereu, so’ muggheri

Aci maritu e Galatea spusina

tra mari e ciumi stavanu cuntenti.

Li vitti Polifemu cu’ d’ucchiazzu,

ca tempu dopu Ulissi c’intuppavu,

e lu disiu ci vinni  d’arrubbari

ad Aci la muggheri ch’era bedda.

Chinu d’amuri e raggia lu giganti

a jttari si misi cu’ la pala

ciumi di lava supra lu mischinu,

ca mori subbissatu di lu focu

e resta sula Galatea pirduta

nte manu ‘i Polifemu ca la voli.

L’afferra Polifemu assatanatu,

ca non lu frena cchiù lu ciumi siccu

né d’idda la chiangiuta prirumpenti.

Ni ficiru minnitta, tempu dopu,

ca  l’occhiu c’intupparunu li Dei

pi’ manu di lu Grecu pellegrinu.

 

 

Traduzione

 

ACI E GALATEA

 

   C’era una volta un fiume che dall’Etna

scendeva e scivolando  dolcemente

a mare si buttava allegramente,

dove con l’acqua fresca di montagna

la  figlia di Nereo, sua consorte.

Aci marito e Galatea sposina,

tra mare e fiume stavano felici.

Li vide Polifemo con l’occhiaccio,

che tempo dopo Ulisse gli tappò

ed   il  desio gli venne di rubare

ad Aci la sposina che era bella.

Pieno d’amore e rabbia quel gigante

A buttare si mise con la pala

Fiumi di lava su quel poverino,

che scompare asciugato dalle fiamme

e resta sola Galatea smarrita.

nelle mani del mostro che la strupa.

L’afferra Polifemo assatanato,

che non lo frena più il fiume secco,

né d’ella il pianto prorompente e forte.

Ne fecero vendetta, tempo dopo,

che l’occhio gli tspparono, gli Dei

per mano del fuggiasco e furbo Ulisse.                         

 

ALFEU ED ARETUSA

 

Mentri cacciava Alfeu nta lu campu

vttti Aretusa ca lu bagnu faci

nta l’acqua tutta nura senza scantu

e subitu d’amuri s’addumavu

Iddu l’afferra e si la vasa tutta,

ma chidda s’alluntana e poi ci dici:

“Sugnu Aretusa, ninfa di la caccia,

Aviri non mi poi pi’ muggheri

ca data sugnu a la divina matri”.

Lu bagnu si faceva nta na vasca

la ninfa mentri parra e chiddu arriva.

Scappa Aretusa e curri dritta a mari,

facennusi di rivu un turrinteddu

D’appressu curri l’amurusu Alfeu.

ca si trasforma  in ciumi cchiù putenti

e beddu ca si tumma nta lu mari,

l’abbrazza e si la vasa tutta para.

Nettunu li marita in santa paci

e nesciunu filici tutti e dui

a Siracusa, dunni ancora sunu

abbrazzati nta l’acqua e lu papìru. 

 

Traduzione:

 

ALFEO  ED ARETUSA

 

Mentre cacciava Alfeo in mezzo al campo

vide Aretusa che faceva il bagno

nell’acqua tutta nuda ed indifesa

e subito d’amore s’infiammò.

Egli l’afferra e se la bacia tutta,

ma quella s’allontana e poi gli dice:

-Sono  Aretusa, ninfa della caccia.

Avere non mi puoi come sposa,

per voto fatto alla mia madre Dea.

Il bagno si faceva nella vasca

la ninfa mentre parla e quello arriva.

Fugge Aretusa e corre dritta a mare,

facendosi di rivo un torrentello.

Le corre dietro l’amoroso Alfeo,

che si trasforma in fiume più veloce

e bello che si tuffa dentro il mre,

l’abbraccia  e se la bacia tutta quanta.

Nettuno in santa pace li marita

ed escono dal mare entrambi lieti

a Siracusa, dove ancora sono

abrracciati nell’acqua col papiro

 

 

ENCELADU

 

Quannu Giovi nto tronu s’assittavu,

di  l’Olimpu, filici vincituri,

l’occhi vutavu versu terra ancora

e vitti Enceladu acchianari in celu

li nuvuli satannu a quattru a quattru.

- Nautru n’arriva –dissi – beddu tisu 

di sti mulesti terroristi in celu!                                                      

Ora l’abbersu comu si cunveni. –

La cima afferra di lu munti Olimpu

e cu la forza ch’era straputenti

la jetta supra a lu giganti tutta.

Sta gran pitrazza, ch’era grossa assai

supra d’Enceladu cascavu a tappu,

c’arruzzulannu, a mari lu tummò

e comu  Cristu in cruci vinni misu.

La cima di l’Olimpu in coddu casca

ed iddu resta impiccicatu a mari,

la vucca aprennu e vumitannu sangu.

E’ daccussi ca nasci la Sicilia,

ca teni incatinatu stu giganti,

ca quannu s’arrimina jetta focu

e lava manna in celu di la vucca

ca Mungibeddu fu chiamata dopu.

 

Traduzione

 

ENCELADO

 

Qundo Giove sul trono si sedette

Dell’Olimpo, felice vincitore,

l’occhio rivolse verso terra ancora

e vide Encelado salire in cielo

le nuvole saltando a quattro a quattro.

-Ne arriva un altro-disse –bello dritto,

di questi molesti terroristi in cielo!

Ora l’aggiusto come si conviene.-

La cima afferra del superbo Olimpo

E con la forza ch’era travolgente

La butta intera sopra quel Gigante.

Questa gran pietra, ch’era grossa assai

sopra d’’Encelado cadette a tappo

che ruzzolando in mare lo piombò

e come Cristo  in croce venne messo.

Dell’Olimpo la cima  lo ricopre

ed egli resta spiaccicato a mare,

la bocca aprendo e vomitando sangue.

Ed è così che nasce la Sicilia,

che incatenato tiene quel Gigante

e quando si muove butta fuoco

e lava manda in cielo dalla bocca

e Mongibello fu chiamato dopo.

 

 

DEMETRA E KORE

(ovvero lu rattu di Proserpina)     

 

C'era na vota na picciotta schetta

de' parti di Enna, la liggenda voli,

di na Dea figghia sula prediletta

ca nta 'nu pratu arricuggheva violi.

Appari, quannu menu si l'aspetta

l'orribili Plutoni tra cannoli

di fumu inturciddatu e l'aria infetta

d'insurfaratu fetu e, li paroli

chiù tristi farfagghiannu, l'assicuta

e subitu nto 'nfernu si la porta.

Mentri grida la figghia: su' pirduta!,

accurri la matri e chiangila pi’ morta.

Lu dogghiu è tali ca lu suli astuta

e la stagioni di l'invernu è sorta.

 

Traduzione:

 

DEMETRA E KORE

(ovvero il ratto di Proserpina)

 

C’era una volta una ragazza nubile,

nativa d’Enna, la leggenda vuole,

ch’ era figlia prediletta d’una Dea.

Mentre  nel prato raccoglieva viole

apparve quando meno se l’aspetta

l’orribile Plutone tra le  fole

di fumo a torciglioni e l’aria infetta

di zolfo puzzolente e le parole

più brutte farfugliando, la rapisce

e subito all’inferno la conduce.

 

Mentre grida la figlia: son perduta,

la madre viene a piangerla per morta.

Il  duolo è tale d’adombrare il sole;

nasce così d’inverno  la stagione

 

COLAPISCI

 

Scinnivu Colapisci

nto funnu di lu mari 

e juntu finu a jusu

pi’ ripurtari a galla

l’aneddu di lu Regi,

cu’ l’occhiu, ch’era lestu,

Piloru vitti tostu,

ch’era menzu ruttu

e si firmavu allura

pi’ fari di sustegnu

a l’isula cadenti

e ddocu ancora resta

e la manteni a galla.

Lu vrazzu addivintò

culonna di putenza

e Cola la figura

di cu’ la vita duna

pi’ la Sicilia nostra.

 

 

 

 

Traduzione

 

COLAPESCE

 

Discese Colapesce

In fondo al mare

e giunto fin laggiù

per riportare a galla

l’anello del Re

con l’occhio , che era lesto,

tosto vide il Piloro

ch’era mezzo rotto

allora si fermò

per fare da sostegno

all’isola cadente

e restò quivi

per mantenerla a galla

Il braccio diventò

potenza di colonna

e Cola la figura

di chi la vita dona

per la Sicilia nostra.

 

 

 

 

 

 

La leggenda di Cola Pesce

 

Unni si cunta ca Cariddi e Scilla

a tutti l’uri fannu mulineddi

cu’ l’acqua di lu mari ballarinu,

si parra puru ca campassi ddocu

facennu ‘u piscaturi ‘n-omu forti

ca si chiamava Cola, dittu Pisci,

pirchì piscannu pisci cu’ la riti

nto mari si tummava senza scantu

e d’iddi ni pigghiava ‘na caterva.

Lassàvanu natari a Colapisci

Scilla e Cariddi senza fari dannu,

pirchi spiranza nasci ‘nte so’ cori

d’avirlu pi’ maritu qualche vota,

ca fimmini arristàru li du’ mostri,

ca trasfurmati fòru pi’ magia.

Di pisci veramenti avia l’aspettu

stu granni  piscaturi missinisi,

ca manu e peri sunu veri pinni,

apposta fatti pi’ natari a mari.

Ristava a moddu tra li scogghi a ripa

e nta lu mari funnu, lu cchiù funnu,

e dintra l’acqua pari ca  jucassi

facennu trinchillanza cu’ li pisci.

Lu sappi stu discursu Federicu,

Suvranu  di l’imperu di ddi tempi.

ca vinni nta citati di lu strittu

pi’ vidiri piscari a Colapisci.

Ci dissi, appena vitti ddu purtentu:

-Dici la genti ca piscari sai

Tuttu quantu  nto mari s’arritrova.

Videmu siddu è vera sta manfrina.

Riportami ccà, sutta a li me’ peri,

sta cascia china d’oru ca t’ammustru

e poi la jettu dunni si ni cala,

nto mari lu cchiù funnu di sti parti.

Si tumma Colapisci cu’ sulerzia 

turnannu  a galla cu’ la cascitedda

ca fu jttata a mari di lu re.

-Bravu! – ci dissi Federicu allura –

Videmu si mi trovi st’autra cosa,

ca a mari jettu senza cumplimenti. –

ed accussì dicennu la curuna,

pigghiata di la testa, jetta a mari

Non si scumposi ancora Colapisci,

ca risulutu scinni a mari e torna

mustrannu tra li manu la curuna.

-Videmu - dissi lu sommu Federicu –

si ripurtari sai l’aneddu d’oru

ca portu nta lu jtu ed è nicuzzu.

-ed accussì dicennu, comu fussi petra

Nto mari lu subissa e poi s’assetta.

Aspetta cu’ pacenza e cu’ custanza

ca Colapisci ritunassi a galla.

Tummavu Cola nta lu mari funnu,

circannu di truvari l’anidduzzu,

ma mentri scinni finu a jusu vitti

ca la culonna sutta di Missina

era cadenti e stava pi’ cascari.

Non ci pinsò du’ voti Colapisci

a teniri cu’ forza lu pilastru

ed arristari ddocu eternamenti,

pirchì non affunnassi la Sicilia.

Pari ca fussi ssa colonna rutta,

‘nu vrazzu di Tifeu, lu giganti,

ca cunnanavu Giovi tempu arreri

ad essri sustegnu nta lu mari

di la Sicilia nostra terra amata.

 

Di sta liggenda ni parrò Calvino

scritturi allittiratu tempu arreri

dicennu ca si cunta  peri peri

sta storia di Nicola e Federicu,

Ma siccomu cu cunta e cu ricunta

ci jungi sempri a junta o cangia i cosi,

si dici ca lu granni Federicu

scantatu ca Sicilia scumparissi

a Colapisci, ch’ era catanisi

ci dissi chiaru, chiaru  ca scinnissi

nto mari suttastanti la muntagna

ed accussì astutassi ‘u fucularu

e Catania sarvassi di lu focu.

-Sissignura - ci dissi Colapisci-

- ‘u fucularu astutu da muntagna.

Catania è salva, ma bruciatu restu

e cchiù non tornu a galla pi’ cuntarlu.-

A mari si tummavu Colapisci

purtannusi d’appressu nu vastuni.

Lu tempu passa ma non torna a galla

ca sulu lu vastuni bruciacchiatu.

 

                                 

Traduzuione

 

La Leggenda di Colapesce

 

Dove si narra che Cariddi e Scilla

a tutte le ore fanno mulinelli

con l’acqua del mare ballerino

si dice pure che vivesse lì

facendo il pescatore un uomo forte

che si chiamava Cola detto Pesce

perché pescando pesci con la rete

nel mare si buttava senza ambascia

e di essi ne prendeva una caterva.

Lasciavano nuotare a Cola Pesce

Scilla e Cariddi senza fargli danno

perché speranza nutrono nel cuore

d’averlo per marito qualche volta,

ché femmine restaro questi mostri,

che trasformati furo per magia.

Di pesce veramente avea l’aspetto

sto grande pescatore messinese,

cui mani e piedi sono vere  pinne

apposta fatte per nuotare a mare.

Restava a mollo tra gli scogli a riva

e nel profondo mare, lo più fondo,

sembrava che giocasse dentro l’acqua

giocando allegramente  con i pesci.

Lo seppe Federico sto discorso,

sovrano dell’impero di quei tempi

che Messina raggiunse sullo stretto

per vedere pescare Colapesce.

Gli disse appena vide quel portento:

-Dice la gente che pescare sai

tutto quanto nel mare si ritrova.

Vediamo se l’è vera questa fiaba.

Riportami qua sotto I piedi miei

sta cassa piena d‘oro che ti mostro

e poi la butto dove se ne scende

nel mare ch’è più fondo in questo punto.

Si tuffa Colapesce con solerzia

tornando a galla con il cofanetto,

che fu buttato al mare dal sovrano.

-Bravo! – gli disse Federico allora -

Vediamo se mi trovi un’altra cosa,

che butto a mare senza complimenti. –

E ciò dicendo  la corona afferra

dalla testa buttandola nel mare.

Per nulla ancor turbato Colapesce,

che scese ben deciso a mare, torna

mostrando tra le mani la corona.

-Vediamo – disse il sommo Federico

Se riportare sai l’anello d’oro,

che porto all’anulare  ed è minuto –

Così dicendo, come fosse pietra,

lo butta a mare e poi si siede in trono.

Aspetta con pazienza e con costanza

che Colapesce ritornasse a galla.

Si tuffa Cola nel profondo mare,

Cercando di trovare l’anellino,

ma mentre scende su quel fondo vede

che la colonna sotto di Messina

era cadente e stave per cadere.

Non ci pensò due volte Colapesce

a puntellar  con forza quel pilastro

e lì restare per l’eterntà,

perché non sprofondasse la Sicilia.

Sembra che fosse la colonna rotta,

un braccio di Tifeo, condannato

dal sommo padre Giove a sostenere

in mare la Sicilia terra amata.

 

Della leggenda ne parlò Calvino,

crittore letterato tempo addietro,

dicendo che si narra in ogni luogo

la vicenda di Cola e Federico,

ma siccome chi narra e chi rinarra

qualcosa aggiunge o cambia senza meno,

si dice che quel grande Federico

temendo che Sicilia scomparisse,

a Colapesce, che era catanese,

gli disse chiaro, chiaro che scendesse

nel mare sottostante la Montagna

a spegnerne per sempre il focolare

e Catania salvasse dalla lava.

-Sissignore – gli disse Colapesce –

Il fuoco spengo sotto la Montagna

Catania è salva,  ma bruciato resto

e più non torno a galla per narrarlo.-

A mare si tuffava Colapesce

portandosi d’appresso un bel bastone.

Il tempo passa ma non torna a galla

che solo quel bastone bruciacchiato

Parra Fulippa

 

 

  

  

 

 

 

Questo il testo del Manzoni: L’addio ai monti di lucia.

 

Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme;l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose;le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a’ suoi monti. Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.Questa la mia poesia in siciliano

L’Addiu a li munti di Lucia.

 

     Addiu , muntagni persi

 fora  di l’acqua sciuti,

e sparpagnati in celu;

cimi diversi, noti

a cu’ tra vuautri  crisci,

e fissi nta la menti

comu parenti siti;

turrenti vurticusi,

di cui lu scrusciu senti,

comu chiddu ca fusssi

di la secunna  casa;

villini janchi e russi 

d’attornu sparpagghiati,

comu  a lu maggiu pecuri;

addiu, pi’ sempri addiu!

Quantu è bruttu lu passu

di cu’,vi vitti crisciri

e  s’alluntana e manca!

A la manera stissa

di chiddu soru, soru,

ca si ni va cuntentu

cu’ la spiranza  certa

d’aviri cchiù furtuna

nta nautra terra nova

e nta lu stissu tempu

chiangi e bruttu ci pari

circari la spiranza

di divintari riccu,

si meravigghia tostu

di la so’ decisioni

e vulissi turnari

arreri e non pinsari

ca  riturnassi  ‘n-jornu

riccu. filici e chinu.

 Quantu cchiù lu chianu vidi,

tantu chiiù l’occhiu  stancu

arreri si ritira

scuntentu  e straburutu

di dda viduta sempri

pariggia e scunsulata;

l’aria morta ci pisa;

s’avvia scuntentu e mutu

versu di l’abitatu;

li casi a casi accantu,

li strati a strati dopu

ci levanu lu ciatu,

vidennu li palazzi

ca lu frusteri ammira,

ripensa amaramenti

all’ortu nicareddu

di lu so paisi anticu,

a dda casa nicuzza

ca pensa d’accattari

quannu riccu ritorna

tra sti muntagni amati.

Cu’ non ha statu mai

‘na sula vota almenu

di sti pinseri afflittu

si malasorti agghica

all’antrasatta e premi!

Cu’ , alluntanatu a forza

di parenti e amici

nun ha pruvatu mai

lu perfidu frastornu

di perdiri spiranza

e fidi di turnari

a vidiri sti munti,

assicutannu cosi

ca canusciri ‘un vuleva

e poi mai, mai pinsari

lu mumentu precisu

di putiri turnari

a rividirli ancora.

Addiu casa nativa,

unni assittatu soru,

cu’ pinseri ammucciati

s’imparava a capiri

senza sapirli ancora

tra l’ascutati passi

chiddi vuluti forti

e chiddi non graditi.

Addiu casa furastera,

casa taliata a casu

di cursa tanti voti

passannu cu’ disiu,

ca la menti pinsava

di viviri tranquilla

in vesti di muggheri.

Addiu Chesa di Diu,

dunni sirenu l’animu

turnò cantannu lodi

a lu Signuri in cruci;

unni era già prumissu

e priparatu ‘n-ritu,

unni ammucciata in pettu

nutreva la spiranza

d’avirlu binidittu

e vidiri agghicatu

l’amuri decretatu

perenni e santu; addiu!

Tanta filicità

ca li muntagni dunanu,

lu è pi’ tuttu e giova

puru a li figghi dopu,

ca trovanu ‘na vita

assai cchiù duci e granni.

 

 

 

 

 

 

Sproloquiando sulle Illusioni con una mia amica, mi è venuto in mente il ricordo di un grande assertore delle illusioni, come panacea del pessimismo che affligge l’umanità: Ugo Foscolo. Questo poeta romantico,  superò il pessimismo,  che affliggeva il Leopardi , grazie alle illusioni. Per lui anche l’amor di patria era un’illusione … Lo voglio ricordare facendovi leggere una mia rivisitazione della sua opera  più significativa in siciliano.

 

                                I SEPOLCRI                                          

                           Di Ugo Foscolo.

 

    All’ummira di l’arvuli pizzuti,

sutta  petri di chiantu cunfurtati,

è menu  tintu u sonnu di la morti?

Siddu pi’ mia lu suli la finissi

di nutricari cu lu so caluri

sta terra ricca d’erbi e d’animali

e si mi capitassi di firmari

l’anni futuri di la vita mia

e d’accussì nun ascutari chiùi

lu sonu  arcanu di li versi toi

ed iu stissu finissi di cantari

l’ amuri  beddu  di l’antichi vati,

unicu spinnu di lu me’ campari

privu  d’affetti  e di la patria mia,

pensi ca stari misu sutta terra,

dintra na tomba allicchittata e tali

di renniri distinti l’ossa mei

di l’autri morti sparpagghiati in terra,

dunari mi putissi  gran ristoru?

E’ veru sulamenti o Pindemonti

ca puru  l’ultimu spinnu di l’ omu, 

la spiranza,  li tombi sfuggi e lu tempu

li cummogghia di l’ ummira murtali

assemi all’ossa ca su’ dintra misi,

ca cangianu d’aspettu e sunu santi.

 

      Ma pirchì l’omu ancora vivu trema

pinsannu di muriri all’antrasatta?

Non campa forsi sutta terra misu

si la luci ci agghica nta lu pettu

di lu pinseri di li so parenti?

Non sulu bedda ma divina pari

sta rispundenza d’amurusi sensi

ca  fa campari cu l’amicu mortu      

e sentiri li cosi ca pruvava

quann’era vivu, si lu corpu giaci

sutta la terra matri ca l’accogli

all’ummira di ‘n-arvulu frunzutu,

sutta nu cippu di sculpita petra

ca lu difenni  di l’offisa gravi

di lu scunchiusu tempu e di lu volgu.

 

       Sulu cu ‘un lassa eredità d’affetti

nun havi cura di la tomba quannu,

sia ca, spirdutu, dopu di la morti

tumma nta l’infirnali strati oppuru

si godi u Paradisu nta lu celu,

ed abbannuna lu so’ corpu fremmu

a la disolazioni di lu tempu

senza ascutari  vuci di cu’ chiangi

supra na tomba leggia, c’ammustrari

non poti la so’ facci e lu so’ vantu.

 

     Di cancillari all’occhi di la genti

la nova liggi imponi li sepolcri

e di nun ammiscari morti e vivi

dintra li mura di li borghi antichi.

Pi’ chistu giaci senza tomba giusta

ddu gran sant’omu, ca pi’ tia, Talia,    

virdi chiantavu  d’arvuli  nta terra

na caterva d’eternu e santu alloru ,

facennuti curuni c’appizzava

supra l’artaru  ca t’apprisintava

e tu divina  di la to biddizza

ad iddu lu surrisu ci ammustravi.

Ora non vidu la to facci e mancu

lu ciavuru cchiù sentu di l’ambrosia

ca tu spannevi tra li rami, o Musa,

di st’arvuli ca sunu spogghi  e nudi

senza guardari l’onorata tomba

di lu gran vecchiu,  c’addumari tutta

di luci e  di grannizza ormai non puoi.

Forsi tu vaghi erranti tra li fossi

di Campusanti novi e cerchi invanu

lu postu scanusciutu dunni posa

la sacra  testa e dormi u to Parini,

di sangu lurda  pi’ tagghiati testi,

di genti ca murivu dicullata.

Forsi  tu senti l’arraggiati cani

arriminari l’ossa scummigghiati

e la civetta nesciri gracchiannu

di ‘n-abbannunata crozza nta la terra

e svulazzari tinta in celu ancora

tra l’arvuli pizzuti ed a li stiddi

cuntistari la luci ca si vidi

luntanu di li cruci sparpagghiati

nta campagna senza nomu e paci.

Vani sunu li sbrizzi d’acquazzina

e li prigheri ca la notti spanni,

pirchì nun nasci mai supra li morti

nuddu ciuriddu ca non posi l’omu.

 

    Di quannu l’omu fu custrettu a dari

la giusta sepultura a cu’ mureva,

privannu belvi d’impietosu pastu,

fastusi tombi foru fatti in casa

c’altari  sunu di l’umanitati

pi’ cilibrari antichi fatti e patria

e nta li chesi tumulati foru

li morti sutta di lu pavimentu

senza ca nuddu lamintari  intisi

lu fetu di lu catalettu e mancu

di fantasimi l’appariri mestu.

Fu  daccussì ca nta l’antichi corti

sarbati foru  pi’ l’eternitati

li corpi di la genti ca cuntava

ed iu spirava di truvari in casa

‘n-agnuni nica dunni ripusari,

secunnu la buntati di cu’ campa

ca cilibrari voli lu ricordu.

 

A santi cosi  addumanu la menti

li tombi di la genti ca fu forti

e fannu cumpariri  a tuttti granni

la terra ca li serba o Pindemonti

Ju quannu vitti la tomba di dd’omu

c’ammustra quantu sunu tinti e latri

li guvirnanti in capu, dicennu comu fari

pi’ stari a galla, oppuru i monumenti

di chiddu ca  dda bedda Chesa  fici

a Roma pi’ li  Santi  e di chidd’autru

ca  lu misteriu  di lu firmamentu

canusciri ni fici  finalmente.

gridai cuntentu  cu’ li vrazza in celu:

“terra filici si’  o patria mia,”

pi’ tuttu chiddu ca  natura ammustra

di ciumari ca d’Appenninu scurrunu

e di gioghi e terri assulati e ricchi

di casi, di vitigni ed autri pianti

e puru tu Firenzi ca sintisti

li versi prima di to’ figghiu Danti

e chiddi di Petrarca ‘nnammuratu,

ma chiù di tuttu pi’ chiddu c’ ammustri

di monumenti ed opiri superbi,

ch’è valurusu vantu, cancillatu

non pututu di genti supirchiusa,

c’ oscurari non sannu u to valuri.

E, siddu ci ni veni  vuluntati 

e spinnu, cca venunu l’italiani

a sentiri lu stimulu d’onuri.

 

Ccà, unni l’Arnu e cchiù desertu, vinni

Vittoriu  Alfieri, ad ispirarsi quannu

currucciatu  sinteva lu duluri

pi’ la pirduta paci ed ora mutu

eternamenti vivi e l’ossa soi

sunu d’amuri pegnu  sempri vivu

pi’ chista nostra amata Patria granni.

Ah,si!  Supra di st’ossa appari e parra

lu Numi di l’amuri pi’ la Patria,

chiddu stissu quannu  Persiani e Greci

li vitti  cumbattenti a  Maratona.

Lu marinaru tannu  ca lu mari

passau vicinu  a l’isula  d’Eubea,

vitti lu scintilliu  di  spadi e d’elmi

ca ‘si scuntravanu tra d’iddi, focu

d’accatastati  piri pi’ li morti

e curriri cavaddi scalpitanti

supra li morti stinnicchiati in terra,

mentri lu sonu si sinteva forti

di li trummi strepitanti e lu cantari

di li vuci vilati di la morti.

Ancora tu, Ippolito filici,

pirchì  stu mari navigatu fu

di tia picciottu e vidiri putisti

li furtunati costi d’Ellespontu,

unni si cunta ca ristaru l’ossa

d’Aiaci  nta lu funnu ‘nsemi all’armi

ca d’Achilli foru e nun ebbi Ulissi.

   E puru ju filici,  pirchì   disiu

Iri mi faci randagiusu e tristu

ca  mi scigliu la Musa pi’ parrari

d’antichi eroi nta stu munnu novu.

Unni deserti e ruvinusi mura

di tombi fannu mustra di l’antichi 

nostri Patri, ca vinniru di Troia,

custodi sunu li divini Musi,

ch’ etrnamenti dunanu valuri

a chista nostra disulata terra.

Comu sti petri assuntumati e tristi

ricordanu l’imprisi di li Greci,

ma serbanu nta l’urni li Penati

di chiddi ca mureru cummattennu

e  non sunu e non furunu scurdati,

accussì facemu eterni li tombi

de nostri antichi Patri e Dei Penati

e  nun facemu  ca secunna Troia

divintassi  la nostra amata terra.

E vui, palmi e cipressi, ca li nori

di Priamu cu’ lacrimi crisceru,

l’urni cupriti di li nostri patri

e d’ummira non fatili suffriri

e nuddu s’azzardassi di sciancari

cu’ l’accetta li zucca e li ramagghi

pirchì diventa piccaturi forti

contru  natura , Patria ed anchi Diu.

Guardiani siti di li nostri patri

e nun cissati di ristari ddocu

finu a quannu d’Omeru nautra vota

arrivari viditi traballanu,

la figura ca trasi nta li tombi

ed addumanna a chiddi ca ci sunu

la storia  di la morti e di la vita.

Li tombi allura tremanu d’arduri,

parrannu  ancora di la persa Troja

e la   vittoria di l’antichi Greci.

Ed Ettori di chiantu havi l’onuri,

unni  è cunsidiratu sacru u sangu

virsatu pi’ la patria e finu a quannu

di luci u suli chista terra inonda.

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia terra è sui fiumi stretta al mare, dice Quasimodo. Parla della Sicilia, ma la sua memoria più valida ne è il mare di Siracusa, la foce dell’Imera, i pianori d’Acquaviva dove il Platani rotola conchiglie. Ma la mia terra, la mia Sicilia, non ha fiumi, e dal mare è lontana come se fosse al centro di un continente

                                               Leonardo Sciascia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

APPUNTI DI GRAMMATICA SICILIANA

 

NOMI

I nomi  di cose in siciliano sono maschili e femminili. Generalmente, al singolare quello maschile finisce per  “u” , quello femminile per  “a”.

Al plurale sia il maschile che il femminile feniniscono per  “i”

Esempi:

Al singolare: ‘a strata (la strada) ,         al plurale:    i strati

          “          ‘u cannistru (il cesto),              “          i cannistri        

AGGETTIVI

Gli aggettivi seguono le stesse regole dei nomi ai quali si accompagnano

 

AGGETTIVI DI POSSESSO

Mio, tuo suo ( italiano singolare)     in siciliano miu, me’, to’  so’ 

Mia, tua, sua              “                               “       mia, me’, to’, so’                             

Miei, tuoi, suoi (singolare plurale)     in siciliano  i me’,  i to’,  i so’

Esempi:  mio  nonno    à   me’  nannu

               Mia  nonna    -à  me’  nanna

               Questo è mio -à  Chistu è miu ---- Questa è mia -à chista è mia        

I miei nonni, i tuoi, i suoi --à  I me’ nanni, i to’, i so’

 

AGGETTIVI DIMOSTRATIVI

Qesto, codesto, quello -à  Chistu , chiddu.  Al feminile  chista, chidda

Al plurale sia maschile che femminile: chisti,  chiddi

PRONOMI PERSONALI:

Io tu egli noi voi essi -à  Iu, tu, iddu, nui (nuautri), vui (vuautri), iddi

ARTICOLI DETERMINATIVI

Il, lo, la -à  i, lu, la,  (nelle  lu  e  la  a volte la l si elide e diventano:‘u  ‘a )

Inoltre  lu   e  la  si apostrofano quando sono seguite da una parola che inizia per vocale   e diventano  l’

Esempi: ‘u  nannu (il nonno)  ‘a nanna (la nonna) ,  i nanni ( i nonni, le nonne).  L’acqua (l’acqua)  … L’omu ( l’uomo)

Al plurale  i gli le  -à i , li

Pertanto è chiaro che il siciliano distingue il maschile ed il femminile soltanto al singolare, mentre al plurale non fa alcuna distinzione.

ARTICOLI INDETERMINATIVI

Un, uno, una -à   ‘nu  ‘na;  “un”  può  anche essere scritto ‘n-(nome)

Esempi: Un mondo -ànu munnu  oppure  ‘n-munnu . Inoltre nu e na  apostrofano se seguiti da un nome che ha inizio per vocale:                            Esempi:  ‘n-arvulu (un albero). In alcuni casi la u e la a scompaiono e la n si lega alla parola come in questi esempi:

un altro, un’altra -à nautra,  nautru

VOCALI

Le vocali in siciliano sono come quelle italiane: a,e,i,o,u . Attenzione il suono delle vocali non corrispondono a quelli inglesi, ma a quelli italiani.

Le particelle  di,a,da, in, per, con, su –tra à di,a, da, in, pi’, cu’, supra , tra  e come in italiano possono unirsi agli articoli: con dei leggeri cambiamenti                 del, dello, della  -à di lu ( che può anche essere  du), di la ( o anche da)

Degli, delle -à di li  stesse regole  anche per le altre particelle  con gli articoli determinativi ed indeterminativi.

NEGAZIONE

La nagazione in siciliano si ottiene mettendo “nun” prima del verbo

No, non, mai  --à  no , nun, mai . -- nun può anche risultare  ‘un

Esempi: 

Non me lo dire  -à Nun mi lu diri. 

Non mi pare vero!  -à  ‘un  mi pari  veru!               

Dico la verità -à dicu lu veru  .     Non dico la verità -à nun dicu lu veru

PRONOMI RELATIVI

Che -à ca    Esempio: le cose che ti dico -à i cosi ca ti dicu

VERBI

Il siciliano nel coniugare i verbi generalmente non usa il congiuntivo.né il condizionale indicativo, né tanto il futuro, sostituendoli di preferenza col presente indicativo. – Vi sono verbi regolari ed irregolari come in italiano ed anche i due verbi ausiliari  essere -àessiri  ed avere -à aviri

Coniugazione di essiri

Io  sono  -à iu sugnu.  Tu sei -à tu  si’.  Egli è -à iddu è

Noi siamo  -à nui semu.  Voi siete ---Vui siti

Io ero, tu eri, egli era, noi eravamo,voi eravate, essi erano si traducono in

Iu era tu eri iddu era nui eravamu vui eravati iddi eranu

Io fui tu fosti egli fu, noi fummo voi voste essi furono si traducono in

Iu fui, tu fusti, iddu fu, nui fummu, vui fosti,  iddi furunu.si può ricorrere anche al passato remoto con l’ausiliario aviri (ma anche essiri) ed il participio passato “statu”

Iu haiu statu, Tu ha statu iddu ha statu nui avemu statu, vui aviti statu iddi hannu statu oppure iu sugnu statu , tu si’ statu, iddu è statu nui semu stati vui siti stati, iddi sunu stati

Verbo ausiliare  aviri

Io ho, tu hai egli ha noi abbiamo, voi avete essi hanno si traducono in

Iu haiu, tu hai, iddu havi, nui avemu, vui aviti, iddi hannu

Io avevo, tu avevi, egli aveva, noi avevamo, voi avevate, essi avevano -à

Iu avevu, tu avevi, iddu aveva, nui avevamu, vui avevate, iddi avevanu

Io ebbi, tu avesti, egli ebbe, noi avemmo, voi aveste, essi ebbero -à

Iu haiu avutu, tu hai avutu, iddu havi avutu, nui avemu avutu, vui aviti avutu, iddi hannu avutu

 

Non mi dilungo sui verbi irregolari perché il siciliano , se può ricorre sempre ai verbi ausiliari aggiungendo il participio passato.del verbo che fa l’azione od anche l’infinito.

 

ANALISI LOGICA

 

Le regole sono come quelle italiane: ogni periodo è composto da un nominativo soggetto che compie l’azione, da un verbo che esprime l’azione e dei vari complementi che possono essere d’oggetto, di termine, ecdi luogo , ecc., ecc.

Ad ogni periodo principale, possono essere aggiunti periodi secondari collegati con pronomi relativi ed altro.

La punteggiatura è come in italiano

 

Concettualmente il siciliano altro non è che una lingua neolatina parallela all’italiano, al francese, allo spagnolo ed anche al romeno, cioè, è una volgarizzazione della lingua latina, venuta a contatto con altre parlate  dei Galli, del Celti, ed altri popoli detti in genere “barbari”