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CONTATTI

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Dare tempo al tempo

Spigolando su pensieri e sentimenti

Raccolta di poesie di Pippo Nasca

 

 

 

Anche se la finestra è la stessa,

non tutti quelli che vi si affacciano

vedono le stesse cose; la veduta

dipende dallo sguardo.

Alda Merini

 

 

 

 

 

 

  

 

 

Sulla falsariga di altre poesie già pubblicate e in armonia agli

argomenti dei vari racconti che Akkuaria ha pubblicato, il tema

delle   poesie   di   questa   mia   raccolta   è   varia   e   il   mondo   in   cui

spaziano  è quello  dell’umanità  in ogni suo aspetto  realistico  e

fantasioso, naturalmente osservato dal mio punto di vista, cioè,

guardato dalla mia “finestra”, come dice la Merini.

Non mi sono peritato di raccogliere i vari “pezzi” secondo

uno   schema   o   quadro   in   relazione   ai   vari   argomenti.   Ho

semplicemente   proceduto   alla   esposizione   di   sentimenti   ed

emozioni così come sono venuti senza un ordine prestabilito, che

avrebbe avuto la pretesa di dimostrare alcunché.

Naturalmente le sollecitazioni mi sono arrivate dal mondo che

mi   circonda   e   in   questo   senso   siamo   in   presenza   di   poesie

realistiche, anche se permeate di fantasia e larvati giudizi del mio

modo di vedere l’umanità. Non mi sono presupposto lo scopo di

dimostrare   o   imporre   una   mia   tesi   etica   al   lettore.   Ho

semplicemente   esposto   il   mio   pensiero   e   i   miei   sentimenti,

lasciando,  chi legge, arbitro  di trarne le conseguenze a lui più

confacenti.

Anche se talvolta incedo con riferimenti al mondo classico,

che è alla base della mia cultura,  mi sono sforzato di rendere la

lettura dei versi molto scorrevole curando in particolare la metrica

e ricorrendo raramente alla rima.

 

 

Spero che quanto da me scritto, trovi presso il lettore quel

consenso   che   anima   chiunque,   come   me,   cui   piace   leggere   e

confrontarsi con la realtà che lo circonda.

 

Pippo Nasca

 

 

 

 

  

 

 

***************

 

 

 

 

Il fumo dell’Etna

  

 

La sabbia sopra il colle

spavaldamente cade,

di lava ancora molle

e senza scampo invade

 

dei tetti la consolle,

dei campi e delle strade

la terra, che ribolle

di polveri non rade.

 

Di traccia all’orizzonte

compare l’onda nera

e ti disegna un ponte

 

dell’aria prigioniera,

sciamando sopra il monte

e sembra ch’è già sera.


 

 

 

 

 

 

Un pensiero per Te

 

  

Da tua passione debole

ti giunge commozione

poiché la mente incespica

nel ricordarmi invano

e sei rimasta attonita

di riscoprire ancora

il grido di dolore

che m’arrecasti in animo

quel giorno maledetto

che d’un amore fervido

sciupasti la passione

perché t’amavo pavido

di vero sentimento

e non avevo in animo

per te che cose belle.

A te non fu di stimolo

l’amore mio profondo

che diventò di Tantalo

tormento di pensieri

dal tempo resi gravidi

di ruvidi ricordi.


 

 

 

  

 

 

Così è

 

  

Ho niente di lei

e niente avrò

sicuramente

ma tutta in cuore

pinsi la memoria

del suo sorriso

e di sua voce

sognai d’ascoltare

il tintinnar

d’argento inciso.


 

 

 

 

 

 

 

Preludio notturno

  

 

Distillano le notti

i sogni dell’amore

tra lo sciamar di nubi

nel cielo variopinto

ed io, che son di sogni

ambasciatore muto,

d’azzurro tingerò

le membra tue sopite

e colmerò gli spazi

tra le vaganti stelle

di fiabe colorate

nell’intimo sentire

di risonanti accenti. 

Allor di me sembianza

ti nascerà nel cuore,

fremente nell’abisso

d’abbandonati sogni,

e leggere potrai

tra gli astri rilucenti

i versi miei struggenti,

che parlano d’amore

e di sognati amplessi.

A me resta la gioia

d’averti un po’ distratta

dal mondo d’ogni giorno

per riscoprire sogni

e la speranza ambita

di non restar confuso

tra anonime figure

disperse nell’oblio


 

  

 

 

 

 

Telefonando

 

  

Squilla la voce querula

di note a lungo attese

nel cavo dell’orecchio

e quando giunge morbida

al cuore palpitante

rifulgono più nitidi

gli atavici ricordi.

 

Di semplici parole

un fiume già m’inonda

parlandomi di versi

che scrissi tempo fa

e l’ascoltar mi spinge

a rimembrare cose

che parlano di me.

 

Il mare mi soverchia

con l’onda sempre tesa

degli occhi tuoi sereni,

che specchiano l’immagine

d’un mondo già scomparso

ma son diversi i detti

e gli ascoltati accenti.

Tu questo non lo sai

ma su quel viso ho letto

parole al vento sparse

giocando a rimpiattino

con nuvole lontane

nel cielo a sprazzi terso

di vividi fantasmi.

Purtroppo son diverse

in questa nostra vita

le realtà sommerse

che il tempo a volte addita,

ma costellando vanno

di rilucenti stelle

il cielo del passato.


 

 

 

  

 

 

 

Triangolando

  

 

Triangolando vado

di vividi colori

il bianco viso

nel poco spazio

d’un piccol quadro

a chiazze inciso

e dallo schermo

etereo vola

il pensier mio

fantasticando

nell’ondeggiare

d’infinito cielo

che sublimando

abbonda e tinge

i cirri grigi.


 

 

 

 

 

 

Come Calaf

Nella Turandot

  

 

Nel tripudiar sommerso

d’immagini stupende

che fantasia sospinge

nel limbo del piacere

e dell’eterna gioia

talvolta l’ombra appare

di panico timore

nell’animo contrito.

 

Allora un velo cinge

l’estroso spigolare

sul bello e sull’arcano

ed ovattate ambasce

annientano speranze

in animo serbate.

 

Ma sulla nuova scena

di brividi angosciosi

che sorgono violenti

il tuo sorriso accende

la fiamma dell’amore

ed i tuoi baci appena

sul labbro che si schiude 

annientano i dolori

che sorsero improvvisi

e allor anch’io potrò

cantare nella notte:

al ’alba vincerò!


 

 

  

 

 

 

Trezza a mare

 

  

Giammai parole perfide

intrise di veleno

su questo mondo estatico

che vede nel suo seno

la luce calda e candida

del dolce panorama.

Così rimanga incredulo

nel vaso di Pandora

Il brulicar caparbio

di mostri sconosciuti

che nel suo fondo annaspano

tentando di fuggire.

In questo mare enfatico

d’affetti e di bontà

ogn'ora resti fervida

la scia della luce

che mostri sempre placido

nell’etere infinito

lo svolazzare garrulo

di candide colombe.

Allor superbo il cantico

si levi dalle barche

ed implorando fervido

l’amore giubilante 

rivolga preci semplici

d’amore e di bontà

a Dio che compendia

l’amore sempiterno

e pace regni statica

su questo mare e cielo

all’orizzonte carico

di vividi pensieri.


 

 

 

  

 

 

Terremoto

 

  

Crollò con tonfo sordido

il vecchio campanile,

di pietre sparse torbide

la piazza ricoprendo.

 

Dalla pendice gotica,

che gabellava il cielo

e troneggiava turrita

sopra l’antiche case,

 

non più ruzzanti tortore

si librano nel vuoto,

né sugli spalti covano

i frutti dell’ amore.

 

Il sussultare drastico

del sottostante suolo

pietre sconvolse ataviche

murate con amore

 

ed ossa glabre sembrano

che, dissepolte appena,

l’orrendo aspetto mostrano

al sole che risplende.

Nello scrutar fulmineo

quelle macerie bianche,

rosso di sangue emergere

si vide un corpo inerte.

 

Era d’un uomo pallido,

che sangue perse e vita

in quell’evento tragico

nell’atto di pregare.

 

Or che di pianto s’alzano

le grida degli astanti

occorre che non cessino

Speranza e Carità,

 

poiché gli eventi cosmici

non son opre divine

ma accadimenti semplici

di naturale corso

 

ché l’operare provvido,

a tempo giusto preso,

può limitare facile

i perigliosi danni


 

 

 

 

 

 

L’alternanza

  

 

Dove superbamente il cielo cinge

di nuvole l’azzurro

ed il sole dipinge

dei soliti colori l’orizzonte

un giorno splenderà

di luce un solo guizzo

che svelerà misteri mai risolti

all’uomo vincitore e pure vinto

poiché nel buco nero annegherà

e raccontarlo al mondo mai potrà.

Allor silenzio e stasi

nel cielo regnerà

ed altri mondi altrove nasceranno

ignari del passato

e solo speranzosi del domani.

Così nell’universo l’alternanza

di mondi sempre nuovi

la regola sarà

come quella dell’uomo

che vive nasce e muore

lasciando spazio a chi dopo verrà.

 

 

 

 

 

 

  

 

 

Il crollo dei sogni

  

 

Mirabolanti nuvole

galleggiano nel cielo

appena reso liquido

nell’etere compatto

dal gorgheggiar di zefiro

che disegnando mostra

iridescenti immagini

dal sole bordeggiati.

Ora nel cielo scalpita

il rosso d’un cavallo

e d’altra parte naviga

veliero in mare posto.

Ma tosto d’una femmina

il corpo appare nudo

oppure scorgi immagini

di sante castigate.

Figure che disegnano

I venti e le condense

le fantasie t’accendono

di chi le crede vere.

In queste scene irrompono

sovente uccelli neri

che starnazzando torbidi

cancellano le fole. 

Così cadendo crollano

I sogni d’una vita

al solitario irrompere

d’un fatto non voluto.


 

 

 

 

 

 

Venti di pace

 

  

Mai più vessillo all’albero

del bellico vascello

l’emblema mostri gravido

di guerre senza fine

 

sull’onde rese torbide

all’orizzonte estremo

dal rimbombare tronfio

di lubrici cannoni.

 

Mai più nel vasto vortice

del mare che ruggisce

il galleggiare sordido

di poveri morenti.

 

e sugli spalti carsici

le titubanti schiere

dei difensori attoniti

sulle bombarde pronte

 

a vomitar la grandine

dei colpi in mare sparsi

che d’acqua una voragine

discopre spumeggiando.

 

 

In questo mare tacito,

che sopra l’onde ormai

i bastimenti dondola

di merci commerciali

 

soltanto vento e nuvole

all’orizzonte mostrano

immagini fantastiche

d’aspetto travolgente

 

ed il rumor caparbio

semplicemente s’ode

nel cielo reso liquido

dal lampeggiar dei tuoni.

 

Dal lido non più turbini

di scoppiettanti l fiamme

sull’onde cupe volano

foriere di disastri,

 

ma solo luci languide

carambolare vedi

sulle latenti tenebre

dal faro proiettate

 

ed ormeggiate placide

le barche al molo fisse

sull’acqua appena tremula

di risaputi moti.

 

perché sul mare luccica

la stasi della quiete

e brilla solo mistico

il grido della pace.


 

 

 

 

  

 

A Catania

 

  

O mia Catania, che zampilli viva

nella vision di vivide colonne,

che d’Amenano mostri breve riva,

perché la dolce roggia degli incanti,

 

traboccante di bianco, la copriva,

e fonte fosti d’uomini e di santi,

oltre che d’arte rigogliosa diva.

Io cerco nelle facce dei passanti

 

il tuo sorriso che nel ciel si libra

tra le mirabolanti e terse luci

del dì che nasce ed il mio cuore vibra

 

serrando il labbro che solerte cuci

col sol mostrare l’imbiancata fibra

che nelle foto mostri e… tutto bruci.

 

 

 

 

 

 

Esondazione

 

  

La pioggia intensa cadde

sul fiume che tracima

e poco tempo prima

scorreva dolcemente

Urlar s’udiva il vento

tra i tralci delle viti

nei solchi già stecchiti

e stare amaramente

nel cielo reso nero

le nubi traballanti

di guizzi scintillanti,

che bruciano la mente.

Franò la diga arborea

dall’acqua frantumata

che vinse la portata

del fiume straripante.

Al tuono si fondeva

il suono d’un boato

e quando fu cessato

s’udiva solamente

alto nel cielo stridere

di fitta pioggia il pianto

e della morte il canto

il tutto travolgente.


 

 

 

 

Un giorno a Milano

 

  

All’ombra d’una guglia,

sopra del Duomo il tetto

nell’ampia piazza eretto,

un bacio mi sfiorò.

 

La nebbiolina stinta

copriva con un velo

entrambi e quello stelo

un monumento provvido

 

sembrava là piantato

per far da testimone.

Non c’erano persone

che scorgere potessero

 

quell’amoroso abbraccio.

La mano nella mano,

scendemmo piano piano

giù per la scala ripida

 

e, quando infine al suolo

giungemmo trepidanti,

i cuori scalpitanti

un inno già cantavano

            d’amore senza fine

mentre sfioriva il giorno

e senza posa intorno

sciamavano le tortore,

 

felici di tubare.

Colsi sul suo bel viso

Il cenno d’un sorriso

velato dall’incanto

 

d’un attimo felice

nel gorgo d’un sospiro

dalla mestizia intriso

per l’ora dell’addio.

 

Passò quel giorno fulgido.

Rimase un’avventura

di cui non ebbi cura.

Nel rintoccar del tempo

 

con nostalgia ricordo

quel giorno ormai lontano

nel riveder Milano,

che annega nell’oblio.


 

 

 

 

 

Se tu

   

Se tu, fuggendo dalle astruse balze

dove ti copre il freddo

di sopiti istinti e brame,

precipitar vorrai,

il corpo ignudo e l’anima,

nella valle

delle mie braccia tese,

allora scriverò

note d’amore

sul pentagramma

del tuo sembiante muto

che cela nel torpore

d’un mai sognato spazio

la passione

e scoppieranno intorno

arcani schizzi

d’ameni sogni

mai provati prima

nel saporoso morso

d’esotici pensieri

e di felice ambascia

ti sentirai pervasa

nell’ardore

d’un grande amore

e nel silenzio

che la mente copre

campane sentirai

suonare a festa

nel cielo

ridondante di passione,

che disegnar vorrai

in ogni dove.


  

 

 

 

 

La neve a Catania

  

 

Sopra i muschiati scogli

della riviera grigia

che non toccava l’onda,

laddove il sol d’estate

incontrastato brilla,

un fiocco cadde lieve

d’opaco spumeggiante

seguito d’altri ancora

di bianco colorando

le pietre non più nere.

Il mare solamente

rimase azzurro e cupo

a contrastar quel bianco

dal cielo prorompente

col solo veleggiare

d’uno sparuto stormo

di candidi gabbiani,

sorpresi dall’evento.


  

 

 

 

L’ignota leggenda 

  

 Stette Pilato torbido

nel tribunale assiso.

Vedeva l’uomo immobile

guardarlo dritto in viso.

Nessun aspetto perfido

negli occhi scorse incline

e con cipiglio pratico

pensò di porre fine

a quel giudizio inutile

di morte domandata

dal forsennato popolo

e con la mano alzata

soltanto dette l’ordine

di fustigar la schiena

di quell’uomo indomito

per far giustizia piena.

Spavalde s’abbatterono

le verghe dell’ulivo

su fianchi e spalle insolite

d’un uomo ch’era divo.

Le lacrime sgorgarono

d’un fiume rinfrescante

da quelle verghe torbide

che diventaron sante, 

perché le spine persero

d’atavico retaggio

le piante che sortirono

d’amore un nuovo raggio.


  

 

 

 

Quell’albero

 

  

Quell’albero, che vedi folleggiare,

d’aguzze foglie verdi ridondanti

e mollemente sembrano cantare

al vento le leggende gorgheggianti

 

sopra quel tronco dalle forme rare,

che tra ramaglie mostra verdeggianti

le drupe bianche e nere sempre care

e d’olio e luce ricche straripanti,

 

quell’albero, ti dico, che tu vedi,

spoglio d’amena fioritura estiva,

e ti fa mostra di stupendi arredi,

 

è la pianta d’ulivo, degna diva

delle grandiose cure che concedi

per renderle la chioma sempre viva.

 

 

 

 

 

 

Il predator predato

  

 

Laddove il mare spumeggiando frusta

le rocce nere effuse dal vulcano

e nuvole salmastre in alto sparse

si levano grondanti di biancore

e l’orizzonte, in parte escluso, s’unge

del rosso cupo del morente giorno

vola ramingo un torbido gabbiano

alla ricerca di sperdute prede

che le sospinga il mare inverecondo,

ma nulla trova e volteggiando cade..

Cade travolto d’infiniti affanni,

che libertà gli impose d’affrontare,

sulle rugose crepe degli scogli

dove l’avvolge il vortice spumoso

che si dissolve in rivoli fuggenti

e scivolando sopra l’onde smosse

precipita morente nell’abisso,

dove l’attende chi predar voleva

e che di lui ne fa orrendo pasto.

 

 

 

 

 

 

 

Amarezza finale

  

 

Io, costruttor di versi

ed inventor di fole

che mai potranno aversi

da parte di chi duole,

 

mille sentieri tersi

percorro tra le viole

di viottoli dispersi

di chi caparbio vuole.

 

Ma girellando invano

tra i colorati ammassi

raggiungo piano piano

 

asperità di sassi

e fango di pantano

che bloccano i miei passi.


 

 

 

 

 

Il fiume

   

Tu spumeggiando vivo

nell’ibrido colore

che ti circonda, privo

d’ambascia e di dolore,

 

o mio stupendo rivo

che scorri con ardore

e sempre sei giulivo

nel fondo del mio cuore,

 

la mente mi sommergi

di tremuli rimpianti

con l’acqua con cui tergi

 

le sponde pigolanti,

ma sopratutto emergi

per l’onde tue passanti.


 

 

 

 

 

Le due stagioni

 

  

Volse lo sguardo torbido

Il sommo padre Giove,

quando con voce trepida

al limitar del trono

 

parlò piangendo Cerere.

Di Pluto il vile ratto

racconta di Proserpina

e chiede di riavere

 

la figlia resa succube

dell’Ade ancora viva.

Rispose Giove candido

che non poteva agire

 

nel mondo imponderabile

dei morti sottoterra,

ove regnava indomito

Plutone, suo fratello

 

ma che poteva chiedere

del ratto la ragione

avendo fatto l’Infero

un atto non potuto.

Giove e Plutone fecero

l’incontro di chiarezza

ed il patto sancirono

preciso di restare

 

per sei mesi Proserpina

nell’Ade con Plutone

e con la madre Cerere

sopra la terra gli altri.

 

Questa novella mitica

vi può sembrare strana,

ma fu la base tattica

del clima come scorre

 

Sfugge talvolta timida

dall’orrido marito

Proserpina fantastica

e corre dalla madre

 

quando la terra frigida

inverno già la cinge.

Allora il sole attonito

appare all’orizzonte,

 

e di calore languido

riveste la natura,

ma solamente tiepida

la rende per un poco


 

 

 

 

 

In morte di Franca

 

 

Restò la spoglia immemore

di fatti già vissuti

sul cataletto immobile

di pace conquistata.

 

Al limitare tremulo

di vita, ormai sparita,

sul labbro non più murmure

un motto, anzi un sorriso,

 

apparve muto e languido

foriero di bontà.

Cinta di lino candido

or nella bara giace

 

ma l’alma sua magnifica

nell’aria intorno spande

profumo di virtù.

Se mai di fatti perfidi.

 

In questa vita torbida,

il segno la colpì

lasciandole nell’anima

una materna ambascia

 

 Lei dalla tomba emergere

farà l’amore suo

che nella vita fulgido

d’avere già mostrava.

 

 

 

 

 

 

 

Mi piaci

  

 

Io, cui scivolar piace

sui mesti versi sciolti del Leopardi

o sulle rime del divino Dante

oppure del Manzoni sopra i canti

di Fede intrisi nel brillio d’accenti,

quando i tuoi versi leggo diseguali,

scevri di rima e d’altre costruzioni,

ma carezzanti e ricchi

di parole armoniosamente esposte,

sui tuoi pensieri pattino sereno

e mi sovvien l’eterea tua pittura

a sbalzo sulla tela,

ch’io vidi un giorno ed ammirai stupito

di forme nuove, che ricordo ancora

insieme al gusto d’un caffè sorbito

al banco di quel bar dei “Quattro Canti”.

Nel tuo profilo, adesso, ammiro foto,

che stillano emozioni

sul tuo sembiante stese,

e donna tu mi appari di valore.

 

 

 

 

 

 

Così è

 

  

Salperanno le stelle scintillanti

nel mar del firmamento

ma cadranno nel lago d’infinito

e nel silenzio immenso:

silenzio di dolori,

d’affanni e di piaceri,

implosi nella stasi d’un mondo

sconosciuto e greve,

dove del nulla un monumento aderge,

che ha solo di sogno aspetto e nome.

Così sempre sarà

nella natura il divenire umano.

 

 

 

 

 

 

Come Manzoni

 

 

 Vergin di servo encomio

e di codardo oltraggio,

tace e non s’erìge

lo spirto mio commosso

al subito apparire

ed incerto disparir

di cotanti. . Raggi.

Al Tribunale in toga

la sentenza tocca

se gloria o polve

infine in ciel risplenda.

Nui chiniam la testa

ed attendiam sereni

che questo tosto

correttamente avvenga.


 

 

 

 

Lamenti d’amore

 

  

Più di mille sono le parole e i duoli

che scrissi e la canzoni che cantai,

per te, mia bella, che non mi consoli

di tutte le mie pene ed i miei guai.

 

Tu come una farfalla fuggi e voli

sopra quel fiore che per tè piantai

nel centro del mio cuore e non ti duole

che lontana di me tu te ne stai.

 

Pensando a te le nuvole ho toccato

che corrono nel cielo con il vento

e le labbra nel sonno t’ ho adornato

 

di tanti bacetti dati a cento a cento

mentre ardente forte t’ho abbracciato,

ma questo solo… non mi fa contento.

 

 

 

 

 

 

 

 

La nascita di Venere del Botticelli

 

 

Anche se non di Cupido,

che nato ancor non era,

non può vedersi immagine

nella scenario mitico

di Venere nascente,

l’amor troneggia intenso

sopra conchiglia pronuba,

nell’onde altalenante,

di fior cosparse e docili.

che le sospinge afflato

dell’infiammato Zefiro.

Pudicamente esposta,

appare nuda e placida

la donna, più che Dea

dalla passione murmure,

accolta dall’ancella,

che l’Ore simboleggia

del tempo che verrà.

Foriero appare limpido

un mondo ch’è perfetto

d’una natura torbida

divina diventata

al tocco celeberrimo

del mitico pennello.

 

 

 

 

 

 

Botticelli e la Primavera

 

  

Là, dove al centro florida

rifulge Primavera

appropinquata a Venere,

che, dalle Grazie cinta,

muta risveglia cantici

d’amore rigogliosi,

trascurati non vennero

nel colorato quadro

la ninfa Clori e Zefiro

dal soffio conturbante

e l’intrigante Cupido

dalle dorate frecce

nel tripudiare turgido

di frutti, foglie e fiori,

in terra sparsi mobili

al suon d’eolio moto.

Pur descrivendo ermetico

un mondo di gaudenti

ridestò memoria

 il bravo Botticelli

del rifiorente vivere

col trionfante amore

nell’ibrido compendio

della natura aulente

sui risaputi eventi

dell’amoroso cardine

all’alba della vita.


 

 

 

 

 

Se vagabondo un giorno…

 

  

 Se vagabondo un giorno approderò,

o mio Signore all’ubertosa foce

dei tuoi dettami d’amorosa voce,

grato e felice gli occhi chiuderò

 

e sicuramente lo sguardo feroce

al mondo intero mai più mostrerò

e niente di molesto più dirò,

trovando giusta la mia e l’altrui croce.

 

In questo mondo d’infiniti inganni,

che la natura ammanta di speranze,

avranno fine i perigliosi danni,

 

e mai più vi saranno circostanze

del perdurar di perniciosi affanni

tra cielo e terra in torbide distanze.

 

 

 

 

 

 

 

Compleanno di Primavera

 

  

Con sulle labbra fragole dipinte,

Il sen di fiori adorno

e gli occhi appena roridi

per la rugiada evanescente ancora,

il dì ventuno marzo

già nacque Primavera.

Zefiro appena le sue guance sfiora

e tra le nubi nuotano i capelli

al limitar del cielo,

che d’argentati trilli

ed ali di corimbi

festosi si ricopre svolazzanti.

Dolce tepore espande

la natura tra gli echeggianti raggi

del sole sorridente

ed un effluvio dolce alto si leva

dalle corolle schiuse,

d’insetti pullulanti e di colori.

 

O te beata, o te felice,

che in questo aprico giorno

natali avesti al mondo

incastonato in questo etereo sfondo,

pure se certo il pianto

 

il ciglio t’irrorò

per il dolor che prova il nascituro

venendo fuori dal materno seno.

O te felice ancora

perché ti cinse il seno Primavera

e nel tuo corpo son rimaste impresse

le forme, che le Grazie

a Venere forgiarono

nel suo giorno natale.

Io sono certo che della dolcezza

Il calco in te s’asconde

del rigoglioso mondo che si sveglia

al mite balbettio della natura

e che sulle tue labbra

arrida il Paradiso

d’Adamo solamente pregustato

baciando quelle d’Eva

in quel suo primo ed amoroso amplesso. 

E, se del tempo il solco

la guancia ti segnò

e d’argento un tocco nuovo s’aggiunse

alla tua chioma duttile e composta,

non ti curar d’aver altra risposta,

poiché l’ emblema è questo

di rinnovato spazio della mente

che all’anima s’aggiunge,

tingendola di luce e fantasia.

Possa durare quanto il mondo dura

questa rinnovellata Primavera

negli anni tuoi futuri

e conservarti in petto

le cose belle che d’avere mostri

in questo giorno di serena stasi

finché d’amore e fantasia non cessi

la luce che s’accende nel tuo sguardo.

 

 

 

 

 

Tu, come nel mito

  

 

Mai, mai e poi mai ti dimenticherò.

Di te lo sguardo ardente e fuggitivo

ricorderò per sempre

ed anche se guardare indietro lede,

come ad Orfeo avvenne,

io, mille volte e più di mille ancora,

al passato rivolgerò la mente

ed estatico resterò a guardarti

all’infinito e, quando sentirai

le membra inumidirsi

per la cadente pioggia,

sappi, son io che verso le dorate

lacrime d’amoroso sentimento

sul tuo stupendo corpo,

come le vide la fanciulla amata

da Giove trasformato per amore

e, se carezze di collana il collo

sfiorare sentirai,

son io che frugo, trasformato in cigno.

il tuo sinuoso petto.

Io son per te l’eterno Dio d’amore,

che di sua freccia punto,

amante fu perenne di Psiche.

 

 

 

 

 

 

Ricordo di Parigi

  

 

E mi ricordo di te,

mia cara donna,

del tuo corpo nudo

sopra di me che brucio,

dei tuoi occhi neri

pieni di luce divina,

della tua bocca dolce,

che mi baciava tutto…

ed io non osavo coglier

la rosa che tu m’offrivi

aperta infine,

poiché ti adoravo

e non osavo rendere umano

ciò che mi sembrò divino.

Ero ragazzo allora,

adesso il mio cuore

di vecchio sognatore

piange e non sa più

trovar la strada

di viverti lontano,

mio sole,

mio dolce e grande amore,

che non avrei mai voluto perdere,

ma che ho perduto 

tra le strade buie

della città illuminata.


 

  

 

 

Natale

 

  

É Natale.

La festa del Santo Bambino

che viene da noi

nudo e piccino

per salvare il mondo intero

Sarà forse

l’ultima festa

della mia triste vita?

Io non lo so

e lo chiedo a Dio

poiché

molto spesso

brilla il mio spirito

di fiammanti desideri,

ma il corpo si annulla

nel buio

della disperazione

e dell’eterna notte.

Spero che questo Bimbo

venga a salvare anche me

dal male dell’anima mia,

dandomi la pace

che io desidero.


 

 

 

 

 

 

Le stelle cadenti

  

 

Salperanno le stelle vagabonde

sul lago d’infinito e poi cadranno

nell’amorfo silenzio di dolori,

d’affanni, di piaceri e gai pensieri,

implosi nella stasi d’una vita,

e, scomparendo sulla nuda terra,

dove del nulla un monumento aderge,

annegherà la sete d’alte cime.

Così sempre sarà nella natura

l’eterno divenir dell’universo,

che nello spazio corre senza meta

e nessun teme ostacolo divino.

 

 

 

 

 

 

 

 

Felicità perdute

 

  

Tu che danzando andavi

sulle pendici rosa

dei miei dorati sogni

ed io correvo ansante

dietro farfalle erranti

sui prati verdeggianti

adesso immota giaci

sulla scogliera amorfa

del tempo che mi sfugge.

Il canto più non s’ode

del cuore che scandisce

le note dell’amore

né le tue labbra mute

gorgheggiano parole

smorzate dal silenzio

che cinge di passione

l’umano sentimento.

Veleggiano le stelle

nel cielo senza posa

e rischiarar non sanno

l’ore future avvolte

nel tenebroso manto

dal sole abbandonato

e lasciano rovine

da noi almanaccate

con truce accanimento.

Solo il rimpianto un giorno

apparirà violento

di questo strano evento

e piangeremo invano

felicità perdute.


 

 

 

L’ultima scelta

  

 

Quando sul letto l’ombra della morte

Incombe e cessa del guarir la speme

giova restar caparbiamente forte

all’incalzar del male che non teme

 

le cure più speciose e più contorte?

Sol di morir velocemente preme

al corpo avvolto nella triste sorte

di chi morente di dolore geme.

 

Ed allor perché di vita si deve

imporre il peso a chi morire agogna

serenamente ed in maniera lieve?

 

Colui che della vita ormai si lagna

e che la morte sceglie meno greve

l’assenza del dolore ci guadagna.

 

 

 

 

 

 

A Mili del Venezuela

 

  

L’immagine guardando

di te, che mi sorridi,

vedo negli occhi tuoi

un fiammeggiar foriero

d’amore e di passione.

Allora nella sfera

dell’universo intero,

che fantasia dipinge,

almanaccando vado

cristalli di futuro,

dove tu m’appari cinta

di luce inghirlandata

e d’amorosi accenti,

nell’angolo traslata

di solitaria stanza,

riverberando immagini,

che sanno di speranza.

Ma non languire mesta

nell’angolo supina,

dal desiderio punta

d’inusitati baci

e di fantasmi vani,

poiché risplende il sole

nel cielo del domani 

e spanderanno gloria

le stelle del passato

e tu, novella Dea,

un inno leverai

d’amore e libertà

al cielo che risplende

del tuo splendor divino..


 

 

 

 

 

Le spire del terrore

 

  

Occhi stupiti per cotanto orrore,

d’infami sogni nella mente nato,

con lacrime cosparsi di dolore,

furettano nel mondo dissennato,

 

tra le fumose spire del terrore,

che vindice si dice d’un passato,

di cui s’è spenta l’eco ed il clamore.

Il grido di vendetta inalberato

 

dagli assassini in pompa magna ascosi

spinge balordi e mentecatti in massa

a farsi bombe ed ammazzar festosi

 

la gente ignara che per strada passa,

nel nome di precetti religiosi

che servono soltanto a fare cassa.

 

 

 

 

 

 

 

Se tu poesia sei

 

  

Quali parole

quali dolci frasi

posso vergare

sulla carta bianca

e che pitture

sulla tela stendere,

se tu poesia sei

d’infinita vetta

e tutta splendi

di colori vivi

nel tuo giocondo aspetto?

Io con la mente

ti descrivo e scrivo

struggenti madrigali

mai cantati prima

e son per te pittore

di silenziosi quadri

dove risplende turgida

l’immagine superba

di femmina confusa

col mio sentire umano.

Se rude il tempo

cancellar potrà

la tua bellezza 

che mostrando vai

cogente e fissa resterà

per sempre

nella mia mente muta

la tua cara figura

di risplendente stella.


 

 

 

 

Dalla finestra aperta

 

  

Da questa parte di finestra aperta

nel sito che mi vuole assorto e muto

lo spazio scruto che mi sta davanti

e sopra i tetti volo con la mente

fin dove il ciel nel mar si tuffa curvo

tra nuvole difformi e semoventi.

Dietro la tenda trasparente vedo

un volteggiar leggiadro di farfalle

sui vasi colmi di ridenti fiori

e le movenze arcane di colombi

sul balconato amoreggiar festosi

e l’eco ascolto di felpati passi

lungo del tempo immaginarie scale

che salgono nel cielo all’infinito

tra mille bolle colorate e mute

e tingersi d’azzurro evanescente.

Immoto e solitario me ne resto

verso quel cielo che diventa scuro

finché la luna biancheggiando appare

e fan da coro le lucenti stelle

mentre candele non accendo più

del tempo che trascorre e non ritorna.

 

 

 

 

 

 

Eppure grido

 

  

Non sfiorano le labbra

più le tue,

né leggere potrò

negli occhi tuoi

immagini d’amore

senza fine

od ascoltar i balzi

del tuo cuore

che brucia di passione

invereconda

ma pazzo son di te

e del tuo corpo,

del vaneggiar scomposto

dei miei sensi,

del tuo restare immota

al mio desio,

di smarrimenti

che temere mi fanno,

assenza di passione.

Eppure grido:

Ti voglio bene

e t’amo come sempre.


 

 

 

 

Invocazione

 

  

Piena d’immenso, Musica divina,

e tu, di versi favoliera, Musa,

che l’anima m’accendi di passione,

 vi prego adesso entrambi in questo mondo

di suscitar parole nuove e suoni

non per di gloria ricoprire i fasti

d’Eroi e Santi, malamente esplosi,

ma solo per coprir d’insulti e peti

l’umano progredire dello scempio

di gente invereconda e senza stima.

Non lece certo l’implorare Dio

di far vendetta di cotanto male,

poiché perdono impone la pietà.

Ma voi, che siete di sentire umano

e nel pagano mondo venerate,

le trombe rudi rivolgete in alto,

che squillino feroci e senza freno

finché la fine tutti li sommerga,

questi bastardi maledetti, figli

presunti d’uno sconosciuto Dio,

che li costringe ad essere suicidi

e distruttori dell’umana quiete.

Mostrate loro le sembianze occulte

dell’infernale sede che li attende

e la vergogna che spargendo vanno

nel mondo dei viventi e dei credenti.

 

 

 

 

 

 

Ad un’amica in pena

 

  

A te che muta te ne stai seduta

tra nuvole fugaci e variegate

d’affetti e di pensieri e volgi spento

lo sguardo in cielo fuso

ad un passato che non torna più,

ascolta la mia voce

che rincorrendo va la fantasia

ed ignorando l’eco delle pene

la luce mostra di speranza accesa,

di fede e di bontà.

Tra i cirri neri all’orizzonte sparsi

Il sole attende di spuntar splendente

e che del vento l’opera benefica

lontano scacci nuvole e procelle.

Le lacrime versate come tede

con cuore disperato

saranno allor l’effluvio variopinto

di polvere di stelle,

che spargeranno intorno il tuo sentire

e quando infin godrai la quiete,

felice sentirai il tuo respiro

che sul tuo viso aleggia e si riposa.

 

 

 

 

 

 

Pasqua Cristiana

 

  

Frammisto all’ombra cupa degli ulivi

lo stesso Dio piangeva,

poiché la vita si rubava in fretta

al Figlio prediletto.

Fugace il bacio traditore e vile,

la frusta, il vilipendio, il duol, la Croce,

la morte, infine, senza colpa alcuna…

La terra sussultò,

mentre nel tempio il velo si squarciò

allo spirar dell’Uomo sulla Croce.

Divinizzò la tomba il corpo inerte

e per tre giorni chiuso vi restò

tra lo sciamare in cielo delle stelle,

che piansero la morte lacrimando,

e lo sconforto seppellì la Fede.

Ma nel silenzio triste del suo seno

il seme germogliò di quella vita

che Dio donò primiera alla natura.

Il vento tacque, il tempo si fermò

nel divenire dell’umano stato,

l’ardor ritrasse la crudele morte

e forze occulte scoperchiar l’avello,

donde rifulse prodigiosa Vita.

Risorse il Cristo e con vigor si cinse  

il mondo intero di Speranza, Fede

e Carità divina,

che vivono nei secoli dei secoli

e sempre così sia.

 

 

 

 

 

 

Oggi…

 

  

Oggi

sperando che ti fu gradito

baciarmi un tempo

con le labbra schiuse

ti chiedo

di baciarmi ancor di più

oggi

che vita abbiamo

un poco blesa

ed i capelli dalla neve tinti

con sulla pelle

macchie disegnate

e rughe arate

sulle guance smunte

e meno forte

grida la passione

dei nostri sensi

resi più sereni

ed è diverso

il viver nostro nuovo.

Finché rubella

non sarà la sorte

amami ancora

sempre ancor più forte.


 

 

 

 

Ed è così che vivo…

 

 

Ed è così che vivo…

nella penombra della sera insulsa

con la speranza che fantasmi insonni

diventino eclatanti apparizioni

perché d’amore vivo

che solo mi consente di vederti

e non poterti avere

mentre dentro s’acquieta il desiderio

dei miei ruggenti sensi

e gli occhi chiudo sorridendo muto

con la certezza almeno

che vivi in altro luogo

e forse sogni il mio sognare vano.

 

 

 

 

 

 

Tu che mi guardi…

 

  

Tu che mi guardi nel silenzio adorno

di vividi sorrisi colorati

tra ciclamini e rose

che noto intorno al tuo stupendo viso,

ancor non hai notato

che sulle labbra terse t’ho baciato.

Un bacio intenso che non ha d’eguali

con il mio sguardo immerso nello spazio

di lacrime corali

che sfuggono silenti tra le stelle,

all’occaso cadenti insieme ad elle.

Hanno libato gli occhi

l’intenso ardore del tuo labbro schiuso

e poi sommerso di cocenti baci

il viso, il seno ed i capelli sparsi.

Ma tutto questo tu non hai capito

e chiaramente taci

oppure sfuggi pur avendo appreso

e titubante resti nell’attesa

d’eventi che mai forse ci saranno.

 

 

 

 

 

 

Giostre d’amore…

 

 

Giostre d’amore del focoso mondo

di guerre ormai passate

o forse combattute ricordando

eventi solamente partoriti

dal vivere sereno e senza angosce,

io vivo e sogno di volarvi sopra

caparbiamente assiso

con il cipiglio di spavalde gesta

e come fossi redivivo eroe

percorro saltellando immensi giri

del vostro vorticare senza posa.

Semmai cessar potrà

Il vostro moto eterno e ricorrente

nel mondo che soggiace all’imprevisto

immoto resterò nel contemplare

sognati giri e gesta oltre le quali

il mondo frena e tace

e brilli in cielo solo il desiderio

d’amore eterno e di profonda pace.

 

 

 

 

 

 

 

In riva al mare

 

  

La sabbia in riva al mare,

dal vento spinta, sale

e sembra di volare,

ma lungo il litorale

 

la vedi scivolare

sull’onda che t’assale

e, simile m’appare

all’orma d’un guanciale,

 

la forma dove giacque,

disteso nel pendio,

il corpo tuo che tacque

 

sull’orlo dell’oblio…

e Venere ne nacque

ed io divenni Dio!

 

 

 

 

 

 

 

Poteri divinatori

  

 

Guerreggiano gli scogli

con l’acqua resa torbida

dall’alghe maciullate

e sembra rimbombare

lo sciacquettare stridulo

dell’acqua che li bacia

ed io rincorro muto

all’orizzonte fisso

immagini smarrite

d’ un tempo mai vissuto,

laddove fu conteso

al sole d’apparire

da nuvole offuscate

emerse per incanto

dal cielo rilucente

e mi riscopro mago

capace di predire

future circostanze

legando l’infinito

col mondo circostante,

ma d’improvviso il morso

d’un misero tafano

mi fa sentire un verme

che striscia sulla terra

e non capisce niente

del mondo che verrà.


 

 

 

Dare tempo al tempo

  

 

Quando nel cielo splenderanno fisse

a rischiarar d’eterno

le fiamme oscene dell’Apocalisse

e, cavalcando muti,

i quattro cavalieri

orrore e morte andranno seminando,

non vi sarà di certo

chi sfuggirà, nel nome d’un presunto

innominato dio

o d’un barbuto ambasciator profeta

o d’un fottuto dittator bambino,

all’orrido massacro

di tutto l’universo che scompare.

Che vale, quindi, il pugnar sagace

tra genti di diversa razza e fede,

a gloria d’un novello dittatore,

anticipando stragi

che verranno comunque un dì lontano?

Godete, genti, della vita attuale

che Dio ci dette un giorno

e non cercate invano

d’anticipar la fine

dell’annullare ciò che Lui vorrà.

 

 

 

 

 

 

Potenza dell’oblio

 

  

Quando del tempo scatterà l’oblio

e cocci diverranno i trilli ameni

che gioia circonfuse di piacere

o fantasmi saranno inconsistenti

le antiche pene, di dolor soffuse,

in questo mondo stranamente astruso,

non più pensieri oblunghi nella mente

future inventeremo costruzioni

di fervide speranze ed altro ancora.

La pace regnerà sovrana e muta

nel divenire saltellante e vario,

ma cesserà la vita con la stasi.

Non è purtroppo nell’uman potere

Il cancellare estremo l’accaduto

poiché sussiste sempre rimembranza

che solo scomparir col tempo suole.

Non vi illudete dunque che la pace

infine regnerà su questa Terra

finché non cesserà la ricordanza

d’antichi fatti rutilanti ancora.

 

 

 

 

 

 

 

Nell’anniversario della morte di mia madre

 

  

Alto levossi il sole

quel mese di settembre

nel suo ottavo giorno

e, come ancora suole,

correa la gente a mare

ad allungar l’estate,

ma tu giacevi immobile

sul letto della morte

ormai serena in viso,

o madre mia perduta,

ed io piangente accanto

muto restavo inerte

a contemplar lo scempio

del male che ti vinse

e non s’arrese indomito

al tuo lottar sagace.

Nel ricordar quel giorno

adesso muto resto

ancor stupito in cuore

del desio che mi colse

nell’ascoltar quell’ultimo

tuo rantolante spiro.

Avrei voluto darti

la vita che mi desti  

il giorno mio natio

e risentir la voce

che sempre m’allertò.

Adesso solo attendo

di giungere da Te

per cingerti d’abbracci

che eterni resteranno.


  

 

 

 

Mamma li Turchi!

  

 

“Mamma li Turchi!” l’eco

ancor nell’aria senti!

Spavaldamente un tempo

le remiganti navi

dei saraceni armati

di scimitarre nude

al sole scintillanti,

ferocemente in pugno,

in nome del profeta

sconvolsero le coste

di questa nostra Europa,

segnata dal triscele

e dalla sacra Croce,

la loro insegna issando

di stella e mezza luna

sulle munite torri

di mezzo continente.

Soltanto dei Normanni

l’arrivo li cacciò

dal vecchio continente

che ritornava

tosto

al vivere latino,

ancora adesso in atto. 

Il non sopito sogno

dell’Arabo cocciuto

ritenta ancora astuto

d’allora l’avventura

non più tenendo in mano

la scimitarra nuda,

ma seminando bombe,

nei corpi pure ascose

di pargoli innocenti

o mentecatti illusi

di ritornare in vita,

morendo sbrindellati

col nome sulle labbra

del loro grande Allah.

Non più sull’arrembanti

navi carche d’armati

arriva l’invasore

gridando forsennato

il grido di battaglia,

ma su battelli innocui,

scalzo, piangente e lacero,

pane implorando e vita,

che gli negò la guerra.

Ritenta ancor l’impresa,

il popolo islamita,

che già nel tempo fu,

di conquistar di nuovo

il mondo occidentale,

cambiando solamente

la strategia d’azione.

È giusto non negare,

purtroppo, in questa vita,

a chi implorando chiede,

aiuto ed accoglienza.

Lo volle Dio sancire

al Prossimo adeguando

l’amore suo divino

e, se pietà consente,

Il ben comune sia

d’Illuminar le menti

nel nome dell’amore.


 

 

 

 

 

Nell’anniversario d’un triste evento

 

  

Nell’aria tersa si levò di fumo

una colonna di nerume intenso

e si formò nel cielo un torvo grumo

dallo scenario torbido e melenso

 

Non era certo il perfido profumo

di carburante esilarante e denso

che scaturisce dal solito consumo

esagerato oltre misura e senso.

 

Bruciavano le torri gemellate

dell’opulenta Mela americana,

come candele dalla cera nate.

 

L’attacco proditorio rese vana

ogni salvezza delle condannate

dall’odio e l’onta d’una gente insana.

 

 

 

 

 

 

 

Troppo silenzio

 

  

Quando il silenzio incalza

e la speranza tace,

il cuore più non balza

e sembra pura pace

 

il crepitar che s’alza

nell’agitar la brace

che fiammeggiando sbalza

a sfavillar loquace.

 

Il viver mio sereno

In questo arcano mondo,

che di silenzio è pieno,

 

mi sembra più profondo

d’un precipizio osceno

dove ogni giorno affondo.


 

 

 

 

 

A me davanti il nulla …

  

 

A me davanti il nulla

e torri di silenzio,

nel cielo conficcate

dalla mia mente esanime,

 

mi fanno rivedere

lo stato sempre tragico

di chi, tacendo, vive

nell’osservare pavido

 

il fiume della vita

nel suo veloce scorrere

sul letto dell’orrore.

Il gorgheggiare sordido

 

dell’acqua scivolante

sui clivi del disordine

ed il guardare immoto

figure tristi e torbide

 

spezzare tra le rive

le scintillanti lapidi,

devotamente strutte

da chi le volle floride

d’esempi da mostrare,

mi fa sentire misero

d’amore e di pensiero

per questo amaro turbine,

 

che strugge la natura

e tutto quanto sgretola,

che fu d’onore e vanto

un sempre amato simbolo.

 

Eppure la speranza

ancora resta fervida

che torni a rifiorire

su questa scena il florido

 

sentiero della pace

e che l’aspetto scenico

della ragion lo mostri

non più sfasato e torrido.

 

Allora solamente

le torri del silenzio

che sono a me d’intorno

finiscono d’eccellere

 

e trilli in ciel salire

mirabolanti e garruli 

udranno i sensi miei

non più silenti e stolidi.


 

******************

 

 

 

NOTE SULL’AUTORE

 

 

 

Giuseppe   Nasca,   chiamato   familiarmente   Pippo,   nasce   a

Catania   il   2   Febbraio   1937   nel   periodo   “nero”   dell’Italia,

Frequenta le scuole dell’obbligo e il Liceo Scientifico a Catania. Si

iscrive nella facoltà d’ingegneria di Catania, ma superato il biennio

propedeutico, abbandona gli studi per entrare nelle FF.SS. come

capostazione.

Attualmente   in   pensione,   vive   nell’isola   amministrativa   di

Tremestieri Etneo.

Nonostante   l’indirizzo   scientifico   degli   studi   e   l’attività

prettamente operativa, spinto da una passione innata per lo studio

delle lettere, continua a coltivare e ampliare le nozioni acquisite al

Liceo, cimentandosi in scritti (racconti, saggi, poesie), che inizia a

pubblicare   dopo   l’entrata   in   quiescenza   (1   Luglio   1996)   e

partecipando a numerosi concorsi di premi letterari.

Ha pubblicato con Libroitaliano World di Ragusa:

Quando l’alba del tramonto incombe”, una raccolta di poesie in

italiano e con la casa editrice Anninovanta – Antasicilia Onlus

Sicilianaeneide”una rivisitazione completa in versi dialettali siciliani

dell’omonima opera virgiliana.

Con   l'Associazione   Akkuaria,   oltre   al   presente   volume,   ha

pubblicato:

Tutto passa e cambia”, una raccolta di racconti autobiografici;

Ju fazzu  ‘n-soccu mi piaci fari”, saggio su lingua ed usi siciliani;

La Fede del Gatto e del Topo”, raccolta di racconti fantastici;  

Lu stranu viaggiu”, un poemetto in versi siciliani;

Ilaria e Catania” racconti ambientati a Catania;

Di Tia leggiu lu chiantu”, una rivisitazione in lingua siciliana

delle poesie più celebri del Leopardi;

C’era na vota nta l’antica Grecia”, rielaborazione dei più celebri

miti greci in versi siciliani, preceduti da presentazione in italiano;

L’importanza   di   chiamarsi   Asdrubale”,   trenta   vicende   di   non comune cronaca;

Gli   sproloqui   di   Pippo”,   Libertà   di   pensiero   sul   freddo

ragionamento della convenienza.

Suoi scritti, inoltre, quali racconti, saggi, commenti e poesie,

compaiono   nelle   antologie   pubblicate   da   Akkuaria   in   varie

occasioni.

Con Lampidistampa ha pubblicato:

I me’ pinseri” , una raccolta di liriche in dialetto siciliano;

I salateddi”, raccolta di poesie satiriche in dialetto siciliano;

Scarabocchiando   briciole   di   sogni”,   una   raccolta   di   liriche   in italiano.