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"Gli sproloqui di Pippo"

di Pippo Nasca

 

 

Proverbi siciliani

(qual è quello giusto?)

 

  

Prima lu putiri e poi lu sapiri

(prima il potere e poi il sapere)

Prima lu sapiri e poi lu putiri

(prima il sapere e poi il potere)

 

 

 

PREMESSA

 

    Pippo non è un politico, ne ha la stoffa per esserlo. Anzi  è da dire che, avendone avuto la possibilità e l’opportunità, vi ha rinunciato a priori.

   Ventenne, militante dell’Azione Cattolica, venne scelto , grazie ai suoi meriti morali ed  intellettuali, per essere avviato alla vita politica. Era il tempo in cui si fronteggiavano il Fronte Popolare, di ispirazione marxista e la Democrazia Cristiana.  Capì subito che non avrebbe mai potuto far parte di tale contesto sociale, in cui il compromesso morale è la regola e preferì scegliere la comunissima vita dell’onesto cittadino, stando alla larga di un mondo contorto ed ambiguo ed optando per il duro lavoro di ferroviere.

      Tuttavia non rinunciò ai principi sani appresi durante la militanza alla Chiesa Cattolica ed è in un contesto, ormai giunto a livelli insostenibili, che oggi sente il bisogno di “sproloquiare”  su argomenti vecchi e nuovi esprimendo i propri giudizi, giusti o sbagliati che siano.

     Questa è la base di questo libro, scritto in momenti differenti, la quale non ha la pretesa di  indicare una via perfetta da seguire, ma semplicemente di evidenziare difetti vecchi e nuovi che sarebbe bene evitare nel futuro.

      Per questa ragione Pippo ricorre spesso alla satira ed a suggerimenti che chiaramente non devono essere seguiti oppure messi in atto.

       Sta all’acume ed alla sensibilità del lettore capire  la giusta conclusione di ogni singolo problema prospettato.

    Non siamo alla presenza di una pubblicità elettorale a favore di tal partito, e nemmeno a spunti favorevoli a questa o quella teoria sociale e filosofica, ma di  libera espressione di pensiero contraria alla violenza, della moralizzazione del mondo politico e della democrazia, di cui Pippo è, in verità, un assertore convinto.

      

 

                                                                                          Pippo Nasca

 

 

**********

 

 

 DISSERTAZIONI SULLA DEMOCRAZIA

 

     Qualcuno, sicuramente nemico del popolo sovrano, ha preso l’iniziativa di mettere alla berlina la classe politica, definendola con sarcasmo ed ironia una “casta”, cioè un insieme di persone che ha lo scopo principale di mantenere  i vantaggi  e le prerogative acquisite nel tempo a svantaggio degli altri cittadini.

      Un siffatto modo di ragionare e di arringare il popolo è sicuramente sbagliato e non può non sfociare che nell’odio contro la benemerita  classe di quei cittadini che hanno scelto di servire la repubblica con l’apporto delle loro idee e dei loro sacrifici e,  che vengono a torto, disprezzati per l’affiorare di leggi ritenute impositive, ignorando che queste ultime lo sono per natura.  

        Basta solamente un caso storico avvenuto in Francia per confermare la giustezza di tale affermazione: la rivoluzione francese e Napoleone, (che si autoproclamò Primo Console, Capo dello Stato, Imperatore e chi più ne ha più ne metta dopo aver messo alla gogna i politici del tempo, accusandoli prima di inettitudine e cacciandoli poi dal parlamento a calci nel sedere) per non parlare degli avvenimenti prebellici di casa nostra, che produssero le arcinote “squadracce “, antesignane e pronube della conseguente dittatura, finita come tutti sanno.

     A tal uopo non posso non citare il buon Giuseppe Mazzini, il quale, giustamente diceva: “Vox populi, vox Dei”. (la voce del popolo è la voce di Dio).

     Chi può mettere in dubbio che i politici , in quanto espressione del popolo elettore, non sono la voce di Dio?  Certamente nessuno! nessuno! Pertanto non siamo in presenza di “casta” nel senso dispregiativo della parola, ma di classe benemerita e necessaria  nella nostra democrazia. Anzi, bisogna evidenziare,  che la suddetta classe è troppo ristretta ed  oberata da pastoie che andrebbero eliminate per espanderla maggiormente. Non vi è dubbio che un maggior numero di politici farebbe diventare sempre più democratico il nostro Paese .

      Per questo motivo  sarebbero necessari  dei  provvedimenti per favorire il proliferare dei partiti, incentivare la carriera politica, creando magari la nuova figura professionale di  “operatore politico”,  con le stesse caratteristiche dei lavoratori comuni, la progressione automatica in carriera, il diritto ad una collocazione di prestigio costante con l’abolizione dei vuoti dovuti a mancate rielezioni.

    Il  proliferare dei partiti è fondamentale. Ogni partito è fautore di idee. L’esistenza di pochi partiti significa  meno  apporto di idee. Più partiti significano più idee del popolo alla ribalta del parlamento e maggiore rappresentatività dei ceti popolari.

     E’ come dire, la liberalizzazione completa della democrazia nel senso più ampio.

     Bisognerebbe arrivare  all’estremo provvedimento di far esistere un partito per ogni politico. Quest’ultimo sarebbe sicuramente l’espressione genuina di quella parte di popolo che lo ha scelto.  Non basta che debba esistere un partito  per ogni singolo politico, ma si rende necessario agevolarne la nascita . Stabilire per legge  una sovvenzione statale mirata alla nascita dei partiti dei singoli sarebbe il massimo raggiungimento degli ideali democratici ed un sicuro incentivo a rinforzare la rappresentatività del popolo sovrano.

     Il massimo sarebbe che ogni qualunque cittadino dovrebbe avere la possibilità di fondare un partito, indipendentemente dalle sue possibilità economiche; a queste ultime dovrebbe far fronte lo Stato, poiché tutti i cittadini hanno il diritto di diventare politici (ossia deputati, senatori, assessori, ministri, ecc.ecc.) e non solo semplici politici, ma anche leader di un proprio partito, per il trionfo della democrazia,  che è il vero ed ultimo sovrano fine a cui il popolo deve tendere per diventare la manifestazione costante di Dio, la quale, secondo alcuni principi filosofici, coincide con il concetto stesso di democrazia.

    Bisognerebbe incoraggiare  la carriera politica, non soltanto con la istituzione di una sovvenzione iniziale per la fondazione del partito personale, ma abolendo il cosiddetto "precariato politico".

     Allo stato attuale, il politico che non è rieletto, perde  tutte le prerogative della sua carica  e viene relegato nel ruolo di disoccupato fino a quando non viene rieletto. Ecco, quindi, la necessità di introdurre nella nostra legislazione la nuova figura di “disoccupato politico”, da distinguere dal disoccupato ordinario , che gode già dei diritti previsti dall’attuale legislazione. In questo modo si potrebbe eliminare il “precariato politico”, che andrebbe inquadrato in una precisa nicchia evolutiva della carriera. Non sembra giusto che si faccia tanta caciara per l’abolizione del precariato nei vari campi dell’industria, del lavoro, del commercio e nulla viene detto o proposto per l’abolizione di quello politico. Bisogna creare gli allacciamenti tra una elezione e l’altra per garantire la  continuità nella carriera  politica.

Non mi sembra giusto che una persona, dopo un periodo di occupazione di una carica politica, venga , infine, esonerato senza avere nulla a pretendere. Lo stato dovrebbe provvedere al pagamento di contributi e di un assegno di mantenimento al politico non rieletto fino alla sua successiva rielezione. Ecco, questo sarebbe un principio di giustizia sociale che eliminerebbe lo scompenso tra lavoratore ordinario, il cui futuro è garantito dall’attuale legislazione, e operatore politico, ch adesso non ha prospettive future di garanzia.

    La creazione  della figura di “operatore politico” , con tutti i requisiti che gli altri lavoratori già hanno e che, anzi, andrebbero amplificati, poiché il politico agisce per il realizzo della democrazia, fine ultimo del benessere della Nazione e della Stato, sarebbe non solo un riconoscimento dei meriti di questi  eroici cittadini che dedicano tutti se stessi alla politica, ma anche il giusto premio alle aspirazioni dei singoli e l’assicurazione per lo sviluppo di una  carriera certa.

     Ogni carica politica, dal consigliere del piccolo comune al deputato o al senatore, dovrebbe  essere adeguatamente retribuita, cioè partendo da una base di almeno dieci volte in più del comune lavoratore  e maturare indistintamente il diritto alla pensione, anche se per pochissimi giorni di rappresentanza politica. Sbagliato che il deputato non rieletto, acquisisca il diritto alla pensione dopo la legislatura. Non nel senso che nulla va a Lui dato, ma , nel senso che tale diritto andrebbe esteso a tutte le cariche politiche, anche le più modeste.

     Meglio sarebbe pagare, intanto, al politico non rieletto (certo per non sua volontà!) una indennità (chiamiamola pure di disoccupazione politica!) fino alla prossima rielezione ed al raggiungimento della cessazione della sua attività, momento in cui scatterebbe la pensione vera e propria. In ogni caso l’operatore politico andrebbe posto in una situazione di qualità preminente rispetto a quella del lavoratore comune poiché, come sopra detto, egli agisce per  il trionfo della democrazia.

      Bisognerebbe  ancora  allargare gli organici delle cariche politiche. Non bastano i posti  creati dalla partecipazione  in seno ai comuni, alle province, alle regioni, allo  Stato.  Bisogna ingegnarsi e trovare le alchimie giuste per creare nuovi posti di lavoro per “operatori politici”. In tal modo, non solo si dà un impulso alla democratizzazione  capillare dello Stato, ma  si realizza un sicuro successo nella lotta alla disoccupazione !

      Bisognerebbe ancora creare nuovi sbocchi di carriera politica, aumentando gli organici dei posti di maggiore spicco, quali ministri, sottosegretari, assessori, consiglieri speciali ed altre cariche di novella fattura. Più ministeri, più assessorati, più incarichi speciali  significano un sicuro incremento dell’attività politica.  E, poi, perché non si aumentano le camere del parlamento? Due sono troppo poche! Bisognerebbe istituire tante camere per almeno ogni fascia di età degli elettori. Si avrebbe così una maggiore rappresentanza democratica  in seno al parlamento e la crescita  dei posti di operatore  politico, che sarebbe  una assicurazione certa per la eliminazione della disoccupazione in questo settore . Ecco, per esempio, dovrebbe esistere una camera  eletta dagli elettori compresi nella fascia da diciotto a ventotto anni, una camera eletta da quelli compresi nella fascia da  ventinove a trentanove,  un’altra da quelli compresi nella fascia da  quaranta a cinquanta anni, un’altra ancora da quelli da cinquanta a sessanta anni ed un’ultima da  quelli  ultra sessantenni . Un parlamento così articolato avrebbe il pregio di far sentire la voce di tutto il popolo nelle  evoluzioni di ogni singola età .

       Bisogna inoltre incoraggiare  la carriera politica attraverso la pubblicità , il cui costo dovrebbe  essere assunto dallo Stato.  Sarebbe  addirittura  auspicabile la creazione di un  apposito ministero  della propaganda politica  che regolasse le  apparizioni dei politici in televisione e garantisse ad essi la parità di trattamento, nonché  il diritto  ad essere sponsorizzati   a spese dello Stato.

In altri termini: la propaganda dei partiti dovrebbe avvenire  a spese dello stato senza alcuna discriminazione di idee e di schieramenti o ancora meglio  stabilendo  una prebenda fissa ad ogni singolo partito in relazione ai voti acquisiti nella precedente votazione Se è pur vero che la politica in senso lato è sinonimo di democrazia, anche le spese di propaganda devono essere assunte dalla Stato.   Sarebbe opportuno ed anche lodevole istituire  addirittura un apposito ministero per garantire la pubblicità  della propaganda politica a chiunque in maniera adeguata indipendentemente dagli schieramenti per un maggiore sviluppo della democrazia  e la creazione di una sempre maggiore  rappresentanza popolare.. Né deve spaventare la spesa per ottenere tutto ciò, poiché i soldi spesi per creare  democrazia,  compresi quelli per la propaganda  e per la sovvenzione ai partiti costituiscono un necessità  prioritaria per lo Stato rispetto ad altre  qualsivoglia emergenze, che devono comunque restare in secondo piano, compresa l’assistenza sanitaria.

      Da parte loro i singoli politici che sono stati eletti in quanto lavoratori nel settore di “operatori  politici”, devono far di tutto per restare in carica il più possibile e  per farsi rieleggere. Pertanto devono affinare tutte quelle arti che sono proprie degli attori per apparire in pubblico  sorridenti, sicuri e potenti, oltre che convincenti, anche se  le cose vanno un po’ maluccio. Questo comporta molto impiego di tempo per un attento studio dell’arte del porgersi.

       Pare che Mussolini, pur essendo dittatore, passasse gran parte del suo tempo davanti allo specchio per studiare mosse ed atteggiamenti da sfoderare alle folle. Oggi che il modo di sentire  delle masse rispetto allora è cambiato , bene fa qualche notabile a mostrare alla  TV  la faccia da bonaccione  oppure a farsi riprendere dai giornalisti in tenuta ginnica o sopra la bicicletta., nonostante  l’aspetto da cane bracco tenuto troppo a riposo.

      Parimenti bene fa la  neo eletta ad accavallare con arte le gambe durante le interviste, mostrando almeno un po’ del suo fascino femminile  od a farsi truccare meticolosamente per apparire più giovane e (perché no?) più appetibile. Bene fa quell’altro politico che si sottopone alle cure estetiche di ringiovanimento o che si atteggia a comico e magari paga sottobanco qualche giornalista che lo metta in evidenza  raccontando aneddoti  piccanti  o pubblicando foto da prima copertina. Tutto ciò  piace alle masse ed è di sicuro effetto sul popolino  credulone e generalmente superficiale.

      Inoltre il linguaggio da usare è importantissimo. Bisogna sempre dire e non dire, usare espressioni ambigue che  si prestino ad interpretazioni favorevoli  alle contrapposte fazioni popolari, mascherare la realtà  con parole di difficile interpretazione, che anche se non capite, producono il loro effetto propagandistico, grazie al barocchismo verbale usato. In altri termini bisogna  sciorinare il cosiddetto linguaggio politichese, infarcito da circonlocuzioni, parole  e mirabolanti  idiozie  ideologiche che lasciano a bocca aperta chi ascolta, tanto da fargli pensare quanto sia bravo e preparato  l’oratore che  sta arringando le masse e quanto siano buone le cose che dice, le quali invece nascondono subdoli  propositi e falsi scopi.

      Di grande effetto sono,  inoltre, le “ sceneggiate politiche”, come, ad esempio, la nascita di un nuovo partito per ovviare ai guasti precedentemente realizzati e per rimescolare le carte in tavola al fine di restare sempre sulla cresta dell’onda.  Non basta  in questi casi fare rullare  solamente i “tam-tam” e sciorinare discorsi e nuove proposte. Necessiterebbe pure accompagnare il tutto con feste, giochi, pubblici divertimenti, interventi di cantanti ed attori di grido nelle piazze delle cittadine  mescolando insieme propositi nuovi e ricreazioni popolari. Non a caso gli antichi Romani, che la sapevano lunga in  proposito, suggerivano che bisogna  promettere e dare al popolo “panem et circenses” (pane e divertimento).

     Bisogna sempre premettere  nei discorsi che tutto avviene per il bene di tutti, come la imposizione fiscale, che deve essere presentata come una cosa bella; la liberazione  per tornaconto politico dei comuni delinquenti  redenti , che magari poi continuano a delinquere; mandare i soldati armati fino ai denti  in paesi lontani presentandoli come gli angioletti della pace  e che sono regolarmente oggetto di attentati da parte dei pacificandi, che forse hanno capito i veri scopi di cotanto desiderio; condannare apertamente il terrorismo (magari incoraggiandolo sotto banco per i propri scopi);  farsi corifei di leggi sempre più ambigue  ed insulse, che non vengono osservate, anche se regolarmente approvate, per la impossibilità di poterle applicare;  mettere alla berlina gli avversari politici con mezzi apparentemente legali ed eliminarli usando in alcuni casi la violenza fisica, opportunamente mascherata ,o quella, più sottile, della capziosità, cui si prestano le leggi stesse;  mascherare  l’imposizione di nuovi balzelli con il miraggio di nuovi ed immediati vantaggi per i meno abbienti , come, ad esempio, quello della percentuale sul reddito dei pensionati  da riscuotere per  acquisire il diritto alla concessione di un prestito od  alla pensione anticipata.

      Inoltre è necessario che  i politici si preoccupino della formazione delle future generazioni. In tal senso bisogna innanzitutto ripulire i canali dell’informazione pubblica dagli avversari politici,  da sostituire con nuovi elementi  favorevoli, agendo sulle  leve  del potere in modo da far sembrare tutto legale e trasparente. Ciò  per un immediato effetto a breve termine, ma , allo scopo di ottenere un più lontano effetto estremamente favorevole, bisogna agire sul settore  scolastico a tutti i livelli, a cominciare dalla scuola dell’obbligo per finire alle università.

     Le scuole sono le fucine  delle idee, quelle che determinano i futuri comportamenti sociali e politici. Bisogna, innanzitutto, adeguare i programmi alle proprie visioni politiche pianificando sistemi  propri volti alla eliminazione  di precedenti dettati, agevolare, in campo universitario, il raggiungimento della laurea ai propri fautori, ostacolando, per quanto possibile, gli avversari.  

      Importante è il settore universitario, poiché da qui viene fuori la futura classe dirigente dello stato, la quale, se favorevole,  perpetua nel tempo l’egemonia  politica al potere . E’ così che si creano magistrati amici per garantire il proprio tornaconto  e demonizzare gli avversari o una pletora maggiore di giornalisti e futuri politici appartenenti alla propria fazione.

       In questo settore  bisogna dare rilevanza al fattore politico, magari chiudendo un occhio (o  due) sull’effettiva preparazione del singolo laureando.

      Bisognerebbe istituire per legge  il “diciotto politico “ per alcune materie ed anche il diploma  di laurea  “ad clientes”.  Bisogna istituzionalizzare il concetto che il neo dottore , a prescindere dalla preparazione professionale, sia una garanzia politica per il futuro, una pedina da aggiungere alla propria forza di aggregazione, una sicura assicurazione della longevità del proprio partito. A tal fine conviene anche raddoppiare il numero delle lauree istituzionalizzando quelle di metà corso, più facilmente dispensabili  ai più ciuchi, ma di sicuro affidamento politico.

     Altro da seguire con attenzione è la pubblica amministrazione e  la gestione degli enti pubblici e di una certa rilevanza economica e sociale. Bisogna  procedere immediatamente con ogni mezzo legale e para-legale alla sostituzione dei capi delle singole organizzazioni con elementi di propria fiducia e sicura obbedienza e così: via vecchi generali di questo o quel corpo di polizia e dell’esercito; via vecchi manager  della sanità, dell’economia, delle banche e quanti altri esercitano un potere incisivo e che potrebbero essere d’ostacolo alla pianificazione nuova da imporre. In tal modo si otterrebbe anche il duplice scopo di avere sempre a disposizione propri uomini , pronti alla difesa ed alla salvaguardia della  propria ledership grazie  anche al connubio d’intesa  e d’interessi  venutisi a creare.

      Tutti questi comportamenti  e dettami politici, impongono la formazione di vere e proprie scuole di attivisti che ogni singolo partito deve formare con dovizia di mezzi e che giustificherebbero un’indennità d’insegnamento democratico in aggiunta alla sovvenzione  fissata per legge ai partiti.

 

     E’ fuor di dubbio che tutto quanto sopra detto, anche se  considerato  un beneficio per lo stato, ha un costo non indifferente. Nuovi ministri, nuovi assessori, la liberalizzazione delle cariche politiche, la creazione di nuovi enti territoriali, la sovvenzione ai partiti, tra l'altro da  aumentare con l’aumentare del costo della vita, la creazione della figura di “operatore politico” con tutti gli annessi e connessi e tutto quanto sopra esposto non possono non far lievitare la spesa dello stato. Poiché tale spesa è preminente rispetto alle altre spese per il mantenimento dello stato,  essendo la democrazia  al disopra di tutto e di tutti, nasce la necessità di reperire altrove i fondi per  sostenerla. 

Si ribadisce che le spese per  sostenere la democrazia non possono e non devono avere alcun limite, poiché senza la democrazia non vi è stato, non vi è popolo e non vi è nemmeno Dio, come sostiene il Mazzini.

La democrazia è tutto: principio e fine di ogni nazione e di ogni stato. Senza democrazia vi è solamente il caos, il nulla, l’anarchia, lo zero assoluto dell’umanità e della nazione. Quindi ogni spesa ha motivo d’essere e non deve trovare limitazione alcuna. Quanto si spende per macchine di rappresentanza, missioni od anche gite all’estero, lauti pranzi e cene di lavoro, nonché  viaggi gratuiti in treno ed in aereo e quant’altro non solo non deve trovare limitazione, ma nemmeno  essere oggetto di critica. Sono giustificate anche le spese per il decoro personale di chi è stato legittimamente eletto, quale ad esempio quelle per il barbiere od il parrucchiere di stato e quelle per  intermezzo caffè e colazione o quant’altro. Anzi, tali spese  dovrebbero essere previste, oltre che per i parlamentari, anche per  gli altri politici fino ad arrivare a quelli comunali.  Sarebbe bene, inoltre, stabilire un’indennità speciale per quei politici che per espletare il loro mandato sono costretti a vivere per più giorni lontano dalla famiglia per ripagarli del disagio spirituale e materiale derivante da tale lontananza.

    Tutto ciò, naturalmente, oltre lo stipendio mensile  che, a livello di deputato nazionale, non dovrebbe essere per legge inferiore ad una cifra pari ad almeno dieci volte  a quella mensile di un impiegato od operaio specializzato.

    Mi sembra più che giusto  che un politico, a qualunque livello , non debba fare  una vita da straccione, che può magari essere sopportata senza disdoro da un comune lavoratore, ma non certo da un onorevole rappresentante del popolo.

     E poi, perché il comune lavoratore  deve essere coperto dai rischi del lavoro (INAIL ed altri similari istituti assicurativi) mentre il povero politico non ha alcun ombrello  che lo protegga dai rischi del proprio lavoro, i quali sono molteplici e ben più gravi .

     Mettiamo che il povero politico,sottoposto a sollecitazioni, che il comune lavoratore non subisce, a forza di essere tentato continuamente, ceda all’impulso di intascare tangenti e quant’altro e, quindi,venga accusato di rilevanti reati contro l’ amministrazione pubblica, non è forse giusto che venisse istituita una forma assicurativa, naturalmente spesata dallo Stato, per tale evenienza?

     L’intascare tangenti, l’arraffare un privilegio ed il rubare, fa parte dei rischi a cui è sottoposta l’attività del   politico.        Perché non istituire, dunque un Istituto per la protezione del politico, che lavoratore è, per di più speciale? Tutti i lavoratori devono essere protetti dai rischi del proprio mestiere! Ogni lavoratore ha i propri specifici rischi , che devono essere protetti per legge! Non è forse giusto che il politico venga protetto da questi rischi, che non correrebbe se fosse un lavoratore di diversa estrazione?

     Se le spese sopra elencate sono necessarie, assolute e  per niente eliminabili o  sottoposte a limitazioni, è necessario che lo Stato reperisca i fondi occorrenti da altre fonti .

I sistemi da adottare a tal uopo sono molteplici e vado ad illustrarli con sollecitudine , indicandone l’applicazione. 

 

I più evidenti sono i seguenti:

 

a)      – Aumento della imposizione fiscale.      

      Il vero nocciolo della questione fiscale è quello di socializzarne al massimo  l’imposizione. Infatti più si socializza in questo campo, più aumentano gli introiti . In altre parole :  bisogna  far crescere gli introiti fiscali coinvolgendo al massimo le masse indipendentemente  dalla qualità o quantità  contributiva del singolo  individuo.

      Colpire fiscalmente chi ha un’alta  redditività fiscale, non solo non è prudente, ma non è nemmeno redditizio per lo Stato, il quale, molte volte non riesce  nel suo intento. Infatti, chi ha dovizia di soldi e quindi di mezzi, mette in atto con facilità tutto quanto può per salvaguardare il suo peculio dal fisco  poiché trova facilmente ogni scappatoia, magari sacrificando un po’ dei suoi averi per pagare commercialisti esperti in grado di aggirare ogni ostacolo, come ad esempio società di comodo, trasferimenti di capitali nei cosiddetti paradisi fiscali, pseudo donazioni  ed altre diavolerie  difficili da smontare.

     Invece, colpire fiscalmente chi ha poca disponibilità di soldi è più redditizio per lo Stato, specie se ci si limita a prelievi  anche modesti. Il povero diavolo , sottoposto ad un balzello che gli impone il pagamento di una somma non molto rilevante, paga immancabilmente  poiché il recriminare gli costerebbe  di più  in commercialisti ed avvocati; ciò perché anche la giustizia amministrativa ha un costo e ricorrervi molte volte il fumo non  vale la candela, come suol dirsi. Il segreto e la furbizia  nel mondo fiscale consistono nell’imporre , di volta in volta, balzelli di modesta entità che colpiscano tutti, dal momento che il grosso contribuente riesce sempre ad evadere in un modo o nell’altro.

    Il poco versato da tutti , diventa un vero affare per lo Stato.  Riuscire ad imporre un balzello di cento euro  cadauno all’anno, ad una massa di cinquanta milioni  di cittadini  significa ricavare  esattamente   cinque miliardi di euro!

   In poche parole: il poco di molti rende più del molto di pochi. Questa è la vera e giusta regola da seguire nel formulare le leggi fiscali. Quindi bisogna , premere il più possibile sui lavoratori dipendenti , che costituiscono  la massa  più grande  del paese, e su tutti quei dati che non possono essere occultati, come  la proprietà, lo stipendio fisso, la rendita. Queste sono le vere fonti inesauribili e certe degli introiti fiscali. La rimanente imposizione fiscale comporta  delle spese non indifferenti di controlli, che il più delle volte  non approdano  a risultati  apprezzabili. 

     E’ fuor di dubbio che  i  lavoratori dipendenti , in special modo quelli pubblici, sono  maggiormente soggetti ad una tassazione al centesimo di euro  e siccome viene molto facile  imporre loro nuovi balzelli, essendo esposti ad un controllo diretto ed immediato , bisogna trovare il modo e la maniera di  far aumentare  le somme che già corrispondono per incrementare maggiormente gli incassi  statali,  ricorrendo a furbesche procedure e mascherando vantaggi  millantati  come nuovi.

       Vale suggerire una procedura del tutto semplice ed anche facile da applicare, che vado ad esporre. 

   E’ risaputo che  gli impiegati statali hanno sempre avuto la facoltà di aver anticipato il cosiddetto quinto dello stipendio da parte dell’Amministrazione, da restituire mensilmente mediante detrazione  automatica dalla busta paga. Perché non far pagare anticipatamente questo diritto ai dipendenti in questione  sia che essi richiedono o non richiedono il suddetto prestito? E’ facile varare un Decreto Legge che stabilisca un balzello dello 0,35% sullo stipendio annuo del dipendente ( e dello 0,15% per i pensionati)  che si accumula alle altre trattenute, per essere inscritto nell’elenco dei beneficiari di tale diritto  (che già avevano!), in maniera silenziosa e cioè procedendo alla imposizione preliminare, che diventerebbe tacita  e definitiva per tutta la vita, senza  l’eventuale dissenso  da manifestare  in tempi capziosamente prestabiliti, sì da passare inosservati .

       Ci pensate di quanto si incrementano le casse dello stato con un simile provvedimento, legalmente istituito,  se si ha la bontà di moltiplicare i singoli importi per il numero degli statali e dei pensionati? 

     Si  raccoglierà sicuramente tanto da poter far aumentare il numero dei parlamentari o almeno di adeguare le loro prebende al costo della vita. Si tenga conto che le percentuali in questione possono sempre essere aumentate ,sempre per D. L., come più si vuole, adducendo magari altri nuovi  mirabolanti ed  ambigui vantaggi, avendo l’accortezza solamente di effettuare di volta in volta  un prelievo di modesta rilevanza in percentuale, si da sembrare indolore e quindi accettabile senza alcuna recriminazione.

      Ogni anno, con la cosiddetta  “finanziaria”, si ha sempre la possibilità di effettuare tali piccoli ritocchi, che applicati ad una grande massa rendono un mondo di proventi facili e pronti. Non parliamo, inoltre di altri piccoli provvedimenti estemporanei  che possono essere presi per casi particolari, come ad esempio “il soccorso invernale” , i terremotati le alluvioni ed altre disgrazie di cui il nostro territorio, grazie a Dio, abbonda,  nonché le lotterie e le questue umanitarie.

     In ogni caso, ogni nuovo balzello deve essere sempre di modesta entità, sì da sembrare indolore ed essere di riscossione sicura ed automatica , come , quelli applicati oltre alle case, anche a determinati servizi di largo consumo ,  che , stando alle attuali normative,  non possono in alcun modo essere evasi, come ad esempio  le piccole aggiunte, chiamate accise, sulle bollette dell’elettricità  e dell’acqua a domicilio, sulla benzina, sul gas, sui biglietti ferroviari ed aerei e su tutti quei beni e servizi  in genere  controllati in modo irreprensibile.

      In questo campo, tanto per  citare un esempio, ove non bastasse l’attuale stato di cose, bisogna ricordare  quell’ottimo economista  del regno d’Italia dei primi anni, che si inventò anche “la tassa sul macinato”. Parlo di quel Quintino Sella , il fautore dell’economia  all’osso, che è  stato un vero fantasista delle tasse  ed un maestro dell’imposizione fiscale al minuto, cioè, al popolino.

      Bisognerebbe farlo risuscitare quel Quintino lì per il benessere delle casse dello stato. Ma siccome la cosa non è possibile, bisognerebbe studiare i suoi metodi , applicati già con successo in passato e renderli più efficaci e funzionali.

        Bisogna, sempre premettere ad ogni balzello, che esso è solo provvisorio ; tanto, nel tempo, esso viene dimenticato e persiste perennemente, in attesa  dell’aggiunta di qualche altro (sempre provvisorio!) che fa dimenticare il precedente inglobato  ed ormai  accettato come  stabilmente facente parte dell’imposizione.

 

     Un discorso a parte bisogna fare per quanto concerne le lotterie. Esse devono essere vietate per legge , onde consentire allo stato il monopolio assoluto della loro gestione, nonché della loro nascita e manipolazione. Inoltre, affinché  possano avere successo di reddito per lo stato, esse devono essere di modica spesa  partecipativa e di ampio miraggio di vincita, che, naturalmente, non deve essere di facile raggiungimento.

      La spesa modica è importante poiché conquista le masse e determina una partecipazione più vasta, sicché il modesto lavoratore o pensionato , già pagato male e super tartassato,  nella speranza di poter cambiar vita con un colpo di fortuna, partecipa attivamente, diventando un contribuente straordinario di sicura rendita per le casse dello stato, il quale nulla perde nel pagare una vincita ampiamente coperta dalle entrate delle quote partecipative ed inoltre moltiplica i sistemi di introiti straordinari.

      Nulla vieta che il montepremi della singola lotteria venga suddiviso in settori, di cui uno per la vincita, e gli altri per i più svariati motivi, quali costo della lotteria stessa, sostegno a questo o a quello sport od attività o qualche altro motivo plausibile ed umanitario. Nulla vieta che la vincita sia sottoposta alla imposizione fiscale immediata e, naturalmente, futura, dal momento che il reddito del vincitore è, comunque, sottoposto sempre all’occhio vigile del fisco. 

     Un altro aspetto dell’aumento dell’imposizione fiscale è l’istituzione di nuovi balzelli atti  a raggiungere alcune attività considerate illecite ed illegittime e, quindi, non tassabili.

     L’attività del magnaccio, delle prostitute, dei grassatori, dei truffatori  è ovviamente fuori legge e viene punita con la reclusione, il carcere ( che nella maggior parte dei casi si trova sempre il modo di  eluderlo!), ma essa non è sottoposta ad alcuna imposizione fiscale. Sembra evidente che il fisco protegga tale molteplice ed illegale attività. Si alla galera, ma no al prelievo del giusto rispetto alle somme guadagnate anche se illecitamente!

      Ecco, si trovi il modo di  scindere il concetto del guadagno, dalla visione morale e legale del lavoro esercitato. Magari trovando un modo nuovo per ridefinire certe attività. Ad esempio: cambiare la dizione di prostituta, volgarmente chiamata puttana, in quella più nobilitata di “operatrice  del sesso” oppure “hostess di città”, oppure “escort” …  Insomma un nuovo epiteto che indichi la liceità dell’attività, purché  si possa procedere alla tassazione regolare dei redditi prodotti. Chissà che con questa geniale trovata non si possa ripianare il debito pubblico!

     E  perché non tassare certi passatempi ritenuti dai più immorali e riprovevoli? Se un determinato  personaggio pubblico, sia della politica o di altro ramo, ha la tendenza a determinati incontri di tipo sessuale con altri elementi della società e per questo sborsa del denaro alleggerendo il proprio peculio con elargizioni, ambiguamente definite donazioni, perché non attingere dal suddetto peculio una specifica tassa ad hoc? Esattamente come la tassa sul macinato del buon Quintino Sella! Come il povero contadino doveva pagare al fisco per il grano da macinare che a lui serviva per mangiare,  così il ricco personaggio facoltoso paghi al fisco per le delizie a cui tende e  di cui vuole cibarsi. Insomma, si inventi  “la tassa sul Bunga-Bunga”.

     Sull’esempio, molto significativo del Sella, si possono inventare tanti tipi di nuove tasse, basate sulle tendenze e sulle necessità dell’uomo, che sono ineludibili e di sicura redditività.

      Oltre alla citata “ tassa sul Bunga-Bunga”, si potrebbero realizzare: “la tassa sul matrimonio”,  “la tassa sul divorzio”, “la tassa sulla famiglia numerosa”, “ la tassa del Marrazzo” … e tante altre da studiare dopo un attento studio sulle tendenze sociali. 

      Per di più, non bisogna mai recedere da una tassa  imposta in precedenza. Nel modo più assoluto non bisogna fare una cosa simile, poiché è diseducativo per le masse. Infatti può determinare la conclusione di aver pagato per tanti anni una tassa non dovuta. E da lì a pensare che tutte le tasse sono inutili, il passo è breve!

      Se si pensa di poter trarre un certo rendiconto politico, si può parlare  di abolizione di balzello per graziosità del governo, in contrasto da quanto fatto da quello precedente, bisogna trovare il modo di inventare una nuova tassa ad immagine e somiglianza di quella soppressa, migliorandone la redditività e la riscossione.

      Ecco, si decide di abolire la cosiddetta ICI sulla prima casa per acquisire dei meriti? Ebbene, bisogna studiare una “tassa patrimoniale” sostitutiva che colpisca indiscriminatamente tutte le proprietà e quant’altro. Mai abolire del tutto una tassa, ma rinnovarla bisogna!

 

b) - Tagli  della spesa pubblica.

      Per tagli  sulle spese dello stato non bisogna intendere sgravi fiscali per il contribuente.   Essi sono due cose differenti ed il rapporto tra essi è direttamente proporzionale, nel senso che aumentando i tagli aumentano gli oneri dei contribuenti.

     Il “taglio” alla spesa pubblica è un artificio che consente allo stato di risparmiare denaro,  affibbiando ad altri  le  proprie incombenze . 

       L’esempio classico è quello delle privatizzazioni che consente la creazione di SpA . Lo stato trasformando le proprie aziende  di servizi in SpA, se ne vende le Azioni introitando intanto denaro fresco; impone una tassa  sul plus-valore delle azioni e sui dividendi; evita le perdite del minus-valore delle azioni stesse (il quale grava  solamente sul privato proprietario delle singole Azioni  e non più  sullo stato)  Tutto ciò senza nemmeno influire sull’IRPEF dei singoli dipendenti, che, in quanto tali, sono tenuti a pagarla indipendentemente dal fatto che siano dipendenti dello stato che delle SpA .

      E’ comunque da dire che se  gli utili delle suddette SpA  diventano oltre modo consistenti , allo Stato conviene  eseguire l’operazione inversa e cioè  “nazionalizzare”. Il che significa, come usa dirsi  nel gergo,  la trasformazione della SpA in Azienda di Stato.  Se tale Azienda  con il tempo, comincia a non rendere più, nulla vieta di ricorrere nuovamente alla privatizzazione. Insomma i corsi e ricorsi storici di vichiana memoria possono sempre applicarsi con ottimi risultati per le entrate dello Stato, le quali in ogni caso sono sempre garantite e suscettibili di aumento.

       Per effettuare dei tagli non vi é solo l’esempio delle privatizzazioni delle aziende. Sulla stessa falsariga bisogna trattare le Province ed i Comuni, nonché le Regioni..

      Lo Stato , in quanto collettore di tutti gli introiti fiscali, dovrebbe distribuire con un criterio, bene o malamente applicato, le somme ricavate ai suddetti enti, provvedendo, in pratica al loro mantenimento.

      Ogni ente, di massima, dovrebbe contenere le spese entro i limiti posti dal tetto delle sovvenzioni statali, dando adito ad una lotta continua tra stato ed enti per stabilire le sovvenzioni, tutte diverse, ma onerose comunque, di ognuno.

    Tale tipo di organizzazione cozza naturalmente con le spese generali dello stato ed inoltre impone delle limitazioni  di spesa agli enti stessi. Che fare? Una cosa molto facile e semplice; “privatizzare” i suddetti enti e concedere loro facoltà fiscali impositive dirette sul reddito; in tal modo diminuiscono  o addirittura si eliminano le sovvenzioni  da parte dello stato, con l’effetto di poter determinare anche, se si vuole, una diminuzione dell’imposizione fiscale a livello centrale. Si viene così a determinare un “taglio” millantato come una diminuzione delle tasse.

     In effetti avviene che gli enti, se non vogliono morire, per continuare a prestare i soliti servizi in assenza delle sovvenzioni statali, devono necessariamente imporre ai cittadini balzelli vecchi e nuovi a loro discrezione, essendo stato sancito, in tal modo, il “federalismo fiscale”. Ed é così che può evolversi la cosiddetta ICI , l’imposizione selvaggia dei cosiddetti Ticket sulla  sanità, l’aumento a dismisura  della tassa ecologica e balzelli  fantasiosi, come, ad esempio quella delle “cosiddette “Caldaie Sicure” (15 Euro  annuali a caldaia per il solo fatto di possederne una),  nonché la nascita  nel territorio di segnali stradali truccati per  lucrare sulle multe-trappola., tasse di posteggio macchine, tassa d’inquinamento  auto, bollini blu, strisce blu,  ecc. ecc.

      Insomma con  i tagli  disposti dal Governo, non solo non si  ha alcuna diminuzione dell’imposizione fiscale centrale (tutto rimane come prima!),  ma si ha la possibilità  di creare una diavoleria tale che consente a tutti gli organi periferici statali di spremere in libertà  e con dovizia di sistemi, talvolta illeciti , i già tartassati cittadini.

      Accrescendo il numero dei suddetti organi periferici appare chiaro che il governo centrale può eseguire dei tagli sempre più consistenti che consentono però sempre maggiori imposizioni fiscali periferiche ai contribuenti, i quali nessuno sgravio   possono  aspettarsi  a livello centrale, che, anzi, grazie  alla finanziaria, di anno in anno può sempre essere “leggermente” aumentato..

      E’ stato  più volte  citato il termine “finanziaria”., chiamata recentemente anche “legge di stabilità” Che cos’è?

      Il semplice sistema per cambiare di anno in anno le carte in tavola  per “aggiustare” i conti dello Stato e nello stesso tempo confondere le idee ai contribuenti, che cominciano a non capire niente su ciò che viene loro imposto di pagare entrando nei meandri di casi e sottocasi, che nemmeno i commercialisti di mestiere riescono talvolta ad interpretare.

       Ciò comporta anno per anno o l’eventualità di pagare più del dovuto o quella di pagare invece meno sbagliando o andando incontro a sanzioni, vale a dire a balzelli aggiuntivi, che nel tempo si evolvono e crescono a dismisura. Di contra si prefissano nuovi traguardi e provvedimenti totalmente astrusi  ma definiti necessari ed urgenti per giustificare  gli aumenti delle tasse sanciti nella finanziaria stessa..

     Nelle suddette finanziarie deve giocare un ruolo importante il “mascheramento”. Il quale consiste talvolta  nel dare una giustificazione ai piccoli aumenti e ritocchi  delle tasse oppure nel declamare diminuzioni che , nella realtà, non possono aver luogo per le limitazioni imposte  o perché al di fuori della scena sociale attuale. 

      Così, dire, per esempio, che sono concessi sgravi fiscali alle famiglie numerose è di sicuro effetto apparente; in effetti, ben pochi potranno fluire di tali sgravi dal momento che  la crescita della popolazione in Italia è  generalmente negativa ed ogni coppia  ha raramente più di un figlio o di due figli.

     Va inoltre evidenziato che l’aumento della imposizione fiscale fa automaticamente diminuire il potere di acquisto degli stipendi a reddito fisso. Per la classe politica al potere è importante  che il reddito fisso non venga fatto crescere, poiché tale fatto costituisce motivo d’ incremento della povertà negli strati sociali e, quest’ultima, diventa leva di propaganda elettorale, promettendo e millantando di abbatterla nella prossima legislatura o nel prossimo scenario politico.

    La povertà imperante negli strati sociali è motivo di potere per coloro che gestiscono  lo Stato, poiché la gente che sta male spera sempre di migliorare la propria posizione dando credito a questo ed a quel  profeta di benessere ed è quindi facilmente manovrabile e disponibile alle imposizioni che vengono dall’alto, cioè, dei politici che sono o che saranno al potere.

      Un ruolo importante gioca il cosiddetto “taglio” ai fini delle responsabilità. Esso, non solo consente al potere centrale di risparmiare e lucrare economicamente, ma consente pure di scaricare le responsabilità di eventuali disservizi e manchevolezze su altri enti periferici, siano essi di amministrazione pubblica che privata.

    Così, se le cose vanno male in materia di distribuzione dell’energia elettrica, chiaramente la responsabilità è da attribuire alla  SpA che la gestisce e non certamente al potere centrale, che, semmai, interviene in un secondo tempo per correggere o spodestarne l’Amministratore Delegato od il Consiglio di società.

    In quest’ultimo caso si ha anche la possibilità di creare dei posti di sottogoverno da occupare con elementi di propria fiducia, dando luogo ad una specie di catena di Sant’Antonio del clientelismo da sfruttare in sede elettorale. Anche nelle Sedi comunali, provinciali e regionali può adottarsi lo stesso sistema, cercando di  creare tutta una pletora di ditte “amiche”,  nonostante la garanzia delle gare di appalto, le quali possono facilmente essere truccate e manovrate.

 

c)      -  Eliminazione sistematica del parassitismo elevato a sistema.

     Il parassitismo è da condannare  senza dubbio ed è un bene per lo stato eliminarlo, ma quando si parla di parassitismo elevato a sistema, ci si riferisce al mondo delle pensioni.

     Questo sistema che è nato sornione e si è evoluto a tal punto da compromettere i conti dello Stato ,è un pozzo senza fondo che bisogna eliminare per il bene di tutti  e per dare allo stato la possibilità di devolvere maggiori fondi per la politica ed il raggiungimento del fine ultimo: il trionfo della democrazia  totale.

    Va detto che l’eliminazione  delle pensioni non è un regresso barbarico, ma un semplice e salutare ritorno alle vecchie e sane tradizioni di un tempo, quando il lavoratore accumulava per i fatti suoi dei beni per far fronte alla vecchiaia ed ai figli , che costituivano la vera assicurazione sul suo futuro.

     Fin dai tempi di Adamo ed Eva, naturalmente dopo che furono sbattuti fuori dall’Eden, l’uomo ha sempre lavorato accumulando in gioventù le risorse per affrontare la vecchiaia. Esattamente come fanno le formiche. I figli, inoltre, costituivano la vera assicurazione per una buona vecchiaia.  Ad essi spettava il compito di badare alle necessità  dei genitori non in grado di auto mantenersi.

    Presso alcune popolazioni i figli, per dovere istituzionale ,  provvedevano anche alla soppressione  dei progenitori vecchi, quando ritenevano di non poter più badare al loro sostentamento. Pare che gli eschimesi, ad un certo punto, imbarcassero la vecchia suocera sopra una slitta e la spedissero a morire nel deserto di ghiaccio. Certo non è una usanza approvabile per la nostra evoluta  mentalità, ma essa risponde pienamente alle regole della natura. Sopprimere in alcun modo  i vecchi, quando non si è più in grado di mantenerli.

     Insomma ,  voglio dire che il mantenimento (e nei casi limiti anche la soppressione) delle persone vecchie, inabili , malate e non abbienti, non era  un tempo considerato un onere sociale, ma  familiare. Ognuno badava ai vecchi suoi, senza che lo stato se ne preoccupasse  più di tanto.

     Una formula, questa, più che salutare, per le casse dello Stato, esonerato dalle spese  di previdenza, senza distinzione di popoli o di tempi. Le cose andavano così e non per questo l’umanità non progrediva. Anzi! Lo Stato, il Governo, il Signore  o chiunque esercitasse il potere aveva il solo compito di riscossore delle tasse , da impiegare liberamente per il raggiungimento dei propri fini, la grandezza dello stato,  il progresso , le conquiste territoriali, l’accumulo di ricchezze e quant’altro conquistabile.

 

     Nella nostra civilissima Italia , fin dai tempi più antichi, le cose non andavano diversamente. Non esistevano le pensioni al tempo degli antichi romani, non esistevano nemmeno nel medio evo, nel rinascimento e nemmeno dopo.

     Quando nacque lo Stato italiano, dalla fusione dei vari stati e signorie della penisola, le pensioni ed i pensionati non esistevano e nessuna mente eccelsa o statista si sognò mai d’inventarli.

     Il buon Cavour  ed i successivi capi di governo avevano il compito di racimolare quanti più soldi per mettere in piedi il nuovo stato ed in effetti ci riuscirono, grazie alla non esistenza del salasso  in materia di prevenzione e pensione.

     Fu soltanto nel 1898, dopo oltre trenta anni dalla fondazione del Regno d’Italia , che l’allora presidente del consiglio dei ministri, Rudinì, forse in un momento di debolezza  del potere centrale, creato da incresciosi moti sociali (il gen Bava Beccaris aveva fatto  sparare sulla folla ad altezza d’uomo  uccidendo circa trecento persone con il plauso del re “buono”, il quale, successivamente, lo gratificò per tali episodi di medaglia al merito),  promulgò l’Istituzione della Cassa di Previdenza  per Invalidità e Vecchiaia. Fu questo l’avvio ufficiale e la nascita  dell’attuale  snaturata ed incresciosa situazione . Infatti nel 1906 il Giolitti la trasformò in Previdenza Sociale e nel 1929 ci pensò Mussolini a creare l’ENPAS. Successivamente , seguendo le diverse vicissitudini, si è arrivati all’INPS ed all’INPDAP e nel 1980 , come se non bastasse, all’assistenza  sanitaria gratuita  a tutti i cittadini.  Come è possibile verificare, attraverso statistiche e resoconti, si è creata così nel tempo una miscela economica esplosiva di pensioni e previdenza, che hanno mandato in tilt il benessere del paese e costituiscono motivo di disagio per la realizzazione della democrazia totale.

      E’ chiaro che i pensionati sono delle persone anziane e che con l’aumentare dell’età hanno sempre più bisogno di medici e medicine e che quindi ai costi delle pensioni si aggiungono i costi dell’assistenza sanitaria gratuita. L’ISTAT ha fatto conoscere che  oggi il 20% degli Italiani è costituito da pensionati e che il 50% delle spese sanitarie sono da essi assorbite e che tali percentuali sono destinate a crescere per le maggiori aspettative di vita previste  in futuro!

     Un vero salasso per le casse dello stato! Quella che prima era una spesa inesistente è diventata la spesa primaria e più incisiva al punto di determinare il pericolo del fallimento  di tutto l’apparato democratico.

     Per non mettere in pericolo lo stato e la democrazia, a questo punto, necessità eliminare tale salasso economico e ciò è possibile procedendo alla eliminazione fisica  dei pensionati.                 E’ fuor di dubbio che eliminando il 20% dei pensionati equivale al   risparmio per lo stato del 20% di  pensioni ed inoltre la eliminazione del 50% delle spese sanitarie!

     Naturalmente ciò dovrebbe avvenire senza  la eliminazione degli istituti di pensione e previdenza, la quale farebbe tacciare la classe politica e lo stato di oscurantismo e regresso civile, né tanto meno procedendo all’olocausto reale dei pensionati!

    Non è che bisogna prendere tutti i pensionati, metterli in fila, e condurli nei campi di sterminio, come facevano i tedeschi nell’ultima guerra!

     Certo sarebbe un’ottima soluzione che porrebbe fine in modo drastico a questo problema così spinoso.

     Per eliminazione fisica bisogna intendere il graduale assottigliarsi di questa pletora di mantenuti fino a ridurli a zero. In altri termini bisogna togliere il vizio agli italiani di andare in pensione ed incrementare il concetto di produrre fino all’ultimo giorno di vita, mantenendo, in ogni caso l’istituzione pensionistica, che consente allo stato di riscuotere , comunque e per legge, i proventi dei contributi obbligatori, senza, del resto, incorrere nella cattiva reputazione di oscurantismo .

      L’istituto della previdenza non va abolito, poiché  ciò verrebbe considerata una barbarie  e soprattutto perché sortirebbe un effetto boomerang sulla classe politica. Bisogna semplicemente agire con circospezione e procedere con estrema prudenza. La sua morte deve essere solamente apparente, nel senso che , pur esistendo, non deve pesare sullo stato, che, anzi, dovrebbe guadagnarci con i contributi versati dai lavoratori.

      Insomma,  bisogna applicare la politica dei piccoli passi per arginare il fenomeno fino a renderlo inesistente.

      Un provvedimento piccolo oggi, un altro domani, un altro ancora più tardi, magari agendo su altri settori  lontani, ma attinenti e di sicuro effetto, servono moltissimo allo scopo.

      Gli scaloni che diventano scalini, gli effetti del paniere truccato inerente al costo della vita, la imposizione graduale ma progressiva nel tempo dei ticket sanitari, l’emarginazione strisciante degli anziani che scaturisce dall’offerta sempre più esigua ed insufficiente dei servizi,  affidati ai privati che hanno tutto ed il solo interesse del provento economico, le carenze strutturali ed organiche degli ospedali ed il progressivo aumento delle tasse, parallelo a quello del costo reale della vita, vanno applicati con metodo scientifico e misurato.

      Deve essere un concorso corale, lento, indolore, silenzioso, razionale e strisciante di provvedimenti apparentemente estranei al problema, ma che convergono parallelamente e senza intoppi al raggiungimento della soluzione finale, poiché l’impatto diretto provocherebbe solamente critiche e non farebbe che creare, a causa di queste ultime , solamente ritardi e malumori.  

      Per prima cosa bisogna agire sulla leva dell’età pensionabile e  poi su quella della contribuzione. Queste leve vanno considerate singolarmente e devono essere mirate a ritardare il più possibile l’inizio del pensionamento.

     Bisogna innanzitutto che  l’età minima per il pensionamento aumenti sempre di più nel tempo. Meglio che la cosa avvenga progressivamente e, cioè, di anno in anno , anziché con un salto unico , ad esempio, di quattro anni. Essa diventa in tal modo più accettabile e quasi indolore. Una cosa è dire che quest’anno si può andare in pensione a  cinquantotto anni e che il prossimo anno si può andare invece a sessantadue anni; un’altra cosa è dire che quest’anno si va in pensione a cinquantotto anni ed il prossimo a cinquantanove  ed il prossimo ancora  a sessanta anni e così via ...

      Il secondo caso è più subdolamente accettabile, poiché, tra l’altro, non pone limiti fissi se non di anno in anno. Alla fine il risultato sarà sempre lo stesso. Infine i sessantadue possono diventare sessantatre, sessantaquattro, sessantacinque e così via  senza alcun limite, se non quello imposto di volta in volta. 

    L’altro limite da stabilire è quello degli anni minimi di contribuzione, i quali ad occhio e croce non debbono mai essere inferiori a quarantacinque almeno e che debbono, finanziaria per finanziaria,essere aumentati progressivamente.      

    L’importante è che i due limiti (età ed anni di contribuzione) devono essere raggiunti entrambi.! Chi ha raggiunto, ad esempio, l’età di sessantacinque anni , ma una contribuzione di soli trenta anni, per andare in pensione deve lavorare e  versare contributi per altri quindici anni almeno; è chiaro che costui potrà andare in pensione non prima d’aver compiuto ottanta anni, sempre se non crepa prima. In quest’ultimo caso lo stato avrà evitato il pagamento di una pensione, con grande risparmio e, si badi bene, senza ricorrere all’abolizione dell’istituto previdenziale di vecchiaia, il quale non viene toccato e diventa anzi fonte di reddito per lo stato, che continua ad incamerare i contributi versati dai singoli soggetti.

      Basterebbe lo stabilire i limiti sopradetti nelle modalità descritte per limitare , se non annullare del tutto, la pletora dei pensionati . Certo, dovendo la cosa realizzarsi diluita nel tempo per ovvii motivi d’ordine pratico e politico, una suddetta procedura eliminatoria delle pensioni ha il vantaggio di essere alla fine risolutiva.

       Il vero  problema di siffatto sistema  consiste appunto nella lentezza di realizzazione.

    E’ necessario, quindi, trovare il modo di velocizzarlo ed in ogni caso, favorirlo con provvedimenti paralleli e ...convergenti,  come soleva dirsi non tanto tempo fa nel mondo politico per creare assurde ed incongruenti alleanze partitiche.

     In altri termini bisogna gioco forza  ricorrere ad ulteriori accorgimenti limitativi  ed incisivi, come ad esempio, nel campo della Sanità.

    E’ stato ampiamente dimostrato dalle statistiche ISTAT che la longevità è di gran lunga aumentata e che, in futuro, l’aspettativa di longevità aumenterà progressivamente. Ciò è dovuto in particolar modo al progresso della medicina, che consente  una sempre più larga dovizie di cure e che l’età di sopravvivenza di un pensionato è in continua espansione con gran danno dell’erario.

      Un pensionato  che vive almeno novant’anni è una iattura per lo stato. Se, poi, questo singolo “uno” diventa  “tutti”, è il fallimento!

      Se si analizza attentamente il fenomeno della longevità, si scopre che esso è proporzionale alla spesa sanitaria, cioè, che  quest’ultima cresce con il crescere  dell’età dei pensionati. Ho già  evidenziato che il 50% della spesa sanitaria è dovuta a quel 20% di pensionati di tutti gli italiani, come dicono le statistiche. E’ chiaro che aumentando il numero dei pensionati, aumenterà la spesa sanitaria e viceversa. Questo, soprattutto  perché è in atto quel diabolico meccanismo dell’assistenza sanitaria  gratuita a tutti  i cittadini, con particolare riguardo a quelli che hanno superato i sessantacinque anni d’età, e ,cioè, i pensionati.

     Cosa bisogna fare, dunque, per limitare ulteriormente il numero dei pensionati? Poiché essi diventano sempre più longevi, limitiamo loro l’accesso alla gratuità delle cure e elle medicine.

Il risultato sarà una sicura riduzione della loro longevità, la quale si traduce in una sistematica ma sicura diminuzione del loro numero.

     Attenzione, però, a non addurre come finalità tale effetto! Sarebbe disdicevole per uno stato civile come il nostro! Bisogna mascherare il provvedimento con altre causalità, come, ad esempio, la paura di non poter sopperire ai bisogni sanitari di tutta la comunità e che s’impone un modesto contributo da parte di tutti senza alcuna distinzione di censo, sesso ed età.

      In altri termini, effettuare dei “tagli” con circospezione nel campo sanitario, essendo quest’ultimo un vero campo minato per la futura rielezione della classe politica al potere.

      Non bisogna toccare la “lobby” dei medici; tutt’altro! Ai tagli della sanità pubblica deve corrispondere un’agevolazione per l’attività privata del medico ed allo stesso medico dipendente dalla pubblica amministrazione bisogna consentire di svolgere parallelamente la cosiddetta “libera professione”, camuffando con termini latini o comunque incomprensibili dai più, questo tipo di attività. Ecco, ad esempio, tirare fuori l’attività medicale “intra moenia” e l’altra “extra moenia”. Bastano i suddetti “distinguo” per trasformare un visita gratis o sottoposta al classico Ticket, in una visita a pagamento leggermente meno costosa di quella effettuata presso un libero professionista. Una impostazione simile “stuzzica” l’appetito del medico, pagato malamente dallo stato ed ecco che i tempi di attesa per una visita specialistica ospedaliera si allungano al punto tale che il povero pensionato, preso dalla paura di rimetterci la pelle, o trova i soldi per pagare la visita da realizzare in tempi brevi oppure, in assenza di soldi, rinuncia alle cure contribuendo, per apparente scelta personale, alla più sollecita decimazione  della pletora dei pensionati. 

    Anche in questo tipo di impostazione della Sanità, lo stato ci guadagna doppiamente, costringendo il pensionato non solo a pagare la visita, di cui una parte viene dallo stato percepita, ma anche l’IVA su di essa.

     Del tutto disdicevole sarebbe abolire la previdenza  sanitaria in genere! Cosà fare, allora? Imporre piccoli balzelli, sempre più progressivi ed estesi, come, quasi, per chiedere un piccolo sacrificio a sostegno della sanità pubblica. Sarà compito di ogni finanziaria aumentarli, anche se di poco ed in maniera lievemente dolorosa, fino al raggiungimento dello scopo prefissato, con le modalità più disparate , come, ad esempio,  la regionalizzazione della spesa sanitaria ed altre diavolerie che possono essere messe in atto e che si lasciano all’inventiva fervida dei nostri politici.

      Il riferimento  alla imposizione dei cosiddetti “ticket” è chiara, oltre che efficace  per il loro progressivo aumento in quantità e  valore.

      Se, inoltre, alla limitazione della gratuità dei medicinali e delle cure si aggiunge un espediente che limiti sempre più  il valore d’acquisto delle pensioni, il gioco è fatto!  Il pensionato, costretto a pagarsi le medicine  e non avendo i soldi per comprarsele, alla fine, non potrà che … crepare, con gran ristoro dell’economia statale.

       Si evidenzia che nessun provvedimento “contra” è stato suggerito di prendere direttamente nei confronti dei pensionati: i sacrifici per il benessere di tutti vengono imposti a tutta la comunità! Che, se poi,  i pensionati ne subiscono maggiormente le conseguenze, ciò avviene senza  alcun malanimo o azione contro essi diretta!

     Giova, soprattutto, agire sulla leva delle privatizzazioni. E’ necessario “privatizzare” la sanità trasformando gli ospedali in SpA o Gruppi di SpA con finalità economiche e di realizzazione di tagli. Ciò concorre perfettamente a diminuire le spese per le cure, colpendo, naturalmente i pensionati, che per la loro età hanno più necessità degli altri cittadini. I tagli alla sanità sono effettivamente efficaci per la eliminazione sistematica di quelle sanguisughe che sono i pensionati!

 

     Un altro sistema parallelo e concorrente alla eliminazione del fenomeno pensioni, consiste anche nel limitare il potere di acquisto delle pensioni, cioè, non facendole crescere ed anzi erodendole con piccoli provvedimenti ad “hoc”.

     Limitare il valore di acquisto delle pensioni, a prima vista, non sembrerebbe molto facile, poiché un’altra malaugurata legge ha stabilito una specie di “scala mobile” per i pensionati, progressiva di anno in anno, e legata all’aumento del costo della vita, mediamente  pari al 2% della pensione stessa. In effetti ,di anno in anno, la pensione cresce del 2%.  Quindi, la soluzione è di tenere fermo intorno al 2% il costo della vita, anche se esso galoppa fino a raggiungere  il 50% ed oltre. L’espediente è facile, se si tiene conto del modo di calcolare tale costo, basato sul cosiddetto paniere di calcolo.

     Se si introducono in tale paniere determinati campioni “addomesticati”, cioè, che crescono poco rispetto ad altri o sono poco utilizzati, in effetti è facile mantenere entro determinati limiti l’aumento del costo della vita. Ciò consente ai politici al governo di controbattere le richieste sindacali inerenti, non solo ai pensionati, ma ai lavoratori  tutti dipendenti dello stato, fermo restando, che , mediante assemblea parlamentare  plebiscitaria, essi politici, possono aumentarsi il loro onorario  in riferimento all’effettivo aumento del costo della vita. ed anche più., calcolato in base a criteri che esulano certamente dalla logica del paniere.

      Inoltre, bisogna trovare il modo di “ritoccare” quel 2%, riducendolo con l’introduzione di nuovi parametri, fino a farlo scomparire.

     E’ chiaro che applicando questi provvedimenti mirati nel giro di pochi anni il numero dei pensionati non può che scomparire progressivamente fino ad annullarsi,. Infatti esso diminuisce  con  l’aumentare del limite d’inizio  della pensione e diminuisce pure influendo sulla  longevità degli stessi pensionati, ridimensionata  dalle  piccole ma progressive limitazioni in materia di reddito e spesa sanitaria.

      Con il tempo, si potrà magari arrivare ad una legge, che, in nome della democrazia e della salvaguardia economica dello stato, abolisca ogni specie di previdenza e di pensione statale, ricorrendo a speciali fondi privati, gestiti da Banche, Assicurazioni, Enti ed Organismi Corporativi, che escludano in “toto”  la responsabilità diretta del potere centrale o stato che dir si voglia.

      Ecco! Anche qui il termine esatto è “privatizzare” la previdenza. Ci penserà il sistema ed il metodo privatistico ad apportare tagli in questo campo, escludendo la responsabilità diretta dello Stato .

    Si potrebbe iniziare il processo di privatizzazione, dando facoltà alle Banche di fornire un prestito ad hoc coperto da assicurazione, pagata dal lavoratore, che volesse anticipare di qualche anno la sua quiescenza. 

    Sarebbe un buon avvio verso la privatizzazione delle pensioni, da affidare alle Banche, che già gestiscono le assicurazioni.  

     La conclusione non può essere che una sola: lo stato, per progredire civilmente ha bisogno di far trionfare la democrazia, che si traduce nel fare aumentare il più possibile il numero dei politici, nel metterli a loro agio economico per  dar loro la libertà di azione , ricorrendo sempre più all’imposizione fiscale silente e progressiva ed alla eliminazione di quel salassoso  consesso di pensionati, non più utili, ma attivi nell’alleggerire le casse dello stato.

      Ricorrendo alla mia preparazione scientifica in materia di formule matematiche, mi sono sforzato di ottenere una espressione algebrica  risolutiva che evidenziasse la dipendenza del fattore democrazia dal complesso di fenomeni favorevoli ed anche sfavorevoli, stabilendo le relative proporzioni dirette ed inverse. Ho riempito pagine e pagine di calcoli, che non riporto poiché rischierei di tediare il lettore con il risultato, forse, di non essere compreso .

     Infine sono arrivato alla seguente formula intuitiva che rende chiaro i concetti espressi dal mio sproloquiare in materia:

 

           F(d) = K N  -  K P  da  cui si ottiene    F(d) = K(N-P) 

                                      

Dove  F(d)     è  il fattore di Democrazia di una nazione                                                                          

           K         il fattore di proporzionalità  che varia da nazione

                       a nazione

           N         il numero dei politici                          

             P          il numero dei pensionati.         

Tale formula esprime il concetto che una nazione è tanto più democrratica, quanto più alto è il numero N dei politici e quanto più basso è il numero P dei pensionati.

Quando P diventa zero, si ha il massimo dell’espressione democratica di una nazione,   ma se  P diventa maggiore di N,  la F(d) assume segno negativo. Ciò significa che nella nazione considerata non vi è democrazia.   Parimenti per N-P=0.   

Inoltre il valore di K deve essere sempre maggiore di 1 e dipende dalle leggi elettorali in vigore. Se K cresce al disopra del valore 1 significa che cresce nel paese la democrazia, se invece esso decresce al di sotto di 1 significa che vi è nel paese una diminuzione di democrazia. Se, infine K diventa uguale a zero si ha solo una parvenza di democrazia.

      Da tale formula,  in ogni caso,   risulta evidente  che in ogni nazione KN deve sempre essere  maggiore di KP per considerarla effettivamente democratica.

    Da tale formula principale è anche possibile ricavare l’entità annuale del prelievo fiscale, nonché il risparmio fiscale parziale e totale con l’assottigliarsi ed azzerarsi della spesa previdenziale per pensioni.   Si possono addirittura costruire delle tabelle di consultazione per poter programmare anno per anno e finanziaria per finanziaria, il numero dei pensionati da eliminare.  

    Basterebbe dare un incarico specifico ad un buon matematico e, visto che siamo in periodo di informatizzazione, addirittura si potrebbero impostare dei programmi risolutivi e facilmente consultabili da  tutti.

    Ogni governo, quindi, per essere definito buono e democratico, deve tenere conto di questa formula  cercando, per quanto possibile, di azzerare il valore di KP nella maniera più dolce possibile, con lentezza  ma con determinazione onde non creare traumi nel paese e di far crescere sempre di più il valore di KN, agendo sulla leva del parlamento e della sua funzione legislativa; nel senso di produrre quante più leggi possibili, anche se inutili, contrastanti ed incomprensibili: non è tanto il contenuto delle leggi quello che conta ai fini democratici, ma la loro quantità che serve a dimostrare efficienza politica e democratica.

      Se non riesce possibile applicarle per vari motivi, la cosa ha poca importanza poiché quello che conta veramente è che esse leggi esistano essendo l’estrinsecazione diretta dell’attività politica e democratica del governo.

    Sarebbe interessante stabilire anche il fattore K, ma calcolarlo diventa molto più complesso per la molteplicità dei parametri che agiscono su di esso e che sono diversi da nazione a nazione. Si pensi alle diverse modalità delle leggi elettorali ed alle diverse modalità per passare dallo stato di lavoratore a quello di pensionato in ogni singola nazione.

     Ove si riesca a calcolare il valore di K ed esso risulti  minore  di 1 od uguale a 0, possiamo testualmente affermare che F(d) (Fattore di democrazia)  è deficitario o del tutto assente. Pertanto i valori di N e di P non hanno alcun significato  ai fini della determinazione del fattore di democrazia in una nazione. 

      Se si applica questa formula, rendendola operativa, non sarà più necessario far perdere tempo prezioso al Consiglio dei Ministri, a tutto il parlamento, al Governo in generale alla ricerca di settori da … tagliare e quelli da … far crescere. Basta trovare di volta in volta  il modo per far variare  il fattore N verso l’alto ed il fattore P verso il basso. Facile ed intuitivo! O No?

       Attenzione! Dal fattore P sono in ogni caso da escludere i pensionati che provengono dalle cariche parlamentari (ex deputati ed ex senatori). Essi, in quanto legittimi e rappresentanti della casta politica, cioè, di quegli uomini delegati a garantire la democrazia in ogni caso, non possono essere annoverati tra i pensionati comuni. Essi devono piuttosto considerarsi la continuazione di una funzione preminente dello stato e, per questo, il loro numero ed i loro privilegi, che sono al di sopra di tutti, non possono essere confuse con la massa popolare.

    Pertanto, questa categoria di pensionati va  nella formula aggregata al  fattore  N  dei politici..                                  

 

  

L’ESSENZA DELLA DEMOCRAZIA.

 

  

    Se si ha la bontà di cercare il termine “democrazia” nel dizionario di lingua italiana, troviamo la seguente definizione: forma di governo fondata sul principio della sovranità popolare esercitata attraverso rappresentanti liberamente eletti.

     In relazione a tale definizione l’Italia  (e non solo l’Italia nel mondo )  è una nazione democratica.

     Ma lo è sempre stata? No, certamente.

     Prima che nascesse e si formasse il concetto di  democrazia, sicuramente vi furono altre forme di governo, basate su altri concetti politici sia in Italia che altrove.

      Agli albori della vita, e, cioè, all’apparizione dell’uomo nel mondo certamente esso sentì  il bisogno di vivere in società con i suoi simili per un reciproco scambio di aiuto e di informazioni, nonché di relazioni. Ma tale bisogno non fu scevro della nascita di regole comportamentali, che portarono ad una gestione del potere da parte di un singolo, generalmente, il più forte od il più saggio ed in ogni caso di un solo individuo capace di imporre a tutta la comunità la sua volontà e le regole da lui dettate per la regolare convivenza. Egli, in quanto unico tenutario del potere esercitava contemporaneamente non solo la stesura delle leggi, ma la loro applicazione ed anche il potere di punirne i trasgressori. Siamo appunto in presenza della cosiddetta tirannide, forma di governo primitiva imposta con mezzi coercitivi da parte di un singolo individuo.

     La tirannide fu sicuramente la prima forma di governo ad apparire ai primordi dell’umanità, e quindi anche nell’Italia primitiva, la cui vita era sicuramente ai livelli che noi oggi notiamo negli animali cosiddetti sociali, come, ad esempio, nei lupi, dove il capo branco ha pieni poteri e privilegi sui rimanenti  componenti del gruppo.

     Del resto è storicamente accertato che tale forma di governo è sopravvissuta per lungo tempo anche nella gestione delle famiglie. Si pensi al “pater familias” di romana istituzione, il quale, nell’ambito della famiglia aveva potere di vita e di morte e non solo nei confronti degli schiavi, ma dei figli e della moglie.

 

     Nei secoli e nella storia dell’umanità tirannide e democrazia si sono sempre alternate, pur nelle diverse forme intermedie.

     Ma quando nacque la democrazia? Non è facile stabilirlo. Diciamo che essa si è nel tempo evoluta passando dalla tirannide all’attuale forma, quale è  definita nel dizionario.

     In ogni caso, essa ebbe i natali nell’antica Grecia ed esattamente ad Atene, nonostante in un’altra parte della Grecia, a Sparta, fosse in auge una forma di tirannide, chiamata oligarchia, (governo di pochi su tutto il popolo).

     Questo fu uno dei motivi di contrasto tra Atene e Sparta. Nulla di cambiato ai nostri tempi che hanno visto il contrasto tra U.S.A. (democraticamente gestita) ed U.R.S.S. (retta da un dittatore).

     Quindi è un dato di fatto nel mondo il contrasto tra tirannide e democrazia e la lotta tra i popoli legati all’una od all’altra forma di governo.

      Le cosiddette democrazie popolari, oltre alla vocazione di mantenere in modo lecito ed anche non lecito, tale forma di governo nelle nazioni dove sono radicate, hanno anche quella del missionario e cioè di esportarla nelle altre nazioni, che magari pensano di star bene sotto la guida di un solo individuo. E’ proprio questo spirito missionario che viene evocato per giustificare molte guerre, i cui motivi sono ben diversi ed in ogni caso dettati da interessi contingenti e talvolta loschi. 

      Ed è così che con la scusa di esportare la democrazia, gli inglesi hanno esteso il loro dominio coloniale nel mondo, quando, in effetti,  lo scopo era quello di trarre ricchezza dalla dominazione di altri territori e dalla sottomissione di altre nazioni. Ed è anche così che con la stessa scusa si dichiara guerra nei tempi moderni a questo o quel popolo arabo, dominato dal dittatore di turno, quando il vero motivo è l’appropriazione e lo sfruttamento dei loro giacimenti di petrolio e cioè l’acquisizione di altre fonti di energia, di cui si incomincia a sentire sempre più fame.

     La domanda sorge spontanea: è meglio la democrazia oppure la tirannide o dittatura, che dir si voglia?  Non è facile rispondere, anche se  è opinione comune che la democrazia sia la forma migliore di governo. Sta di fatto che gli antichi romani, popolo a vocazione democratica, in caso di pericolo per lo stato o di grandi calamità, nominavano un dittatore a tempo determinato, che aveva il compito di prendere autonomamente delle decisioni tempestive ed alla fine dell’esigenza rientrare nei ranghi di legittimo e comune cittadino.  Ricordate Cincinnato?

       Alla fine, però, la democrazia sfociò nella dittatura dell’Impero: si aprì la serie dei Cesari, che nonostante tutto, portarono Roma  al massimo splendore ed al punto tale che questi ultimi furono largamente imitati negli stati e nelle nazioni scaturiti dallo sfascio dell’impero romano.

      Certamente con la dittatura non esiste nemmeno la libertà di pensiero. Tutto deve procedere secondo le regole imposte dal dittatore, che diventa il motore della nazione e l’unico a stabilire leggi, a farle rispettare con la forza ed a giudicarne i trasgressori. La cosa è alquanto fastidiosa, ma genera un apparente ordine formale che può magari essere accettato dal popolino.

      Questa forma di tirannide ha solamente di bello, che, prima o poi, crolla così come è nata. E’ questione di tempo: alla fine al dittatore viene tirato il collo e se non gli succede un altro dittatore, si instaura la democrazia con tanto di elezioni e scelte di popolo.

       Liberarsi della dittatura è relativamente facile;  basta una rivoluzione ben congegnata e diretta, magari con l’aiuto di fattori esterni, e la dittatura finisce in un battibaleno. Ma liberarsi della democrazia non è altrettanto facile ed intuitivo. Essendo quest’ultima il governo del popolo, mica si può tirare il collo a … tutto il popolo! Ed è così che si attiva una girandola di opinioni, contrasti, schieramenti di partiti, fazioni ed ibride associazioni, che danno luogo ad una lotta interminabile in seno allo stesso popolo. Però è tutto bello perché democratico … se non sfocia nella guerra civile.

     Si indicono le elezioni, si eleggono i rappresentanti del popolo, la maggioranza forma il governo, la minoranza fa opposizione, si discute su tutto, si fanno leggi nuove …        Ma tutto non finisce qui! Tutti sono rivolti ad acquisire consensi in vista delle nuove elezioni e la campagna elettorale non ha mai fine. Si finisce per perdere di vista il vero obiettivo della democrazia e, cioè, il raggiungimento del bene comune di tutto il popolo cercando di risolvere tutti i problemi attraverso la collaborazione tra maggioranza e minoranza e si instaura un clima di guerra politica continua e costante a tutti i livelli coinvolgendo pure la magistratura e, se del caso, anche la delinquenza, il quale ha un solo scopo: la riconquista od il mantenimento del potere per chi lo ha già.

      Non si capisce e non si vuol capire che la maggioranza ha il diritto-dovere di governare e la minoranza il diritto dovere di collaborare migliorando le proposte del governo ed avanzando le proprie che la maggioranza ha il dovere di esaminare. Tutto ciò per tutto il periodo della legislatura, finita la quale, si potrà tornare alla campagna elettorale, muovere accuse e critiche ed illustrare il programma per la nuova legislatura  e ricominciare un nuovo corso.

        Se, finite le elezioni e stabilito il nuovo governo, si continua ad osteggiare ed a lavorare per ritornare a nuove lezioni nella speranza di rovesciare il precedente responso, non avremo più democrazia, ma demagogia, disordine e disorientamento organizzativo dello stato, che possono sfociare nella dittatura, poiché il solito  caporale di turno, infine, con la scusa di eliminare il caos, si trova sempre pronto ed in agguato per imporre la sua volontà. Chi non ricorda la recente e famosa “Marcia su Roma”? Magari sarà stata una scampagnata di quattro  sfessati, come qualcuno sostiene, ma che, comunque, ci ha regalato venti anni di dittatura fascista e chissà quanti sarebbero stati gli anni se non fosse sopravvenuta quella malaugurata guerra, conclusasi, appunto, con la defenestrazione e la morte del dittatore.

       In genere questo guasto della democrazia avviene perché in seno alla classe politica i cosiddetti rappresentanti del popolo, esponenti in eminenza dei singoli partiti, hanno insito nel loro animo il tarlo del dittatore e non il senso della vera democrazia.

      Ogni singolo politico ha la pretesa di dover vincere ad ogni costo e con ogni mezzo e non accetta il responso della maggioranza, accampando scuse che giustificano la sua sete di potere.

       Porca miseria! Ma si vuol capire che il fine ultimo della democrazia è il benessere del popolo e non la detenzione del potere! Ad Atene fu così che venne intesa la democrazia. Si riuniva l’Aeropago (l’assemblea dei cittadini), si stabiliva ciò che era da fare e si andava avanti, cessando ogni ostilità fino al raggiungimento dei fini preposti nel rispetto dell’altrui volontà.  

    Ciò che non si vuol capire è che democrazia è rispetto delle altrui idee e non diatriba continua e violenta tra opposte fazioni. Ogni individuo ed ogni agglomerato partitico hanno il diritto ad esprimere il proprio punto di vista su determinati argomenti, compreso il piano di governo, di confrontarsi con gli eventuali oppositori e giungere ad una scelta partorita da una maggioranza, che va rispettata ed osservata da tutti fino a quando non vi sarà un nuovo confronto temporale imposto dalle norme costituzionali.

      E’ inoltre da dire che democrazia non significa protezione degli interessi di una singola  fazione  (quella vincente),  ma difesa degli interessi globali di tutti secondo principi di equità e di giustizia. Vanno tutelati anche i diritti delle fazioni di minoranza e tutti hanno il dovere di rispettare le decisioni contestualmente prese per il raggiungimento del bene comune.

       Lo scopo della democrazia è il bene comune di tutta la nazione e non la lotta continua per la sopraffazione di un partito o fazione sull’altra in virtù di future e nuove elezioni. 

       Finite le elezioni e stabilito chi deve governare, bisogna mettere da parte la guerra elettorale, da riprendere alla fine della legislatura, e pensare di collaborare per far star bene tutto il popolo e far progredire la nazione nel segno della giustizia e di equità tra i ceti.

       Sia, inoltre, ben chiaro che democrazia significa confronto tra i vari partiti nell’unica sede sancita per costituzione: il PARLAMENTO. Le manifestazioni di piazza non devono avere il potere di modificare quanto stabilito dal parlamento facendo leva sulla violenza e quant’altro. Il verificarsi di una simile evenienza è una sconfessione della democrazia che coincide con la demagogia e la rivoluzione.  Nell’ambito della democrazia non trova posto la rivoluzione. Essa è bandita, poiché nel contesto è sostituita in toto dalle libere lezioni. Un popolo democratico non dà seguito ad azioni di rivoluzioni e violenze politiche per manifestare dissenso e rovesciare il governo. Il vero popolo democratico agisce nella sede opportuna con il proprio voto e nei tempi stabiliti dalla costituzione.

     Tuttavia, manifestare il proprio dissenso, in ogni caso, è un diritto del popolo, il quale anzi è tenuto ad esprimerlo, ma senza ricorrere alla violenza ed alla intemperanza. Sia ben chiaro che la manifestazione non ha il potere d’impedire i provvedimenti del parlamento. Essa ha la sola funzione di attirare l’attenzione dei soggetti eletti su determinati argomenti per indirizzarli alle scelte che vanno sempre prese nell’ambito parlamentare.

     La determinazione delle scelte resta in ogni caso nella competenza del parlamento. La piazza in democrazia non ha il potere decisionale. Il popolo esercita il suo potere politico soltanto con la elezione. Dopo di che il potere legislativo viene esercitato dal Parlamento, che ha anche il potere di eleggere il potere esecutivo, ossia il Governo, come previsto dalla Costituzione.

    Il potere giudiziario viene esercitato dalla magistratura, che ha un suo governo, il C.S.M., il cui capo è, per costituzione il Presidente della Repubblica pro tempore.

       Solo in regime di dittatura, la piazza ha il potere decisionale di abbattere il tiranno ribellandosi ai provvedimenti che gli vengono imposti senza l’approvazione di un deliberato assembleare di un parlamento liberamente eletto.  La storia ce lo insegna: è stata la piazza ad abbattere sempre le dittature ed anche ai nostri giorni assistiamo a recenti avvenimenti che determinano la fine di ben radicate dittature nel seno di determinate nazioni, grazie a sommosse e movimenti di popolo. 

      Se la piazza ha il dovere di rispettare i dettati del parlamento, a cui sono stati demandati i compiti di fare le leggi, di governare e di prendere i provvedimenti necessari in caso di congiunture di ogni tipo nel rispetto del regolamento di comportamento prestabilito , senza per altro ricorrere alla violenza ed alla guerriglia urbana, i rappresentanti del popolo liberamente eletti e che costituiscono il parlamento, hanno il dovere di lavorare per il bene della nazione e di operare per il bene di tutti i cittadini a qualunque fazione essi appartengano, senza avere come finalità unica quella di acquisire simpatie elettorali e porre le basi per farsi rieleggere nella prossima campagna elettorale o mirare ai propri interessi personali acquisendo nuove prebende e nuovi privilegi .

      Essi hanno il dovere di creare il clima distensivo della discussione e di dare il loro contributo costruttivo senza aizzare le masse , ma studiando le effettive necessità congiunturali dei loro elettori e cercando di volta in volta di trovare le soluzioni idonee al buon funzionamento dello stato.

       Passi pure che essi siano d’accordo nell’aumentarsi l’onorario di rappresentanza, che mensilmente eguaglia quasi lo stipendio annuale di un comune lavoratore, passi pure che si assegnino dopo una legislatura una pensione pari, se non di più, a quella di un comune pensionato dopo 40 anni di lavoro, passi pure che non si facciano mancare privilegi e comodità gratis che non tutti i cittadini nemmeno si sognano d’avere, ma,  per favore, in nome della democrazia, la smettessero di “cornutiarsi” ad ogni pié sospinto, d’arraffare di straforo quanto più possono, di non trascendere in comportamenti beceri e volgarmente indisponenti.

        Al popolo, ai cittadini, alla nazione, non interessano i fatti personali dei singoli deputati, sciorinati  sia da una che dall’altra parte, miranti a mettersi reciprocamente in cattiva luce in vista delle future elezioni. Al popolo interessa solamente acquisire la sicurezza del domani, la certezza  del lavoro, la serenità sociale e quant’altro necessario per guardare con fiducia il futuro.

        Che, se, poi, si cercasse di prendere in giro il popolo, secondo la famosa filosofia di un Papa-Re, il quale era solito dire: “populus vult accepi, et accipiatur!” (il popolo vuole essere ingannato, che lo si inganni), sappiano i signori deputati che prima o poi troveranno qualcuno che li sbatterà fuori dagli scanni a pedate nel deretano,  così come fece Napoleone in Francia o magari un certo Benito  con la burlesca “marcia su Roma”, decretando in ambo i casi la fine di privilegi, laute compense e diatribe distorsive ed insulse.

     Ai nostri giorni pare che le opposte fazioni siano rinsavite, cercando di eleggere un governo di tecnocrati, ai quali affidare “la salvezza economica” dell’Italia, ma , in effetti, sotto questa parvenza di buona volontà si nasconde il caparbio desiderio di danneggiarsi a vicenda e di non far pesare sulla propria fazione l’eventuale fallimento economico e nemmeno la pesantezza di determinati provvedimenti dolorosi. Se le cose vanno bene, il merito è da attribuire né alla destra, né alla sinistra, semmai ad entrambe le fazioni.

      I provvedimenti pesanti e dolorosi non saranno stati presi né dagli uni, né dagli altri, ma di questo governo “di emergenza”, destinato per patto espresso a non avere alcuna rilevanza politica futura. Insomma una furbizia, che , tra l’altro, consente di portare a termine la legislatura, mettendo in salvo tutti i vantaggi legali previsti dagli attuali  “onorevoli” eletti.

      Per dirla brevemente, sostanzialmente, adesso la nostra casta politica ha messo in pratica  la stessa strategia che venne sperimentata subito dopo la disfatta di Caporetto. Allora si mise da parte il Cadorna, rappresentante della casta militare piemontese, e lo si sostituì con un qualunque generale il cui nome aveva ben poco di italiano, anzi sapeva di spagnolo, un certo Diaz, di cui nulla si sapeva, di modo ché in caso di perdita della guerra, si poteva attribuire la disfatta a costui e non alla nobiltà tradizionale sabauda. Che se poi, si fosse vinta la guerra, come in effetti avvenne, il merito era comunque da attribuire all’Italia ed a questo suo generale, che nonostante il nome spagnoleggiante, sempre italiano era!

       In tal modo, se verrà superate la crisi e l’Italia si salverà dal disastro il merito sarà da attribuire ad entrambe le fazioni, che potranno vantare di essere stati ottimi amministratori per la contemporanea fiducia accordata. Se così non sarà, ognuna delle fazioni è libera di gridare: “dagli all’untore” e di lanciarsi accuse incrociate da qui all’eternità.

       Altro che governo di salvezza nazionale, di tecnocrati salvatori della patria, dell’economia e  dell’Europa!

      Siamo in presenza di un governo partorito dall’ipocrisia dei nostri politici, sia di maggioranza, sia di minoranza, incapaci a mettersi d’accordo sul da farsi ed interessati solamente a raggiungere l’obiettivo della conclusione della legislatura per non perdere i vantaggi previsti dall’attuale normativa.

     Così un primo governo e poi un secondo sono andati a farsi benedire e siamo arrivati al terzo , che deve resistere tra dibattiti, accuse, fughe e lotte interne negli  agglomerati sia della maggioranza che della minoranza. “Ha da passa’ a nuttata” direbbe  il nostro bravo comico napoletano che non c’è più, in attesa di nuove elezioni.  

     Queste furbizie, queste diatribe, queste accuse reciproche, questo porre condizioni basate su  interessi di singole lobby o di singoli agglomerati territoriali, non interessano gli italiani, i quali si prefiggono tutti di cercare di stare più o meno bene tutti insieme nell’ambito della nazione, così come ogni singolo organo del corpo ha l’interesse che tutta la persona stia bene.

      A me sembra chiaro che se tutti stanno bene e possono permettersi il lusso di badare alle proprie necessità, ad averne vantaggio sarà tutta l’economia della nazione, poiché il concetto della ricchezza accumulata da pochi singoli non è redditizia, anzi è destinata ad esaurirsi per … inedia. L’economia cresce e la ricchezza si moltiplica se quest’ultima riesce a raggiungere tutti gli strati sociali. E’ ovvio che chi più ha, più spende e quindi dà più stimolo alla produzione in tutti i campi, creando sempre  maggiori occasioni di lavoro, le quali, a loro volta, incrementano la ricchezza. Insomma è un circolo, un semplicissimo circolo lungo la cui circonferenza corre ricchezza e  benessere. Guai ad interrompere tale circolo. Proprio  questo è il segreto della crescita economica.  Se un tale circolo viene instaurato  armoniosamente in tutta la nazione, tutta l’Italia starà sicuramente bene. Del resto, se esaminiamo i periodi storici passati, ci rendiamo conto di tale realtà.

       In tutte le società statali dove è esistita ed è stata evidente la frattura tra classi ricche e classi povere, vi è sempre stata alla fine la recessione e l’immancabile rivoluzione che ha sovvertito tutto, ma laddove tra le due classi vi è stata una certa gradualità di ricchezza, tutta la nazione ne ha tratto vantaggio crescendo economicamente e culturalmente.

      Questo discorso significa che bisogna far crescere le occasioni di lavoro nella popolazione per far fruire alla gente quanto più stipendi è possibile, per consentirle di poter spendere in beni, che a loro volte, creano occasioni di lavoro.

       Si mettano dunque al bando i cosiddetti principi di idealità differenti, di vedute astruse della realtà umana ed avulse dalle concezioni contingenti. Un solo principio è da tenere presente ed a questo bisogna ispirarsi nel voler guidare il popolo: la gente vuole stare bene, cioè, vuole tutte le comodità che sia possibile avere e, per far questo, deve poter lavorare, guadagnare e quindi spendere.

       Certamente se si vuol guadagnare troppo a scapito degli altri, siamo in presenza di un caso patologicamente negativo e bisogna giustamente intervenire con il pugno di ferro.

       Ed è in questo contesto, quindi,  che non ha senso la cosiddetta lotta di classe, la famosa “praxis” di marxista memoria, di guerra tra ricchi e poveri, tra padroni e lavoratori, tra nobili e popolani. Bisogna trovare il modo e la maniera di far convivere in armonia le varie classi sociali attraverso il reciproco scambio delle necessità e dei vantaggi, così come predicato in una famosa enciclica papale sul lavoro, la quale aveva come obiettivo, appunto, il superamento della teoria marxista. Chi si ricorda della  “Rerum novarum”?

 

      In politica, in democrazia specialmente, quello che conta è il rispetto delle regole e della personalità dell’individuo nell’ambito di tutte le classi sociali.. Pertanto finiamola di mescolare idealità religiose, anche se buone, con idealità sociali, poiché esse non risolvono le questioni. Non tutti sono disposti a dare in nome della pietà o per volere di Dio, mentre tutti, bene o male, vogliono il proprio tornaconto al loro operare. Purtroppo questa è la legge di mercato che bisogna rispettare senza esagerare nelle pretese.  

    Il dare ai poveri, la pietà , le liberalità sono cose , buone si, ma che non possono essere imposte e non possono costituire la base dei rapporti in democrazia ed in economia. E’ cosa buona “dividere con il poverello il panettello” , ma ciò non risolve il problema economico e sociale. Occorre ben altro!

      Pertanto, si facciano opere pubbliche, si allarghino gli orizzonti della ricerca, si mettano in atto tutte le opere necessarie per la salvaguardia dell’ambiente e della salute, si consenta in tal modo di creare quanti più posti di lavoro ed alla gente di guadagnare senza l’alea dell’incertezza e di curare anche quelle che sono le attività ricreative, anch’esse, a loro volta, produttrici di occasioni di lavoro.

       Qui non si sente parlare che di tagli. Taglia questo, taglia quello, risparmia qua, risparmia là, licenzia a destra, licenzia a sinistra, accumula ricchezza per pagare i debiti di stato, la quale, poi, viene impiegata per mandare un pugno di militari nel mondo per farsi ammazzare in nome di principi che neanche vengono recepiti dai destinatari, oppure per motivazioni futili di egemonia razziale od inutili prese di posizione politiche.

      Tagliamo le pensioni! Bene! Significa che dobbiamo far lavorare di più quelli che stanno lavorando e lasciare dietro la porta ad attendere quelli che vorrebbero trovar lavoro e non lo hanno. In tal modo nel circolo , di cui ho sopra parlato, entrano sempre meno risorse con la conseguente stagnazione economica.

       E’ giusto che, proprio per l’aumentata speranza di vita, gli uomini ed anche le donne vadano in pensione il più tardi possibile, ma non per far pagare allo stato minori oneri pensionistici, ma solamente nel caso in cui le nuove forze (i giovani) non bastino a sopperire alle nuove richieste di lavoro. Qui si assiste invece ad una aumento della disoccupazione giovanile.

      Era proprio necessario scomodare mari e monti per ottenere un simile effetto?

Si cerchi di non menare il can per l’aia con programmazioni del cavolo, ma di dare disposizioni per costruire navi, aerei, macchine, locomotive, treni, case e quant’altro per far lavorare quanta più gente e  al punto tale di pregare i lavoratori di andare in pensione il più tardi possibile per far crescere l’Italia di più. Possibile che l’esempio della Cina non serva a nulla?

     Concludo, dicendo che la vera essenza della democrazia, consiste nel benessere del popolo. Senza lo stato di benessere in seno alla popolazione della nazione, non vi è democrazia, ma semplicemente tirannide, il cui capo non è una persona, ma l’orrendo fantasma della lotta di classe, mascherato dal turbolento e subdolo perbenismo socio-politico traghettato in ambito parlamentare.

      La vera democrazia regna laddove il popolo sceglie in armonia ai principi dei diritti umani ed in piena libertà la strada da seguire per raggiungere il benessere sociale e nazionale ed un parlamento che non rispecchia tale fondamentale principio è da ripudiare senza meno ricorrendo ai comizi elettorali, rifuggendo, in ogni caso, da manifestazioni violente e rivoluzioni, non  rispondenti ai canoni non solo della democrazia, ma del viver civile.

Ove l’opposizione non riuscisse a sfiduciare in parlamento la maggioranza, non le resta che denunciare al popolo ciò che ritiene giusto od ingiusto ed attendere la fine della legislatura e le nuove elezioni.

Altre decisioni, quali quelle di tentare rivoluzioni o istigazioni alla ribellione armata non sono contemplate dal panorama democratico.  

 

  

 

 

RIFLESSIONI  DOPO LA PREMIAZIONE

DELLA MIA POESIA  “NOTTI DI SPIRANZA”

 

 

     Evviva! Mi hanno dato il primo premio al concorso di poesia del premio Natale 2010 di Tremestieri Etneo relativo alla poesia dialettale. Non me lo aspettavo proprio!

      Certamente sono soddisfatto e contento. Se mi accontento di queste cose, significa che veramente sto  … rimbambendo.

     La manifestazione è durata circa due ore e mezza presso la chiesa madre di Tremestieri Etneo. Questa volta c’era con me mia moglie, mia sorella Melina (la più interessata a ciò che scrivo), suo marito e sua figlia Vanessa con il marito.

I miei nipotini e mia figlia non c’erano, poiché arriveranno questa sera da Sestriere, dove hanno passato la settimana bianca. Ai miei tempi c’era solo la settimana … nera!

       Per telefono la piccolina mi ha detto che hanno dato anche a lei la medaglia, perché è arrivata prima nella gara di chiusura di sci sulla neve.

       Tornando alla mia manifestazione, ha avuto rilevanza il fatto che ho devoluto il premio in denaro di 300 Euro alla Chiesa Madre per destinarlo alle esigenze che il parroco ritenesse opportune, Il Sindaco, che era presente alla manifestazione, è rimasto molto sorpreso ed ha sentito il bisogno di venirmi a stringere la mano. Insomma è stato il secondo successo della serata ed ha ottenuto la seconda battuta di mano!

     Ho chiuso la serata in pizzeria con i miei a Trecastagni. Qui è facile andare da un paesetto all’altro con la macchina, anche perché molte strade sono comuni a più paesi.

      A tal proposito evidenzio che alla Barriera, cioè in fondo a via Etnea di Catania, un poco oltre, vi è un palazzone che ha le facciate: una su Catania, un’altra su Gravina, un’altra su Sant’Agata Li Battiati ed un’altra ancora su Tremestieri Etneo.

 Da questa considerazione spontanea, nata in un momento di spensieratezza per me, scaturisce un altro sproloquio, frutto di una nuova riflessione!  

     Penso proprio che sarebbe opportuno fare un unico comune metropolitano, magari con l vari decentramenti amministrativi. Se si pensa che la realtà catanese è comune ad altre realtà siciliane ed anche italiane, sono convinto che si risparmierebbero un sacco di miliardi di Euro, spesi per mantenere i vari consigli comunali, pullulanti di “arruffa-popolo” di mezza tacca e “mangiapani a tradimentu”.

      Se si pensa, inoltre, che il provvedimento renderebbe inutili le cosiddette “ province”, le quali sarebbero da cancellare del tutto, il risparmio sarebbe ancora più grosso e minore sarebbe l’incidenza del malaffare politico, così fiorente a destra, sinistra e centro.    

      In sostanza, bisognerebbe cancellare gli attuali comuni e le attuali province per dar luogo nell’ambito regionale a delle “aree metropolitane”, cioè a dei centri politico-amministrativi, comprendenti le località viciniori dei soppressi comuni. 

      Naturalmente tali provvedimenti non verranno mai presi per il semplice motivo che andrebbero a scapito delle varie formazioni partitiche, che, guarda caso, trovano così incremento sempre più costante e trovano anche il modo di moltiplicarsi come i famosi pesci e pagnottelle del Vangelo.

      Per lo stesso identico motivo e, cioè, l’individuale interesse di questo o quel politico, legato alla vita delle varie organizzazioni partitiche e che è stato eletto in questa legislatura, colui che è stato definito “fituso”,  che è stato messo alla berlina e continua ad essere attaccato senza tregua da forze politiche e giudiziarie, continuerà la sua legislatura fino alla chiusura prevista, nonostante ripensamenti,pentimenti, distingui di posizioni, ecc. ecc 

       Se non gli basteranno i voti in parlamento del suo agglomerato  politico ridimensionato, penserà la cosiddetta opposizione a mantenerlo a galla, fornendogli quei pochi voti necessari per non farlo cadere. E questo, non perché  si comprerà  i voti parlamentari, come sostiene ipocritamente l’agglomerato avverso , ma per il semplice motivo che conviene a tutti indistintamente.

        Ma tu ci pensi cosa significa sciogliere con quasi tre anni d’anticipo il parlamento, per ogni singolo deputato e quale danno ne riceverebbe ognuno di essi?

         Te lo dico subito: la perdita secca si uno stipendio, che attualmente si aggira intorno ai trentasettemila euro, come sostiene qualcuno, se non di più, compresi i vari Benefit (parrucchieri, asili nido, mense gratuite ed altre “percacce” che sono in ombra). Moltiplicando 37.000 per 36 mesi quanto fa? Facile, no?!         Si  evidenzia che, inoltre,  si perderebbe il diritto al “vitalizio” , che è inferiore allo stipendio, ma sempre perdita rilevante è per ogni singolo deputato! Non ti pare?

      Si potrebbe anche obiettare che andando a nuove elezioni i singoli onorevoli potrebbero comunque essere rieletti e quindi non ci sarebbe alcun danno. Ma non è così poiché intanto bisognerebbe affrontare le spese per la campagna elettorale e poi … “cu’ ci l’appenni a ciancianedda a lu jattu?” (Chi glielo appende il campanello al gatto?), come diceva mio padre. Cioè, c’è la sicurezza  per ogni singolo di essere rieletto? Chi lo sa? Ecco cosa tiene a galla il “fituso”, l’esecrata figura del cosiddetto premier: la paura di rimetterci un bel po’ di quattrini da parte di tutti, ad eccezione, forse, dei leghisti, che intravvedono la possibilità di ingrossare il movimento con la balla propagandistica, creduta al Nord, di “Roma ladrona”. Come se Milano e dintorni fossero i simboli  dell’onestà d’Italia, mentre i fatti confermano che avvengono gli stessi ladrocini idi Roma ed anche della Sicilia. ( quest’ultime però definite secondo uno stereotipato vezzo “di stampo mafioso”).

     Bah! Non si salva nessuno di costoro, il più pulito dei quali  ha la rogna e che ogni giorno riempiono i telegiornali di insulti, accuse reciproche e quant’altro assistiamo.

      Essi sono lì semplicemente per fare i loro  singoli interessi, prolungare il più a lungo possibile la prebenda che elargisce lo Stato in nome della democrazia e nulla più! Se penso poi che ognuno di questi lanzichenecchi, dopo appena cinque anni di servizio percepisce una pensione che è doppia di quella percepita da me dopo quasi quaranta anni di servizio, tra l’altro pieno di responsabilità non indifferenti e disagi invalidanti, divento tanto prosaico da gridare il famoso “Vaffan…” al loro indirizzo!

     Sono passato dalla poesia alla prosa! Solo adesso me ne sono accorto! Ma fa parte del mio carattere lo scrivere ciò che penso, appunto sproloquiando! Mi aiuta a vivere ed a far passare il tempo, visto che con gli anni comincio, come suol dirsi, a perdere colpi.

      Già, con la mente non so cosa farei e sogno di fare, ma sento sempre più che tutto l’apparato fisico e corporale non è più affidabile. Specialmente questo dolorino nuovo al costato destro che compare al variare del tempo, mi ricorda il modo stupido di essere rovinato a terra e mi porta a non fidarmi di me stesso. A volte sento il bisogno di prendere la macchina e correre …, ma esito perché se poi … Ecco, scrivendo non vado incontro a pericoli.

     A proposito di novità e di macchina. Passando da via Nizzeti per andare a Catania, ho visto all’angolo con via Nuovalucello, dove insiste il famoso giardino dei Verga, ormai incolto, un cartello con la scritta “Vendesi ville in costruzione”.  Un altro pezzo di memoria antica di Catania sta andando a farsi benedire. Tutto cambia, tutto si trasforma, come diceva il vecchio Eraclito di greca memoria.

E qui, chiudo !

 

  

 

L’EURO, QUESTO SCONOSCIUTO E L’EUROPA UNITA

 

 

     Mi chiedo perché è maturata l’idea di un mercato comune tra gli stati europei fino al punto di pensare ad un unico organismo che regoli la vita del vecchio continente.

     La risposta è molto semplice: il benessere comune a tutti i cittadini di quest’ultimo. Su questa linea, quindi bisogna agire senza dover pensare agli interessi particolari di ogni singolo stato, spinto ad ignorare le necessità degli altri. Insomma è necessaria la solidarietà tra gli Stati poiché altrimenti mi sembra fuori luogo parlare di Europa unita. Esattamente come è avvenuto per gli Stati Uniti d’America e che ha consentito agli Americani di dettar legge, almeno fino a questo momento, nel campo economico  ed industriale.

       A me sembra che la istituzione della moneta unica, l’Euro, non sia nata con questa finalità, anche se ipocritamente strombazzata. I risultati che ne son venuti fuori confermano quanto asserisco.

        E’ inammissibile che dopo appena una diecina d’anni di comunità economica, la maggior parte degli stati sottoscrittori rischino di fallire economicamente e che un solo stato o due  vengano  a trovarsi in stato di grazia. Ciò significa semplicemente che le regole dell’istituzione dell’Euro sono state prese a senso unico e, cioè, favorendo semplicemente le economie  degli stati più forti storicamente dal punto di vista economico, senza tener conto delle esigenze dei più deboli.

        Insomma si è incorsi nello stesso errore che è scaturito quando si parlò d’unità d’Italia, in cui si divise la nuova nazione  in  due Italie a regime economico differenziato. Quello settentrionale più favorito e quello meridionale penalizzato, con la conseguenza di un disagio storico che ancora oggi persiste ed anzi si è accentuato. Proprio come è accaduto per l’italica nazione si rischia, persistendo sulla vecchia strada di creare un’ Europa a due regimi economici: una settentrionale, efficientissimo, costituito da Germania e paesi scandinavi ad essa più vicini e l’altro meridionale, costituito da iberici, italiani, slavi e greci  zoppicante e mancante di sostentamento.

      Nel dettare le regole della moneta unica si è favorita la sua somiglianza al vecchio marco, che ha mantenuto il suo valore strategico e si sono penalizzate le restanti monete europee che hanno visto dimezzato ed anche centuplicata la loro diminuzione di valore, con la conseguente naturale inflazione che ha messo col sedere al fresco le relative nazioni.

       In poche parole la istituzione dell’Euro, così come è stata concepita, ha dato impulso alla nascita ed alla istituzione del quarto Reich, che ha raggiunto in campo economico quelle finalità fallite militarmente dal terzo Reich.

      Stranamente, anche adesso la Germania nella realizzazione del suo progetto si è servita dell’alleanza con  una nazione europea . Il terzo Reich dette luogo all’asse Roma-Berlino, il quarto a quello Parigi-Berlino.

       Ciò che forse nemmeno la Germania ha capito e che insistendo su questa falsariga verrà a realizzarsi il fallimento totale di tutta la politica europea che finirà per coinvolgere la stessa Germania, poiché è fuor di dubbio che l’Euro continuerà a deprezzarsi rispetto al dollaro ed alla moneta dei paesi emergenti. Già! I paesi emergenti! Intendo la Cina e l’India, nonché la Russia, pronte a volare ad ali spiegate sulle sempre più deboli economie occidentali ed europee.

        Io son convinto che se non si corre subito ai ripari, riequilibrando le economie dei singoli stati europei, forse è meglio ritornare sui vecchi passi  delle vecchie autonomie monetarie. Come dire: ognuno per sé e Dio per tutti! Per lo meno ognuno morirà di … morte propria e potrà almeno dire: “mea culpa”.  

      Nell’attuale frangente storico, la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Italia stanno assorbendo i danni della non corretta istituzione dell’Euro. La loro crisi è la diretta conseguenza di un gioco più grande di loro che li ha coinvolti a tutto beneficio del loro parente tedesco che ha saputo porre i paletti giusti per arricchirsi di più e tenersi al di sopra degli altri. Questi sono stati in realtà i patti di Maastricht! 

       L’errore di Maastricht consiste nell’aver attribuito alle vecchie monete  nazionali dei valori rapportati alla situazione economica del momento, favorevole al marco tedesco. Sarebbe stato necessario invece attribuire dei valori  politici  alle singole monete e, cioè, stabilire un coefficiente politico uguale per tutte le nazioni, in modo da non creare squilibri nelle singole economie. L’aver stabilito che il valore di un euro in Italia equivaleva a circa 2.000 lire ed in Germania  il valore dell’ euro era presso che uguale al marco , ha creato un effetto micidiale per la nostra nazione., dove dall’oggi al domani si è prodotta una lievitazione dei prezzi al consumo pari ad un’inflazione incontrollabile. Si pensi che un mazzo di cavoli , il cui prezzo oscillava intorno alle cinquanta lire, improvvisamente venne venduto ad 1 euro ( cioè 2.000 delle vecchie lire).

      Da questo mio punto di vista, la crisi è generale, europea e non dei singoli stati che stanno semplicemente pagando lo scotto per acquisire il diritto a vivere insieme, a beneficio di  quelli più ricchi che continuano ad ottenere  sempre maggiori benefici.

    Col passare del tempo lo stato di necessità dei primi coinvolgerà anche i secondi.

      Per tutta l’Europa, al fine di superare la crisi, occorre maggiormente ricorrere alla creazione sempre più intensa di posti di lavoro e costruire impiegando a forza le nuove tecnologie, che devono essere fondo di ricchezza e non di ristrettezze forzate. Bisogna mettere tutti i cittadini europei nelle condizioni di lavorare,, ognuno nel proprio ambiente, e di guadagnare per potere spendere e far crescere i consumi, arrestando i quali, come ho sopra detto, si arresta l’economia ed il progresso economico ed industriale.

      Proprio la questione della costituzione dell’Europa Unita deve essere una spinta alla crescita determinando nuove vie di comunicazione più immediate, nuovi orizzonti di ricerca scientifica e culturale e non chiusura a riccio dei propri interessi locali e particolari, i quali creano semplicemente chiusura ed isolamento.            Appunto la facilità di scambi culturali, economici ed industriali nonché di commercio è uno dei pilastri su cui si fonda l’aggregazione dei popoli e la premessa della loro crescita.

       Un’altra situazione auspicabile è la correzione delle regole di Maastricht. Ma a questo punto non so proprio come bisognerebbe agire per riequilibrare i valori perduti dalle vecchie monete. Qualcuno parla di ritornare alla lira …  Mi chiedo se questa è una via percorribile. Non lo credo, poiché si innescherebbero dei nuovi problemi e delle nuove prospettive che è difficile diagnosticare in anticipo. Una volta entrati nel carrozzone dell’euro ed aver ammortizzato in parte gli effetti negativi, bisogna leccarsi le ferite, ossia, ripianare la nostra economia, riorganizzare i programmi politici, industriali e sociali per raggiungere la meta della crescita.

      Oggi si parla tanto di questa benedetta  crescita e di come fare per ottenerla. Certamente non la si ottiene con l’imposizione fiscale più incisiva di quanto non lo sia, ma con la creazione di sempre nuove occasioni di lavoro.

      Bisogna inventare il modo di far lavorare la gente e non scoraggiarla a guadagnare per non pagare di più al fisco! Mi sembra facile come inventare il famoso uovo di Colombo, anche se la cosa non è poi tanto facile in termini di applicazione. Appunto in questo i nostri “soloni” dovrebbero impegnarsi anziché litigare per come farsi eleggere più facilmente ed arraffare di più mettendo le mani sulle leve del potere.

       Ecco, l’onestà del mondo politico è forse un’altra matassa da dover sbrogliare per superare le crisi. Ma questo comporta altri problemi che coinvolgono l’educazione sociale, la predisposizione al bene, lo spirito di fratellanza tra i popoli ed altri fattori etici che rientrano in un mondo purtroppo su cui non mi sento capace di indicare mezzi  e presupposti.

       Come diavolo si fa a dare indicazioni di retta via a chi disonesto è per natura e delinquente per vocazione? Si ci sono le leggi che tutti dovrebbero rispettare, ma come fare se chi le deve fare rispettare è pure lui disonesto e predisposto?

      La soluzione per alcuni è quella di ispirarsi a scelte di tipo religioso, ma tali procedure non hanno dato buoni esiti. Si pensi alla famosa esperienza in Italia della Democrazia Cristiana, ispirata a principi etici  sani garantiti dalla religione e che, nel tempo, è diventata un’accozzaglia d’affaristi della peggiore risma  ed ai partiti d’ispirazione islamica di antica e recente ispirazione che hanno dato luogo ad uccisioni  e stragi di massa diventando covi di intransigenza terroristica. Proprio non me la sento di dare indicazioni al di sopra del dire che le persone dedite alla politica dovrebbero essere oneste, ma come fare per sceglierle od indicarle non mi sento di farlo. E’ proprio questo il vero “busillis”!

       Chi ha già di suo cerca di farsi eleggere per difendere meglio il proprio peculio e chi non ha niente fa di tutto per farsi eleggere al fine di crearsi un proprio “peculio” a scapito di tutta la comunità. Già nell’idea di “partito” è insito il concetto di lobby, di appartenenza ad una fazione che cerca di difendere ed imporre i propri interessi ad altre fazioni, cioè ad altri partiti. E’ impossibile creare  un partito che vada bene ed accontenti tutte le categorie di persone. 

     In poche parole, il partito più che un organismo della democrazia, mi sembra essere diventato esclusivamente il simbolo dell’arrivismo politico , una specie di congreca necessaria per dare la scalata al potere e la conseguente acquisizione di ricchezza personale.  In pratica mi sembra di vedere rinascere una specie di “corporativismo” di nuova edizione e di nuova veste allargato a fasce di persone arroccate nel proprio guscio che cercano di imporre agli altri le regole del più forte.

      In questo clima la democrazia, intesa come governo del popolo e manifestazione di libertà, va a farsi benedire, lasciando il posto alle lotte tra fazioni per il dominio sulle masse e l’arricchimento a spese dello stato. Il tutto senza alcuna violenza o spargimento di sangue, ma tacitamente, sommessamente, col beneplacito di tutti ed alla luce del sole .

      La dice lunga il fatto che in clima di tagli nell’amministrazione pubblica, per nulla o quasi , viene ad essere limitato il sovvenzionamento ai partiti, che, anzi, vedono aumentare le motivazioni per coperture di spese le più fantasiose ed inconcepibili. Tagli su tutto, ma non sulle prebende ai partiti, i quali sono diventati gli unici dipendenti statali dal reddito sicuro . E dire che un tempo i partiti, per vivere ed esplicare la loro attività dovevano far ricorso ai propri affiliati. Oggi, contrariamente a ciò, gli affiliati (o almeno quelli più “intesi”) fanno man bassa dei soldi che lo stato “ammolla “ benevolmente e per legge,( naturalmente proposta ed approvata in parlamento dai partiti!)

      Non è che i partiti non debbano  esistere! Dico semplicemente che QUESTI partiti non dovrebbero esistere in  una nazione democraticamente governata. Qui siamo in presenza di puri centri di potere che gestiscono al loro meglio e nell’interesse di parte la cosa pubblica. Non mi pare che sia una cosa bella e salutare! Eppure il silenzio sembra d’obbligo in questo campo e nessuna proposta di riforma viene avanzata. Anzi, vengono avanzati altri tipi di riforme, talvolta inutili che servono a polarizzare la pubblica opinione su elementi fuorvianti e talvolta inconsistenti nei contenuti, ma tali da suscitare discussioni e “cagnare” inutili. ed infinite. Meglio parlare sulla questione dei matrimoni tra omosessuali , la cui discussione assorbe sicuramente l’attenzione dell’opinione pubblica  fuorviandola dai veri problemi  connessi a determinati interessi.

       Ma, dico, chi se ne frega di quello che vogliono fare gli omosessuali? Nessuno impedisce loro oggi di vivere come vogliono, di accoppiarsi, di convivere …  in somma, di andare a letto insieme. Allora perché discutere di matrimonio tradizionale come se si trattasse di una coppia di eterosessuali? Dove sta il problema? La verità è che la cosa fa discutere e distrae l’opinione pubblica da altre cose, molto più impellenti.

      A questo proposito cito l’esempio della Spagna. Una caciara enorme! Un fiume di discussioni ed infine l’approvazione in parlamento, su proposta di un certo Zapatero, del matrimonio tra gay ed intanto la nazione andava a fondo  silenziosamente sotto una montagna di problemi finanziari, che, infine, sono venuti improvvisamente a galla al punto che lo Zappatore ha smesso di zappare nella cacca andandosene via alla chetichella..

     Se l’Europa ha l’intenzione di voler esistere ed andare avanti, bisogna affrontare i veri problemi dei singoli popoli e risolverli senza ricorrere alla ricerca di allodole con lo specchio!

      In primo luogo è da risolvere il rapporto tra i vari componenti di questa benedetta Europa, sia nel campo economico, sia nel campo sociale e culturale, senza accettare la supina imposizione di un singolo componente, il più forte, che comporterà sicuramente lo sfascio finale.

      In questo auspicato clima, l’Euro deve essere uguale per tutti, cioè, avere lo stesso potere d’acquisto in tutte le nazioni consociate. Ciò comporterà sicuramente quel benessere e quello stato di grazia (pax romana) che scaturì dalla romanizzazione del mediterraneo avvenuta tanti secoli fa.

 

  

DIMENSIONI

 

         Una delle materie, che è ritenuta molto importante  nella nostra scuola e nell’insegnamento è, senza dubbio, la matematica, per le ingerenze che essa ha in tutto lo scibile umano.

        Come tutti sappiamo la matematica si suddivide in due grandi branche: quella dello studio dei numeri e quella delle figure geometriche. Ovviamente i numeri con le loro regole vengono alla fine applicati alla geometria e ne deriva un complesso di assemblaggi  molto utile in tutte le tecnologie.

      Per quanto concerne i numeri, le cui regole sono standard e realisticamente oggettive, non vi è nulla da dire, poiché esulano dal concetto di dimensione e non sono dipendenti da una allocazione in un determinato ambiente.

       I numeri esistono e basta. L’unica cosa da fare è stabilire le regole delle quattro operazioni e su di esse costruire l’aritmetica, l’algebra e tutto il resto in un complesso infinito di calcoli che possono essere anche infinitesimali ed ecco saltar fuori derivate, integrali, logaritmi, calcoli combinatori e quant’altro evidenziato da illustri matematici fin da quando gli arabi definirono il concetto di numero 

      Il problema che interessa la geometria è ben diverso.

       Linee, curve, figure e solidi vengono studiati o su un piano oppure in uno spazio considerato, generalmente,  a tre dimensioni.

       La necessità di tale limitazione è imposta per cercare di dare una certezza oggettiva agli studi in materia, onde poterli applicare in ogni caso.

       Si è scelto fin dai tempi più antichi di considerare lo spazio sempre a tre dimensioni: un piano orizzontale e due verticali e contigui formanti una cuspide retta nel punto d’incontro. Ciò consente la proiezione su ogni singolo piano di un ipotetico solido, al fine di studiarlo.

     Alla stessa maniera come avviene per le coordinate cartesiane, i tre piani intersecati tra di loro in maniera retta, danno luogo a quattro angoli uguali ed opposti, dei quali solo uno viene considerato utile ai fini dello studio della geometria analitica, considerando gli altri tre come non esistenti  ed in ogni caso non utili a fini pratici.

      In sintesi, si è cercato di dare una certa oggettività agli studi raggiunti, al fine di poterli applicare in altre circostanze tecnologiche, riducendo l’osservazione  delle figure e dei solidi sia nel piano che nello spazio

       Il nocciolo della questione è proprio questo: si è realmente raggiunta l’oggettività che ci si era prefissa?

       Anche se in alcuni casi possiamo dire di si, in effetti l’oggettività, simile a quella che  emerge dallo studio dei numeri, non sempre è limpida e verace.

      Se si guarda una figura su un piano oppure un solido in uno spazio a tre dimensioni sopra descritto, ci si accorge subito che il loro aspetto varia con il variare del punto di osservazione. Ne consegue che le dimensioni di un oggetto variano a seconda del punto di osservazione e, quindi, la sua posizione in un ambiente a tre dimensioni è semplicemente fittizia ed irreale  o per lo meno di comodo.

       Difattii, essendo infiniti i punti di osservazione dell’oggetto, infinite sono le dimensioni dello spazio in cui esso è ubicato.

La dimostrazione pratica si ha osservando le fotografie di uno stesso oggetto scattate da punti differenti.    

      Se una certa utilità si ottiene dallo studio di un oggetto in uno spazio a tre dimensioni, ad esempio, nelle costruzioni o nella fabbricazione di manufatti, non possiamo dire che gli stessi risultati si ottengono nel campo delle creazioni del pensiero.

       Lo stesso oggetto, ossia lo stesso modello prodotto dallo studio di un determinato pensiero o fatto, varia con il variare  del punto di vista dell’osservatore. Sicché per una stessa vicenda possono essere date diverse interpretazioni, tutte ritenute attendibili e giuste, a seconda dei parametri di giudizio individuale.

       Ecco, quindi l’accendersi di opposte prese di posizione sia nel campo politico, sociale, religioso e morale e dell’arte.

       In effetti si è cercato di far rientrare nell’alveo dello spazio a tre dimensioni anche gli oggetti osservati in questi campi del pensiero, cercando di stabilire per tutti un unico punto di osservazione, costituito, ad esempio, nel campo religioso, con la Sacra Scrittura e nel campo sociale con la istituzione di leggi approvate, ma, in realtà, non si riesce mai a raggiungere l’identica valutazione. Questo perché, sacre scritture, leggi e quant’altro, vanno sempre interpretate a seconda del pensiero di chi opera.

        E’ così che siamo destinati a sentir dire in eterno che un’opera d’arte è brutta o bella a seconda dei tempi e di chi giudica, che la dittatura è da preferire alla democrazia e viceversa, che una religione è da preferire ad un’altra, che una sentenza può essere giusta ed anche ingiusta.

        Proprio per la posizione dei modelli sociali in questo spazio ad n dimensioni, dove per n s’intende infinito, su questa terra non potrà mai esserci pace. Per poterla ottenere, bisognerebbe ridurre gli uomini a dei robot e, cioè,  allo stato di macchina con un punto di osservazione fisso e comune. Il che equivale all’eliminazione della libertà di pensiero, anzi alla cancellazione del pensiero.

       L’unica soluzione per trovare la pace è quella della reciproca comprensione. Bisogna, in altri termini, cercare di capire il punto di vista degli altri e, se proprio necessario, condividerlo nei limiti della sopportabilità e reciproca rispondenza.   

 

  

LA SUDDIVISIONE DEI POTERI 

 

        Anche se la rivoluzione francese del 1789 sfociò nella dittatura napoleonica con tutte le conseguenze storiche, che in parte sussistono ancora, tale evento politico ha certamente stabilito la suddivisione corretta dei poteri dello Stato, la quale è alla base della democrazia.

       Nella concezione assolutistica  pre-rivoluzionaria, in Francia, nonostante esistesse una parvenza di democrazia nel  riconoscimento dei tre stati sociali (clero, nobiltà e borghesia) con funzione consultiva, in effetti, nel monarca erano concentrati i tre poteri fondamentali di tutta la nazione, i quali notoriamente sono : il potere legislativo, il potere giudiziario ed il potere esecutivo.

      Ciò significava che il re contemporaneamente stabiliva le leggi, le applicava ed anche giudicava in relazione ad esse. In parole povere: faceva tutto quello che voleva. Tant’è che erano valide le sue “lettres de cachet”, che autorizzavano “di nascosto” chiunque ,da lui additato,  a imprigionare chicchessia per suo espresso volere.

         Abolita la monarchia e proclamata la repubblica, si stabilì che questi tre poteri andavano scissi ed assegnati a tre organi differenti e che nessuno di questi ultimi poteva interferire nell’operato degli altri.

          In termini più semplici possiamo dire che  l’organo legislativo, costituito dal parlamento, aveva l’obbligo di fare le leggi in piena libertà, ma non era responsabile della loro osservanza.  A quest’ultima era delegato l’organo del potere esecutivo, costituito dal capo dello stato, al quale però era negato il potere di poter giudicare sulla loro  giusta applicazione. A quest’ultima era delegato l’organo del potere giudiziario, ossia, la magistratura.

        E’ evidente che può esistere la democrazia solamente quando i tre organi sopra descritti, siano indipendenti l’uno dall’ altro-  Se uno solo di essi riesce a prevaricarne anche uno solo dei due rimanenti, significa che non vi è democrazia.

     Ebbene su questo concetto della suddivisione dei tre organi e sulla loro indipendenza, si fonda l’esistenza degli stati democratici dei nostri tempi, siano essi a regime repubblicano o monarchico costituzionale.

 

      In Italia, attualmente repubblicana, esiste questa suddivisione di poteri. E’ da dire, in verità, che anche  quella monarchica dei Savoia era così.

      Questo significa che il nostro parlamento, costituito da due rami, ha l’obbligo di sancire le leggi in piena libertà e che, quindi, i suoi deputati non possono essere perseguiti e giudicati da soggetti appartenenti al potere esecutivo ed al potere giudiziario. Se questo avvenisse, essi non sarebbero in grado di esercitare liberamente il potere legislativo. Significa pure che il parlamento non può interferire sull’operato della magistratura né del capo dello stato non avendone il potere.

      Analogamente il capo dello stato, che ha in sostanza l’esercizio del potere esecutivo, ha l’obbligo di applicare le leggi sancite dal parlamento senza interferire nella loro formazione e non può essere messo sotto accusa né dal parlamento, né dal potere giudiziario. 

       Allo stesso modo la magistratura è tenuta a vigilare sulla regolare applicazione delle leggi, senza interferire nella loro formazione od intervenire nei confronti sia dei parlamentari, sia del capo dello stato. Ovviamente i limiti di tali comportamenti sono stabiliti dalla costituzione, che stabilisce, ad esempio, i soli due casi per cui il capo dello stato può essere messo in stato di accusa, od i rapporti tra potere legislativo e potere giudiziario.

       Premesso quanto sopra, , che sancisce esplicitamente la cosiddetta immunità parlamentare, appare evidente che essa non può essere abolita e che, tuttavia, deve essere sottoposta al giudizio esplicito dello stesso parlamento, come previsto dalla costituzione.

       Quindi è costituzionalmente esatto che la magistratura prima di rinviare a giudizio un parlamentare abbia l’esplicito benestare del parlamento, espresso con votazione a maggioranza ed è pure costituzionalmente esatto il fatto che il parlamento possa impedire l’arresto di un suo deputato riconosciuto reo dalla magistratura con la stessa procedura.

       Chiunque, sia  esso deputato o meno della maggioranza o della minoranza, che abbia potere in altri settori, ritenga non conforme all’attuale ordinamento, l’assoluzione da parte del parlamento di un suo elemento, anche se riconosciuto reo dalla magistratura, non ha certamente capito il ruolo della democrazia o, se lo ha capito, istiga semplicemente alla violenza il popolo che sconosce forse le regole della vita parlamentare.

       E’ un diritto-dovere del parlamento di difendere e giudicare l’operato di un suo deputato, esprimendo la sua volontà in proposito mediante esplicita votazione.  La costituzione lo prevede per impedire che un parlamentare venga perseguito da chicchessia a causa della sua alta funzione. Sostanzialmente alla fine, a sancire la condanna del parlamentare è lo stesso parlamento, che, quindi, può non tenere conto della volontà della magistratura.

       Nessuno, per il solo fatto di essere all’opposizione, può arrogarsi il diritto di giustificare la violenza contro l’operato, gradito o sgradito, del parlamento. Egli, tutto al più può invitare l’elettorato a votare diversamente alle prossime elezioni, al fine di moralizzare questa nostra istituzione, che, purtroppo, mostra dei lati non certamente esemplari.

       Quanto al fatto che qualcuno aggiunge di scandalizzarsi  della “salvezza” di due parlamentari da parte della maggioranza, non posso non rimanere di stucco davanti al fatto che una determinata fazione della minoranza abbia “salvato” ben 315 parlamentari contribuendo al trionfo del NO al  referendum,  nonostante ne abbia predicato e continui a predicane gli eccessi deleteri espressi in lauti stipendi e vitalizi.

      Il SI avrebbe consentito l’eliminazione “per sempre” di  315 senatori, che, a dire della stessa fazione oppositiva, vengono definiti probabili futuri “mangiatarii” e dei relativi vitalizi previsti per legge.

     Un po’ di coerenza non farebbe male! Ma, forse, sto solo sproloquiando a parere di qualcuno, fermo restando io sia dell’idea che il potere legislativo, avendone la facoltà, farebbe bene ad eliminare quei parlamentari che delinquono.    

 

  

 

PARLANDO DI GIUSTIZIA

 

        Quante volte ho sentito questa frase da parte di chi ritiene d’aver subìto un torto: “Non chiedo vendetta, ma Giustizia”? Un’infinità di volte e ad ogni occasione mi sono posta la domanda di sapere in che cosa consista questa parola.

        Una volta per tutte ho consultato il dizionario della lingua italiana. Non vi sono dubbi. Leggo esattamente: “virtù morale per la quale si giudica rettamente e si riconosce il diritto altrui, dando a ciascuno ciò che gli è dovuto.”  In altri termini la parola Giustizia significa equità,  rettitudine, conformità ed imparzialità  nell’applicazione delle leggi del giusto.

        Tutto semplice e chiaro. Non vi sono dubbi, ma …  dal dire al fare c’è di mezzo il mare.  Un conto è sapere cosa sia la Giustizia ed un altro è quello di ottenerla!

        Difatti l’ottenere giustizia dipende da due fattori fondamentali: le leggi e l’interpretazione di queste ultime.-

       Se esaminiamo la natura delle leggi, scopriamo, intanto, che esse non sono sempre uguali nel tempo. Esse variano con il variare degli usi e dei costumi di un popolo ed inoltre che  sono diverse da popolo a popolo. Pertanto una stessa vicenda può essere giudicata in un modo e, nel tempo od in altre località, nel modo opposto. Sicché ciò che una volta veniva giudicato giusto può, dopo, essere giudicato ingiusto o viceversa. Analogamente ciò che è giudicato giusto in una nazione può essere giudicato ingiusto in un’altra e viceversa.

        Tanto per fare un esempio, in Italia il delitto d’onore era giudicato non punibile qualche centinaio di anni fa, mentre adesso  lo è. Non parliamo del tradimento coniugale della donna oggi ritenuto grave nel mondo mussulmano, ma di poco conto nella cultura europea.

       Se teniamo conto che il tipo di educazione del giudice e della sua sensibilità influisce e non poco sulla interpretazione della legge da applicare, notiamo che esistono sempre delle diversità nell’esito  del giudizio su una stessa vicenda a parità di leggi e di tempo. Ecco che per uno stesso tipo di reato, c’è chi si becca l’ergastolo, chi qualche hanno e chi, addirittura, viene assolto.

       Bisogna riconoscere, purtroppo, che l’applicazione pratica della giustizia è molto elastica e che quindi il concetto della Giustizia, così come elaborato, è un’astrazione concettuale, un’idea simbolica, che l’ottimo Platone senza meno relega nel mondo iperuranico, il quale è perfetto, ma diverso dal nostro, di cui ne è una copia imperfetta.

       Significa, in parole povere, che la giustizia in senso assoluto è semplicemente una chimera, se  sottoposta tra l’altro,alla bravura del singolo avvocato, capace di dimostrare, in sede processuale, tutto ed il contrario di tutto alla luce dei vari cavilli giuridici nascosti negli elaborati legislativi.

     Ed è  così che su questa diversa facoltà interpretativa si accendono diatribe e discussioni che sfociano in una vera guerra politica nella società, dove le accuse di connivenza, di corruzione e quant’altro trovano spazio ed alimentazione.

      Inoltre da questo clima arroventato ed avvelenato da accuse e ritorsioni emerge chiaramente che ottenere giustizia non solo non è facile, ma addirittura ha risvolti di  immoralità. Già! Immoralità! Poiché chi ha la possibilità, in sede processuale, di farsi difendere da un ottimo avvocato ( e gli ottimi avvocati costano!) ha maggiori probabilità di avere un giudizio  … più giusto, anche se è prevista dall’attuale legislazione la cosiddetta difesa d’ufficio. Quella che, nella maggior parte dei casi, si affida alla buona fede  ed alla magnanimità della Corte.

       Se mi chiedete dove sta l’immoralità  in questo, ve lo spiego.   Nel campo del latrocinio, chi ha rubato molto ha la possibilità di difendersi meglio di chi ha rubato poco, avendo avuto modo di arricchirsi. Insomma, in ultima analisi, nell’applicazione della giustizia, ha pure  la sua importanza un terzo elemento: la consistenza economica del reo.

        Purtroppo così è, se vi pare, come diceva il buon Pirandello.

SENTORE DI DEMOCRAZIA,

CHE, TUTTAVIA …

 

     In verità nei giorni attuali fa veramente piacere sentire la gente parlare di politica, vedere persone che si fanno in quattro nel proporre leggi e nell’esprimere propri giudizi sul modo di dover condurre gli affari di stato, ma in tutto questo discutere, purtroppo, emerge il cattivo vezzo di dire peste e corna nei confronti di chi diversamente pensa e sostiene in contrasto alla propria tesi.

      Purtroppo tale andazzo è favorito dal progredire della corruzione e del malaffare a tutti i livelli. Onestamente, non sempre coloro che accusano gli avversari  di determinati crimini finanziari sono puri ed indenni da colpe. Quello che muove le critiche non è il desiderio di onestà, ma semplicemente l’invidia per essere esclusi dal lauto  “business”.

       A mio avviso, questo modo di procedere è errato, anzi molto, snaturato  poiché esclude il principio su cui si basa la democrazia.

      Tutti sappiamo che questa parola significa regime di governo del popolo. Ma come si fa a far  governare tutto il  popolo i cui elementi, in quanto uomini, hanno facoltà di pensiero ed anche di azione  diverse ?  Cosa  Impossibile! Si finirebbe per sfociare  nella demagogia e anarchia, che sono l’eccesso della democrazia.

       Bisogna innanzi tutto capire che per  Democrazia non bisogna intendere Governo del popolo in senso letterale, ma Governo eletto da un Parlamento, liberalmente eletto, a sua volta, dal popolo. Un regime è democratico se il Parlamento è liberalmente eletto mediante libere elezioni,che devono rinnovarsi nel tempo secondo le regole imposte dalla Costituzione. Resta fermo il concetto che il Governo eletto con tale procedura è legalmente democratico, ma è facoltato a esercitare la sua attività con il beneplacito del parlamento e non del popolo, che ha già delegato ai suoi rappresentanti eletti ogni facoltà. Nulla vieta che il popolo possa indire azioni di protesta, manifestando in maniera civile e pacifica.

     Per dare significato a tale concetto di democrazia, dopo attenti studi, dettati anche dall’esperienza, si è addivenuti a ricorrere ai cosiddetti “partiti”.

     In concreto  tutta quella parte di popolo che ha le stesse finalità sociali, decide di costituire un organo che le porti avanti. Dopo di che, si istituiscono le elezioni  e la fazione o partito che ha il maggior numero di voti ha il diritto-dovere di governare per tutta la  durata della legislatura.

       Il tutto dovrebbe avvenire attraverso una discussione serena ed obiettiva, senza il ricorso ad aizzare i propri elettori, spingendoli magari alla disobbedienza.

    I partiti, purtroppo,  vengono costituiti su basi di meri interessi  lobbistici  e talvolta di singole persone, che in un modo od in un altro, sono riusciti ad imporre il loro dominio economico (oggi) e di forza bruta (ieri).

    In verità i partiti dovrebbero invece essere ispirati a principi di giustizia ed equità sociale in  relazione ad una matrice filosofica di base. Venendo a mancare tale assioma, prendono il sopravvento la violenza, l’offesa, il turpiloquio, la corruzione e quant’altro immaginabile.

Ecco, quindi che prende il sopravvento la violenza, l’offesa, il turpiloquio, la corruzione e quant’altro immaginabile.

      Un simile ragionamento non esclude che la parte minoritaria non possa esprimere delle critiche. Anzi deve farle, ma non deve debordare nella violenza e nel turpiloquio. 

      Il governo liberamente eletto dal parlamento in relazione ad una ben determinata legge, giusta o sbagliata che sia, è il “governo del popolo” per antonomasia, liberamente eletto dai partiti che sono stati a ciò scelti dal popolo.

      Andare contro quest’ultimo mostrando i muscoli e minacciando di destituirlo con la forza bruta da parte della minoranza non è democrazia. E’ solo tentativo di istituire una dittatura.

       Storicamente siffatte iniziative sono avvenute e ne abbiamo avuto delle conseguenze deleterie. Ricordo ancora  la rivoluzione francese , che, nata per abbattere l’assolutismo, finì per creare la dittatura napoleonica, la rivoluzione russa che sfociò parimenti nella dittatura staliniana, la nostra “marcia su Roma”, che ci regalò il fascismo. Non mi sembra proprio il caso di intraprendere questi indirizzi. Bisogna semplicemente criticare e far ricordare, alle prossime elezioni,  le malefatte della maggioranza.   

       Il popolo,  in regime di democrazia, esercita il suo potere politico con le elezioni, che devono avvenire conformemente ai dettami della Costituzione, sia nei tempi, sia nelle modalità.

       Invece oggi avviene che la minoranza, quando non riesce a sfiduciare il governo in parlamento, aizzi la gente alla violenza ed ecco che un pinco-pallino qualunque, anche se eletto e che ha un discreto credito, si permette il lusso di invitare il popolo  pubblicamente ad andare a Roma e prendere le redini del governo con la forza.

     Non è per niente difficile  convincere chi sta male a commettere atti di violenza , le quali non sortirebbero certamente le  aspettative di benessere promesso.

   Vengano, dunque, denunciati gli abusi, le corruzioni, le malversazioni e quant’altro emerge nell’operato di chi governa, ma tutto avvenga nel rispetto della legge e dello stato.

       La stessa cosa va detta, per inciso, per le OO.SS., che hanno il dovere-diritto di manifestare, proclamare gli scioperi di cui sono responsabili, ma di non trascendere aizzando i lavoratori alla violenza .

Dire che sono un agnostico che rifugge la politica non è esatto.

         Per  il ragionamento di cui sopra,  mi limito, in tutto questo fermento di insulti ed accuse, sparse al vento, di ascoltare, valutare e dare la mia risposta nella sede giusta: la cabina elettorale.

          Dire che sono un agnostico che rifugge la politica non è esatto.

    Ritengo semplicemente di essere un moderato, che ha le sue idee, le sue aspirazioni, che intende far valere con le modalità previste dalle leggi.

    Per invitare anche gli altri a seguire il mio esempio, ho pubblicato, tempo addietro, una poesia a tal proposito.

 

 

GIULLARE SONO

 

       Nel torbido tacere

delle vicende insane

di questo mondo sbrindellato e vano

c’è chi nasconde l’ombra con la luce

di fatti inconsistenti

e mostra la novella tiritera

di quel che s’ha da far e non si fa

rimescolando fervide speranze

con l’interesse proprio sottaciuto.

Io conto solamente

i fatti scivolati

sull’onda dell’andare

lungo la strada impervia e faticosa

del tempo che trascorre

e non mi curo di vantaggi averne.

Giullare sono di passati eventi,

di favolose fiabe

intrise di passione e di rimpianti

e che d’umani sentimenti danno

l’aspetto appariscente del domani.

Non ardo di promesse,

ne di corone adorno altari spogli

per domandare grazie

a santi decaduti nell’oblio,

né d’incensar mi cale la premura

di battere le mani a chicchessia.

Io dipintore sono

che vive saltellando col pensiero

bordato di fantastiche cornici

sui monti e sulle spiagge

di questa nostra favolosa Terra.

e nulla voglio e spero

se non la pace e la serena stasi.

 

 

 

UN’ALTRA ITALIA

 

      “Bell’Italia, amate sponde, pur vi torno a riveder. Trema in petto e si confonde l’alma oppressa dal piacer”

       Scriveva molti anni fa il Metastasio, nonostante l’eco dei versi danteschi che suonavano: “Ahi, serva Italia di dolore ostello, non donna di provincia, ma bordello”.

        L’Italia è, senza alcuna ombra di dubbio , una terra dove la natura ha profuso tutti gli aspetti benevoli della bellezza, ma è anche vero che è sempre stata fonte di litigi  e contrasti. Sembra proprio che le due cose siano proprio connaturate e che si completino a vicenda. D’altronde è del tutto naturale che genti di diverse culture e di diverse usanze si siano rovesciate nel tempo sul suo solo, attratte dal clima stupendo e che, infine, non potendo che combattersi e fondersi, si siano trasformate in elementi  significativi di cotanto lottare.

     Mai che si fosse tutti d’accordo su determinati argomenti. Sempre contrasti, opposte vedute, guerre individuali e collettive, tradimenti, assassinii e tragedie alimentate da corruzioni,  ed anche modesti ideali di vita.

      Fin dall’inizio , partendo dalla romanità di  base, si cominciò con una lite tra fratelli ed alla fine l’uno, Romolo, finì per ammazzare l’altro, Remo, pur essendo entrambi stati allevati dalla stessa lupa!         Non bisogna pensare che la cosa finisse lì, poiché le liti si estesero man mano che Roma cresceva e si estendeva ai popoli vicini. Ed ecco venire fuori il ratto delle sabine, Coriolano, gli Orazi ed i Curiazi, la cacciata del re Tarquinio sporcaccione e violentatore di una nobile romana, che, per l’occasione si uccise pure …

     Con l’avvento della Repubblica, le cose continuarono ad andare nello stesso verso, nonostante le conquiste e l’espansione economica, che anzi determinò le diatribe tra i ceti ed ecco venir fuori i Gracchi, Mario e Silla,  i delitti di stato con l’uccisione di Giulio Cesare , le lotte, le concussioni, le corruzioni estese anche ai sotterfugi con gli stati africani.

      Appare all’orizzonte la figura di Giugurta, corruttore di funzionari romani ed uccisore dei fratelli Aderbale ed Iempsale. Spuntano all’orizzonte Verre, Catilina,  Cassio e Bruto, Antonio e Cleopatra … Insomma un bordello vero e proprio dove tutto assume i connotati di una lotta continua per il potere, condita da efferati delitti, tradimenti e quant’altro erano capaci gli uomini d’allora.

        A tali fatti si affiancavano  i costumi non certamente castigati di quei tempi. E’ noto, ad esempio, che Caio Giulio Cesare non disdegnava di portarsi a letto le compagne dei suoi amici ed anche dei nemici e  pure di aver avuto rapporti sessuali con altri uomini.

        Se il periodo imperiale romano non fu scevro di violenze, liti, assassini, avvelenamenti e tradimenti, non possiamo dire che l’avvento a Roma dell’autorità papale abbia fatto cessare il malcostume, che anzi si acuì ed assunse toni raccapriccianti ed assurdi nel nome di … Dio.

      Né la cose migliorarono nel campo della moralità,  Così alle lotte politiche tra Guelfi e Ghibellini si aggiunsero gli scandali  sessuali dei sacri talami pontifici e l’elezione di un nuovo papa fu sempre occasione di contrasti che si ripercuotevano su tutta la penisola.

        Non parliamo poi delle imposizioni fiscali . dei delitti per l’acquisizione di vantaggi ed addirittura di vendita di cose sacre e financo di indulgenze. Il caos fu tale da terminare le scissioni nell’ambito della stessa chiesa di Cristo ed ecco il proliferare di protestanti luterani, calvinisti, inglesi, condite dalle crociate per la conquista dei luoghi sacri, trasformatisi in occasioni di lucro e di guerre ingiuste.

       Con il subentrare del nuovo corso , che portò all’unità d’Italia, non bisogna dimenticare che il casino fu tale e tanto da non capire esattamente cosa si volesse fare dell’Italia. Monarchia sotto i Savoia, confederazione di stati sotto l’egida papale? Oppure una repubblica di tipo populista e mazziniano?

         Attentati in nome della Patria futura, ma in realtà attentati terroristici da parte di un numero  minoritario,  malintesi tra fazioni opposte, intrecci di interessi tra aristocratici e proletari con il proliferare anche del brigantaggio organizzato, alla fine, riuscirono a fare questa tanto auspicata unità d’Italia, bagnata dal sangue fratricida tra italiani di diverse regioni.

       Non pensate che le cose si fossero alla fine aggiustate! Non si aggiustarono per niente, poiché nello stato nuovo formatosi imperversò la crisi scaturita dal dissanguamento economico per le guerre intestine  e contro l’impero austriaco finalizzate all’unità d’Italia.

        In effetti l’Italia si formò non per il conturbante  desiderio di tutti gli italiani a consociarsi, ma per il semplice fatto che i Savoia, presa la palla in balzo, trovarono l’occasione buona per conquistare tutta la penisola.

        Lo stato di disagio non solo si manifestò con le imposizioni fiscali, il brigantaggio, il malcostume, il latrocinio, ma continuò fino alla manifestazione che ancora adesso persiste.  

       Non sono bastate due guerre mondiali, sostenute dall’Italia unità per compattare gli animi. Anzi sembra che stia sorgendo all’orizzonte lo spauracchio della suddivisione della penisola in stati indipendenti, nonostante la proclamata globalizzazione, che vorrebbe l’unità dell’Europa. Quindi, dissensi e caos su tutti i campi, da quello politico a quello religioso, a quello sociale, a quello economico ed a quello comportamentale nei confronti di altri stati europei e non. 

      Insomma non si è d’accordo su nulla e si resta inerti nei confronti delle altre realtà che premono ai confini minacciando con le armi ed anche mendicando ospitalità con l’invasione pacifica di diseredati e miseri reietti .

       Io penso che continuando su questa via, nulla di buono si otterrà  ed anche questo nostro periodo sarà archiviato nella storia come un altro stadio del disaccordo e dell’incomprensione italica.

       Penso che il momento di un accordo comune tra tutte le fazioni e le anime che sono sorte in seno al popolo debbano essere sfrontate, discusse nella sede opportuna, che è quella parlamentare e, soprattutto osservate fino al suo successivo rinnovo elettorale.

       Il ricorso, sia da parte di destra che di sinistra o di altra fazione, alle elezioni anticipate, anche se sembrerebbe democratico, è semplicemente deleterio, antieconomico e foriero di litigiosità. Fintantoché vi è in parlamento una maggioranza capace di esprimere un governo, la legislatura deve avere il suo corso nell’ambito dei tempi stabiliti. Questo non significa dittatura, ma rispetto delle regole della democrazia.

       Per poter realizzare ciò, è necessaria una modifica di fondo dell’Italia, così com’è adesso.

      Se esaminiamo la formazione dell’Italia unita, ci accorgiamo subito del grande errore di fondo  in cui si cadde.

      Per mantenere vive le tradizioni di provenienza dei nuovi italiani nel lontano 1860 ed accontentare chi non tanto d’accordo era a questa unità, si pensò di suddividere amministrativamente il nuovo stato in regioni che ricalcavano in massima parte i vecchi stati d’origine. Ad alcune di esse addirittura venne concesso il cosiddetto statuto speciale. Analogamente si suddivisero le regioni in provincie ed anche qui qualche provincia ottenne lo statuto speciale. Inoltre ogni singola provincia, venne suddivisa in una miriade di comuni.

      Tutto ciò se ha garantito un certo clima di libertà territoriale, legato alla tradizione storica, è stato di nocumento allo spirito di unità nazionale. In sostanza gli italiani, più che sentirsi italiani, continuarono a sentirsi  soprattutto Piemontesi, Lombardi, Toscani, Sardi, Siciliani, ecc., ecc.

      Questa faccenda ha portato, insieme ad altri errori di impostazione economica, ad uno scollamento continuo e costante, che è sfociato  nell’insorgere di fazioni separatiste, più o meno evidenti e latenti  Cito il famoso M.I.S. , il partito d’Azione sardo, l’insorgere di tendenze filo-germaniche, la stessa Lega del Nord ed il serpeggiare del desiderio di ritornare al vecchio stato borbonico.

      In sostanza, fatta l’Italia, tutto si è fatto per non fare gli Italiani.

      E’ per me necessario   far cessare questa anomalia. Gli italiani devono per prima cosa sentirsi italiani e sempre italiani, pur nel rispetto delle tradizioni e gli usi folcloristici del passato.

      Per ottenere questo, secondo me, bisogna modificare l’assetto amministrativo e demografico attualmente esistente e sancito dalla costituzione, che in questa parte va modificata.

      A mio avviso, tenendo conto della facilità di comunicazioni, una volta molto problematiche, bisogna suddividere tutta l’Italia   in sole 5 maxi-regioni amministrative , tenendo conto delle prerogative e necessità territoriali   delle attuali che dovrebbero esistere solo nel ricordo storico.

      Le cinque maxi–regioni dovrebbero essere:

       ITALIA SETTENTRIONALE con i territori di Piemonte Val d’Aosta, Liguria, Lombardia, Veneto e Tirolo.

       ITALIA CENTRALE  con i territori di Emilia, Romagna, Toscana, Marche, Abruzzo Umbria, Lazio.

       ITALIA MERIDIONALE con i territori di Campania, Basilicata, Puglia, Calabria.

       SICILIA, con l’attuale territorio isolano.

       SARSEGNA pure con il suo attuale territorio.

      Inoltre dovrebbero scomparire le attuali suddivisioni provinciali e comunali istituendo le cosiddette AREE METROPOLITANE intorno alle città più significative interne alle cinque maxi-regioni precedentemente elencate.

      Questo nuovo assetto amministrativo, oltre ad essere più snello e più rispondente all’attuale comunicabilità, avrebbe la caratteristica di essere maggiormente centralizzato, eliminando tutta l’attuale pletora di consigli regionali, provinciali e comunali, riducendoli in 5 soli regionali e negli altri metropolitani da stabilire.

      Lo svolgimento dell’attività amministrativa sarebbe inoltre  maggiormente controllabile ai fini della giustizia, che, tradotto in altri termini, significa minore possibilità di delinquere da parte di chi gestisce i vari organi sociali.

       Passando ad altre modifiche, basterebbe una sola camera eletta a suffragio  universale ed eliminare totalmente la camera dei Senatori, istituendo, in sua vece, un collegio  consultivo, nonché onorifico, a disposizione del Presidente della Repubblica di non più di venti  elementi costituiti da dieci elementi di nomina  regionale, dagli ex presidenti della Repubblica e da un numero di nomina da parte del Presidente della Repubblica di cittadini italiani con particolari meriti.

       Insomma è necessario ridisegnare un nuovo stato veramente più snello amministrativamente e più coerente politicamente.

 

 

  

IL CONTRASTO TRA PAPA E CLERO

 

    Il 29 Giugno ricorre la festa cattolica dei santi Pietro e Paolo, che furono i pilastri del nuovo credo opposto al paganesimo costituito da mitologiche vicende elevate al ruolo divino.

     Con l’apparizione all’orizzonte della figura di Cristo, nacque una nuova religione che cancellava totalmente le credenze antiche, ma il solo pensiero di quest’ultimo non bastava alla sua diffusione. Necessitava un mezzo sociale che fosse contemporaneamente umano e divino.

     Ecco perché nacque la chiesa nella sua molteplice attività. In principio nacque come agglomerato spontaneo, senza regole intermedie che ne assicurassero la continuità.

     La prima cosa da fare era quella di scegliere un capo, un erede, un testimone del pensiero del maestro. Fu scelto il discepolo Pietro, come da indicazione evangelica, che fu, quindi, il primo papa.  A lui toccava il compito molto grave di organizzatore il cristianesimo in un mondo apertamente ostile e di dettare la politica sociale da portare avanti.

     In verità ben poco il Cristo aveva lasciato in proposito di organizzazione: solamente delle linee guida che i suoi discepoli avrebbero dovuto seguire, vergate con i fatti e non con le parole. Nulla di scritto ha lasciato il Cristo, se non il suo esempio, che altri hanno riportato, per iscritto, dalla nascita fino alla sua crocifissione.

     Come si mosse il discepolo Pietro?

     Sicuramente in maniera istintiva  nel predicare il nuovo credo, ma sempre nel solco dell’ebraismo, di cui si sentiva erede. Egli credeva nella venuta del Messia, predicata dalla Bibbia, per la salvezza del popolo eletto, costretto a subire il giogo romano e la cattiva tendenza alla idolatria. Infatti sosteneva che un buon cristiano poteva ritenersi tale, solamente dopo essersi sottoposto al rito della circoncisione. Sostanzialmente, sosteneva che poteva ricevere il battesimo solamente chi fosse già circonciso.

     Una conseguenza naturale, quindi, il passaggio dal mondo ebraico a quello cristiano nella continuità delle tradizioni popolari israelitiche.

      Nella  sua concezione la venuta di Gesù era nell’alveo delle credenze di allora ed il cristianesimo costituiva un’emanazione ed una evoluzione nella continuità del mondo ebraico

     In effetti Cristo era riconosciuto dai suoi seguaci come quel Messia predicato dalla Bibbia per la salvezza del popolo eletto e l’unico contrasto con il mondo ebraico tradizionalista consisteva nel mancato riconoscimento di tale ruolo.

     Soltanto Paolo di Tarso, che discepolo non era di Gesù, ma un persecutore, convinto assertore dell’ebraismo e di tutto ciò che ne derivava, dopo la folgorazione sulla via di Damasco, divenne un sostenitore del nuovo credo e si fece carico della sua esportazione dal territorio palestinese nel mondo.

      Egli recepì senza ombra di dubbio che il verbo divino non era rivolto solamente al  popolo ebraico, ma anche ai “gentili”, ossia a tutto il mondo e che, pertanto, la circoncisione non solo non era necessaria, ma controproducente per un cristiano. Bisognava rompere con la concezione religiosa ebraica ed era quindi necessario non tener conto della circoncisione e dare la vera importanza al battesimo come base per far  diventare tutti cristiani e non solo gli ebrei ma anche i “gentili”.

      Ritengo che Paolo di Tarso, in quanto cresciuto sotto l’egida romana, anche se di origine israelita, non era forse stato circonciso e, pertanto, non poteva ritenersi escluso dalla salvezza eterna per un rito che era alla base di vecchie tradizioni e di cui, quindi, rifiutava la necessità e la validità.

      Diversa era la posizione di Pietro, che figlio di Ebrei, cresciuto nella tradizione patriarcale, sicuramente era stato circonciso e, quindi, considerava tale rito in linea con il suo essere osservante della religione e delle sue origini.

      Paolo osteggiò la tesi di Pietro in materia di circoncisione e, fortunatamente (se volete per volontà divina!) la spuntò sganciando in maniera definitiva il cristianesimo dall’ebraismo. Fu così che il cristianesimo diventò ecumenico. Se l’avesse spuntata Pietro ci saremmo trovati, né più e nemmeno, di fronte ad una setta della religione ebraica e forse il cristianesimo non sarebbe diventata una religione universale.

 

     Una prima diatriba interna alla nascente chiesa ebbe dunque luogo tra il papa ed un suo subalterno, che non sfociò in scomunica ed aperta guerra. Servì anzi a cementare maggiormente il vertice  ecclesiastico con il popolo.

     In quei primi anni di vita della chiesa prevalse la discussione e lo spirito della condivisione, dovendosi affrontare il problema dell’apostolato e della persecuzione pianificata sia da parte degli ebrei e sia da parte dei romani.

     Era necessario stringersi in un amplesso di idee e di sforzi per dar vita alla nascente chiesa. Ogni parola, ogni iniziativa, ogni pensiero veniva recepito da chi stava al vertice senza l’ombra della supremazia e del potere, ma sotto l’aspetto bonario della collaborazione e della comprensione. Proprio come il buon pastore accudisce le sue pecore, tenendo conto delle loro esigenze.

     Analizzando la storia della chiesa e la sua evoluzione, che, indubbiamente, ruota sulle figure dei papi che si susseguono, questo contrasto tra il pensiero dell’eletto e  quello di un suo oppositore  è sempre esistito, anche se, alla fine, per volere dello Spirito Santo chiamato in causa, a prevalere è sempre la volontà di chi è stato scelto.

      Come ho fatto osservare, la diversità di intendimenti tra Pietro e Paolo, nata proprio all’inizio dello storico percorso futuro, trovò una soluzione di pace e di comprensione, utilissima allo sviluppo del cristianesimo. Su questa scia si continuò ad agire fino al fatidico trecento navigando in un mondo ostile quale fu quello dell’Impero Romano.

      Con l’editto di Costantino , che investi la Chiesa di personalità giuridica preponderante nello Stato, elevandola al ruolo di preminenza politica, i contrasti tra i sostenitori del papa eletto e quelli del non eletto si accentuarono e non sempre trovarono pacifica comprensione. Sembrò essere stata messa da parte la teoria della volontà dello Spirito Santo solamente perorata    da chi aveva avuto la maggioranza.

      Fu necessario istituire delle regole per la elezione del papa che prima avveniva alla buona e forse per alzata di mano o acclamazione. Nacque il Conclave, con all’interno delle correnti che parteggiavano a favore di questo o quel candidato.

       Avendo acquisito il papa una personalità giuridica nuova, capace di influenzare l’indirizzo politico dell’Impero e venuto alla luce il cosiddetto “potere temporale”, venne istituita la lotta  politica con risvolti anche delittuosi. La sete del potere si sostituì alla bonaria accettazione di guidare le pecorelle verso il Signore.

       Fu così che nacquero gli  scismi, le condanne, i dogmi, le eresie ed i deviazionismi nell’alterno procedere della politica religiosa, parallelamente a quella laica.

        Sostanzialmente venne svuotato di ogni significato etico la frase evangelica “Date a Dio quel che è di Dio ed a Cesare quel che è di Cesare”, dal momento che i due ruoli vennero unificati con l’osmosi delle ambizioni ora parallele, ora divergenti.

         I frutti di questo nuovo modo di sentire furono disastrosi, tendendo a scomparire con la fine del potere temporale, avvenuto con la presa di Roma da parte delle truppe piemontesi  a seguito della fondazione del Regno d’Italia.

     Dire, comunque, che, finito il potere temporale dei papi, siano finiti anche i contrasti interni  alla chiesa è errato. Il potere spirituale è ormai talmente radicato nelle masse che persistono sempre di più le divergenze politiche all’interno della chiesa e che rispecchiano quelle mondiali.

       In ogni conclave, la elezione di un papa, è conseguenza di determinate scelte di politica mondiale ed inoltre, secondo le tendenze umane, non è bastevole a tacitare completamente le opposizioni.

       Sotto questo aspetto, per restare nell’ambito di tempi recenti,  sono da considerare la elezione di Pio XII notoriamente filo tedesco, di Giovanni Paolo II, polacco ed anti-comunista e quella più eclatante di Francesco con le dimissioni “per motivi di salute”del Papa Benedetto, notoriamente di tendenze etiche diverse e meno adeguate ai tempi.

      Alla base di questi contrasti e di questa assenza di coesione interna, più o meno nascosta dal velo della riservatezza, vi è il fatto incontestabile che, nonostante gli accadimenti siano considerati volontà espressa dello Spirito Santo, terza persona della Trinità divina.

      La Chiesa, in effetti è un’istituzione fatta da uomini, i quali influenzano, e non poco, determinate scelte, sicuramente non volute da Dio. Mi riferisco, in particolare, alla Santa Inquisizione, partorita  da aberranti estremismi e voluta soprattutto per l’acquisizione di maggior potere politico da parte dei Papi e dei governanti alleati del momento ed ancora agli eccessi  deleteri di alcuni di essi, quali  Stefano VI che processò materialmente il cadavere del suo predecessore Formoso condannandolo ad essere gettato nel Tevere od a Leone X, la cui avarizia e simonia spinsero Martin Lutero sulla via del protestantesimo, nonché Alessandro VI, ricordato come stupratore della figlia.

    Paradossalmente, le decisioni assurde prese di tanto in tanto da alcuni rappresentanti della chiesa (papi, nonché cardinali), dimostrano la sua natura divina. Essa, infatti, è sopravvissuta laddove altri tipi di associazionismi anche statali, sarebbero miseramente naufragati, come in effetti è avvenuto.

      Dalla nascita di Cristo e dalla sua morte, sono crollati stati, imperi , regni ed altri ne sono subentrati, mentre la chiesa è sempre rimasta staticamente la stessa nella sua organizzazione.

     Ciò significa che effettivamente essa ha delle fondamenta veramente divine, fermo restando che le decisioni  sono certamente influenzate dalla componente umana e molti errori sono stati commessi e certamente altri ne saranno fatti in futuro.

 

  

 

ORIGINI DELLA SICILIA

 

    ”Aiuto! La Sicilia sta subendo l’invasione delle orde barbariche orientali”. Sento gridare con grande allarmismo da ogni parte, ed ecco che partiti e cittadini ben pensanti protestano, denunciano reatidi quanti arrivano nelle nostre coste, invocano provvedimenti e nel popolo serpeggia paura, dissenso, agitazione ed anche senso di umanità, poiché, in verità, si tratta di un’invasione pacifica di gente che fugge dai disagi della guerra.

     Nulla di nuovo in tutto questo. Grazie a Tucidide ed alla cultura greca, abbiamo recepito la notizia che i primi abitatori della Sicilia furono gli Elimi, i Sicani ed i Siculi, tre etnie sbarcate nell’isola rispettivamente dalle coste dell’antica Troia, dalle coste orientali della penisola iberica e dalle coste dell’Italia.

     E’ più esatto dire che questi popoli sono i primi di cui si ha notizia essere stati abitatori della Sicilia, grazie all’invenzione della scrittura da parte del genere umano e, quindi, alla possibilità di poter  tramandare ai posteri notizie storiche anche del passato.

      Sicuramente altri popoli, altre etnie hanno preceduto quelli ricordati  dagli storici greci e non è escluso che anche in Sicilia  sia avvenuta l’evoluzione  dai primi rudimenti umani all’homo sapiens.

      Anche se nulla di relazionato sistematicamente esiste, è possibile pensare ciò dal rilevamento di reperti archeologici trovati nell’isola.

      Infatti molti di questi ultimi  sono stati scoperti in alcuni punti che hanno le caratteristiche del periodo paleolitico e comuni a popolazioni delle coste africane e balcaniche. Ovviamente è questa una prova certa del passaggio e dello stanziamento nel territorio di popolazioni precedenti a quelli citati dai primi storici. Sembra che , addirittura, siano state trovate tracce dell’uomo di Neanderthal, oltre ad ossa di animali caratteristici della fauna africana, quali coccodrilli ed elefanti.

     Del resto, se vera è la teoria secondo la quale l’area mediterranea un tempo  fosse  sgombra dalle acque marine e che, solo successivamente, a causa del cozzo delle placche continentali, l’acqua dell’oceano atlantico vi si sia  versata attraverso lo stretto dell’attuale Gibilterra, lasciando emerse le terre originate dal movimento orogenetico, tra cui la Sicilia, sicuramente animali ed uomini  di quel tempo, furono liberi di attraversarla facilmente ed anche abitarla.

      L’invasione da parte delle popolazioni  citate dalla cultura greca, (Elimi, Sicani , Siculi) avvenne in tempi più recenti, ossia, nel neolitico, quando, sicuramente il bacino del mediterraneo e le sue terre erano già ben definite

      A parte la leggendaria provenienza degli Elimi dalle coste della Troade, di provenienza forse ittita, in seguito alla pressione espansionistica greca verso il mar Nero, recenti studi hanno evidenziato che Sicani e Siculi appartenevano ad un stessa etnia proveniente dall’Asia Occidentale.

      E’ forse avvenuto che un gruppo di tal etnia si sia spinta fino a raggiungere la penisola iberica, dando origine ai Sicani,  ed un altro gruppo, invece, si sia diretto verso i Balcani e di là verso l’Italia attraverso l’odierno mare Adriatico, proseguendo fino in Sicilia ed erano i Siculi.

    La diversità tra Sicani e Siculi, consisteva negli usi e costumi acquisiti attraversando territori diversi, ed, in Sicilia, dove avvenne il loro ricongiungimento, fu facile raggiungere un’armoniosa convivenza con la prevalenza dei Siculi anche sugli Elimi, di numero minore.

     Quando i primi fuggiaschi greci  raggiunsero la Sicilia ed i primi Cartaginesi posero le basi per i loro traffici marini, effettivamente la situazione politica esistente era  proprio quella descritta da Tucidie.

      Mentre gli  Elimi  finirono con l’assuefarsi  al mondo fenicio, che, tutto sommato, badava semplicemente a porre basi per il loro commercio senza pretese di sopraffazione, i Siculi-Sicani, sotto la spinta conquistatrice dei Greci, che si impadronivano delle coste fondando città siciliote, si ritirarono verso il centro dell’isola.

    Fu questo il momento storico della nascita di un movimento sicilianista, contrario alle invasioni di altri popoli e che, stranamente, assunse un aspetto inedito.

     Ai contrasti iniziali, alle guerre di difesa, al linguaggio delle armi contro ogni popolo invasore, avvenne lo stesso fenomeno che si verificò tra Sicani e Siculi, ovvero, gli invasori finirono sempre per diventare anche loro Siculi, acquisendo gli stessi pregi e difetti degli abitanti del luogo.

      Questo avvenne con i Greci, che divennero Sicelioti, con i Romani, che assorbirono la Grecia e distrussero Cartagine, con Goti, Ostrogoti, Vandali, Bizantini, Arabi, Normanni , Aragonesi, Francesi, Tedeschi ed, infine, Italiani.

     In verità solo questi ultimi, dopo più di 150 anni di possesso della Sicilia, sono gli unici che manifestano renitenza,  pur essendo anche loro dello stesso ceppo etnico dei Siculi, a causa di recenti e manifesti egoismi territoriali messi in atto dalla cosiddetta “Lega Nord”. Un gruppo politico, quest’ultimo, guidato da alcuni esperti lestofanti, in ritardo scoperti dalla magistratura, i quali, dicendo peste e corna di “Roma ladrona” e del meridione tutto, hanno sfruttato l’ignoranza becera e credulona di masse popolari al fine di arricchirsi alle spalle di tutta l’Italia.

      Nonostante la condanna di codesti manipolatori sociali, il gruppo  ha continuato a vivere sotto la spinta della crisi economica sopravvenuta.   

      Bisogna pur dire che Il gruppo in questione si basa sulla falsità storica, fregiandosi del simbolo del famoso Carroccio, messo in campo, in verità, molto tempo fa,  con il beneplacito di Santa Madre Chiesa romana  e dai comuni italiani, per difendere tutta l’Italia, Sicilia compresa, dallo strapotere dell’Imperatore tedesco Federico Barbarossa e non per difendere il Nord Italia dal suo Sud.

     E’ mio parere, che anche l’Italia intera finirà per sentirsi col tempo siciliana, anche perché le menti migliori siciliane hanno finito per occupare i punti strategici della Repubblica italiana in tutti i campi.

 

  

 

UN GIORNO A MILANO 

 

         Per un complesso di motivazioni legate alla comodità , pur avendo l’accesso gratuito ai treni perché ex ferroviere, tutte le volte che sono costretto ad andare fuori Catania  mi servo  della macchina  o dell’aereo.

     Ovviamente per i percorsi brevi utilizzo la mia fedele Skoda  Fabia, ma se devo andare in posti molto distanti ricorro all’aereo.

     In quest’ultimo caso occorre preventivamente fare un programma, poiché l’aereo ti assicura l’arrivo in aeroporto, ma dopo come muoversi? Ecco, quindi, che scaturisce la necessità di avere subito dopo l’arrivo, una macchina a disposizione, che in tutta libertà ti metta a tuo agio e ti permetta di poter raggiungere qualunque località.

        La prima volta che sperimentai questa mia strategia turistica, fu  il giorno in cui dovetti recarmi in una località del  Piemonte molto vicina alla Lombardia.

        Abbozzai un programma ben definito e, dopo aver prenotato il viaggio d’andata per Milano Malpensa  pensai anche di noleggiare un’ auto. 

      Consultato l’elenco delle varie agenzie, fui attirato dalla “SiICILY bai CAR”. In realtà ad attirarmi fu solo il nome dell’Agenzia, che sapeva  di siciliano, anche se espresso in inglese. In ogni caso  la scelta fu felice, poiché mi venne fornita una bellissima ed efficientissima Citroen, ben accessoriata e con l’indispensabile navigatore.

        Passati alcuni giorni intrapresi la via del ritorno e come da programma, per prima cosa, dovevo  consegnare l’auto nel deposito – garage del Terminal 1 e, dopo, recarmi per l’imbarco al Terminal 2.            Insomma  semplice a dirsi, ma complicato a farsi.

      L’inghippo fu costituito dal fatto che non  avevo recepito  l’esistenza di due depositi-garage  al Terminal 1  e che avrei dovuto riconsegnare la macchina in quello contrassegnato con la lettera B.

         Giunto  al Terminal  1 , girellando  intorno e seguendo le indicazioni, andai a finire nel Deposito “A” e, con mia grande sorpresa non trovai i la postazione   della   “SICILY  BY CAR” .

         A questo punto, con l’espressione tipica di chi è spaesato, mi fermai  davanti alla postazione di un’altra agenzia e dal posto di guida mi rivolsi all’incaricato dicendogli con naturalezza e con tono interrogatorio:  “Sicily bai Car…”  Non ebbi il tempo di aggiungere ”dov’è?”! 

        Il mio interlocutore mi rispose con una scarica di parole in inglese che a stento capii. Rimasi perplesso ed a bocca aperta! Avrei voluto chiarire che ero italiano …, anzi siculo, e che se avesse parlato in  italiano lo avrei capito. Guardando la sua espressione, felice di essermi stato d’aiuto, non mi restò che rispondere “Thank you”  ed annuire con un sonoro “Yes” per comunicargli di aver capito. 

 

        Ripartito, scoppiai a ridere, essendomi rivisto nei panni del nostri amati e compianti Totò e Peppino nel famoso film dove si descrive il loro arrivo per la prima volta  a Milano, colorato dalla richiesta  al vigile  di informazioni per “andare dove volevano  andare” utilizzando un linguaggio … diverso da quello italiano per farsi capire!

     Nonostante la risata, non nascondo che per la prima volta mi sono sentito … straniero in Italia! Mi chiedo se, stringi, stringi, i “polentoni” non abbiano ragione.

 

  

LA SAGA DE “I SCUPASTRATI” A CATANIA

  

     C’era una volta in quel di Catania, ed esattamente nel vecchio quartiere di San Cristoforo,  Fulippu u babbu, che insieme al vecchio padre esercitava il mestiere di  spazzino ( in dialetto: “ scupastrati”).

     Ogni santo giorno percorreva col suo carretto,  quello con le ruote alte ma  con i pupi ormai sbiaditi dipinti nelle sponde laterali, via Belfiore, via Alonzo e Consoli, via Testulla, via Juvara e le strade viciniori fino a raggiungere il Cimitero.

     Di tanto in tanto si fermava per consentire al padre di raccogliere la spazzatura che gli abitanti facevano trovare all’ingresso dei cortili e davanti alle porte.

      Fornitori particolari ed anche privilegiati di rifiuti , costituiti dallo scarto di  ossa scarnite, erano la “chianca del traforo” e quella  equina di via Testulla.  Non mancavano certo le rimanenze marcite di frutta e verdura di “don Petru u latru”, così “ingiuriato” perché pare che rubasse nel peso e nemmeno quelle prodotte dal mercatino antistante il “Cinema Italia”, che poi si chiamò “Midulla”.

      Quando il carretto era pieno, continuava a percorrere il tragitto dal Cimitero fino agli orti da “Za Lisa” e procedeva a scaricare il contenuto in  appositi recinti, che fungevano da concimai.  Naturalmente per ogni carretto svuotato il proprietario dell’orto pagava una certa somma, che, aggiunta a qualche regalia degli abitanti, serviva al sostentamento  di padre e figlio.

      Non pensate che il carretto avesse dei dipinti sgargianti, che, anzi, il tempo aveva brasato il legno al punto di farlo vedere corroso e sporco e nemmeno che lo stesso fosse trainato da un cavallo o da un asino. Ad assolvere tale funzione era proprio “Fulippu” che a tracolla aveva legata una robusta cinghia che gli consentiva di sollevare le aste del carretto, quando le poggiava a terra durante le soste.

       Purtroppo “Fulippu” era “babbu”, che in siciliano significa ritardato mentale. Era robusto, alto circa un metro e ottanta, forte quanto bastava per tirare il carretto, ma aveva difficoltà d’espressione e d’apprendimento; egli obbediva ciecamente agli ordini del padre che stabiliva le soste e le partenze; indossava una maglia sporca e lacera ed un paio di pantaloni a mezza gamba; andava a piedi nudi, sia d’inverno che d’estate. Durante le brevi soste, di tanto in tanto, rovistava nel carretto e lo si vedeva portare in bocca qualche pezzo di pane o qualche frutto recuperato.

     Il padre, molto più anziano e con i capelli bianchi, coperti da una “coppola” calcata sulla testa, non camminava scalzo e, rispetto al figlio, era più vestito, ma taciturno e di poche parole. Ordinava al figlio i movimenti a gesti e di tanto in tanto apriva la bocca per ringraziare chi gli mollava qualche liretta.

     Era questo il lavoro che consentiva ai due di sbarcare il lunario. In altra zona del quartiere e della città era possibile vedere scene similari. Qualcuno, magari, aveva un’attrezzatura più efficiente e, magari, un asino che trainava il carretto. Ma niente di più: la mitica “lapa” non era ancora comparsa nelle strade.

      Non capitava mai che una coppia di “scupastrati” invadesse la zona di un’altra coppia di identici lavoratori. Sembrava che fosse stato prestabilito un ordine nell’assegnazione delle zone. Almeno, a me non capitò mai di sentire che Fulippu e papà suo fossero mai venuti a diverbio con altri spazzini  per  …  invasione di campo. Del resto, nonostante il loro miserevole aspetto, i due erano rispettati dalla popolazione, che, pur tenendoli a rispettiva distanza, “pirchì facevanu fetu”, apprezzavano la loro opera.

     In concreto essi facevano la raccolta della spazzatura da porta a porta offrendo praticamente un servizio alla popolazione a costo zero.  La mancetta che qualcuno dava, di tanto in tanto, non era obbligatoria ed in ogni caso costituiva un esborso irrisorio. Il vantaggio economico che questi lavoratori ottenevano era quello della vendita della spazzatura raccolta ai contadini che sapevano come trattarla per curare le loro culture.

      Tale lavoro era, se così si può dire, redditizio, poiché la spazzatura era costituita praticamente di una uniformità reale imposta dagli usi di allora. Non vi era allora plastica da raccogliere, sconosciuta subito dopo la fine della guerra e tutt’al più  si poteva notare tra i rifiuti della carta straccia, che avvolgeva le cibarie acquistate. Non erano in uso i sacchetti di plastica ed a stento cominciavano a vedersi barattoli di vetro e qualche latta  (a “buatta”). Le massaie andavano a fare la spesa con una borsa capace ( “a sporta”). In pratica la spazzatura era tutta bio-degradabile e molto adatta ad essere impiegata, dopo il dovuto trattamento (compostaggio), alla concimazione dei terreni. Di volta in volta si scartavano dai rifiuti i pochi materiali ferrosi e vetrosi, che non costituivano un problema poiché venivano  venduti a peso alla fonderia.

      In questo clima di austera ristrettezza economica, a parte le figura un po’ sgradevole dei raccoglitori volontari, le strade del quartiere erano pulite. Il servizio di pulizia delle strade non si avvertiva ed addirittura non lo si considerava tale anche perché quell’attività volontaria in fondo rendeva ed era utile a tutti.

      Chiaramente le condizioni di questi lavoratori volontari non erano certamente ottimali non solo da un punto di vista igienico, ma anche economico. Certamente la vendita della spazzatura e qualche regalia rendevano, ma non tanto da far guazzare nel benessere e da non costituire una sicurezza costante del lavoro non coperto da alcuna assicurazione previdenziale.

       Ad esaminare la situazione lavorativa di questi cirenei dell’immondizia si dedicò un prete salesiano della ricostruita parrocchia della “Madonna della Salette” che corrispondeva al nome di Don  Innocenzo  Bonomo.  Costui, uomo deciso e coinvolto nella attività politica del partito di Don Sturzo, la Democrazia Cristiana, fondò nell’ambito della parrocchia e dell’oratorio un circolo di operai, che chiamò “Circolo San Giuseppe” , partendo dal presupposto che questo santo, padre di Gesù, era falegname e, quindi, artigiano.

       In nome di questo Santo egli raccolse intorno a sé non solo gli operai in genere, ma, in particolare gli spazzini volontari.

       L’adesione al Circolo era gratuita, si chiedeva solamente la frequenza all’oratorio e di ascoltare la messa domenicale. Per tutto questo si offriva l’aiuto e l’assistenza spirituale ed anche materiale della casa salesiana nel solco degli insegnamenti di San Giovanni Bosco.

       Le richieste, portate avanti da Don Bonomo, di regolarizzare il lavoro svolto dagli spazzini volontari trovò riscontro nel desiderio nuovo di ricostruire lo stato sociale dopo la catastrofe della guerra rivalutando economicamente i lavori ritenuti più umili, ma necessari. In parole povere si capì che era ormai necessario organizzare il lavoro di pulizia della città, che non poteva essere lasciato alla libera iniziativa di umilissima gente senza una giusta mercede.

      In realtà il mondo politico o qualcun altro che di esso si serviva, fiutò la possibilità di ricavarne un utile maggiore, imbrigliando tutta l’attività in un complesso burocratico finalizzato a commercializzare i rifiuti urbani.

     Qualunque possa essere stato il motivo, esso trovò terreno facile, poiché da un lato veniva rivendicato il diritto  del lavoratore ad una giusta retribuzione e dall’altro l’umana aspirazione ad una eliminazione dello stato di disagio in cui versavano i volontari “scupastrati”. Fu così che sotto la spinta, da un lato del P.C.I. e dall’altro dallo spirito di umanità della Chiesa Cattolica, si cominciò ad avanzare il progetto in seno politico di organizzazione urbana dell’igiene pubblica.

      A sposare la risoluzione del problema a Catania, fu l’onorevole Cavallaro, democristiano proveniente dalle fila dell’Azione Cattolica e, quindi, molto vicino alle richieste del salesiano Don Bonomo.

Nonostante tale convergenza di idee, tra i due nacque ben presto un differente modo di affrontare il problema.

      Secondo il salesiano Don Bonomo bisognava assumere direttamente tutti i  “scupastrati” volontari che “ipso facto” già svolgevano tale attività. Bisognava semplicemente assumerli per chiamata diretta in riconoscimento del lavoro che già svolgevano con risultati tangibili per la pulizia della città, dare loro uno stipendio contrattuale ed i mezzi idonei a svolgere il loro lavoro.

      Secondo l’onorevole Cavallaro, portavoce del governo ed anche dei sindacati, la chiamata diretta non era possibile, dovendo rispettare le regole delle assunzioni tramite concorso. Pertanto i volontari potevano essere assunti solo se riuscivano a vincere le prove del concorso che il comune avrebbe bandito. Ciò per una questione di trasparenza ed equità nei confronti di tutti cittadini aventi diritto al lavoro. 

       Per quanto poco importante apparisse la questione, che aveva come fine ultimo la regolarizzazione di un servizio urbano fondamentale del vivere civile, ciò aveva dei risvolti sociali non del tutto indifferenti poiché sicuramente i volontari scupastrati, che praticamente costituivano la parte più umile della cittadinanza e la meno idonea a vincere le prove di un concorso comunale, sicuramente sarebbero state esclusi dall’assunzione rispetto alle nuove leve certamente più evolute. Era evidente che Fulippu u babbu e quelli come lui limitati, pur essendo già attivi in quel tipo di lavoro, erano tagliati fuori a priori.

       A nulla valsero le richieste del prete salesiano rispetto alla posizione di equità sociale avanzata e sostenuta dal parlamentare.

Alla fine venne bandito il concorso per l’assunzione di operai definiti ecologici, al quale gli spazzini volontari o non parteciparono o partecipandovi non ebbero alcun risultato favorevole.

       In conclusione, dopo ultimate le pratiche burocratiche, si vide per le strade del quartiere e dell’intera città  una pletora di nuovi spazzini in divisa e forniti dalle attrezzature idonee al loro lavoro, compresi gli istituiti cassonetti nuovi di zecca, dove andava a finire tutta la spazzatura senza alcuna regola di differenziamento. Del resto, si trattava per lo più di spazzatura biodegradabile con la rara intrusione di bottiglie di vetro e lattine. La plastica non aveva ancora fatto il suo ingresso tra i rifiuti urbani e nemmeno  l’apporto di elettrodomestici fuori uso e mobili vecchi. Materiale, quest’ultimo, ancora da entrare nel novero dell’attuale raccolta differenziata.

       Che fine fecero  “i scupastrati” volontari? Non solo persero il lavoro, ma furono oggetto anche di sanzioni da parte delle autorità comunali. Così dall’oggi al domani, Fulippu u babbu e genitore ed anche gli altri, da lavoratori volontari a costo zero per il comune, diventarono lavoratori clandestini  da perseguire a termini di legge e senza la possibilità di poter sbarcare il lunario.

      La conseguenza letale per la città fu che mentre ai tempi del volontariato la città era  bene o male sempre pulita, dopo l’avvento del regolare servizio cominciarono a vedersi cassonetti maleodoranti il più delle volte con spazzatura non ritirata secondo il programma stabilito, a prescindere dai periodi di sciopero proclamato dai sindacati per il rispetto delle sacrosante rivendicazioni salariali ed altro. Ebbe inizio così il bordello, che ancora dura e si ingigantisce sempre più, dei rifiuti con l’intervento sotterraneo dell’ecomafia e delle tangenti per  l’appalto ad imprese private della tenuta ecologica della città.

     Vittime immediate di tutta l’operazione di trasparenza sociale furono proprio Fulippu u babbu  e genitore, trovati morti sotto il carretto vuoto, l’uno a poca distanza dall’altro, per fame e mancata assistenza medica che, in verità, non avevano nemmeno prima e chissà quanti altri poveracci morirono di fame e di stenti.

     Vittima illustre di tutta l’operazione fu pure l’onorevole Cavallaro, che avendo sostenuto la tesi del pubblico concorso per l’assunzione degli operai ecologici, perse il sostegno dei suoi elettori, costituito proprio dai poveri “scupastrati” abbandonati al loro destino di clandestini sociali e difesi vanamente  dal reverendo Don Bonomo.

      Egli non fu più rieletto alla fine della sua legislatura, essendo stato additato come il responsabile della mancata assunzione dei poveri derelitti lavoratori ecologici volontari, nonostante avesse fama di essere persona corretta ed onesta politicamente.

     Altra vittima, meno illustre fu lo stesso Don Bonomo, che, avendo visto fallire il suo progetto di aiuto a poveri cristi indubbiamente non favoriti dalla sorte,  sentì crollare  nel suo intimo la forza per continuare a vivere.

      Si ammalò  e, nonostante la sostituzione della cornee degli occhi, morì cieco implorando San Giovanni Bosco di venire in aiuto dei suoi protetti.

Seppi dalle sue labbra direttamente il dolore provato per la mancata realizzazione della sua opera di misericordia, quella volta che lo incontrai a Roma nella clinica di Piazza Sassari, dove operava l’illustre oculista Professor Bietti , che seguiva pure  mia figlia. 

      Parlammo di tutta la questione riguardante la nascita del servizio ecologico a Catania, dell’onorevole Cavallaro, dei suoi vani sforzi per convincerlo ad aiutare i suoi protetti e del dolore che provò nel non aver potuto essere d’aiuto a quella povera gente, che fu l’antesignana del servizio ecologico nel quartiere. Dopo qualche anno seppi della sua morte ed ancora oggi è vivamente ricordato nella casa salesiana di Via Madonna della Salette.

       Conobbi pure le ragioni dell’onorevole Cavallaro, tramite la discussione avuta in proposito con un suo cugino, ex capo treno FS, suo sostenitore e mio carissimo amico. Ricordo ancora le sue parole: - Tu si’ me’ frati e m’hai a cridiri. Me’ cucinu, l’onorevole, non puteva  fari nenti e avissi vulutu aiutari i scupastrati, ma non lu puteva fari! –

      Ciò era contrario ai principi del partito, orientato alle assunzioni nella pubblica amministrazione per concorso. Non poteva andare contro quei principi. Sarebbe stato come tradire la sua fede e per una questione di onestà civica, non poteva nemmeno prestarsi a raccomandazioni.

Del resto il parlamentare in questione, che godeva della mia simpatia, era persona veramente di sani principi e sulla cui onestà e trasparenza non vi erano dubbi. 

     Purtroppo all’applicazione di regole in società non sempre corrisponde la logica   del bene. Non sempre le ragioni della politica coincidono con le ragioni  del cuore. 

“Lex, sed dura lex” dicevano gli antichi romani e non rispettare determinate regole per favorire qualcuno, può tramutarsi in torto nei confronti di altri.

     Resta comunque aperto  il dilemma del comportamento di chi, chiamato a coprire incarichi pubblici , debba esprimere una decisione accettabile  nei casi di estremo bisogno  in contrasto con sanciti principi  di legalità.  

    Pur essendo un assertore convinto del rispetto della legge, a questo dilemma non mi sento di poter dare una serena soluzione, che risulterebbe comunque criticabile.

    Forse la soluzione del dilemma sta a monte, nel senso che la legalità dovrebbe sempre coincidere con la moralità, ossia che ogni legge non dovrebbe essere in contrasto con il senso morale comune. Compito, quest’ultimo, molto arduo del potere legislativo, che, purtroppo, deborda  il più delle volte in meri contrasti di interesse partitici e lobbisti.

 

 

 

L’AMORE, QUESTO SCONOSCIUTO …

  

      “Amor che a nullo amato amar perdona, prese costui del piacer si forte … ”, scrisse Dante a proposito del rapporto tra Paolo e Francesca e che sul tema dell’amore è stato capace di creare  “La Divina Commedia”.

       Intendo non l’amore  nel senso religioso amicale o metafisico, ma in quello specifico  tra l’uomo e la donna. A prescindere dalle altre motivazioni, quello che spinse Dante a scrivere la sua opera poetica fu principalmente l’amore per  Beatrice , ovvero, di una donna che nelle sue farneticazioni  poetiche assunse anche l’aspetto  divino.

     Su questo rapporto tra uomo e donna, chiamato amore, non solo Dante ha scritto quel po’ po’ di poema, ma altri scrittori hanno dedicato la loro attenzione e la loro  poesia fin dai tempi più antichi.

      I Greci elevarono questa forma di rapporto al livello divino, inventando, addirittura un mito sul rapporto tra Eros e Psiche, ossia tra il figlio di Venere e l’anima umana simboleggiata da una donna chiamata Psiche.

       Il mondo latino perpetuò questo mito e grandi poeti, come Catullo, Virgilio , Ovidio ed altri si occuparono dell’amore e dei suoi risvolti.

       Con l’avvento del Dolce Stil Novo si ebbe la stura completa di questo fenomeno naturale, già osannato dai trovieri e dai menestrelli , e che dette origine a madrigali, poesie, canzoni e forme poetiche di ogni genere, compresa la Divina Commedia di Dante.

       Guido Cavalcanti, il Guinizelli, Petrarca , Boccaccio. Il Poliziano  e financo la precedente scuola siciliana di Federico II , trattarono poeticamente questo argomento, che ancora ai nostri giorni continua a tenere banco con opere musicali, cantanti, racconti, romanzi a fumetti, film e sceneggiate televisive.

      Vediamo che cos’è infine quest’amore tanto glorificato ed onorato dalla letteratura di tutti i tempi e che non accenna a diminuire il suo interesse nei confronti dell’umanità.

       Per definizione l’amore altro non è se non il sentimento che lega un uomo ed una donna che decidono di vivere insieme e di vivere l’uno per l’altra, mettendo in comune le loro esigenze e le loro fortune.

         E’ una definizione molto semplice, ma non del tutto esaustiva.  Per comprendere cosa sia effettivamente nella sua essenza bisogna conoscere la motivazione per cui esso insorge e la funzione che esso assume nella vita dell’umanità, se, non, in seno alla natura in generale.

       E’ abbastanza chiaro che la continuazione della razza e della stirpe di ogni individuo sulla terra è  legata alla procreazione originata dalla fusione di un elemento maschile con uno femminile. Per la realizzazione di tale fusione è necessario un fattore cementante che leghi i due elementi. Tale fattore altro non è se non l’attrazione sessuale tra i due elementi,  che, però,  non resta un fattore isolato.   

     Intendo precisare che la procreazione non si limita al solo fatto di mettere al mondo un altro essere della stessa razza, ma di farlo crescere e metterlo in condizioni di potere,   a sua volta, ripetere    l’evento.

      Sostanzialmente il perpetuarsi della razza necessità non solo del rapporto sessuale tra un uomo ed una donna, ma anche della crescita e dell’educazione  del frutto del concepimento. E’ come dire che la procreazione impone l’esistenza di una famiglia.

       Ecco, quindi, che nasce la necessità in natura di un fattore forte di unione, capace di dare origine ad una famiglia. Tale fattore è l’amore, che non resta un fatto semplice di contatto tra un uomo ed una donna, ma un legame capace di tenere uniti i due esseri dal diverso sesso. Perché questo fattore sia forte ed irrinunciabile, necessita che i due elementi di fusione traggano un piacere infinito e reciproco nello stare insieme e nel copulare

       In sintesi, l’amore tra uomo e donna , oltre ad essere una necessità naturale, deve contenere il reciproco riconoscimento di essere entrambi capaci di riprodursi, dando origine al cosiddetto innamoramento.

       Il caso misterioso (e che non sembra abbastanza chiaro a tutti) è  capire quali vie segua tale percorso di riconoscimento.  L’aspetto fisico, la parola, il modo di porgersi, il modo di vestire, il sorriso …? Oppure tutto questo insieme’ oppure il freddo ragionamento della convenienza?

        Io sono del parere che tutte queste cose insieme siano alla base dell’innamoramento, ma non messe in atto dalla ragione. E’ il subcosciente della persona che intimamente riconosce, in relazione a parametri non quantificabili, che la persona di cui ci si innamora è idonea  a riprodurre un individuo nuovo che sia sano, forte ed anche ben  educato. Se il riconoscimento è reciproco, allora è amore con la A maiuscola.

    Sia ben chiaro che il fine ultimo tra un uomo ed una donna che copulano è la procreazione ed il subcosciente è l’unico ad individuare l’idoneità del partner a tale funzione.  Solo successivamente subentra l’affetto, che è frutto dello stare insieme.

     Bisogna stare attenti che il subcosciente può anche ingannarsi nel valutare tale idoneità ed ecco che subentrano i tradimenti, le separazioni, i divorzi, i femminicidi e gli omicidi.

      Quindi il segreto della felicità in amore e della riuscita nel matrimonio, su cui si basa l’amore, consiste nell’educare il proprio intimo ad un carattere capace di scelte sicure e di costanza nei sentimenti.

      Non solo in seno al genere umano avviene quanto sopra detto, ma  anche in seno a tutta la natura. La riproduzione sia degli animali che dei vegetali si basa su due elementi di sesso diverso, che si cementano tra loro tramite il riconoscimento immediato e reciproco della  loro idoneità a riprodursi.

      In natura la procreazione tra due individui dello stesso sesso non è prevista, tranne in qualche specie per particolari esigenze ambientali.

     Pertanto l’innamoramento tra due individui dello stesso esso è fuori norma naturale e se si dovesse verificare, altro non è che il manifestarsi di un’anomalia naturale oppure il frutto di un’aberrazione mentale.

      Ovviamente chi è oggetto di una simile anomalia non può essere vituperato od emarginato, ma arrivare al punto di chiamare “matrimonio” l’unione civile tra due individui dello stesso sesso mi sembra un’assurdità inammissibile.

      Parlare d’amore quale  fattore che unisce un uomo ed una donna in quello che è il matrimonio ed anche la convivenza,  ultimamente entrata nell’usanza, mi spinge a dovermi occupare di un fenomeno, che purtroppo, nei nostri giorni sta assumendo una particolare rilevanza negativa: il femminicidio, che altro non è se non l’eliminazione violenta della compagna o moglie.

       Come sia possibile un tale fatto è da ricercare in quell’erronea valutazione reciproca dell’innamoramento  di cui ho prima parlato, oltre ad altre particolari  motivazioni, associata alla debolezza  fisica della donna rispetto all’uomo.

        Purtroppo da un punto di vista storico la donna è sempre passata in secondo piano nell’evoluzione della razza umana.  E’ anche vero che presso alcuni popoli era in auge il matriarcato, ovvero, la superiorità della donna rispetto all’uomo ed anche in natura alcuni insetti hanno sviluppato la preminenza delle femmine rispetto ai maschi, relegati al ruolo di fuchi, ovvero semplici riproduttori da eliminare.

          Ricordo a tal proposito le mitiche amazzoni, che forse sono reminiscenze di popoli matriarcali e nel novero naturale le formiche e le api, nonché la famosa mantide religiosa, che dopo essersi fatta inseminare dal maschio, se lo mangia pure.

      Tuttavia è da sottolineare il fatto che in genere l’uomo è sempre stato più forte della donna e che ha sempre tenuto quest’ultima nel ruolo inferiore di sua schiava , anche se, di tanto in tanto, nella storia sono emersi personaggi femminili che hanno dominato  le scene politiche e si sono imposte all’autorità degli uomini.

       Anche se di tanto in tanto sono emerse la regina di Saba, Cleopatra, Elisabetta d’Inghilterra, Caterina di Russia ed altre famose dame  del passato, è accertata storicamente la sudditanza delle donne fin dai tempi più antichi. Non è a caso che si legge nella Bibbia, che Dio, dopo aver creato il mondo intero e poi l’uomo, abbia creato la donna da una costola di quest’ultimo.

         E’ questo un episodio che, sostanzialmente, istituzionalizza dal punto di vista religioso la dipendenza della donna dall’uomo. Cosa che è stata ulteriormente esagerata nell’Islam e che è sempre perdurata nel tempo ed al punto tale che solo recentemente in Italia le donne hanno acquisito il diritto al voto.

        Anche nel diritto romano chi aveva la preminenza della famiglia era il “Pater familias”, ovvero un uomo, né risulta che mai alcuna donna sia stata dichiarata Senatrice od abbia coperto cariche politiche. Parimenti nel medioevo  fino quasi ai nostri giorni.

        Con ciò intendo dire che si è radicato nella società il concetto che la donna deve sottostare ai voleri dell’uomo, specie nell’ambito familiare. Chi comanda è l’uomo!  Ma nel  tempo, le cose sono cambiate e di gran lunga. Le donne sono cresciute intellettualmente anche se fisicamente sono rimaste al palo.

        Con la pacifica rivoluzione del 1968 e l’introduzione della pillola anticoncezionale, la donna ha conquistato anche una certa libertà sessuale al pari dell’uomo, corroborata e fortificata dal suo progresso culturale e sociale.

       Naturalmente tutto questo ha cozzato con la mentalità maschile, forte di un millenario strapotere e viene piuttosto difficile all’uomo adeguarsi al ruolo paritario, se non minoritario, con la donna. E’ a questo punto che interviene la forza fisica , appannaggio del maschio , che gli consente di aver ragione sempre utilizzando la violenza , che sembra l’unica chance ormai rimastagli nei confronti della donna.      

        Questa è la situazione sociale attuale alla quale bisogna creare uno sbocco. Da un lato vi è la donna visibilmente cresciuta spiritualmente, culturalmente e legalmente, ma priva di forza fisica capace di auto-difendersi; dall’altra parte c’è l’uomo arroccato nella sua convinzione di essere il più forte e di esserlo sempre stato.

        Il conflitto aperto, non può portare che al delitto, ossia, al femminicidio, poiché la violenza è sempre appannaggio del più forte.

      Porre fine a questo stato di cose, non è facile, né tanto meno breve. Necessita intervenire al livello legislativo e giudiziario introducendo delle leggi più garantiste per le donne ed esercitare una pressione sociale atta a far cambiare la mentalità dell’uomo, educandolo a non usare la sua forza, ossia, a non esercitare alcuna violenza nei confronti della donna, accettando la sua eguaglianza sociale e dove emerga la sua superiorità professionale e culturale. Nonché la sua libertà di scelta del partner col quale condividere la sua vita.

 

  

ET  RESURREXIT  TERTIA DIE  …

 

   Con queste parole drammatiche la Sacra Scrittura ci racconta la resurrezione di Gesù Cristo dopo la  crocifissione avvenuta sul Golgota.

   La morte avvenne sicuramente, poiché il legionario preposto l’accertò infliggendo sul costato il colpo di lancia ed, inoltre, poiché dopo la deposizione il suo corpo venne riposto nel sepolcro.

   Altrettanto certa risulta la sua resurrezione secondo la testimonianza degli Apostoli e la ulteriore permanenza su questa terra per quaranta giorni e la successiva ascensione al cielo.

    Chiaramente è l’unico caso che la storia registri e fu possibile solamente perché Gesù, sostanzialmente era Dio stesso, che, secondo il dogma cattolico è uno e trino.

     Per via della Fede, sappiamo così che esiste un mondo di perfezione ed un mondo di dannazione eterna, come Gesù stesso, unico testimone predicò.

     Ma se tutto questo è vero per me che sono cattolico e per quelli come me che credono nella fede cattolica, non lo è per altri.

     Pur essendo esistito storicamente la figura di Gesù crocifisso dai romani, la sua resurrezione dalla morte è da altre fedi non creduta. Pertanto il miracolo raccontato dai Vangeli è un vero atto di fede, non surrogato da elementi scientificamente accertati, a parte delle testimonianze. Del resto il Cristianesimo dice apertamente che la resurrezione è un miracolo che solo Dio poteva realizzare. Difatti nessun altro è venuto mai dall’oltretomba a raccontarci che cosa vi sia effettivamente dopo la morte.

     Maghi, psicologi, studiosi del corpo umano non sono mai riusciti a scoprire alcunché in merito, all’infuori dei primi, che hanno trovato il modo e la maniera di gabbare creduloni ossessionati dalla dolorosa perdita di un congiunto.

     Anche dell’esistenza di un mondo celeste al di sopra del nostro, di conseguenza, non si ha certezza assoluta, ma semplice congettura, frutto di ragionamenti e di convincimenti filosofici.

      Fin dai tempi più antichi, i filosofi, veri pionieri dell’indagine conoscitiva dell’uomo si occuparono dell’esistenza di questo mondo diverso, analizzando di riflesso quello in cui viviamo, ma sono soltanto riusciti a formulare delle teorie  non pienamente dimostrabili nel senso che contengono solo in parte delle verità

     Alcuni dissero che gli elementi di questo mondo erano il fuoco, l’acqua, la terra e l’aria e che non esisteva oltre alcunché; altri ricorsero all’esistenza degli atomi e delle monadi. Ci fu chi disse che il mondo era statico, chi, invece lo considerò in continua evoluzione, chi ammise di conseguenza l’esistenza dell’anima e chi la negò.

     Ma chi dette un’impronta veramente personale, fantastica e ritenuta  credibile nella sua esposizione fu Platone, il quale non aveva in animo il problema di risolvere i problemi scientifici dell’umanità, ma squisitamente morali, come del resto un po’ tutti i primi filosofi. Egli sostanzialmente concepì l’esistenza di due mondi: uno iperuranico, perfetto, nel quale ogni cosa era al posto giusto ed al quale l’uomo non poteva accedere, ma soltanto immaginare e copiare per raggiungere la perfezione; l’altro era quello reale creato ad immagine e somiglianza del primo, ma imperfetto come tutte le copie, nel quale l’uomo viveva. Essendo il problema di quest’ultimo quello di raggiungere la perfezione, gli additava la meta da raggiungere che era quella del mondo iperuranico. Non a caso Platone descrive così la Città del Sole, dove virtù , moralità, grandezza d’animo, perfezione assoluta erano gli esempi da seguire. Sembra l’antesignano del Paradiso a cui i cristiani debbono volgere lo sguardo per raggiungere la perfezione

     Proprio il pensiero di Platone e quello di Aristotele, dettero l’impulso alla nascita di due rami filosofici che si basavano su due elementi specifici: Materialismo e Spiritualismo, Di conseguenza l’uomo venne sempre considerato composto da due elementi: uno materiale, il corpo e l’atro spirituale, l’anima. Però, mentre l’esistenza del corpo non si può negare in alcun modo, l’esistenza dell’anima da alcuni viene messa in dubbio per la mancanza di tangibilità.

     Ovviamente le due branche di pensiero hanno dato vita da una parte a scienziati, per lo più atei e dall’altra parte a studiosi della psiche umana per lo più credenti.  

      Alcuni scienziati, man mano che andavano approfondendo gli studi sulla materia incominciarono a venire in contrasto con alcune realtà malamente interpretati dagli uomini di fede, che davano per verità scontate alcuni grossolani interpretazioni di passi biblici, sottoponendoli a severi giudizi.  Dall’altra parte, uomini professanti lo spiritualismo e, quindi, religiosi, furono e sono ancora oggi vittime da parte di materialisti atei od appartenenti a fedi diverse. Voglio semplicemente dire  che tra materialisti e spiritualisti, in passato vi sono stati scontri non solo verbali ma anche di fatto con vittime d’ambo le parti.

     Cito, una per tutte, la vicenda di Galileo Galilei, che avendo dimostrato la esattezza della teoria copernicana in opposizione a quella tolemaica, abbracciata dalla fede, rischiò di essere mandato al rogo.  Dovette pubblicamente smentire che la terra girava intorno al sole ed ammettere che il sole girava intorno alla terra. Celebre la sua frase postuma: “… eppur si muove”   Esempi opposti si sono verificati nel campo sociale a danno di religiosi da parte di governi di tipo materialista.

      Io, oltre che cattolico, anche obbiettivo osservatore di eventi storici, penso che la fede non debba travalicare nel campo scientifico, che è in continua evoluzione e, talvolta, riesce a dare spiegazioni certe a fenomeni una volta non spiegabili.

       Ritornando alla questione dell’esistenza dell’al di là, per stabilire se l’anima esista o meno, molti dubbi appaiono all’orizzonte per chi non è fortificato nella fede.

       Cominciamo col dire che il corpo umano non ha più segreti apparenti a medici e studiosi. Certamente molte cose sono ancora da scoprire e da capire e per questo il campo della ricerca è sempre attivo. Però si ha ormai una visione chiara del funzionamento del corpo umano. Esso è costituito da cellule che si rinnovano ed invecchiano e che in alcuni casi, tramite le cosiddette cellule staminali è possibile riparare. Si è scoperto pure che le cellule non sono tutte uguali e della stessa natura ed inoltre che esse hanno delle caratteristiche e funzioni diverse tra loro. Tutto ciò, appunto si è ottenuto studiando le cellule staminali, cioè quelle che danno origine ai vari organi del corpo.

       Si è scoperto, quindi, che la vita nell’uomo, come del resto negli altri esseri viventi, nasce dalla fusione di un uovo femminile, fecondato da uno spermatozoo maschile. Da lì a scoprire tutti i segreti anatomici del corpo umano è stato facile, anche se ancora non si  è scoperta la causa primigenia della vita. In ogni caso ce ne è abbastanza per togliere alcuni veli ai suoi misteri, che potrebbero indebolire la fede, ma il paradosso è dover ammettere per forza di cose  l’esistenza di una mente superiore, Dio, in veste di  grande architetto o Demiurgo come lo chiamarono i Greci.

      Per tutto il resto è stata importante la scoperta delle cellule staminali, ossia, delle prime cellule che scaturiscono dall’uovo fecondato e specializzate per costruire gli organi del nuovo essere, che è quindi dotato di cellule diverse a seconda delle funzioni cui sono destinate.

     Queste cellule per successivamente riprodursi e sostituirsi a quelle formatesi prima, hanno bisogno di essere irrorate dalla linfa vitale del sangue, che circola attraverso le vene e viene spinto da quel motore a pompa che è il cuore.

     La cosa importante  emersa è che non solo le cellule hanno funzione diversa ma anche vita diversa, Ve ne sono alcune che si rinnovano sotto l’influsso del sangue, ma ve ne sono altre, invece, che non si rinnovano e durano nell’individuo per tutta la vita e se qualcuna di esse muore non si rinnovano. Queste cellule sono quelle nervose, chiamate neuroni, di cui è composto il cervello.

      Chiaramente, nel momento in cui il cuore non pompa più il sangue, le cellule del corpo umano lentamente incominciano a morire. Se improvvisamente ricomincia a circolare il sangue nelle vene esiste la possibilità ipotetica che alcune cellule ritornino a vivere, tranne i neuroni, che una volta morte non c’è alcun modo per farli rivivere. In sostanza è stato accertato che i neuroni non si rinnovano, perché una volta morte non sono suscettibili di ripristino o riproduzione staminale.

      Questo discorso significa chiaramente che se un individuo muore il cuore si ferma, il sangue non affluisce più al cervello  che si blocca, poiché i suoi neuroni muoiono definitivamente. Per questo motivo, chi muore non può risuscitare.

       E’ ovvio, quindi, che la resurrezione del Cristo  trova giustificazione nel miracolo.

       Si sono verificati casi di morte apparente, cioè, di uomini che sembravano morti ed improvvisamente hanno dato segni di vita. In questi casi i neuroni chiaramente non sono morti sono entrati in stato di sonno, che provoca la stasi momentanea di tutto il corpo.

      La definizione di morte apparente è in realtà una forzatura, poiché l’individuo non è morto, ma semplicemente immobile per il riposo forzato dei neuroni del cervello.

      Spiegato cosa avviene al corpo quando l’individuo cessa di vivere, è spontaneo chiedersi che fine fa l’anima e soprattutto in quale parte del corpo si trova e come fa a liberarsi dal corpo che non è più in grado di ospitarla.

       Su questo argomento si sono svolte molte ipotesi, che, però, restano ipotesi mai dimostrate e legate alle professioni di fede.

       Secondo la mitologia greca l’anima abbandonava il corpo, si presentava a Caronte, pagava con l’obolo che gli veniva messo in bocca e dopo aver traghettato l’Acheronte entrava nel mondo degli Inferi. Era, quindi l’immagine eterea del corpo abbandonato di cui serbava il sembiante. Condizione necessaria e sufficiente era inoltre il fatto che il corpo venisse regolarmente sepolto, altrimenti l’anima non sarebbe stata ricevuta da Caronte e sarebbe stata  destinata a vagare nel mondo.

     Con il cristianesimo sostanzialmente avveniva presso a poco la stessa cosa. Il corpo non veniva foraggiato con la moneta in bocca, ma veniva unto con l’olio santo  (estrema unzione). Dopo veniva giudicato e subito introdotto in Paradiso, Purgatorio od Inferno a seconda del suo operato in vita. .Però chi fosse morto senza essere stato battezzato sarebbe restato nel Limbo, ovvero sospeso tra cielo e terra senza aver la pace desiderata o la colpa meritata.  

     Secondo un’altra teoria orientale, l’anima, abbandonato il corpo entrava nel corpo di un nascituro, sicché l’anima, che era immortale, passava da un corpo vecchio ad uno nuovo in eterno.In ogni caso l’anima è sempre stata giudicata essere immortale.

      A questo punto è lecito chiedersi se all’anima può attribuirsi l’immortalità che è prerogativa solo di Dio ed inoltre viene spontaneo domandarsi in quale parte del corpo essa trova rifugio? Anticamente si pensava che trovasse posto nella bocca dello stomaco e che uscisse fuori con l’esalazione dell’ultimo respiro. Col tempo si passò ad indicare la sua sede nel cuore, tanto da attribuire a quest’ultimo le sensazioni che l’uomo prova in vita.. Qualcuno ha tirato fuori la ghiandola pineale; qualche altro il cervelletto ed anche l’ipofisi … In materia vi sono le idee confuse che fanno, piuttosto, pensare, che l’anima, alla fine, muore insieme al corpo non avendola mai vista materialmente saltare fuori da qualche parte.  .

     Naturalmente l’uomo, che ha ormai raggiunto la preminenza assoluta su tutti gli altri esseri e che ha raggiunto tutti i traguardi un tempo inimmaginabili, non può ammettere che dopo la sua morte nulla resti di se nel mondo.

    Ecco che si è inventato il mito dell’anima, che continua  a vivere nonostante sia morto, alla stessa strega delle altre sensazioni umane.

    Io penso, nonostante mi ritenga un buon cattolico, che l’anima avulsa dal corpo non può vivere, poiché essa altro non è se non il soffio che Dio alitò sul pupo da lui fatto con la creta a sua immagine e somiglianza e che si tramutò in intelligenza, ragione, sentimento e tutto quanto contribuisce a formare la sua personalità durante la vita, estrinsecandosi proprio nella facoltà di poter muovere tutti gli organi attraverso il potere dei neuroni. Quindi con lo spegnersi di questi ultimi, si spegne anche il soffio che le anima ed è la fine di tutto.

     Mi  viene difficile credere che Dio sia intenzionato a riprendersi ogni singolo soffio né tanto meno di consentire il pellegrinaggio delle anime da un corpo ad un altro. Ritengo che Dio si riprenderà totalmente il soffio a suo tempo profuso, solamente in fase di estinzione del genere umano, ovvero, se avverrà l’Apocalisse.

     Sinceramente, non mi va l’idea di dover fare il bene nella speranza che poi venga da Dio ricompensato. Il bene va fatto senza avere nulla a pretendere in questa e nell’altra vita, se esiste.

      Allora cosa può essere di aiuto all’uomo per soddisfare la sua sete di immortalità? Semplicemente lasciare di sé nel mondo un buon ricordo che viva finché vive l’umanità.

      Forse è anche per questo che l’uomo tende a costruirsi delle tombe più o meno appariscenti e monumentali ed a perpetuare la sua immagine fisica e spirituale nel tempo.

       Ecco dopo questo mio sproloquiare sull’esistenza del triplice mondo dantesco, accettato dalla Chiesa cattolica, non venga condannato al rogo ed in mancanza di esso ormai ostracizzato, al fuoco eterno dell’inferno.

 

 

 

  SPROLOQUIANDO LA LETTERATURA

 

       Dopo il medioevo vi fu un periodo della storia della filosofia e della letteratura, che  portò alla riscoperta delle opere classiche, ovvero, il mondo greco e latino.

       Questa tendenza superò tutte le ambasce e le preoccupazioni destate dalla falsa credenza che il mondo sarebbe finito con l’anno mille.

       In altri termini scoppiò il cosiddetto “Classicismo” dove trovano posto la gioia per la vita e per le cose terrene ed un ottimismo nel futuro mai provato prima. A dare il via fu il cosiddetto “dolce stil novo” di Dante, Petrarca e Boccaccio e proseguì fino agli eccessi del “Barocco”.

       Il periodo suddetto , col tempo e con l’evolversi del pensiero, subì una trasformazione in direzione opposta ai concetti di autosufficienza. Si incominciò ad insinuare nel mondo sociale la convinzione che non era proprio tutto bello e buono come si apprendeva dai classici antichi. In poche parole l’uomo cominciò a recepire la propria incapacità a poter capire e risolvere i problemi dell’infinito, ammettendo la sua limitata capacità rispetto all’immensità della natura ed al mondo metafisico.

     Tutto questo influì sulla letteratura facendo nascere il cosiddetto “Romanticismo”, dove il pessimismo diventò la fonte dell’ispirazione poetica e letterale, sostituendosi al precedente ottimismo classicheggiante. Tutta la produzione letteraria di questo periodo risente della consapevolezza della debolezza dell’umanità nei confronti di Dio, della natura e dell’universo.

        A questo periodo appartengono i tre grandi letterati: Alessandro Manzoni, Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi.

       Il Manzoni parte dal presupposto che il mondo è brutto e cattivo perché contaminato dal peccato originale. Però egli, da buon cattolico, supera questo pessimismo ricorrendo al concetto della Provvidenza Divina, che, infine, è in grado di rendere l’uomo felice.

       L’impedimento del matrimonio di Renzo e Lucia, i bravi,  la peste, la fame, i Lanzichenecchi, le rivoluzioni e tutte le altre storture  sembrano far crollare il mondo, ma infine la Provvidenza aggiusta tutte le cose e quella peste, pur essendo un grosso male, serve a far trionfare il bene ed a far tornare la serenità e la fiducia anche nel pavido Don Abbondio, che può tornare liberamente ad esercitare il suo ministero.

       Anche il Foscolo ha una visione pessimistica della realtà in tutte le sue manifestazioni reali e sociali, ma è convinto di poterla superare  ricorrendo alle illusioni, di cui la maggiore è quella dell’amor di Patria.

        Un rapporto deteriorato tra un uomo ed una donna può essere superato se i due s’illudono di amarsi senza andare a sottilizzare se quella è la verità.

         Parimenti il derelitto, il reietto, l’estromesso dalla realtà sociale (e tale era in effetti il Foscolo!), può superare questa sua ambascia se si illude di amare la patria od il suolo natio. Questa è la filosofia de “I Sepolcri”, dove trionfa l’illusione della grandezza di chi  muore anche se dimenticato da tutti, ed anche della poesia “A Zacinto”, dove afferma che l’illusione della sua futura grandezza lo ripagherà del  vago peregrinare per il mondo e che la sua patria non altro avrà che la sua arte ed il suo ricordo.

 

      Parlando di Leopardi non valgono i concetti espressi per Manzoni e Foscolo. Leopardi è pessimista nell’intimo e pessimista resta senza cercare alcun rimedio, nonostante i riconoscimenti avuti per la sua cultura. Egli non riesce a trovare dentro il suo io alcunché che lo possa portare a superare il pessimismo romantico. Nulla trova intorno a sé che possa aiutarlo in questo suo dolore atavico e cosmico, nemmeno scavando nel suo intimo  ritenendosi brutto, ributtante e malaticcio.

     Non trova conforto nell’amore per le donne, che restano dei fantasmi non definiti, irraggiungibili ed affogati solamente nel ricordo. L’amore per le donne è una cosa che esiste, ma per lui è impossibile ottenerlo ed il solo desiderarlo gli procura infelicità.

      La stessa cosa gli succede nei confronti di Dio, che se esiste, non si preoccupa dell’umanità e della Natura che segue il suo corso impietosamente. Il fatto che non abbia dato seguito al suicidio, mi sbalordisce; ma forse non ebbe il tempo di arrivare a tanto poiché la morte lo colse prima. Egli annega nel dolore e nell’infinito inneggiando a quella giovinezza che sa di non poter mai raggiungere. Un personaggio patetico, veramente fuori dal comune che grida inascoltato e rassegnato la sua disperazione.

     Egli rappresenta degli attimi di impotenza e di disperazione, che ogni uomo ha sempre provato nell’arco della sua vita. Ecco forse questo è quello che lega profondamente questo poeta all’umanità e lo rende caro a chi lo legge: l’identificarsi con tutta l’umanità, assurgendo al ruolo di universalità. Chi, leggendo le Ricordanze, Il Sabato del Villaggio, l’Infinito ed altre poesie non può non ammettere d’aver a volte provato gli stessi sentimenti e quindi non può non rispettare le sue cadute  di umore, le sue ambasce  e le sue paure.

     Pur ammirando il piacevole epilogo proposto ed esposto dal Manzoni nel suo romanzo ed il turbinoso procedere delle illusioni foscoliane,  non si può non ammettere  che Leopardi ha sempre profondamente colpito e che più lo si legge più si scoprono degli spunti nuovi  prima  sfuggiti. 

    Un lavoro veramente difficile, quello di rendere in siciliano i versi scritti dal Leopardi, come ho fatto io  in un mio libercolo pubblicato da Akkuaria. Non so se sono  riuscito a rendere bene la figura del poeta ed il suo pensiero, nonché i suoi sentimenti. In caso di riscontro negativo l’averlo fatto   resta un omaggio significativo nei confronti del poeta.

       Volevo aggiungere al discorso del Romanticismo in genere, che esso sfociò nel decadentismo , dove venne messo in ballo anche il mondo esoterico e che dette delle opere tipo “Malombra” del Fogazzaro, ma il cambiamento definitivo in campo letterario si ebbe con il verismo, versione italiana del realismo francese, che produsse i capolavori del Verga, nostro conterraneo e che ancora adesso perdura in diverse forme variegate nonostante la successiva osmosi del futurismo di Marinetti.

      Eppure, nonostante il diverso modo di intendere,  nel verismo il concetto del pessimismo, istituzionalizzato in letteratura dal Leopardi, continua ad emergere ed a permeare la realtà.  La vita è quella che è  e non c’è modo di variare le tristi vicissitudini: esse hanno il loro corso e nulla può cambiare il loro triste epilogo, nemmeno il fittizio ed effimero desiderio dell’accumulo della “roba”, che resta comunque un fattore negativo nello svolgersi  della vita.

     Basta leggere  “I Malavoglia” per rendersi conto che nulla, proprio nulla, può salvare dallo sfascio questa disgraziata famiglia ed anche “Il Mastro Don Gesualdo” per capire che solo la morte spetta a quest’uomo dopo tanto dibattersi per accumulare ricchezza e prestigio.

     Anche il futurismo, nonostante l’influenza individualista delle idee politiche fasciste, occhieggia al pessimismo metafisico di tipo leopardiano, che, per l’occasione, viene sostituito dall’ansia del vivere , dall’incertezza del domani, della non sicurezza nel raggiungere gli scopi prefissati.

      Basta leggere le opere del Buzzati, uno dei massimi esponenti di questa corrente letteraria, per rendersi conto di ciò.

      Cito, una per tutte, l’opera “Il deserto dei tartari”, dove un uomo assetato di gloria, intraprende la vita militare sperando di raggiungere i suoi ideali sognando di combattere a difesa di una fortezza contro dei Tartari, che mai arrivano ad attaccare battaglia …

      La sua vita è una lunga attesa, un’ansia costante, una spinta caparbia verso un ideale che mai riuscirà a realizzare ed infine, chi lo sostituirà in questa sua missione ripeterà imperturbabilmente il suo percorso.

     Del resto anche la mania di grandezza del Fascismo, che al futurismo è legato, naufragherà nel disastro e nel nulla della sconfitta.

      Mi spingo ancora oltre, affermando che anche oggi, nell’era moderna, nonostante il trionfo della tecnologia e la consapevolezza da parte dell’uomo di poter raggiungere dei traguardi impensabili sia nel campo scientifico che artistico, il pessimismo, diventato una costante non facilmente eliminabile, mostra la sua presenza, manifestandosi nel disagio sociale e politico di ogni giorno.

      Sembra che l’umanità non riesca a trovare una formula giusta per il trionfo della giustizia nei rapporti sociali non solo tra cittadini, ma tra le nazioni. Ideologie che crollano, guerre tra poveri, ricorso alla violenza, mancanza di rispetto per la natura, corruzioni, femminicidi  e quant’altro denunciano una visione non certo bella della vita senza poter trovare una soluzione giusta per il trionfo di ideali finali e brillanti.  

     Ed anche se, la commedia teatrale “aspettando Godot”, occhieggia l’illusione di sapore foscoliano di un mondo diverso, e l’attesa, panacea sicura e meravigliosa, diventa la novella illusione, emerge nel chiaro-scuro della speranza un mondo nuovo che alla fine non verrà ed  il nulla e l’inconsistente    trionfano sulla realtà misera del futuro.

     Ecco, quindi, quel pessimismo, da Leopardi istituzionalizzato nel mondo letterario,  riaffiorare con prepotenza e caparbia continuità nel mondo moderno, dove il dolore e l’ansia dell’attesa si trasforma in sicuro fallimento psicologico e  nella negazione d’ogni valore etico e religioso, all’ombra della corruzione politica pianificata.   

     Il pessimismo, radicato nel tempo, che con Leopardi produsse un eccelso rifiorir dell’arte ed una base per una società migliore, a lungo andare, ha finito per produrre  i guasti dell’odierna società.

      E’ lecito, dunque, sperare nell’illusione dell’attesa, celebrata da Godot in un famoso dramma teatrale, poiché va sempre più delineandosi l’insostenibilità dei principi cristiani, propugnati  dal Manzoni, messi in dubbio dal progredire del materialismo e del consumismo e dall’imperversare suicida e cieco del terrorismo orientale. 

      Solo ricorrendo alla teoria dei corsi e ricorsi storici, da G.B. Vigo evidenziati, possiamo scorgere un cambiamento nel divenire della società, senza, però, individuarne le cause e le motivazioni, le quali son ancora lungi dal mostrarsi in tutta la loro ampiezza e, pertanto, avvolti nel mistero

 

  

 

BANDIRE IL PESSIMISMO

 

   Il quadro descritto nelle pagine precedenti, improntate ad un pessimismo galoppante e comunque strisciante, non deve scoraggiare l’umanità.

      Già nella Bibbia, a proposito della storia di Giuseppe ed i suoi fratelli, si parla di un periodo di Vacche grasse a cui succedette un periodo di vacche magre. L’episodio è indicativo di una successione di periodi alternativamente vari nella storia dell’umanità.

      Così come per l’Egitto, anche per l’Europa vi sarà quell’alternanza economica che è sempre esistita fin da quando l’uomo ha preso il sopravvento sopra tutti gli altri esseri della natura

    Quindi, niente allarmismi e cattivi presagi, poiché sicuramente a questo periodo un po’ bruttino dell’Europa succederà un periodo più fiorente ed a quest’ultimo, che non sarà l’ultimo, succederà un successivo brutto periodo.

Né tanto meno bisogna entrare in depressione rincorrendo problemi metafisici sull’esistenza di un aldilà, più o meno bello o cattivo, né ricorrere a fantasmi apocalittici sul destino dell’umanità,Del resto la Bibbia ci assicura che mai Dio ricorrerà al diluvio universale.

      Tutto sarà quel che sarà e bisogna accettarlo senza patemi , che hanno solo il potere di avvelenare l’esistenza.  Certo è prudente prevenire e, dove possibile, mettere dei paletti che lascino il tempo che trovano.

     La faccenda dei corsi e ricorsi storici non è una favola! E’ una teoria che, rilevata tanti anni fa da Gianbattista Vico, ha trovato riscontri in tutta l’evoluzione dell’umanità. In questo clima bisogna semplicemente avere fiducia, senza cospargersi di cenere i capelli e restare neghittosi a subire. Bisogna reagire, accendere il motore del cambiamento, creare con circospezione i presupposti del divenire storico nel meglio, facendo tacere le spinte egoistiche ed analizzando tutti gli elementi emergenti dalla cosiddetta crisi economica, materiale e spirituale e trovare le soluzioni idonee

    Il povero Pippo, sproloquiando, è convinto che passerà questo periodo brutto per l’Europa, che alla fine crollerà il quarto Reich, che, magari, dopo, l’Europa verrà fagocitata dalla Cina in paziente attesa e che dopo un eventuale disastro mondiale, l’umanità tornerà a crescere nuovamente.         

Certamente non ci sarà questo Pippo ad accertare tutto ciò! Ma ve ne  saranno altri , finché esisterà l’umanità.

      Quindi bisogna semplicemente prendere atto della situazione, cercare di trovare i rimedi giusti e tirare avanti.

      Forse il bello della situazione è proprio questo.

 

 

 

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