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Manuela Filiberta di Savoiano

di Pippo Nasca

Pippo Nasca

 

 

  

 

MANUELA FILIBERTA DI SAVOIANO

 

 

 

 

 

 

 

                                           *********************** 

 

  

 

 

A CAMPAGNA D'ETIOPIA

 

 

Introduzione

 

 

Prima che inizio a parlare di questa storia è necessario
che  spiego  la  situazione  politica  di  quand'è  iniziata,
partendo dai fatti antecedenti alla campagna d’Etiopia, che
ebbe per scopo la sua colonizzazione da parte del regime
fascista. Ciò per avere un quadro chiaro degli eventi che si
succedono  nel  racconto,  dove  i  personaggi  si  muovono,
mescolandosi a quelli storici, in un groviglio di vicende
che consentono al lettore di conoscere e valutare gli acca-
dimenti, le cui conseguenze, per certi versi, continuano a
persistere.

Tra  il  3  ottobre  del  1935  e  il  5  maggio  del  1936  si
svolse la guerra d'Etiopia, che vide contrapposti il Regno
d'Italia e l'Impero d'Etiopia. Fu la campagna coloniale più
grande  della  storia  italiana  e  fu  anche  un  conflitto
altamente simbolico, dove il regime fascista impiegò una
grande quantità di mezzi propagandistici con lo scopo di
impostare e condurre una guerra in linea con le esigenze di
prestigio  internazionale  e  di  rinsaldamento  interno  del
regime stesso, volute da Benito Mussolini, con l'obiettivo
a lungo termine di orientare l'emigrazione italiana verso
una nuova colonia popolata da italiani e amministrata in
regime di apartheid sulla base di una rigorosa separazione

 

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razziale.

Nonostante una dura resistenza, le forze etiopiche furo-
no  soverchiate  dalla  superiorità  numerica  e  tecnologica degli italiani e il conflitto si concluse con l'ingresso delle forze di Badoglio nella capitale Addis Abeba.

Una delle conseguenze cui venivano sottoposti i soldati Italiani,  che  per  malaugurata  sorte  cadevano  nelle  mani degli abissini, vivi o morti, feriti o no, era quella di essere sottoposti alla immediata castrazione.

Non appena catturati, li legavano come tanti salami e,
strappati i calzoni, con un colpo secco tagliavano loro i
testicoli, lasciandoli dissanguare. Nel caso che restavano
vivi, li sgozzavano con un colpo di pugnale alla gola.

Quest’usanza era invalsa come ritorsione allo scorretto comportamento  dei  soldati,  proiettati  alla  conquista  del-
l’impero, voluto dal Benito nazionale.

Mi spiace ammetterlo, ma i nostri soldati, tutte le volte
che  conquistavano  un  villaggio,  prima  di  darlo  alle
fiamme, non tralasciavano di stuprare le donne, qualunque
fosse la loro età. In questo erano simili a bestie assatanate
che sfogavano i loro istinti sessuali senza ritegno e senza
rispetto.

Per inquadrare bene nel tempo questo racconto, credo sia necessario spendere qualche rigo di chiarimento.
     Per  intenderci  l’episodio  della  partenza  del  primo contingente per la guerra di Etiopia, avvenne alla fine del 1935 o forse all’inizio del 1936, quando mio padre ancora celibe  e  proprio  a  causa  della  mancata  partenza  per l’Etiopia,  decise  di  sposarsi.  Era  già  fidanzato  con  mia madre e fu così che io nacqui nel 1937.

 

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Mi preme evidenziare il clima politico di quei giorni.

Il Duce era già in sella al governo da quasi un decennio
e armeggiando con i suoi metodi, improntati al chiaro-
oscuro politico internazionale, si barcamenava in materia
di  politica  estera,  seguendo  le  vicissitudini  tedesche  e
inglesi. Egli vedeva la politica estera in funzione del suo
rafforzamento  in  seno  all’Italia  e  allo  stesso  fascismo.
All’inizio non lasciava capire una tendenza del suo futuro
appoggio alla politica aggressiva tedesca. Anzi nel 1930
aveva  condiviso  con  l’Inghilterra  i  Patti  di  Stresa,  che
volevano porre un argine alle aspirazioni di Hitler.

A Mussolini non era piaciuta tanto l’annessione del-
l’Austria alla Germania, che rendeva meno sicuri i confini con quest’ultima in fase espansionistica.

Al tempo si temeva che a Hitler sarebbe potuto venire
il ghiribizzo di riprendersi il Trentino e il Sud-Tirolo. Per
di più l’adesione a quei  Patti gli consentiva di acquisire
meriti di paciere e prestigio in seno alle Nazioni Unite, da
sbandierare in Italia per far crescere il suo consenso inter-
no  e  imporre  con  maggiore  incidenza  il  suo  dispotismo
politico.

Fu in questo periodo che varò la nuova legge elettorale,
che sanciva la lista unica dei candidati da lui stabiliti con
l’abolizione di altre liste e dei partiti, tranne il Fascismo.

Per  quanto  il  Duce  sembrasse  di  voler  costruire  un argine  contro  le  mire  germaniche,  al  contempo  friggeva dal  desiderio di  imitarle per dare  corpo alla sua idea di rifondare l’impero romano dei secoli scorsi.

Purtroppo le condizioni economiche delle casse italiane
non gli consentivano di fare la stessa politica spavalda e

 

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aggressiva  di  Hitler,  ma  pur  di  realizzare  il  suo  sogno,
cercò di ottenere il massimo con il minimo sforzo, cercan-
do di individuare le nazioni più deboli da conquistare. Una
di questa fu l’Albania, che capitolò senza colpo ferire; la
sua  conquista  si  rivelò  una  passeggiata  per  il  nostro
esercito e, deposto l’inetto Re Zog, Vittorio Emanuele III
diventò Re d’Italia e d’Albania.

La seconda nazione individuata fu l’Etiopia, un paese
povero e senza risorse quanto l’Albania, confinante con la
Somalia, già colonia italiana, decantato dalla propaganda
come un paese ricco di tesori e di metalli utili all’industria
italiana.  Fu  proprio  intorno  agli  anni  trenta  che  il  Duce
cominciò a ideare una guerra nei confronti di quest’ultima
nazione,  preparandone  i  presupposti  in  maniera  subdola
con  le  famose  leggi  autarchiche  che  imponevano  agli
italiani di risparmiare sulle spese interne per dirottare le
risorse economiche alle esigenze militari, preminenti per
gli interessi dello Stato.

Dopo  un’accurata  preparazione  e  una  superficiale
valutazione della situazione, finalmente, nonostante la sua
posizione  in  seno  alle  Nazioni  Unite,  dopo  aver  creato
degli strumentali incidenti di frontiera, il 2 ottobre 1935,
dal balcone di Palazzo Venezia annunciò che la guerra con
l’Etiopia era iniziata.

«Abbiamo  pazientato  quarant'anni.  Ora  Basta!»  disse con voce ferma e convincente. La reazione delle Nazioni Unite furono le sanzioni economiche contro l’Italia, che non colpirono  i prodotti petroliferi, utili  per condurre la guerra,  anzi  favorirono  il  traghettamento  della  politica estera italiana verso quella tedesca.

 

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Queste sanzioni nelle mani del Duce si trasformarono
in  leve  da  usare  per stimolare l’odio  nei confronti  della
perfida  Albione  (l’Inghilterra),  che  voleva  impedire  al-
l’Italia di mettere le mani sulle tante decantate ricchezze
dell’Etiopia,  facendogli  farneticare  future  aggressioni  al
Canale di Suez, a Malta e allo Stretto di Gibilterra, per
distruggere il suo mondo coloniale, e non solo questo.

Tali  sanzioni  gli consentirono  di  spremere meglio  gli Italiani e di alleggerire le loro tasche, con la decurtazione del 12% degli stipendi statali e con la famosa operazione della donazione dell’oro alla Patria.

Dagli anulari della mano sinistra di tutte le coppie di sposi scomparvero le fedi auree, per dar luogo a quelle di alluminio,  fornite  dallo  Stato  in  sostituzione  di  quelle spontaneamente donate.

Si  insinuò  in  seguito  che  non  tutto  l'oro  prese  la  via
dell’erario dello Stato, ma che furono dirottate nelle tasche
di qualche gerarca; lo scandalo fu messo a tacere e fu solo
glorificata la dedizione e l’amor di Patria degli Italiani.

La  guerra  contro  l’Etiopia  non  fu  un'operazione
semplice così com'era stata prospettata, poiché il Negus
ricevette  gli  aiuti  militari  dalle  Nazioni  Unite,  diventate
ostili  all’Italia,  e  il  Duce  fu  costretto  a  inviare  altri
contingenti  militari,  provvedendo  anche  alla  rimozione
dell’inetto  comandante  generale  De  Bono,  in  compenso
promosso Maresciallo d’Italia e sostituito dal più energico
e incisivo generale Badoglio.

Fu  necessario  impiegare  anche  l’aviazione,  all’inizio
non prevista, per bombardare le postazioni militari. Tale
impiego, in verità fece arricciare il naso al Duce, poiché

 

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determinò  un  rafforzamento  non  gradito  della  posizione politica di Italo Balbo e aizzò maggiormente la propagan-
da delle Nazioni Unite contro l’Italia per l’eccidio della cittadinanza civile coinvolta.

Sì,  Italo  Balbo! Anche  costui  era  un  problema  per il Duce.  Per  lui  rappresentava  un  pericolo  costante, emergente dalla situazione interna. Ne temeva la crescente fama, temendo che potesse scalzarlo dal posto di capo del Fascismo e del governo.

 

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LA RACCOMANDAZIONE FATALE

 

 

La malaugurata sorte di cadere vivo tra le mani degli abissini  era  capitata  al  camicia  nera,  Paolo  Nascara, volontario, che per fortuna era riuscito a riportare a casa, se non le palle, almeno la vita.

Durante un combattimento, una decina di camerati, tra i quali c’era anche lui, erano stati soverchiati da un’orda di abissini, e nonostante la strenua difesa, finite le munizioni, furono tutti catturati, svestiti, e castrati. In seguito, alcuni degli uomini armati da coltelli affilati, avevano sgozzato quelli che trovati ancora vivi.

Il povero Paolo, avendo capito la situazione, nonostante l'atroce dolore, quando giunse il suo turno, si guardò bene dal lamentarsi e si finse morto.

Fu così che rimase vivo e dolorante.

Subito dopo, per fortuna, avvenne un rovesciamento di fronte, e quando le truppe italiane avanzarono, proiettate alla  conquista  di  Addis  Abeba,  Paolo  fu  raccolto  dalla Croce Rossa Italiana e portato in un ospedale da campo dove fu curato, e dopo rimpatriato in Italia.

Paolo Nascara, per andare a combattere in Etiopia, si
era fatto raccomandare e grazie ad influenti amicizie, era
riuscito  a  scalzare  un  certo  Paolo  Nasca,  arruolato  in
precedenza.

 

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Il Nascara non era un Camicia Nera qualunque.  Invo-
gliato dalla propaganda e coinvolto dalla sete di grandezza
dell’Italia,  aveva  contribuito,  e  non  poco,  alla  conquista
del potere fascista, punendo i sovversivi con il manganello
e costringendoli talvolta alla purga con l’olio di ricino.

Insomma, avendo partecipato alla marcia su Roma, era
un  milite  fortemente  motivato  e  aspirava  a  coprirsi  di
eroismo e di gloria, in occasione della conquista dell’ago-
gnato  posto al sole  e quando si presentò come volontario
per combattere in Etiopia, rimase male nel sentirsi dire che
ormai  i  posti  erano  stati  tutti  coperti  e  che  occorreva
attendere una successiva chiamata, nel caso vi fosse stato
bisogno.

Era  opinione  comune  che  quel  contingente  sarebbe bastato a conquistare l’Etiopia; quindi, chi non partiva era escluso dalla gloria della sicura conquista.

La propaganda aveva ottenuto il suo effetto.

Quanti partivano volontari, erano pienamente convinti che la guerra in Africa fosse poco più che una passeggiata. In  fondo si trattava di combattere contro uomini neri di razza inferiore, armati malamente di lance e coltelli, tra l’altro felici di essere conquistati da quel popolo grande e civile, che era quello italiano.

“Faccetta nera, bell'abissina

Aspetta e spera che già l'ora si avvicina! quando saremo insieme a te,

noi ti daremo un'altra legge e un altro Re”.

Questo ritornello, alternato all’inno di Mameli, veniva
strombazzato dalla Radio, assieme ai bollettini dei prepa-

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rativi militari, e ai roboanti discorsi del Duce, trasmessi direttamente da Palazzo Venezia a Roma.

Il  Camicia Nera Paolo Nascara non poteva arrendersi
dopo essere stato imbottito dalla propaganda convincente
e lusinghiera. Non poteva! Lui, con tanto di fez in testa e
quella camicia nera che indossava con religioso orgoglio
anche quando andava a dormire, non poteva essere escluso
da quella sicura e storica gloria annunciata, dopo tutto ciò
che aveva fatto per la causa.

Nel  suo  paese  d’origine,  Gravina  di  Catania,  aveva
indossato fin da subito la camicia nera, aveva fatto buon
uso del manganello sul groppone di viddani ribelli, aveva
fatto ingoiare il salutare olio di ricino a qualche facinoroso
sindacalista e addirittura aveva schiaffeggiato in pubblico
il maresciallo dei carabinieri. Certo quella volta fu dura e
dovette  ringraziare  i  camerati  per  averlo  fatto  sfuggire
dalle grinfie degli sbirri e non finire in gattabuia.

Per queste ragioni si presentò al gerarca capo-manipolo
e dopo aver romanamente salutato chiese di voler essere
aiutato a esternare il suo furore patriottico. Di sicuro gli
faceva gola la lauta paga prevista per quell’impresa, ma
Paolo  ribadiva  che  non  era  questo  il  motivo  del  suo
disappunto.  Voleva  raggiungere  l’apoteosi  e  la  giusta
ricompensa del suo fremente amor di patria per L’Italia, il
Re e il Duce.

Tanto girò per le sedi del Fascio di Catania e tanto si
dette  da  fare  che  infine  riuscì  a  salire  sul  piroscafo  per
l’Abissinia, con sulle spalle lo zaino, il fucile e l’elmetto,
lasciando  a  casa  la  giovane  moglie  e  anche  una  figlia,

 

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ancora neonata.

Il bacio, l’abbraccio e le lacrime di pianto della moglie
e di gioia sue, nonché la foto con la bandiera tricolore ac-
canto, l’inno nazionale che si accompagnava alle ovazioni
nei confronti del Duce, fecero parte della partenza degli
eroi, conquistatori di un nuovo corso ancora più nuovo e
glorioso.

Da quella partenza aveva inizio lo storico evento della rifondazione dell’impero romano e lui, col suo moschetto e con il suo bagaglio di grandi aspirazioni patriottiche, era tronfio e felice di essere tra i futuri eroi.

Anche  lo  sbarco,  avvenuto  in  suolo  già  conquistato dall’Italia  in  Somalia,  colonia  italiana  in  precedenza acquisita, non dette fastidio.

Fu soltanto dopo che la conquista dell’Etiopia si rivelò
abbastanza dura per la resistenza opposta dagli indigeni,
trovati laceri e scalzi, ma in possesso di armi abbastanza
efficienti, fornite da altre nazioni opposte all’Italia e alla
Germania. Difatti, la perfida Albione, come l’Inghilterra
era  indicata  dalla  propaganda,  era  intervenuta  a  difesa
dell’Etiopia fornendo armi modernissime e con le sanzioni
contro l’Italia.

 

 

 

 

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LO SCAMBIO DI PERSONA

 

L’opportunità dell’arruolamento era abbastanza ghiotta per il suo avvenire. Lui non voleva fare la fine del fratello Ciccio, che per la sua avversione al fascismo era rimasto inchiodato in paese senza arte né parte.

Anch'egli coinvolto dalla propaganda fascista, credeva a tutto ciò che Mussolini predicava, peraltro senza il fanatismo eccessivo del momento. Polo Nasca credeva di poter  ritornare  dall’Etiopia  con  un  gruzzoletto,  raccolto con il premio del suo volontariato, e acquisire nello stesso tempo dei meriti in seno alla società.

D’altronde non vi era altra prospettiva nel suo paese, se non quella del lavoro nei campi, pur avendo già appreso il mestiere di falegname ebanista, di sicuro sviluppo, ma al momento non tanto richiesto.

Non  pensava  che  in  quell’impresa  militare  avrebbe potuto  lasciarci  la  pelle.  Credeva  fermamente  a  quanto veniva predicato dalla propaganda.

Qualche giorno dopo dall’avvenuta partenza del piro-
scafo  per  l’Abissinia,  il  giovane  Paolo  Nasca  nativo  di
Grammichele, si presentò alla casa del Fascio di Catania
per  conoscere  la  motivazione  del  suo  mancato  precetto,
nonostante la conferma dell'arruolamento volontario, a suo
tempo notificata.

Nessuna comunicazione era arrivata a casa del giovane
aspirante volontario, regolarmente arruolato. Si trattava di

 

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mio padre, allora giovanissimo, e anche lui alla ricerca di
una  fetta  di  gloria  e  del  pezzo  di  pane  giornaliero  da
guadagnarsi.

«Non può essere camerata» gli fu semplicemente detto.
«Dai nostri documenti risulta che tu sei partito. Come fai a
essere ancora qui? Mica hai disertato fuggendo a nuoto?»

«Chi, io? Ma se non stavo aspettando altro di partire.
Com’è scritto qui, su questo foglio, firmato dal Podestà.
Dovevo  attendere  soltanto  di  essere  avvisato  del  giorno
della partenza. Non mi è arrivata nessuna comunicazione e
solo ieri ho appreso dalla Radio che la nave dei volontari è
già partita ed è per questo che sono venuto a informarmi.»

«Impossibile» fu la risposta. «Risulta che sei imbarcato e avendo dato conferma del ricevimento del precetto, sei stato anche avvisato in tempo utile.»

«Non ho ricevuto nulla né firmato nessuna conferma di ricevimento» fu la sua risposta.

«Bella  questa...»  affermò  il  gerarca,  grattandosi
dubbioso il mento. «Vediamo che cosa ci sta sotto a questo
imbroglio».

Prese un altro registro, quello con i verbali d’imbarco e
scorse  le  righe  velocemente  con  il  dito.  Al  numero
corrispondente al nome di Nasca Paolo di Gr di CT, vi era
un altro nome del tutto simile: Nascara Paolo di Gr di CT.

«Che significa quel Gr? Tu sei di Gravina di Catania? Ma ti chiami Nasca o Nascara?»

«No, sono di Grammichele in provincia di Catania e mi chiamo Nasca e non Nascara» fu la risposta secca.

 

 

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«Ho  capito  tutto,  camerata!» rispose  il  gerarca,  dopo
aver verificato la tessera d’iscrizione al fascio. «Ti hanno
fatto  le  scarpe!  Al  posto  tuo  è  partito  un  certo  Nascara
Paolo di Gravina di Catania»  disse  grattandosi ancora il
mento. «È stato facile modificare il cognome. N-corpu di
pinna o cuntrariu.»

«Allora?» domandò il mancato volontario.

«Allura, nenti! Che cosa vuoi fare? Si vede che costui
era cchiù ammanigghiatu di tia. È così la vita... Chi ci voi
fari?».

«Che significa accussì è la vita? Voglio fare ricorso al
Duce. Dovevo essere io a partire. Voglio sapere chi mi ha
imbrogliato».

«Non concluderesti nulla. Figurati se il Duce, con tutto
il da fare che ha, possa occuparsi di una tale sciocchezza.
La pratica sarebbe affidata a qualcuno, che direbbe esserci
stato un banale errore. E poi per la Patria o lui o tu non ha
importanza. Ciò che conta è che il posto sia stato coperto.
Se si fosse trattato di diserzione, sarebbe stato diverso. Il
caso si sarebbe finito davanti al plotone d’esecuzione! Sei
stato fortunato. Qui il caso è opposto. Capisci, camerata?
Bonu facisti a veniri. Così si è chiarito tutto. Avresti potu-
to passare i guai, mittennu ca t’attruvava ccà, mentri ave-
vi a essiri ddà.

«Sì, ma io sono stato defraudato di un diritto, che mi toccava. Dovevo essere io a partire».

«Eh, tu non sai. Con la giustizia militare non si va tanto
per  il  sottile.  Vai  a  farlo  capire  ai  giudici  della  Corte
Marziale che sei stato raggirato. Quelli avrebbero pensato
che ti eri pentito  di partire. Certo, hai ragione a sentirti

 

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danneggiato  per  non  poter  partecipare  a  questa  gloriosa
impresa,  ma  un  tuo  ricorso  non  approderebbe  a  nulla,
poiché è meglio ignorare gli imbrogli che sono fatti sotto
banco.  La  scoperta  dell’inganno  darebbe  solo  fastidio  e
imbarazzo, perché la cosa più importante per il regime è
che tutto sembri giusto, bello, leale e senza macchia. Se
poi  c’è  qualche  sbavatura, cosa  vuoi che conta?  Meglio
ignorarla.  Dopo  tutto,  tu  o  un  altro,  cosa  vuoi  che  sia
rilevante  ai  fini  del  risultato  finale  della  conquista
dell’Etiopia?! Ascuta a mia, è megghiu starisi mutu e fari
finta di nenti. Ci fai cchiù figura.»

A Paolo Nasca non restò che salutare, romanamente piccato, girare i tacchi e andarsene.

Da quel giorno mise da parte la camicia nera e fu anche
tentato  di  strappare  la  tessera  del  Partito  in  faccia  al
Podestà, ma non lo fece perché questo avrebbe significato
la sua morte civile e la certezza di non poter trovare alcun
tipo di lavoro in Italia, guadagnandosi solo la nomea di
sovversivo, così com’era accaduto al fratello Ciccio, che
mai  si  era  voluto  iscrivere  al  Partito  ed  era  rimasto  a
vivacchiare a Grammichele.

Non partecipò più alle alle adunate, alle manifestazioni
patriottiche,  parate  militari  e  quant’altro  aveva  praticato
nell’ultimo  periodo  e,  ricordandosi  di  avere  un  mestiere
che  avrebbe  potuto  rendere  bene,  cominciò  intanto  ad
accettare  quel  lavoro  di  segantino  che  gli  si  offriva  a
Caltagirone, nel bosco di Santo Pietro, e a dedicarsi al
lavoro saltuario di ebanisteria, finché non fu richiamato,
essendovi in aria odore di guerra imminente.

 

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Che fare? Non poteva non rifiutarsi. Fu tentato di farlo,
per protesta al torto subìto, ma capì che quest’ultima gli
sarebbe costata cara. Tuttavia si presentò e fu assunto
come operaio militarizzato col grado di sergente maggiore
dell’aviazione, dove gli fu assegnato il compito di riparare
gli  aerei  che  ritornavano  a  Catania  sforacchiati  dalle
mitragliatrici nemiche.

Vi chiederete cosa c’entrasse il mestiere di falegname con gli aerei militari. Vi dirò che era pertinente perché i nostri aerei, allora, erano rivestiti non da lamiere, ma da compensato verniciato e i buchi provocati dalle pallottole venivano riparati con una tecnica particolare.

Sì,  i  nostri  aerei,  i  famosi  caccia  che  andavano  a
bombardare Malta erano di compensato verniciato!
     Fu così che Paolo Nasca, mio padre, durante la seconda guerra  mondiale,  trascorse  la  vita  militare  a  peregrinare per gli aeroporti di fortuna della Sicilia, tappando i buchi da  mitraglia  ai  nostri  aerei,  riuscendo  a  conservare  la propria pelle e anche i suoi attributi maschili, che invece furono lasciati in Etiopia da quel povero Paolo Nascara, suo  sostituto  volontario  alla  conquista  del  fantomatico impero romano.

Non tutti i mali vengono per nuocere ed io forse non
sarei qui a scrivere e raccontare questa vicenda! Infatti,
mio padre, fallito il suo tentativo di partire per l’Etiopia,
nel 1936 pensò solo a sposarsi e l’anno successivo nacqui
io.

 

 

 

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L’INSODDISFACENTE CARRIERA

 

Paolo  Nascara,  quando  rientrò  in  Italia,  fu  insignito
della  Croce  di  Guerra,  della  Medaglia  d’argento  e  di
diritto fu inserito tra gli eroi del Fascio, con la promessa di
ricevere  in  futuro  importanti  incarichi  di  responsabilità.
Intanto, trasferito a Roma, fu intruppato nella Milizia che
sostituiva le Regie Guardie del passato Governo.

La sua menomazione fisica passò sotto silenzio. Tanto
non si vedeva. Si sapeva che fosse stato ferito in Etiopia,
ma nessuno conosceva in quale parte. Anzi non si sentì più
parlare  della  sua  perdita  di  efficienza  sessuale.  Sarebbe
stato disdicevole e disonorevole per il regime il fatto che
un eroico gerarca di grande spessore e utilità per lo Stato,
fosse stato evirato da quattro negracci selvaggi. Del resto
l’efficienza  che  mostrava  con  fierezza  era  in  grado  di
occultare quel neo. L’eroismo talvolta fortifica e rende per
di  più  gli  uomini  più  sodi  e  corpulenti  e  lui  lo  era.  In
sostanza il  suo  aspetto era diventato  più prestante  e più
imponente, così come avviene ai capponi del pollaio che,
esonerati da certe incombenze, finiscono per ingrassare e
diventare sempre più maestosi.

Intanto  era  diventato  uno  dei  personaggi  chiave  del
partito, acquisendo i meriti per una folgorante carriera.
     La  moglie,  grazie  alle  sua  conoscenza  della  lingua francese e del tedesco, era riuscita a inserirsi nel tessuto del  partito,  sfruttando  il  suo  notevole  aspetto  e  la  sua formazione. Nonostante il suo impegno politico, dopo il

 

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rientro del marito dall’Etiopia, oltre alla prima figlia, ne
mise al mondo un’altra e in seguito anche un figlio.
     Ufficialmente  il  padre  di  questi  altri  due  figli  era  il marito,  con  il  quale  conviveva  e molte  volte  compariva nelle serate di gala. In effetti non lo era, poiché in Etiopia aveva  lasciato  i  suoi  testicoli  e  con  essi  la  facoltà  di generare.

Si vociferava che il padre naturale di questi due ultimi
era  il  Podestà  in  persona,  con  il  beneplacito  dell’eroico
marito. D’altronde il Nascara, pur di non far trapelare la
sua  menomazione,  aveva  accettato  che  sua  moglie
frequentasse un sostituto, purché nulla si sapesse e fosse
salvo il loro onore, che coincideva con quello della Patria,
del Partito e della Famiglia.

Nonostante  l'apparente  riservatezza  della  famiglia,  di tanto in tanto qualche pettegolezzo affiorava.

 

 

 

 

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ITALO BALBO E TULLIO PETRONELLI

 

 

Il  Podestà,  oltre  a  essere  un  bell’uomo,  era  pure  un
illustre personaggio del mondo fascista. Per altri meriti era
riuscito a imporsi nel mondo politico. Era un altro eroe del
partito, una persona che sapeva imporre con eleganza la
sua personalità. Si trattava dell’ex maggiore pilota Tullio
Petronelli, luogotenente del famoso Italo Balbo, che si era
permesso il lusso di dare del tu al Duce, di trattarlo con
molta e forse eccessiva ironia, lasciandoci pure le penne,
ovvero le ali del suo aereo.

Il Duce, più che essere gratificato del comportamento
di  Italo  Balbo,  ne  era  sinceramente  frastornato  e  faceva
buon viso a cattivo gioco. Diciamo che si faceva piuttosto
scuro in viso tutte le volte che se lo trovava attorno,
amichevolmente  sfottente  e  gioviale,  pronto  a  sfornargli
qualche battuta piccante e per niente gradita. Questo suo
fedele, ma sopportato camerata, aveva raggiunto una certa
notorietà, per il comportamento da guascone molto gradito
dal popolo.

La sua popolarità era accresciuta dopo aver trasvolato
l’Atlantico con il suo aereo, dall’Italia all’America, dove
era  stato  accolto  con  tutti  gli  onori,  assieme  all'amico
luogotenente Tullio Petronelli e tutto il Gruppo di volo.

Un  personaggio  fondamentale  per  il  PNF,  capace  di attirare  intorno  a  sé  le  simpatie  del  popolo  e  di  sicura fedeltà al Fascismo e al suo Capo riconosciuto.

 

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Per motivi di convenienza, non poteva essere ignorato dal regime né tanto meno dal Duce, poiché portava molta acqua al mulino, anche se nei suoi riguardi il sospettoso Mussolini diventava sempre più guardingo.

Non  gli  piaceva  proprio  la  sua  fama:  avrebbe  potuto oscurare lo splendore della sua figura, né tanto meno le sue guasconate che mostrava con sfrontatezza.

Non gradiva che lo si additasse come un suo successore alla guida dell’Italia e del PNF, anzi questa diceria non gli faceva dormire sonni tranquilli la notte.

Purtroppo Mussolini, come tutti i dittatori, non era una
persona  che  amava  circondarsi  di  persone  di  un  certo
spessore  e  di  una  certa  eminenza  di  pregi.  Più  che  la
gelosia  era  la  paura  che  qualcuno  potesse  detronizzarlo
dalla sua posizione di preminenza. Per questa ragione tutti
i suoi collaboratori erano delle mezze cartucce, gente che
brillavano sì di luce propria, ma giusto quel tanto da non
intaccare il suo splendore. Preferiva avere  dei manichini,
degli  obbedienti ossequiosi e persone di una intelligenza
limitata, che al momento opportuno li sostituiva per paura
che crescessero troppo e lo mettessero all’angolo.

Da questo punto di vista non risparmiò nessuno dalla
sua fisima. Nemmeno quel Galeazzo Ciano, che sposò sua
figlia, e che alla fine non esitò a farlo fucilare insieme a
Grandi, De Bono e altri che ebbero l’ardire di metterlo in
minoranza. Mussolini trovava sempre il modo per elimi-
nare diplomaticamente i possibili camerati emergenti e tali
d'ambire alla sua carica di capo indiscusso di tutto.

Nei confronti di Italo Balbo, in verità si sentì spiazzato.
Il pensiero che lui fosse indicato come il numero due del

 

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regime, quindi il suo successore, lo disturbava parecchio e non  sapeva  proprio  come  levarselo  di  torno.  La  sua defenestrazione  non  sarebbe  stata  accettata  dal  popolo fascista e questo era un grande pericolo.

Anche se Italo Balbo dimostrava di essergli fedele, quei
suoi atteggiamenti di cameratismo estrinseco e largamente
manifestato, lo colpivano nel vivo. Per di più la sua fama
di valente pilota, di aver organizzato l’aviazione italiana,
di aver attraversato l’oceano atlantico con un primato da
numero uno, lo sconvolgevano, ma rendevano sempre più
insolubile il suo problema.

Un metodo precedentemente applicato con successo a
un altro personaggio altrettanto scomodo, con il Balbo non
attecchiva, non era valido. Lui era troppo perfetto, troppo
fascistamente   completo.   Era   troppo   fedele   questo
probabile aspirante alla sua leader-ship e che aveva anche
il difetto di possedere dei meriti che lui riconosceva di non
avere.

Mi riferisco a Gabriele D’Annunzio, il poeta soldato,
che tanti  problemi gli creò  con  quelle sue guasconate  e
fughe in avanti senza il suo consenso in Dalmazia, e con
quella sua teoria di alternativa al fascismo. Gli fu allora
facile  studiare  la  sua  personalità  e  individuare  il  suo
tallone d’Achille, consistente nello scarso acume politico e
nell'immensa fame di denaro che lo assillava per realizzare
le  sue  megalomani  e  faraoniche  idee,  tanto  da  renderlo
vulnerabile e addomesticabile oltre ogni limite.

Gli fu altrettanto facile relegarlo in quella sua fantastica
villa  del  Vittoriale,  inondandolo  di  denaro  a profusione,
che lo stimolava sempre più a insistere nella raccolta di

 

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cimeli, opere d’arte e quant’altro idoneo a stupire i posteri.
     Tanto a lui bastava e tanto gli dava per renderlo docile e sottomesso.

Il D’Annunzio rinunziò spontaneamente alle sue vedute politiche, che poi non erano per niente incisive, dimenticò lui in prima persona e anche il popolo le sue eroiche gesta per dedicarsi al suo sogno di artista.

In questa posizione di beato isolamento il grande poeta soldato non solo non gli dette più fastidio, ma fu utile alla sua  opera  di  progressione  al  potere,  additandolo  come esempio e sacra icona del fascismo.

Il maggiore Tullio Petronelli, amico di Italo Balbo e al
pari  di  lui,  gioviale  e  altamente  invadente,  era  intimo
amico  dei  coniugi  Nascara  e  non  si  faceva  scrupolo  di
baciare e abbracciare la moglie di Paolo con troppa enfasi,
lasciando spazio alle illazioni, che in verità erano certezze.
Né  la  signora  sembrava  restia  ad  accogliere  le  sue
effusioni  di  amicizia,  che  alimentavano  non  poco  i
pettegolezzi del regime, tutto basato sull’efficienza della
figura  maschile.  Tuttavia,  il  Petronelli  non  turbava  la
psiche di Mussolini, che lo considerava di poco conto e di
poca  aspirazione  al  potere,  dal  momento  che  si
accontentava  di  scopare  la  moglie  di  quello  stupido  e
infingardo milite che si era lasciato tagliare i coglioni in
Etiopia.

No, proprio no, il Petronelli non era da temere. Era una persona  controllabile  e  di  secondaria  importanza.  Il  suo diretto capo sì, quello era da eliminare. Ma come?

 

 

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MANUELA FILIBERTA DI SAVOIANO

 

 

Chi era la moglie di Paolo Nascara, eroe d’Etiopia  e
gerarca  di  mezza  tacca,  assurto  agli  onori  del  partito,
avendo  perso  le  palle  durante  una  disgraziata  azione  di
guerra?

Indubbiamente una donna di una certa rilevanza, che la
sapeva  lunga  in  materia  di  uomini  e  di  potere,  che
senz'altro non mirava ad alte cariche nel partito, tra l’altro
al tempo non previste. Tuttavia era una persona quadrata,
che sapeva sfruttare le situazioni a suo vantaggio.

Manuela Filiberta di Savoiano, detta Berta, presunta nobildonna, di non certa aristocratica schiatta, oralmente tramandata in seno alla famiglia.

Ma chi era costei?

Com’era diventata la moglie del Nascara? Da dove veniva?

Di chi era figlia?

Quali erano le sue aspirazioni e i suoi desideri?

 

La  fama,  sempre  più  avvalorata  da  recenti  ricerche
storiche, vuole che il primo Re d’Italia, al secolo Vittorio
Emanuele II di Savoia, nonostante il suo cruccio relativo
all’unità  d’Italia  e  di  non  essere  insensibile  al  grido  di
dolore degli italiani, avesse una particolare inclinazione a
incrementare il numero dei suoi sudditi, prestando la sua
opera generante in maniera del tutto continua, costante e

 

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sagace nel suo piccolo stato originario, a ridosso della Francia, il Regno di Piemonte.

Al suo lontano avo e capostipite della famiglia, Bianca-
mano di Savoia, e ai suoi discendenti, era andata molto
bene  essendo  riusciti  ad  allargare  i  confini  del  piccolo
principato della Savoia. A lui andò ancora meglio, essendo
diventato Re d’Italia, anche se gli costò la cessione della
Savoia alla Francia, in cambio del Lombardo-Veneto.

Comunque  siano  andate  le  cose  (che  il  fido  Camillo
Benso Conte di Cavour del resto dimostrava di saper
giostrare egregiamente) nel suo piccolo Piemonte Vittorio
Emanuele II amava  andare  a caccia  non solo di  selvag-
gina, ma anche di fanciulle. In particolare ve n'era una che
frequentava  spesso  e  con  molta  passione.  Era  la  bella
Rosina,  di  cui  tutti  parlavano  e  tacevano.  Anzi  ne
parlavano ma con parecchio tatto e circospezione. Tant’è
che  molti  contadini  si  rivolgevano  a  Lei  per  avere  dei
favori da parte del Re.

A quei tempi non era uno scandalo essere l’amante di
un Re, anzi era considerato un onore. Un vecchio prover-
bio siciliano diceva che i corna di Re, nun sunu corna, per
significare che era nella facoltà del Re andare con una sua
suddita, senza che il marito si ritenesse curnutu.

Si racconta che prima di uscire a cavallo per andare a
trovare  la  bella  Rosina,  il  Re  le  facesse  pervenire  una
missiva, raccomandandole di non lavarsi, poiché l’odore
del  suo  corpo  al  naturale  lo  inebriava  e  lo  rendeva  più
sensibile e focoso. A quanto pare gli faceva accrescere
l’impulso  dello  stallone.  Non  so  fino  a  che  punto  le
preventive mancate abluzioni igieniche fossero  vere, ma

 

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cosa certa è che Vittorio Emanuele II non disdegnasse di portarsi a letto le suddite che gli piacessero, senza curarsi di lasciarle incinte e se fossero pulite o meno. Ma pare che non disdegnasse nemmeno le nobildonne.

Si dice anche che avesse dato qualche ripassatina alla
cugina  di  Cavour,  la  Contessa  di  Castiglione,  prima  di
cederla a Napoleone III, in veste di ambasciatrice del
Piemonte in Francia e spia-ruffiana scelta del nuovo regno
sabaudo.

Salvo che non si trattasse di una vanteria della famosa Contessa,  la  notizia  dovrebbe  essere  vera,  essendo  stata testualmente  raccontata  tra  le  note  autobiografiche  della donna  fatale,  che  tra  l’altro  si  vantava  di  essere  stata imperatrice di Francia, per più di una notte nella sua vita, e in precedenza anche regina d’Italia.

 

Com’è possibile constatare a un certo livello politico i nostri capi di governo, regnanti e simili personaggi, anche in passato, come ai nostri giorni, non hanno mai cessato di approfondire certi argomenti di natura amatoria.

Cambiano  i  personaggi,  le  donne,  i  luoghi,  ma  la
sostanza è sempre quella. Una volta queste donne erano
chiamate amanti se non putte e adesso invece escort.

Una volta andavano bene le stalle olezzanti di letame o
la campurella alla clorofilla, adesso sono di moda le ville
verdeggianti e i castelli antichi e non ci si scandalizzava
per certe cose che avvenivano e avvengono a tutti i livelli.

Sorvolando sulle altre relazioni del focoso Re Vittorio,
sembra che i rapporti con la bella Rosina, oltre ad aver
reso quest’ultima ricca e in possesso di un certo potere,

 

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l’abbiano fatta divenire madre di reali rampolli, i quali il
Re non omise di proteggere e insignire di onorificenze e
vita agiata. Uno di questi fu un certo Emanuele Filiberto
Piemonte,  cognome  da  trovatello,  nominato  in  seguito
Conte di Savoiano.

Ebbene, Manuela Filiberta di Savoiano, detta Berta, in
Nascara,  si vantava d'essere discendente dal nobiluomo in
questione e che nelle sue vene scorresse sangue reale, lo
stesso del Re Sciaboletta, nipote di Vittorio Emanuele II,
suo avo in pectore.

Ecco dunque che la signora in questione, forte della sua
nascita, da giovanissima  aveva aderito  all’astro sorgente
del  Fascismo,  che  era  stato  supinamente  accettato  dalla
monarchia  sabauda  in  occasione  della  marcia  su  Roma,
nonostante  il  parere  discorde  dell’allora  Presidente  del
Consiglio  dei  Ministri,  che  lo  aveva  consigliato  di  far
intervenire l’esercito.

Berta, fortemente interessata alle vicende politiche del
suo  casato, sosteneva che il Re aveva fatto bene a dare
l’incarico  a  Mussolini  di  formare  il  governo  e  di  dargli
quei poteri che difficilmente avrebbe mai ottenuto senza il
suo consenso.

Per lei, il suo lontano cugino era stato lungimirante e
anche opportunamente intelligente. Aveva salvato l’Italia
dal caos in cui era precipitata dopo la fine della guerra del
1915/18, che era stata vinta dall’Italia, ridotta però in stato
di fragilità economica. Questo era il suo pensiero, essendo
del tutto coinvolta nelle spire della dialettica fascista cui
aderiva. Ma lasciando stare le vicende storiche, Manuela
Filiberta  di Savoiano, detta Berta, imbevuta dalle nuove

 

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idee,  fu  felice  di  indossare  la  gonna  scura  e  la  camicia bianca, divisa emblematica delle giovani donne fasciste, e a frequentare le palestre del partito, partecipando alle oceaniche manifestazioni del sabato fascista, alle sfilate, ai giochi  ginnici  del  cerchio  e  dei  nastri  tricolori,  pur non trascurando  il  ricamo  e  l’arte  della  gestione  domestica della famiglia, secondo la rigida mistica fascista, assurta come fondamento della politica statale.

Fu durante una di queste manifestazioni a Roma, dove
si era trasferita assieme alla famiglia, proveniente dalla
lontana  Torino,  che  conobbe  un  ardente  Camicia  Nera
siciliano, dai baffetti alla moda e dai capelli impomatati di
brillantina. L’incontro non fu del tutto casuale e innocente
e si trasformò fin da subito in una relazione fissa.

Al tempo non si parlava di convivenza, ma grazie al-
l’aderenza  al  partito,  erano  liberi  di  frequentarsi  e  di vedersi  senza  alcun  pregiudizio.  Nulla  di  riprovevole  in questo,  ma  le  usanze  d’allora  imponevano  di  mantenere segreta la loro relazione.

I due si incontravano di nascosto.

 

 

 

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L’INCONTRO CON PAOLO NASCARA

 

La mattina in cui  Berta, e Paolo si incontrarono era un sabato, il giorno della settimana assurto al rango simbolico di sagra settimanale fascista.

Mussolini,  con  molto  acume,  per  intensificare  la  sua
simpatia nel popolo e nel fascismo, non a caso convinto
della forza persuasiva del vezzo degli imperatori romani di
dare al popolo non solo il  panem ma anche i  circenses,
decise di  istituire il  cosiddetto  sabato fascista, che altro
non era se non l’anticipazione della giornata domenicale.
Lasciando  al  Papa  e  al  Vaticano  la  gestione  del  riposo
domenicale, da destinare a Dio con la Santa Messa.

Con l’intento di non attirarsi le antipatie dei cattolici, già non buone nei confronti del nuovo regno Italiano e dei Savoia, credette bene di far precedere la domenica da un sabato  festivo,  tutto  laico  e  fascista,  da  dedicare  alle manifestazioni patriottiche.

Lo scopo evidente era quello di bilanciare nel popolo l’influenza  fascista  con  quella  cattolica,  ottenendo  nello stesso tempo il plauso per la riduzione delle ore di lavoro settimanali, regalando un giorno in più di riposo.

Tuttavia il vero motivo era d'indottrinare più facilmente il popolo con la sua politica fascista, infarcita tra l’altro da attività sportive, oltre calle corpose conferenze di partito all’insegna del Fascio, dell’orbace e del fez.

Non a caso si cominciò a parlare di  mistica fascista,
una materia nuova che gareggiava, o scimmiottava quella

 

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cattolica. Fu il periodo della militarizzazione a tappeto di tutta la nazione fin dalla nascita.

Appena nati, gli italiani diventarono figli della lupa, poi
balilla, indi avanguardisti e infine militi effettivi. Fu anche
il periodo dell’obbligo  del matrimonio  e della condanna
del celibato.

In  verità  gli  uomini  erano  liberi  di  non  sposarsi  ma dovevano  pagare  la  tassa  sul  celibato,  che  cresceva  nel tempo. Più  si era  celibi e più la  tassa cresceva. O ci  si sposava o si rischiava di pagare sempre di più.

Le donne, in questo caso furono avvantaggiate, perché
escluse  dal  provvedimento  in  questione,  ma  l'esclusione
sanciva  in  modo  evidente  che  il  diritto  di  scelta  del
matrimonio era esclusivamente di pertinenza maschile.

Il  giorno  che  Berta  conobbe  Paolo,  si  era  recata  a Campo di Marte, in veste di spettatrice, dov'era prevista una  manifestazione  ginnica  con  l’intervento  del  Duce  e delle massime eminenze fasciste.

Berta era in compagnia di Lucia, l'amica del cuore, una
giovane romana, molto coinvolta nelle attività di partito,
che frequentava da quando si era trasferita nella capitale.
In quest’occasione, le presentò il fidanzato, il milite Paolo
Nascara, un giovane catanese, trasferitosi a Roma, dov'era
stato assegnato.

Lucia gliene aveva talmente parlato che le sembrò di
conoscerlo già da tempo. Paolo era un bel giovanotto, alto,
imponente, coi baffetti appena accennati ma ben curati e i
capelli neri, intrisi di brillantina, gli facevano risaltare gli
occhi  scuri,  rendendoli  lucidi  e  penetranti.  Indossava  la

 

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classica divisa orbace della milizia con il fez e il distintivo del fascio in evidenza sulla sinistra del petto e sul cappello che gli dava un’aria piuttosto imponente.

La stretta di mano fu preceduta dall'impeccabile saluto
romano, fin dal primo momento Berta si sentì osservata
con un certo  interesse  che la  turbò  non poco. Provò  un
lungo brivido alla schiena nello stringerle calorosamente
la mano.

Gli occhi di Paolo la esplorarono dalla testa ai piedi.

Anche  Berta  lo  soppesò  da  cima  a  fondo  prima  di
giungere  alla  conclusione  che  era  un  bell’esemplare  di
uomo  e  che  la  descrizione fatta in precedenza da Lucia
corrispondeva al vero. Fu a questo punto che confidò a se
stessa,  con  stupore  e  rabbia,  che  le  sarebbe  piaciuto
sentirsi  accarezzata  da  quell’uomo,  anche  baciare  e
anche... Perché no? Tutto il resto!

Non poteva però ignorare quel senso di rabbia che le saliva nell’intimo, sapendo che Paolo apparteneva già a Lucia. Sapeva che mai poteva accadere ciò che pensava e per questo soffocò l'incedere dei pensieri. Ma non poteva negarsi che le piaceva e come se le piaceva!

Come  sempre,  mostrò  un’apparente  freddezza  e  un
ferreo  controllo  delle  emozioni,  ma  lei  nel  suo  intimo
gustava il desiderio di far l’amore con un uomo, e la vista
di Paolo le alimentò con la fantasia il fuoco che ribolliva
nelle sue vene. Anche lei era alla ricerca di un amore cui
abbandonarsi, in vivo contrasto con l’educazione ricevuta,
e manifestava un carattere forte e deciso, con qualche
piccola paura. Berta aveva ricevuto un'educazione rigida e
improntata alla continenza e a tenere a bada gli slanci dei

 

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sensi. La madre era ligia ai principi di Santa Madre Chiesa e il padre, di tendenza liberale ma inflessibile con l’educazione di lei e del fratello.

Entrambi i genitori avevano influito  sulla formazione
del suo carattere. Tuttavia non vedeva l’ora di incontrare
l’uomo  giusto  per  abbandonarsi  ai  sogni,  buttando  alle
ortiche  gli  insegnamenti  familiari,  che  sembravano  dei
tabù  alla  luce  delle  nuove  idee  apparse  all’orizzonte.
Tuttavia aveva la paura di sbagliare. Non ammetteva che
la società le impedisse a non essere lei a scegliere, ma a
essere scelta.

Quel giovane fascista le sarebbe andato proprio a genio
per il concetto che lei si era fatto del suo futuro marito.
     Certo, marito. Non arrivava a concepire il rapporto amoroso  al  di  fuori  dal  matrimonio.  Anzi  pensava  che piuttosto non si sarebbe mai messa con un uomo senza il matrimonio,  secondo  gli  insegnamenti  ricevuti  dai  suoi. Le  sembrava  un’assurdità  ma  pensava  che  prima  fosse necessario sposarsi.

Il fascino dell’abito bianco la coinvolgeva, la tentava.
     Però,  quanto  sarebbe  stato  bello  senza  quel  vincolo assoluto. Queste cose rimescolava dentro di sé osservando il  fidanzato  di  Lucia,  preda  del  suo  dualismo  intimo  di moralità,  e  scacciando  ogni  cattivo  pensiero,  la  ritenne fortunata per aver trovato cotanto bel maschio da amare.
     L’amica le aveva detto chiaro e tondo che il loro amore non era platonico, fatto semplicemente di bacetti. Avevano fatto tutto. Chissà! Forse anche questa rivelazione faceva galoppare la sua mente.

 

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SABATO FASCISTA

 

 

La giornata di sabato era trascorsa serena e piacevole.
Dopo aver assistito alle esibizioni ginniche, al discorso del
podestà e al fiume di retorica fascista messa in atto dal
bravissimo Mussolini, che aveva sciorinato i recenti suc-
cessi all'estero e le sue remore nei confronti della politica
di  Hitler  per  il  suo  razzismo  dichiarato,  Berta,  Lucia  e
Paolo, si incamminarono lungo il viale fino a raggiungere
la più vicina carrozzella. Saliti a bordo, il contatto fisico
tra i tre fu quasi imposto. Paolo, con un braccio cinse la
vita  di  Lucia,  con  l’altra  mano  non  esitò  a  sfiorarle  i
fianchi.

Berta ebbe un sussulto. Pensò di reagire, ma si fermò
un po’ per prudenza, un po’ perché non le dispiacque. Però
si sentiva a disagio, non riuscendo a stabilire se la causa
fosse  dovuta  dalla  presenza  dell’amica  o  per  ciò  che
provava intimamente.

Quella giornata alla fine era giunta a degna conclusione
e Berta lasciò i due fidanzati, salutandoli affettuosamente.

In cuor suo Berta avrebbe voluto parlarne con Lucia, ma la ragione le disse che era meglio tacere. Tanto non ci sarebbe stata più una situazione analoga in futuro. In ogni caso non sapeva se disprezzare il comportamento di Paolo, o di aver gradito le attenzioni che in lei avevano suscitato qualcosa di mai provato prima.

 

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Erano trascorse due settimane dall’incontro con Paolo.
     Berta aveva messo a tacere tutte le sue contraddizioni fino a quando, si vide spuntare Lucia in lacrime.
     «Cos'è successo?» Le chiese preoccupata. «Cosa posso fare per te?» Incalzò.

«Nulla. Tu non puoi fare nulla» rispose singhiozzando. «Paolo mi ha lasciato. Ha detto che non mi ama più. Non mi vuole e non mi sopporta. Sono disperata.»

Per Berta fu una doccia fredda. Non le disse certo che
si aspettava che ciò succedesse. Avrebbe dovuto spiegare e
non le andava di raccontarle di quel giorno a Campo di
Marte. Cercò di consolarla dicendole che era meglio non
pensarci  e  che  quell’uomo  non  meritava  il  suo  amore.
Meglio dimenticarlo.

Sarà  stato  il  suo  consiglio,  sarà  stato  un  caso  o  la fortuna ma Lucia, dopo appena tre giorni, tutta raggiante le disse di essersi innamorata di un altro che le stava dietro da parecchio e che adesso se ne fregava di Paolo.

«Chiodo  schiaccia  chiodo»  le  disse  Berta  felice  e
contenta.

«Meglio così» fu la risposta.

 

Berta fu doppiamente contenta. Lucia aveva superato il
trauma  dell'abbandono  e  lei,  volendo,  avrebbe  potuto
incontrare  Paolo  senza  alcun  patema,  se  non  quello  di
poter essere piantata a sua volta. Ma non gliene fregava
proprio nulla se dopo l’avesse piantata. Lo voleva e basta.

 

 

 

 

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INIZIO RELAZIONE CON PAOLO NASCARA

 

 

Lucia,  dopo  quell’incontro  di  raggiante  felicità,
scomparve definitivamente dalla vita di Berta. In effetti
per  lei,  più  che  amica  era  una  conoscenza  un  poco  più
ravvicinata ma non profondamente affettiva. Di fatto cercò
di non frequentarla più, presa com'era dall’idea di  voler
rivedere Paolo, la loro amicizia sarebbe stata d’intralcio e
avrebbe potuto creare in lei dei risentimenti che voleva a
ogni costo evitare.

Aveva ancora tempo per decidere che cosa fare e come agire nei confronti di Paolo, poiché era convinta che quel birbante si sarebbe fatto vivo, e non si sbagliò.

Il loro successivo incontro fu pure casuale ma di fatto sperato e cercato da entrambi.

Questa  volta  erano  da  soli,  senza  testimoni  scomodi. Parlarono delle cose più stupide e infine arrivò il momento della giterella in carrozza.

Fu il primo bacio appassionato. Nessun altro discorso o
parola, niente fronzoli di voci appassionate, solo carezze e
bacetti non del tutto innocenti e profondamente intimi.

Al  momento  di  lasciarsi,  Paolo  le  propose  di  farle
conoscere la casa dove abitava da solo. Berta rispose di sì,
ma non quel giorno perché in serata aveva un impegno in
famiglia.  Rimandò  a  domenica.  Essendo  quel  giorno  il
solito sabato di prammatica, significò: domani.

 

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Berta e Paolo si incontrarono al Pantheon. Dopo aver consumato una piccola colazione alla caffetteria di fronte, si avviarono in una viuzza accanto, dove Paolo abitava al primo piano di un vecchio stabile.

Varcato  l’uscio  di  casa  e  chiusa  la  porta,  Paolo  la
abbracciò, la baciò e incominciò a spogliarla.
     Berta corrispose alle effusioni e dopo aver percorso il breve tratto di corridoio, in fondo al quale vi era la camera da letto, i due vi giunsero nudi come Adamo ed Eva.
     Fecero l’amore. Per Lei era la prima volta, ma non per questo  ne  fu  meno  intensamente  coinvolta.  Ed  era  stato come  se  l’avesse  fatto  da  sempre.  Per  lui  provava  un trasporto immenso, mai provato, anche se desiderato. Ed era stato bello, proprio come l’aveva sognato.
     Da quel giorno non smisero di vedersi e di incontrarsi a casa  di  Paolo.  Quando  stavano  insieme  Berta  si  sentiva appagata e felice di fare l’amore senza pensare a nulla. Era come vivere in un sogno, dove tutto era meraviglioso ma, a forza di amoreggiare clandestinamente, ai due amanti accadde l'irreparabile.

 

Un bel giorno Berta disse a Paolo che non aveva più le
“sue cose”. Era semplicemente gravida, come del resto fu
confermato da un esame clinico. Ma non fu un dramma
poiché loro due si amavano e decisero di sposarsi subito.

Misero su casa in quella abitazione vicino al Pantheon. Paolo era in milizia e percepiva uno stipendio e la moglie Berta, inserita nell’organizzazione delle Giovani Fasciste, aspirava di essere assunta in banca. Si prospettava per loro un avvenire radioso e sereno.

 

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LA PARTENZA DI PAOLO PER L’ETIOPIA

 

Nel frattempo che la vita dei giovani coniugi Nascara procedeva  nei  miglior  modi,  così  pure  la  gravidanza  di Berta, gli accadimenti della Nazione maturavano sotto la guida del Duce, al quale rinacque l’idea del “posto al sole” e della ricomposizione dell’Impero Romano.

A Mussolini non bastava più la campagna del grano né
la  bonifica  dell’agro  pontino.  La  propria  ambizione  era
proiettata verso la conquista del mondo. Incoraggiato dalla
funzione di arbitro internazionale a cui lo aveva promosso
la politica inglese, per bocca e volere del primo ministro
Eden. Dopo i patti di Stresa, incominciò a mirare sempre
più in alto ed ecco che ideò di ampliare la colonia italiana
somala in Africa dichiarando guerra all’Etiopia, nonché di
estendere il conflitto anche alla Turchia per estrometterla
dalla Libia.

Paolo Nascara in tutto ciò non poteva restare estraneo
agli impulsi patriottici del Duce, e nonostante avesse già
un incarico stabile nella milizia a Roma, chiese di essere
arruolato come volontario per la conquista dell’Impero.

Per quanto gli fu detto che la sua opera era più proficua
in Italia lui, protestando, voleva partire a tutti i costi.
     Si rivolse addirittura a un membro del Gran Consiglio del Fascio. E visto che a lui non si poteva scontentarlo, Paolo  fu  inserito  nell'elenco  dei  partenti  al  posto  di  un ignoto Paolo Nasca, scartato di punto in bianco con una

 

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piccola variazione furbesca sul verbale di partenza, senza
andare tanto per il sottile, correggendo appena il cognome.

Berta, mentre il marito partiva per l’Abissinia, non
potendo seguirlo perché donna, grazie alla fama di cotanto
patriottismo  del  coniuge,  riuscì  a  inserirsi  meglio  nel
partito, diventando una impiegata qualificata del Banco di
Roma. Qui fece valere la sua conoscenza del tedesco e del
francese, nonché il titolo di studio di ragioniera. Insomma
si dette da fare, muovendosi con grande determinatezza.

Di fatto era entrata nelle mire di un noto personaggio
che  stava  molto  in  alto  nella  gerarchia  e  non  esitò  a
sfruttarla.  Sicché,  mentre  il  consorte  combatteva  in
Abissinia  coprendosi  di  gloria.  Berta,  servendo  la  causa
del Duce, riuscì a intrufolarsi nelle maglie del potere.

Fu d’obbligo stampare qualche corno al marito, ma di nascosto e senza pubblicità. In verità una leggera forma di trasgressione che tutto sommato mise in atto con una certa partecipazione sentita.

Del resto Paolo nulla sarebbe venuto a sapere, e occhio che non vede, cuore non duole. L’importante per Berta era portare la famiglia sulla via del benessere e nell’interesse anche del marito, che ritornando, avrebbe trovato la strada del successo agevolmente spianata.

E dunque qualche corno gli stava anche bene per averla lasciata sola per rincorrere i suoi sogni di gloria.

 

 

 

 

 

 

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IL RITORNO DI PAOLO

 

 

Il rientro di Paolo, annunciato d'improvvisa, per ferite riportate in guerra, fu per Berta un fulmine a ciel sereno, sia  per  lo  stato  di  salute  del  marito,  sia  perché  vedeva turbato l’equilibrio che era riuscita a crearsi.

Attese con pazienza l’arrivo della nave che riportava in
Patria oltre al marito altri camerati feriti e anche i morti.

Quando  lo  abbracciò,  fu  felice  di  constatare  che  le
ferite  riportate  non  erano  visivamente  deturpanti,  ma
rimase di stucco quando seppe della menomazione da lui
ricevuta.

Il “coso” era al suo posto, ma imbelle, senza i pendagli
che un tempo lo adornavano, e che lei riteneva di poco
conto e invece erano il vero sostegno di tutto l’apparato.

Quella prima notte dal suo arrivo, fu un dramma. Baci, abbracci, piccoli morsi, carezze, ma tutto fu inutile.
     E così la notte successiva e tutte le altre a venire.

Berta  fece  buon  viso  a  cattivo  gioco  e  una  volta rincuorato il suo Paolo, gli disse che la cosa importante era che fosse ritornato vivo in Patria.

«A tutto c’è rimedio finché c’è vita» gli disse Berta.

Erno solo parole… ma che poteva aggiungere ai fatti se non parole?

Quello che c’era una volta, adesso non c’era più!

 

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Terminata  la licenza premio,  Paolo  fu  reintegrato  nel
corpo della milizia con il diritto a fregiarsi della Croce di
Guerra e della medaglia d’argento, che gli fu assegnata per
la  ferita  riportata,  che  non  fu  meglio  specificata  se  non
come lesiva della sua vita, come fu definita. Ebbe anche
una promozione di grado e un posto di grande rilevanza
nella sua Catania, dove pure la moglie si fece trasferire
presso la sede del Banco di Roma della città etnea.

Paolo  ricominciò  a  vivere  la  sua  vita  normale  di sempre, ma non tanto normale. I rapporti con la moglie erano cambiati e di molto. Nulla, nemmeno l’intensità del suo affetto poteva cambiare la realtà: era fisicamente un eunuco, impossibilitato a esercitare i suoi doveri coniugali con la moglie e con qualsiasi altra donna.

La vita tra loro era un inferno pieno di incomprensioni, i litigi e tutto l’insieme di quelle cose che trovavano a letto l’armonico acquietamento degli eccessi, era saltato.

Berta a stento riusciva a essergli fedele. Ma fedele a che cosa? È da dire che lei aveva ceduto sì, alla infedeltà, mentre Paolo era in Abissinia, ma era stata una cosa non voluta, che era capitata, che non avrebbe voluto, una cosa del tutto occasionale ma adesso la situazione era cambiata. L’assenza sessuale del marito era permanente e i suoi sensi gridavano ancora... e come gridavano!

Le sembrava d’impazzire.

Paolo, da parte sua soffriva pure per lo stesso motivo e
anche se non era cessato del tutto lo stimolo amoroso. Si
rendeva conto che la situazione precipitava di giorno  in
giorno  e  che  ogni  parola,  ogni  diverbio,  ogni  dissenso

 

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aveva il suo sottofondo in quell'anomala situazione.

Fu lui stesso che un bel giorno decise di affrontare la situazione. Le parlò facendo tutto un giro di parole, per cercare di introdurre la sua proposta.

Disse delle cose e delle motivazioni prese alla larga con
molta cura e con molto tatto. Alla fine ammise che non
essendo più in grado di renderla felice la lasciava libera di
cercare altrove quanto lui non era più in grado di darle.

All’affermazione schietta e sincera di Berta, le chiese
di  essere  discreta,  di  fare  pure  ciò  che  voleva  alla  sola
condizione di essere discreta, di non separarsi, di restare
per il resto complici nella gestione della loro famiglia, di
non abbandonarlo. In altri termini, più schietto e chiaro, le
disse che poteva farsi un amante a condizione che nulla
trapelasse  del  loro  dramma  e  che  la  loro  famiglia  non
avesse a separarsi.  In parole povere accettava di fare la
figura  del  marito-fratello.  Diciamo  pure  del  cornuto
volontario per causa di forza maggiore, fermo restando il
loro rapporto sociale.

Berta, lo baciò in fronte, lo abbracciò con calore.

«Grazie. Ti voglio bene» gli disse semplicemente.

Da  quel  giorno  i  rapporti  di  convivenza  tra  loro  due mutarono.  Si  erano  chiariti  i  ruoli  del  loro  rapporto, improntati sulla lealtà e sulla sincerità e Berta promise che nel caso di “sostituzione a letto con un altro uomo” glielo avrebbe detto e così in effetti avvenne.

 

 

 

 

 

 

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TULLIO PETRONELLI

 

 

 

Berta annunziò al marito che per motivi inerenti al suo lavoro nel partito era costretta ad assentarsi per circa una settimana, per andare a Roma. Per l’occasione, si sarebbe dovuta incontrare con il gerarca, che lui conosceva e che era amico del numero due del PNF.

Sì, quello che era andato in America con l’apparecchio
trasvolando l’oceano Atlantico, insieme a Italo Balbo. Per
l'appunto  Tullio  Petronelli,  che  pure  lui  conosceva.  Gli
disse  che  in  passato,  mentre  lui  era  in  Abissinia,  questi
aveva  tentato  di amoreggiare con lei, facendole  la corte
ma senza successo.

In effetti la cosa era avvenuta ma gli disse, mentendo,
che aveva resistito per amore suo e aggiunse che adesso,
costretti  a  incontrarsi  per  motivi  di  lavoro,  lui  tornava
sempre a bomba e ci  tentava sempre e che,  vista la
situazione,  a  lei  non  sarebbe  dispiaciuto  di  fare  “quello
che  è...”  con  lui,  ovviamente  se  avesse  avuto  il  suo
benestare.

«Sei libera di farlo» le disse Paolo «nel rispetto che mi
devi. Cerca di essere discreta e prudente».
     Lei preparò la valigia con alcuni indumenti necessari, lo baciò e gli disse pure quando sarebbe ritornata e partì con il treno per Roma.

Al tempo per recarsi da Catania a Roma si prendeva il
treno. Si andava alla stazione centrale. Si attendeva quello

 

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che partiva da Siracusa, si cercava il posto prenotato e ci si sedeva leggendo qualche buon libro. Si arrivava a Roma Termini nello spazio di otto ore. Per fare ritorno si faceva lo stesso percorso a ritroso.

Durante  il  tragitto  Berta  era  impaziente,  le  sembrava che il tempo non passasse mai.

Questa volta l’ansia aveva un gusto particolare, come se andasse a nozze. Già a nozze! Poiché andava a tradire il marito, per la prima volta con il suo beneplacito e la sua benedizione e che quello era l’inizio di una storia vecchia, ma di sapore diverso, quasi nuovo.

In effetti il lavoro da svolgere era stata una scusa. In
verità  i  due,  che  già  erano  amanti,  erano  d'accordo  a
vedersi  e  stare  insieme  una  settimana,  in  occasione  del
ritorno  del  caro  Tullio  dall’Africa,  dove  il  suo  diretto
superiore e camerata Italo era stato dirottato da Benito con
il titolo di Governatore della Libia, o qualcosa di simile.

Berta dal finestrino vedendo le immagini dei panorami
sempre diversi correre all’indietro, sfuggenti, irreali e pur
veri, le sembro di scorrere a ritroso gli episodi della sua
vita con il marito.

Si  rivide  giovane  e  ricca  di  idee  di  grandezza,  con
quella sua gonna sotto il ginocchio e la camicia bianca.
     A quel tempo non pensava a agli uomini, che considerava dei semplici individui diversi da lei solo per il sesso.

Il giorno che conobbe Paolo, non pensava affatto che
sarebbero finiti a letto. Non ci pensava nemmeno, ma lo
sperava. La seconda volta che si videro, lui seppe essere
così birbante, carino, intraprendente e pieno d’attenzione

 

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per lei,  che  quasi  senza  accorgersene  piombò  tra  le  sue braccia  spontaneamente.  Fu  cosa piacevole  e bellissima, che  in  cuor  suo  le  fece  nascere  dei  desideri  e  delle aspirazioni mai provate prima.

E dire che Berta, quando conobbe Paolo, lui era il
fidanzato di Lucia, una sua amica, e che i primi approcci
avuti con lui l’avevano resa nervosa, anche se ansiosa data
la  circostanza.  Però  non  poteva  ammettere  che  le  era
dispiaciuto. Ricordò la sorpresa di essere rimasta incinta,
il conseguente matrimonio e la nascita della figlia.

Quando Paolo decise di partire volontario alla ricerca della gloria, in verità, ci rimase male. Cercò di convincerlo a non partire e di restare vicino a lei, ma fu irremovibile, Era troppo preso dai suoi ideali politici. Prima il Duce e poi tutto il resto. Che poteva fare, se non restare moglie e madre in attesa del ritorno del guerriero?

Quell’attesa  tuttavia  si  trasformò  presto  in  tormento.
Ricordava  le  notti  d’amore  e di  serenità  appagata e pur
restando fedele al suo glorioso marito, cominciò ad andare
incontro a piccoli e innocenti svaghi che la vita le offriva,
intensificando le sue presenze in seno alle manifestazioni
del  sabato  fascista  e  consolarsi  ogni  notte  stringendo  il
cuscino tra le gambe per spegnere la sua sete d’amore.

Fu  proprio  durante  uno  di  quei  sabati,  che  conobbe Tullio  Petronelli,  in  occasione  di  una  manifestazione organizzata  da  Italo  Balbo  per illustrare  i  progressi  del-
l’aeronautica italiana.

Argomento del loro primo discorso fu la conoscenza di
suo marito Paolo con Tullio. Le disse che era felicissimo
di conoscere la moglie di un suo grande amico e camerata

 

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Paolo  Nascara  e  ammiccandole  un  sorriso,  aggiunse  di aver finalmente capito perché Paolo si era eclissato.
     Tullio, che tra l’altro era un bel pezzo d’uomo, era il luogotenente di Italo e svolgeva un ruolo importante nel campo aviatorio,  in  verità  aveva  avuto con Paolo un rapporto di semplice conoscenza.

Dopo il primo scambio di parole, condito da eloquenti sguardi, Berta accettò l’invito di Tullio a voler provare il brivido del volo.

Era  convincente  quell’uomo,  sicuro  di  sé  e  mostrava un’alterigia che Paolo non aveva.

In verità quest’ultimo era assai gentile e la colmava di
attenzioni che mai lei avrebbe sperato di ricevere. Tullio
era un altro tipo di uomo, uno di quelli che va dritto allo
scopo, anche in amore, senza tanti complimenti. In altre
parole era più maschio, più possessivo, più sessualmente
padrone dei suoi sensi.

Berta capì subito, alla luce delle sue esperienze, cosa
avesse suscitato in lei la sua persona: il desiderio di essere
posseduta  fino  in  fondo,  di  essere  più  donna  tra  le  sue
braccia, di sentirsi vinta e protetta, senza pensare ad altro.

Stranamente quella sensazione non le dispiacque.

Anzi ne provò un’intima soddisfazione tutta femminile. In fondo era quello che cercava: un rapporto piacevole e soddisfacente ma senza impegni sentimentali. Considerava il rapporto con Tullio, un amore “usa e getta”, un piacere passeggero,  una  semplice  sostituzione  temporale  alla bisogna, come prendere un caffè insieme e lasciare che il tempo scorresse per gli affari suoi.

 

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Affari? Aveva pensato agli affari? Che c’entravano gli affari con il tempo in questa situazione? Bah!
     Pensò che stesse farneticando. Il vero affare in questa situazione  era  l’intenso  piacere  che  quell’uomo  le  dava senza nulla a pretendere e solo per gioco.

Al suo primo appuntamento, per provare l’esperienza
del  volo,  si  presentò  molto  più  curata  nella  persona  da
quando lo aveva conosciuto. Era andata dal parrucchiere
prima e poi si era agghindata indossando un abitino che
metteva in evidenza le sue forme e una camicetta di pizzo
che  lasciava  intravvedere  la  procacità  del  suo  seno.  In
ultimo aveva steso uno strato di cipria sul viso e rossetto
sulle  labbra.  Si  era  fatta  bella,  controllando  prima  di
uscire, davanti allo specchio che tutto fosse in ordine. Ci
teneva proprio a stimolare l’interesse mostrato da Tullio.

 

Appena salita sull’aereo, quest’ultimo non andò tanto per  il  sottile.  La  strinse  e  la  baciò  intensamente.  Berta rispose  al  bacio  e  lo  lasciò  armeggiare  intorno  al  suo corpo. Si aspettava quel comportamento e sinceramente ci sarebbe rimasta male se non l’avesse ricevuto.

Subito  dopo  l’aereo  rullò  sulla  pista  e  dolcemente  si
levò in cielo. Le sembrò di volare, disse tra sé e sé. Ma
che  sembrare!  Stava  volando  per  davvero  accanto  a
quell’uomo  che  non  cessava  di  accarezzarla.  Certo  non
aveva le ali degli angeli, ma stava volando per davvero in
cielo, tra le nuvole, che assumevano gli aspetti più strane.
Quella verso cui si stava dirigendo l’aereo aveva la forma
di un cuore e quando gli si tuffò dentro si sentì commossa

 

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e felice. Le sembrò un bellissimo augurio. Volgendo gli
occhi in basso le persone le sembrarono formiche agitarsi
tra i campi e il fiume, forse il Tevere, un nastro biondo che
li attraversava. Si sentiva grande, immensa, superba. Altro
che principessa di sangue reale! Era una Dea pagana che
passeggiava  tra  le  nubi  e  aveva  accanto  il  cavaliere  del
cielo, il padrone del mondo, che le stava facendo provare
delle emozioni stupende.

Erano diventati amanti fin da subito, così... quasi per
gioco  e  per  divertimento  reciproco.  Lei  non  pensava  di
sostituirlo  al  marito,  ma  di  cogliere  l’occasione  per
distrarsi nell’attesa del suo ritorno. Era certa che quando
Paolo sarebbe tornato, sarebbe finito tutto. Tullio non era
il tipo da volersi legare in una relazione stabile né lei lo
pretendeva. Una semplice parentesi, magari da ricordare
piacevolmente ma nulla più.

Questa  situazione  la  eccitava  e  la  spingeva  a  godere quanto più potesse da quella situazione.

Poi  c’era  stato  il  ritorno  di  Paolo  e  l’amara
constatazione  della  sua  impotentia  coeundi  acquisita
combattendo  in  Etiopia.  Sì,  forse  si  chiamava  così  la
menomazione  con  la  quale  era  ritornato  dall’Africa.
Ricordava  pure  la  delicatezza  con  cui  Paolo  l’aveva
lasciata libera nei sentimenti e provò pietà per quell’uomo
che l’amava con sentimento, scegliendo il ruolo di marito
putativo.  Pensò  a  San  Giuseppe.  No!  Certo  no!  Non
sarebbe diventato un Santo per questo. Piuttosto sarebbe
andato  sicuramente  all’inferno  per  aver  preferito  il  suo
Duce  a  lei  e  alla  sua  famiglia.  Proprio  per  quest'ultimo

 

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motivo  provò nei  suoi confronti  un senso di ripulsa per
averla lasciata sola rincorrendo la farfalla della gloria.
     Era  stata tentata di lasciarlo ma scacciò via quel suo cattivo pensiero, pensando alla figlia, che avrebbe sofferto per la perdita del padre. In fondo, poi, pensò di non esserle andata completamente male, avendo incontrato quel Tullio capace di farla sentire donna felice e soddisfatta di volta in volta, senza forse nemmeno pretendere di essere amato e desiderato.

Tullio  la  prendeva,  la  possedeva  e  lei  era  felice  di
esserlo. Niente sentimentalismi ma semplice piacere puro
e godimento dei sensi, il cogliere a volo l’attimo fuggente
senza patemi e rimpianti. Per quanto riguardava la sfera
del sentimento, le bastava l’affetto della figlia e di quel
suo marito impotente.

 

 

 

 

 

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RAPPORTI TRA BALBO E MUSSOLINI

 

Intanto mi preme ribadire ancora quali fossero i cattivi
rapporti  tra  Italo  Balbo  e  Mussolini.  Questi  erano  di
assoluta  amicizia  e  lealtà,  ma  tra  i  due  qualcosa  non
andava proprio. Italo era un po' sciattone e non rispettoso
delle  formalità.  Nonostante  Benito  fosse  divenuto  il
numero uno d’Italia a cui bisognava dare il Voi come di
prammatica,  Italo  aveva  continuato  a  dargli  il  Tu  in
pubblico, a dargli pacche sulle spalle e a trattarlo come un
suo pari e a non rispettare la sua formale subordinazione.
Specialmente  dopo  l’eclatante  successo  della  traversata
atlantica, che aveva fruttato all’intraprendente Italo onore
e ovazioni da tutto il mondo, in particolare dell’America,
il suo comportamento  era diventato più guascone che mai
urtando la suscettibilità del Duce, suo malgrado fiero del
suo operato, ma carico di bile, gelosia e timore di essere
detronizzato.

Benito, che di per sé era un assertore del culto della
personalità, cominciò a temere proprio che Italo potesse
scavalcarlo nei consensi e potesse sostituirsi a lui. Ciò non
poteva e non doveva avvenire. Il capo indiscusso del PNF
e dell’Italia era lui. Andava bene che sopportasse il Re,
quel Sciaboletta, come lo chiamava, che aveva avallato la
sua presa di potere. Questi non gli dava preoccupazione
alcuna. Era abbastanza tronfio del suo operato avendolo
nominato,  oltre  che  Re  d’Albania,  imperatore  d’Etiopia.
Ma Italo lo preoccupava moltissimo. Diciamo pure che lo

 

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temeva e poi non sopportava quei suoi sberleffi, quel suo modo di trattarlo come un suo pari e il seguito di uomini che lo ammiravano nel campo dell’aviazione a lui negata o per lo meno ostica, pur avendo cercato di pilotare un aereo con scarsi risultati.

E non solo questo: unico dei suoi gerarchi osava aperta-
mente contraddirlo in seno al Gran Consiglio del Fasci-
smo,  a  manifestargli  senza  remore  e  in  pubblico  il  suo
dissenso, che tra l’altro si era manifestato traumatico, in
occasione  dell’alleanza  voluta  da  Mussolini  con  Hitler,
osando suggerire in assemblea addirittura la tesi opposta
alla sua  e cioè  di  entrare in guerra contro  la  Germania.
Inoltre il Duce ebbe pure a subire lo schiaffo morale della
mancata applicazione in Libia delle leggi razziali contro
gli Ebrei, varata da Mussolini per ingraziarsi ancor più il
cancelliere tedesco.

Avrebbe potuto fare un atto di forza e annientarlo con
un suo ordine, ma temeva la reazione del popolo. Italo era
una sacra icona del fascismo. Non per niente lo si additava
come  suo  successore  al  potere,  cosa  quest’ultima  che
accresceva  ancor  di  più  la  sua  poca  serenità.  Non  gli
andava proprio giù che già si pensasse a un suo succes-
sore, mentre era vivo e vegeto.

Benito, dopo aver riflettuto a lungo pensò bene di
tenere  lontano  da  Roma  questo  suo  oppositore,  poi  non
tanto  muto,  anche  se  in  linea  di  massima  obbediente  e
osservante  delle  sue  disposizioni  finali,  approvate  dal
Gran  Consiglio  del  Fascio.  In  questo  senso  non  poteva
muovergli alcun appunto. Era fedele osservante di quanto
da  lui  stabilito,  anche  se  ricalcitrava  prima.  Era  proprio

 

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quel ricalcitrare che gli dava fastidio e lo faceva temere di essere prima o poi scavalcato.

Colse l’occasione per toglierselo d’attorno e limitarlo, nominandolo  responsabile  diretto  e  governatore  della Libia, dove la situazione politica non era poi così facile per la guerra interna delle tribù locali.

La sua speranza era che qualcuno dei nemici avrebbe
trovato il modo di eliminarlo fisicamente. Ma non fu così,
Italo, grazie alla sua  versatilità  e al suo acume  politico,
riuscì  a  unificare  le  varie  tribù  della  nuova  colonia
italiana, smussando le ostilità, creando delle innovazioni
favorevoli a tutto il popolo e pur ignorando alcuni drastici
provvedimenti  di  Mussolini,  riuscì  ad  aggregare  tutta  la
Libia  sotto la sua inflessibile autorità. Né tanto meno il
provvedimento  riuscì  a  tenerlo  lontano  da  Roma,  per  il
fatto  che  nonostante  le  grane  da  risolvere,  Italo  Balbo
riusciva  a  non  tenersi  lontano  dalla  capitale,  servendosi
del suo aereo personale che usava e pilotava direttamente,
come se fosse un’automobile.

L’aver pensato che il soggetto avrebbe avuto tante di quelle gatte da pelare, da tenersi lontano da lui e dal potere centrale, si rivelò un’errata aspettativa.

Il  grande  e  lungimirante  Benito  aveva  fatto  i  conti
senza l’oste. Non tenne presente la personalità irrequieta
di Italo, che quasi giornalmente, dopo aver disimpegnato
in quattro e quattro otto i suoi doveri d’ufficio, saliva sul
suo aereo personale e nel giro di qualche ora era sempre
tra le scatole del Duce a Roma, a dargli pacche sulle spalle
e a trattarlo come un suo pari e a contestargli delle piccole
cose che lo turbavano e non poco. Ogni pacca sulla spalla

 

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per  il  Duce  era  una  coltellata  e  ogni  battuta  ironica
un’offesa  grave  alla  sua  persona.  Non  sapeva  proprio
come  contenere  l’invadenza  del  suo  subalterno  più  in
vista.

L’opinione pubblica, che lo considerava un successore
sicuro alla guida del Fascio rendeva ancora più irrequieto
il sonno del Duce. Il fatto che si pensasse solamente a un
suo probabile successore, lo disturbava enormemente.

Non  gli  restava  che  affidare  l’operato  di  Italo  alla
stretta  sorveglianza  dell’OVRA1,  come  del  resto  faceva
con  gli  altri  gerarchi,  suoi  stretti  collaboratori,  ma  con
un’attenzione particolare. Il suo motto era che fidarsi era
un bene, ma solo apparentemente. Bisognava sempre stare
sul chi  vive e sapere tutto  di  tutti,  non solo  dei  nemici,
anche degli amici che potevano trasformarsi in potenziali
nemici.

In questo modo seppe tutto di Italo, ossia dei suoi fatti
personali, dei suoi traffici più o meno leciti, dei rapporti
che  teneva  con  l’America,  di  certe  sue  amicizie  con  la
perfida Albione, nonostante lui, Benito, pare che intratte-
nesse un rapporto segreto con quel Churchill, che aveva
dichiarato nemico d’Italia. Gli arrivò sulla scrivania anche
il rapporto sulla relazione del luogotenente di Italo, Tullio
Petronelli,  con  la  signora  Manuela  di  Savoiano,  detta
Berta, moglie di Paolo Nascara, diventato intanto capitano
della milizia, per meriti di guerra. Tanto gli bastò sapere
per intervenire ed eventualmente eliminare il fantomatico
nemico prima che diventasse più pericoloso del previsto.

 

1 L’OVRA è stata la polizia segreta dell’Italia fascista dal 1927 al 1943 e nella Repubblica Sociale Italiana dal 1943 al 1945.

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Venti di guerra

 

 

Negli quegli anni a seguire i rapporti tra Berta e il suo
amante  subirono  una  certa  accelerazione,  grazie  alle
continue  trasvolate  aeree  del  gerarca  Italo  Balbo
dall’Africa a Roma e gli altrettanti viaggi della donna da
Catania a Roma in treno. La  faccenda veniva riferita
dettagliatamente al Duce che cominciò a meditarci sopra,
onde trarne gli elementi di una difesa a oltranza del suo
potere,  costantemente  messo  in  pericolo  da  quel  suo
fattivo ma antipatico, gerarca.

Con  il  passare  del  tempo,  la  situazione  politica  in Europa  andava  sempre  evolvendosi  con  fatti  del  tutto nuovi e forieri di tempesta.

In  Germania,  grazie  al  movimento  delle  famose Camicie Brune, era salito al potere, regolarmente eletto dal  popolo,  Adolfo  Hitler  che,  preso  come  esempio  il modo  di  governare  del  Duce  italiano,  manifestò  la  sua simpatia  per  il  popolo  italiano  che  aveva  saputo  far risorgere i fasti dell’antica Roma.

È da dire che l’offerta di amicizia del nuovo cancelliere fu  accolta  con  orgoglio  da  Mussolini,  tronfio  per l'interesse che gli aveva suscitato.

Seguirono  incontri,  scambi  culturali,  visite  ufficiali  e
segni evidenti di fraterna amicizia tra il popolo italiano e
quello  germanico,  nonostante  la  nota  e  ancora  fresca
lacerazione avvenuta con  la  prima  guerra  mondiale e la

 

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non  tanta  segreta  avversione  italiana  manifestata  con  i
famosi patti di Stresa, messi in atto dalle Nazioni Unite.
     Col tempo, mentre la politica italiana, oltre alla guerra coloniale inglese, si era limitata ad arrestarsi ai confini con gli altri stati europei, quella tedesca si rivelava alquanto invadente,  essendo  balzata  in  testa  a  Hitler  l’idea  di ricostituire il vecchio impero austro-ungarico.
     La  prima  mossa  del  cancelliere di ferro, fu quella  di invadere  l’Austria  e  di  annetterla  alla  Germania  con  un referendum, che sapeva di vincere, essendo egli austriaco di nascita. Inghilterra e Francia incominciarono a stare sul chi  vive,  ma  intenzionati  a  evitare  la  guerra  invitarono Benito Mussolini, grazie ai suoi rapporti con Hitler, di fare da  paciere.  Benito  Mussolini  si  mosse  con  molta diplomazia  e  grazie  a  lui,  pur  restando  l’annessione dell’Austria alla Germania un dato di fatto, fu evitata la guerra e si parlò di pace.

È da dire che lo stesso Mussolini non gradì
l’annessione  dell’Austria  alla  Germania,  per  il  semplice
fatto  che egli  preferiva  avere come  confinante  un  paese
modesto  come  l’Austria,  piuttosto  che  il  colosso
germanico.

La  stessa  cosa  avvenne  l’anno  successivo  con l’occupazione  tedesca  della  zona  dei  Monti  Sudeti, interessanti i paesi cecoslovacchi.

Anche  questa  volta  il  Duce,  intervenuto  da  paciere,
riuscì a far passare l’azione tedesca con i ringraziamenti di
Francia e Inghilterra che, per l’occasione venne definito
da  Eden  l’uomo  della  pace.  Ma  ecco  che  apparve
all’orizzonte  la  questione  della  Polonia  e  di  Danzica.

 

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Prendendo lo spunto da un presunto incidente di frontiera, l’esercito tedesco invase la Polonia, occupandola per quasi metà, lasciando l’altra metà alla mercé di Stalin, come da accordi precedenti presi sotto banco.

La spartizione della Polonia consentiva alla Germania
di estendersi fino all’importante porto baltico di Danzica,
città  già  abitata  da  Tedeschi.  A questo  punto,  Francia  e
Inghilterra  non  ricorsero  più  ai  buoni  servigi  del  Duce
italiano e imposero l’ultimatum a Hitler e fu la guerra, al
quale il cancelliere tedesco già da qualche tempo aveva
pensato e preparato.

Hitler  sapeva  che  non  avrebbe  potuto  affrontare  la
Francia, difesa dalla famosa linea Maginot, una serie di
fortilizi, sorta subito dopo la guerra del 1915/18, con lo
scopo di difendere il territorio da un’eventuale invasione
tedesca.  Pertanto  avvenuta  la  dichiarazione  di  guerra  da
parte  dei  Francesi,  l’esercito  tedesco  invase  senza  un
preventivo  motivo  gli  stati  neutrali  Olanda,  Belgio  e
Lussemburgo e, dilagando alle spalle della linea Maginot,
aggirata,  in  pochi  giorni  mise  in  ginocchio  la  Francia,
minacciando l’Inghilterra con raid aerei su Londra.

Sembrò  evidente  che  la  Germania  sarebbe  uscita vincitrice  da  questo  conflitto  europeo  e  che  tutto  si sarebbe risolto in una guerra-lampo.

Al gran Duce dell’italo onore, sembrò essere giunto il
momento  di  godere  dello  splendore  teutonico  e  così,
mentre la Spagna di Franco, se ne stette muta a guardare,
godendo dell’amicizia  silenziosa  del  cancelliere tedesco,
l’Italia,  sotto  la  spinta  di  Mussolini,  che  espressamente
chiese al gran consiglio del Fascio, di buttare sul piatto

 

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della  bilancia  un  pugno  di  morti  per  potersi  sedere  al
tavolo dei vincitori, dichiarò guerra alla Francia.
     Gli Alpini cercarono di valicare le Alpi, in verità con scarso successo e, per non dimostrarsi da meno di Hitler, invasa  l’Albania,  al  grido  di  dover spezzare  le  reni  alla Grecia,  inviò  un  esercito  d’occupazione  in  quest’ultima nazione  con  l’intento  di  ricostruire  il  vecchio  impero romano.

In  verità  al  lungimirante  Hitler  non  piacque  tanto
l’attacco alla Grecia, considerato da Benito un bocconcino
facile  per  dimostrare  l’italico  valore  a  fronte  di  quello
teutonico. Qualcuno sembra aver riferito che il Cancelliere
tedesco abbia espressamente criticato dicendo: «Ma che ce
ne facciamo della Grecia, povera in canna, per vincere i
nemici della Germania?»

Pare si sia incazzato ancor di più quando fu costretto a
mandare in Grecia un buon numero di soldati tedeschi per
arginare le sconfitte degli Italiani, costretti ad arretrare in
Albania, respinti dai Greci, malamente armati, ma animati
dall’amor di patria e di difesa del loro sacro territorio.

Stalin  cominciò  a  preoccuparsi  dell’intraprendenza  di
Hitler e  dopo  aver invaso  parte  della  Polonia,  decise  di
fronteggiarlo,  attaccando  gli  stati  baltici,  ritenuti  filo-
tedeschi.

L’Inghilterra, messa alle strette, fece capire agli USA il
danno  economico  che  ne  sarebbe  derivato  da  una  sua
definitiva sconfitta e dall’allargamento del potere di Hitler,
che  aveva  osato  infestare  anche  l’Atlantico  con  i  suoi
sommergibili,  pronti  ad affondare i  soccorsi alla  perfida
Albione, che altro non erano se non navi americane.

 

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NUOVI SCENARI

 

Il conflitto che doveva essere una guerra-lampo, si era
via via trasformata da europea a mondiale, poiché contro
l’alleanza italo-tedesca si scagliarono non solo gli USA, la
Russia, anche tutte le nazioni facenti parte dell’entourage
coloniale  francese  e  inglese.  E  i  Giapponesi,  che  non
rimasero a guardare, a Pearl Harbour attaccarono la flotta
americana,  distruggendola  nello  stesso  istante  in  cui  fu
dichiarata la guerra. Insomma l’inferno!

In  questo  nuovo  scenario,  i  coniugi  Nascara,  furono completamente coinvolti. Paolo, sempre più imbevuto di eroico furore, chiese di essere impegnato in zone di prima linea. Forse, sperava di riscattare la sua misera posizione umana con il surrogato di una morte gloriosa.

Fu promosso da Capitano a Maggiore della milizia con
un incarico particolare nell’ambito dell’OVRA. In verità,
il Duce, già a conoscenza del suo dramma e dei rapporti
della di lui moglie Berta con il luogotenente di quel suo
antipatico e infido camerata Italo, pensò bene di inserirlo
nei suoi programmi di precauzionale posizione di difesa
personale.  Conferitagli  la  promozione,  lo  convocò  a
Palazzo Venezia e gli parlò della funzione particolare che
gli veniva assegnata per la difesa dello Stato. Apertamente
gli disse che il regime era minacciato da elementi interni,
non meglio specificati, che remavano contro la grandezza
dell’Italia. Il  suo compito specifico  era di sorvegliare le
forze  marittime  italiane  di  collegamento  con  la  colonia

 

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della Libia, dove non tutti i suoi provvedimenti venivano
rispettati,  compreso  quello  della  mancata  applicazione
delle  leggi  razziali,  approvati  in  conformità  all’alleanza
tedesca. Lì, in Libia operava un uomo che si era rivelato
non del tutto affidabile e si proponeva, quasi apertamente,
come nuovo capo dello stato fascista, di cui solo Lui era il
capo assoluto. Ecco quindi che bisognava tenere gli occhi
aperti ed essere pronti a intervenire a un suo cenno.

Paolo Nascara, che già in cuor suo nutriva una certa avversione per la persona di cui si parlava, per i rapporti a lui  già  noti  della  moglie  in  quel  settore,  annuì  e  dette assicurazione della sua fedeltà incondizionata al Duce, che sedeva altezzosamente dietro la scrivania, dichiarandogli di essere pronto a eseguire ogni suo ordine.

In  cuor  suo,  l’aver  larvatamente  appreso  che  chi  gli
aveva letteralmente rubato la moglie non apparteneva a un
gruppo che godesse la stima del Duce, lo fece ben sperare
di trarre una possibilità di rivincita morale e personale.

Pur avendo accettato la situazione che si era venuta a
creare  con  la  moglie,  la  gelosia  gli  rodeva  l’anima  e
sperava di eliminare in un modo indolore quel suo rivale
occasionale, che già da tempo era in piena attività e non
cessava di continuare. Gli sembrò di capire che bisognava
attendere il momento opportuno per agire e che lui, Paolo
Nascara,  era  stato  designato  dal  Duce  a  risolvere  la
questione  di  particolare  importanza  per  l’Italia,  e  ironia
della sorte anche per sé medesimo.

Fu licenziato dal Duce con un saluto romano in attesa di  disposizioni  dettagliate  sui  compiti  specifici  che  gli sarebbero stati affidati.

 

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LA PERFIDA ALBIONE E IL FUOCO AMICO

 

 

Era il mese di Luglio del 1940. La guerra era scoppiata e l’Italia ne era pienamente coinvolta.

A Paolo Nascara era stato affidato il compito di sorve-
glianza  delle forze marittime del mediterraneo, ricevette direttamente  dall’Ufficio  del  Duce,  l’ordine  di  far abbattere due aerei, di cui non era nota la nazionalità, che si stavano avvicinando in maniera sospetta a Tobruck. Quella località era oggetto di continui raid aerei del Regno Unito, ossia, della perfida Albione.

In quei pressi stazionavano due imbarcazioni da guerra italiane: l’incrociatore San Giorgio e un sottomarino. Tutti e due le unità erano munite di batterie anti-aeree.

Fu  impartito  a  entrambi  l’ordine  di  abbattere  i  due velivoli, non appena si fossero presentati nel loro specchio d’osservazione.

L’ordine  fu  fedelmente  eseguito  e  dei  due  aerei,  uno riuscì  ad  atterrare  indenne  sulla  pista  dell’aeroporto  e l’altro  precipitò  in  fiamme  colpito  da  una  raffica  di mitraglia.  Fu  subito  emesso  il  bollettino  che  due  aerei nemici  avevano  tentato  un  attacco  all’aeroporto  di Tobruck  e  che  di  essi  uno  era  stato  abbattuto  e  l’altro catturato con tutto il suo equipaggio.

Con grande disappunto e imbarazzo fu ammesso dopo
che i due aerei, oggetto del bersaglio della marina italiana,
non erano nemici ma italiani, di ritorno da una missione

 

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contro  una  flottiglia  inglese.  Si  accertò  che  l’aereo
abbattuto era quello di Italo Balbo e che tutto l’equipaggio
era andato perduto. L’aereo in questione era guidato dallo
stesso Italo, il quale non disdegnava di partecipare con il
suo velivolo ad azioni di guerra. La sua irrequietezza gli
era stata fatale. L’altro aereo, che era riuscito ad atterrare,
era quello guidato da Tullio Petronelli, che uscì indenne
dall’attacco di fuoco amico.

L’evento suscitò molto clamore, facendo serpeggiare in
giro  il  sospetto  di  un  complotto  nei  confronti  dell’eroe
morto, subito smentito e giustificato da un fatale errore,
dovuto in parte anche al comportamento dell’eroe dece-
duto, il quale era solito agire senza preventivi avvisi alle
forze armate, scorrazzando a destra e a manca per i cieli,
come se fossero delle comunissime strade.

Dall’inchiesta  promossa  non  fu  possibile  nemmeno
stabilire da quale delle due imbarcazioni fossero partite le
raffiche  micidiali.  Forse  da  entrambi.  Non  restò  che
celebrare e immortalare la grandezza dell’eroe scomparso.

Le  illazioni  sul  ventilato  complotto  furono  tacitate  e come  conseguenza  Paolo  Nascara  fu  silenziosamente rimosso  dall’incarico  e  avviato  ad  altre  attività  militari, lontano da Catania e da sua moglie.

L’amante  di  Berta,  Tullio  Petronelli,  sopravvisse  ma
ben presto fu messo al riparo da ogni considerazione in
proposito.  Egli  confermò  di  non  sapere  quali  accordi
esistessero tra Italo Balbo e il comando militare marittimo
di stanza a Tobruck, pur lasciando capire che il suo capo,
nel suo modo di operare, non badasse tanto alle modalità e
che andava soggetto a impulsi improvvisi e autonomi.

 

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La  sua  testimonianza  avallò  la  tesi  che  l’errore  della
morte  di  Italo  era  da  attribuire  alla  sua  intemperanza  e
mancanza d’intesa con il comando militare marittimo.

Anche Petronelli fu rimosso dal suo incarico e avviato
all’altro  abbastanza  prestigioso  di  Podestà  di  Catania,
lontano  da  incombenze  militari  e  che  intensificarono  i
rapporti con Berta.

Ancor  oggi  sussistono  dubbi,  incertezze,  pareri
discordanti  sulla  drammaticità  di  quei  fatti,  che  ebbero
come esito la scomparsa di uno dei capi fascisti, forse il
più zelante oppositore del Duce che, come si disse, fosse
contrario  all’intervento  dell’Italia  nel  conflitto  a  fianco
della  Germania.  Si  disse  pure  che  propose  al  Gran
consiglio  del  Fascio,  di  cui  faceva  parte,  di  entrare  in
guerra, sì, ma contro la Germania. Qualcuno osò anche di
annullarne i meriti definendo la sua fine come quella di
SCIUPONE L’AFRICANO, satireggiando sulla figura di
Scipione l’Africano, a causa delle sue continue e sontuose
feste in Libia a spese dell’erario italiano.

Per quanto concerne la mancanza di coerenza tra i vari
reparti italiani operanti in guerra, bisogna riconoscere che
vi erano in atto delle discrepanze e dei malintesi, forse non
del  tutto  casuali.  In  proposito,  voglio  citare  un  altro
episodio abbastanza eclatante, come quello della morte di
Italo Balbo, passato sotto silenzio ma che costò all’Italia la
perdita  del  dominio  marittimo  del  Mediterraneo:  la
battaglia di Punta Stilo, presso cui la flotta italiana venne
in contatto con quella inglese.

 

 

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Nell’incalzare  della  battaglia,  da  parte  italiana,  fu
richiesto l’intervento dell’aviazione e quest’ultimo non fu
tempestivo.  Avvenne  che  lo  stormo  degli  aerei  italiani,
anziché  bombardare  solo  la  flotta  inglese,  per  un  fatale
errore,  bombardò  quella  italiana.  Solo  successivamente
individuò  quella  inglese,  quando  ormai  il  carico  delle
bombe si era esaurito. Del fatto non se ne parlò proprio.
Solo dopo, ma molto tempo dopo, venne a galla la verità,
di  cui  non  si  ebbe  alcun  chiarimento  e  l’evento  rimase
avvolto nel mistero di dubbi e di motivi reconditi.

Altro grave episodio di mancanza d’intesa tra i reparti
al  fronte,  avvenne  anche  nella  precedente  guerra  del
1915/18. Mi riferisco alla disfatta di Caporetto. Gli austro-
ungarici  non  sarebbero  riusciti  a  sfondare  la  difesa
italiana,  se  l’artiglieria  italiana,  comandata  da  Badoglio,
avesse  attuato  il  fuoco  di  sbarramento.  Ma  ciò  non
avvenne  per  la  mancanza  d’intesa  con  il  Generale
Cadorna, capo dello stato maggiore dell’esercito.

 

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NELLE MANI DEI TEDESCHI: LA DISFATTA

 

 

Dopo   quel   fatale       1940,   le   fasi   della   guerra precipitarono a sfavore della Germania e dell’Italia, grazie anche  all’intervento  fattivo  delle  truppe  americane  con l’esito che tutti conosciamo.

Paolo  Nascara,  in  seguito  all’evento  di  Tobruck,  fu
dirottato verso altri incarichi. In parole povere fu messo in
ombra.

Bisognava che scomparisse dalla vicenda che lo aveva
visto come anello di congiunzione nell’operazione che si
era risolta con la morte del numero due del Fascio, dovuta
al fuoco amico.

Bisognava  allontanare  del  tutto  il  sospetto  del complotto e convincere l’opinione pubblica del malinteso originato anche dall’operare sconnesso dello stesso Italo, che non aveva segnalato la sua posizione né l'intenzione di atterrare con i suoi due aerei a Tobruck.

Gli onori e le manifestazioni di cordoglio, nei confronti
dell’eroe perduto inondarono l’Italia e furono immensi.
     Si discusse pure sulla questione che l’aereo non guidato da  Italo  riuscì  ad  atterrare,  mentre  l’altro  fu  abbattuto senza colpo ferire e della nomina a Podestà di Catania del Maggiore Petronelli.

Lo  stesso  Nascara  partecipò  al  picchetto  d’onore
celebrativo dei  funerali  di Stato. Anche  gli Inglesi si
presentarono con i loro aerei sul cielo di Tobruck, non per

 

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bombardare il porto ma per lanciare ghirlande di fiori e
volantini inneggianti all’eroismo del grande Italo, che la
volontà  divina  e  gli  eventi  avevano  posto  nel  campo
avverso.

Paolo Nascara, muto come un pesce, accettò di essere
trasferito  da  quel  suo  incarico  ad  altro  nell’ambito
dell’OVRA e accettò anche di buon grado la promozione a
colonnello.

Era del tutto calato il silenzio sull’episodio di Tobruck
anche  per  l’incalzare  dei  nuovi  fatti.  Ormai  la  bilancia
degli  eventi  pendeva  dalla  parte  avversa  alle  speranze
italo-tedesche.  L’Italia  era  continuamente  soggetta  ai
bombardamenti americani, e quando ormai la situazione
era diventata critica, il Gran consiglio del fascismo, sotto
l’azione  del  conte  Ciano,  genero  di  Mussolini,  mise  in
minoranza  il  Duce,  che  fu  costretto  a  presentare  le  sue
dimissioni a Vittorio Emanuele III.

Il Duce si recò al Quirinale, rendendo edotto il Re di non poter più esercitare la sua autorità nel Gran Consiglio, e chiese di designare il successore al suo governo.

All’uscita dalla sala delle udienze ebbe la sorpresa di essere accolto da una pattuglia di carabinieri che lo arrestò in nome di sua maestà Re e Imperatore.

Mussolini, pur con tutti i riguardi dovuti, fu privato non solo  del  potere,  ma  anche  della  libertà  e  spedito  sotto scorta nella fortezza-prigione del Gran Sasso.

Il Re affidò la reggenza del nuovo Governo a Badoglio, con il preciso compito di trattare l’armistizio con le forze alleate, le quali avevano già invaso la Sicilia.

 

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Venne  firmato  l’armistizio  di  Cassibile  e fu diramato
l’ambiguo  proclama  che  la  guerra  continuava.  Cosa,
quest’ultima, che mise in imbarazzo le truppe italiane, le
quali,  prese  alla  sprovvista  si  videro  aggredite  dagli  ex
alleati.

Il  Duce  fu  liberato  con  un  raid  aereo  dalle  forze
tedesche, che lo rimisero a capo del Gran Consiglio e fu la
fine  dei  vari  Ciano,  de  Bono  e  altri  gerarchi  dissidenti,
fucilati  alla  schiena  come  traditori  della  Patria,  dopo  il
processo-burla di Verona. Fu lo scoppio della guerra civile
in  Italia  e  dell’invasione  tedesca  dell’Italia  in  appoggio
alle forze fasciste.

A Mussolini, ormai nelle mani dei tedeschi, che lo
usarono  come  un  burattino,  non  restò  che  fondare  la
Repubblica Sociale di Salò. Nel mentre, sotto la spinta
partigiana, le città italiane si ribellavano al Fascismo e ai
tedeschi,  il  Re  Vittorio  Emanuele  III,  per  non  cadere
prigioniero  degli  alleati  fuggi  verso  Brindisi,  per  poi
andare in esilio in Egitto, abdicando troppo tardi in favore
del figlio Umberto II, che passò alla storia come il Re di
maggio.

Per completare lo scenario di sfacelo delle forze italo-
tedesche,  bisogna  anche  dire  che  l’Etiopia  venne  persa insieme alla precedente colonia somala.

Nonostante  l’intervento  di  Rommel,  gli  Inglesi  del Generale  Montgomery  riuscirono  a  sconfiggere,  grazie alle  loro  truppe   corazzate,   gli   italo-tedeschi,   che lasciarono l’Africa per non tornarvi mai più.

In tutto questo disastroso scenario il Nascara, fedele al
suo Duce e ai dettami del suo Governo, ormai soggiogato

 

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alla  volontà  della  pazzia  galoppante  e  megalomane  di
Hitler,  aderì  alla  Repubblica  di  Salò  e  in  veste  di
colonnello dell’esercito repubblichino fu catturato, per sua
fortuna,  non  dai  partigiani,  che  all’istante  lo  avrebbero
fucilato,  come  avvenne  poi  per  Benito,  ma  dalle  truppe
americane.

La sua cattura avvenne a Vercelli, dopo un conflitto a
fuoco con i marines. Ormai lacero, privo di munizioni e
impossibilitato  a  difendersi,  fu  braccato  nelle  risaie  del
vercellese. Preso dalla pattuglia che lo cercava insieme al
suo  luogotenente  che  perì  nell’atto  di  fuggire,  fu
imbarcato  e  inviato,  per  sua  fortuna,  in  America,  sotto
stretta sorveglianza.

Al  momento  della  cattura,  non  rinnegò  il  suo  credo fascista,  ritenendosi  un  eroe.  Se  lo  avesse  fatto,  conse-
gnandosi spontaneamente alle  forze  alleate, non sarebbe stato sicuramente deportato.

Paolo  Nascara  dichiarò  il  suo  grado,  la  sua  fede  nel
Duce  e  si  dichiarò  prigioniero  di  guerra.  Per  questo  fu
impacchettato e insieme con gli altri irriducibili camerati
fu inviato in America in attesa di processo per crimini di
guerra.

Finiva  così  l’avventura  militare  del  giovane  fascista, iniziata  con  la  dissennata  marcia  su  Roma  e  conclusasi con  l’arresto  e  la  deportazione  con  l’accusa  di  sospetta attività criminale di guerra.

 

 

 

 

 

 

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LA VITA CONTINUA

 

Berta, nel fulgore della sua vita, aveva raggiunto una
posizione che non tutte le donne italiane di allora erano in
grado di ottenere. Moglie onorata e fedele (in apparenza)
di  un  eroe  nazionale,  stimato  dal  Duce,  intima  (e  pure
invidiata) amante di un uomo molto vicino a quell’Italo,
considerato il numero due del fascismo, madre di tre figli,
rispettata  signora  dell'alta  società  del  tempo  e  stella
nascente del Fascismo in chiave femminile, grazie alla sua
avvenenza e al suo modo di fare, aveva cercato di inserirsi
sempre ancor di più nei gangli della vita cittadina, allac-
ciando rapporti d’amicizia con le più eminenti personalità.

Partecipava a tutte le manifestazioni cittadine. Curava
le  attività  di  carità  sociale  e  anche  quelle  artistiche  e
sportive. Era del tutto soddisfatta. Ormai la sua principale
preoccupazione era di curare l’educazione dei figli.

Con  molta  arguzia,  quasi  prevenendo  il  burrascoso futuro  che  si  addensava  all’orizzonte,  spostò  le  sue attenzioni dal partito verso la Chiesa Cattolica.

Era diventata madrina di opere di carità promosse da
Pio XII e non omise di frequentare le messe domenicali.
Affidò l’istruzione delle sue due figlie femmine alle suore,
distogliendole  dalle  attività  fasciste  alle  quali  era  stata
educata, ritenendo l’educazione cattolica più appagante.

Era il caso di una conversione? Non proprio. Lei era
stata e continuava a essere cattolica, anche se era cresciuta
nello spirito patriottico fascista, a cui era stata aggregata,

 

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grazie  ai  concorsi  e  alle  attività  promosse  dal  PNF nell’ambito  delle  scuole.  Poi  l’attività  ginnica  l’aveva affascinata  non  poco,  dandole  quel  clima  di  libertà  e liberazione dei tabù che l’avevano condizionata.

Sostanzialmente a Berta non piaceva tanto il clima che si era venuto a creare in ambito internazionale. Da donna intelligente qual era, capì ben presto che lo stato attuale delle  cose  non  poteva  durare  a  lungo  e  che  ben  presto sarebbe avvenuto il crollo.

Difatti  aveva cominciato a dubitare  e non poco  delle
iniziative del Duce nell’ambito internazionale. Non era più
tanto  sicura  della  stabilità  di  quella  roboante  situazione
che si era venuta a creare; a lume di naso si rese conto che
non bisognava trascurare l’amicizia di chi non approvava
l’operato del Duce.

Qualcosa presto sarebbe cambiata, e ne ebbe la piena
certezza il giorno in cui Italo Balbo fu abbattuto dalla
contraerea italiana, di cui intuì le motivazioni dai discorsi
del marito. Più ascoltava le farneticanti parole di Paolo,
più si convinceva di vivere in un clima pronto a scoppiare
da un momento all’altro.

I fatti le dettero ragione e le nuove relazioni allacciate con  ambienti  lontani  del  partito  e  più  vicine  al  mondo cattolico le tornarono utili con la fine della guerra.

Sta  di  fatto  che  cessata  la  bufera  con  la  sconfitta
definitiva del fascismo, nel nuovo contesto sociale, grazie
a queste sue conoscenze e amicizie nell’ambito clericale,
pesò poco il suo passato di fascista convinta ed ebbe modo
di mettere la sua professionalità a disposizione del nuovo

 

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corso, grazie anche alle sue capacità organizzative.

Di non poco conto fu il suo sostegno alla causa ebrea.
     Di lei si ricordò dell'opera, prestata nel salvataggio di un gruppo di bambini ebrei, sottratti alla deportazione con l’intervento delle monache del convento delle carmelitane.
     Durante un rastrellamento, avvenuto nel ghetto romano degli  ebrei,  da  parte  dei  tedeschi  e  anche  dei  fascisti italiani,  avviati  poi  ai  vari  campi  di  concentramento  in Germania e in Polonia, Berta ebbe l’intuito di salvare gli alunni ebrei di una scolaresca, facendoli passare per figli d’italiani.   Di   loro   se   ne   occupò   personalmente nascondendoli poi nel convento delle carmelitane.
     Grazie  a  questi  suoi  trascorsi  e  alle  sue  capacità  di esperta contabile, fu incaricata come consulente del Banco di  Sicilia,  con  il  successivo  incarico  di  direttrice  di un’Agenzia.

Quindi non conversione la sua, ma versatilità al nuovo
corso. Non fanatismo né tradimento ma adeguamento alla
nuova  realtà  e  intuito  di  salvare  la  propria  famiglia  dal
disastro.  Forse  era  stata  anche  pietà  per  chi  si  trovava
nella sofferenza, desiderio di umanità e quant’altro. Tutto
sommato, anche se di fede fascista, non era cattiva e non
tutto  approvava  del  fascismo.  Molto  della  fede  in  lei,
inculcata dalla madre, era rimasta latente ed era emersa al
momento opportuno per salvare lei e la sua famiglia dal
disastro. In lei si era verificato quanto era avvenuto nella
coscienza  della  maggior  parte  degli  Italiani.  Tutte  cose
certamente non percepite dal marito, immerso del tutto
nel  tessuto  del  passato  regime,  cui  aveva  dato  tutto  se
stesso, le sue palle, il suo onore, la sua libertà con la cecità

 

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del fanatismo assoluto.

Infatti, Paolo Nascara, non fece nessun passò indietro rispetto al suo passato. Anzi continuò a fare passi verso quel baratro che gli si parava davanti, bevendo fino alla fine il suo amaro calice.

Manuela Filiberta di Savoiano, detta Berta,  come molti altri italiani, ebbe modo di riciclarsi alla luce delle nuove vicissitudini.  Con  l’incalzare  degli  eventi  capì  che  l’era gloriosa  fascista  stava  per  finire  e  che  era  necessario rinnovarsi nelle nuove pieghe sociali.

In effetti molte cose già da tempo non erano accettate e
condivise da lei di quel regime. Quella faccenda, poi, delle
leggi razziali, proprio non l’aveva gradita. Pensava pure
che quella maledetta guerra avrebbe potuto anche essere
evitata  e  che  sarebbe  stato  un  bene  lasciare  in  pace
quell’Etiopia, che le aveva procurato tanto danno. Capì in
anticipo che la posizione da lei raggiunta poteva crollare
improvvisamente  con  la  caduta  del  fascismo.  Per  questi
motivi  pensò  bene  di  allontanarsi  alla  chetichella  dagli
ambienti del PNF. Intensificò le sue opere di carità sociale
e si avvicinò più di quanto avesse fatto in passato alle
iniziative  cattoliche.  Ancor  prima  che  scoppiasse  il
dramma finale si era allontanata dal mondo in cui il marito
continuava imperterrito a sguazzare. Si era arroccata nella
sua  nuova  attività  d’impiegata  di  Banca,  prendendo  le
distanze  dal  marito,  di  cui  più  nulla  sapeva  se  non
solamente che era stato deportato in America, insieme ad
altri fascisti ritenuti pericolosi.

 

 

 

 

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IL RITORNO DI PAOLO

 

 

Che fine aveva fatto il marito, Paolo Nascara, cui era
ancora legata dal vincolo del matrimonio?
     Berta  non  aveva  più  saputo nulla  né  le  importava sapere. Molta acqua era passata sotto i ponti dal giorno in cui  si  erano  conosciuti.  C’era  stata  poi  la  parentesi piacevole con quel Tullio, camerata di Italo Balbo e padre di  Titti  e  Vittorio  Emanuele.  Scomparso  anche  lui  nel vortice  degli  eventi.  Aveva  solamente  saputo  che  era fuggito in Argentina, grazie ai maneggi internazionali con il  regime  di  Peron.  Nella  sua  vita  sentimentale  qualche altra piccola avventura si era aggiunta a quella naufragata nel nulla, assieme al castello di regime.

Nulla d’importante e degno di essere ricordato e messo in conto. Aveva ormai raggiunto uno stato di autonomia che non a tutte le donne era concessa e l’abbandonarsi a qualche  piccola  e  piacevole  distrazione  la  rendeva  più forte, battagliera e umana.

Finita  la  guerra,  la  vita  in  Italia  si  avviava  verso  la
normalizzazione e il fervido operare per ricostruire quanto
era  stato  distrutto,  la  rendeva  più  forte  e  sicura.  Non
appena  fu  pronta  prelevò  dal  collegio  di  suore  le  due
figlie,  ormai  grandicelle,  e  cercò  di  dare  loro  una
sistemazione per la vita. Il piccolo, lo aveva tenuto sempre
presso di se, curandone personalmente l’educazione.