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Viaggio nella memoria

La baronessa Anna Zappalà Asmundo

(dal libro di Sr Vincenza)

 

Alla fine dell’800, Catania non era una città molto grande; più volte distrutta dai terremoti, più volte sepolta dalle eruzioni dell’Etna è stata sempre tenacemente ricostruita dai Catanesi. Anna Zappala nacque proprio a Catania l’8/01/1870 dal Barone Enrico Grimaldi Paternò Castello e Donna Eutalia Francica Nava Guttadauro. Assieme alla sorella Caterina fu affidata alle Suore del Collegio dell’Annunziata a Firenze per crescere in un ambiente più consono al proprio stato di vita sociale, per ricevere un’educazione più profondamente cristiana e per conseguire un livello culturale più elevato del normale. In età da marito Anna sposò l’attempato Barone Giuseppe Zappalà Asmundo, anch’egli gentiluomo tutto d’un pezzo. Non ebbe pero, la Signora, la gioia della maternità, ma non per questo, si crucciò tanto da perdere la pace e la serenità, che, anzi, nella sottomissione alla volontà di Dio, si sentì più libera di occuparsi dei figli degli altri, soprattutto dei bambini poveri ed orfani. Giovane sposa seguiva volentieri il Barone suo marito nei suoi viaggi turistici e godeva molto visitando luoghi nuovi, scoprendo le meraviglie del creato, essa, che aveva il vero gusto del bello e del buono. Quando le capitava l’occasione, profittava per evadere un po’ dal palazzo di Via Zappalà Gemelli che non le piaceva tanto, per lei troppo centrale e angusto. Preferiva invece il Palazzo Zappalà, che stava in alto, sulla Via Etnea, dove era anche una chiesa e intorno molti agrumeti e semplici abitazioni. Per la giovane B.ssa Anna, amante dello spazio, della luce, del bello e della libertà, quel palazzo era proprio l’ideale. Con il pieno consenso del consorte, che ne condivideva il pensiero, si diede a sistemarlo, riuscendo a farne una lussuosa abitazione. La Baronessa si trasferì definitivamente nella nuova casa, dove attirò ben presto la simpatia delle amiche, donne di un certo livello sociale, che volentieri cominciarono a frequentarla per godere della sua festosa, amichevole accoglienza. In questi incontri, la giovane Baronessa trovò l’occasione buona per interessare le sue amiche della voglia di far del bene agli altri, di prospettare i suoi problemi caritativi e di invogliarle a frequentare la chiesa della Madonna di Ogninella a Catania, a lei tanto cara, dove l’Arcivescovo del tempo, il Cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, riuniva le donne nobili di Catania. Il Santo Cardinale, uomo di santa vita e vero angelo della carità, aveva provveduto all’apertura di due ospedali: il Vittorio Emanuele e il Santa Marta per gli ammalati della città e provincia e il Collegio Pio IX per il ricovero delle orfanelle. Il servizio d’assistenza sia negli ospedali sia nel Collegio era stato affidato alle Suore Figlie della Carità di S. Vincenzo. Si assicurò pure che non fosse trascurata l’assistenza agli anziani soli e a quelli che non volevano abbandonare le proprie case o che, abbandonati, non trovavano alcun aiuto. E a queste Signore d’alto rango si rivolse pure il Cardinale perché gli dessero una mano nel soccorrere ancora i numerosi poveri che vivevano nei quartieri più miseri della città e dove spesso morivano per malattia ed estrema povertà e che lui stesso, in persona, andava consolare e aiutare provvedendo ai loro bisogni. Più volte, quel santo Vescovo, alle strette con il suo portamonete, impegnava al “Monte di pieta” la sua preziosa Croce pettorale e l’anello d’oro e non era raro il caso che, ad insaputa dei suoi collaboratori, donava ai bisognosi persino la sua biancheria personale. Rimanevano ancora non assistiti i vecchi e gli anziani abbandonati soli in casa privi d’assistenza; per essi volle che si aprisse “l’Asilo S. Agata” che affidò alla Congregazione delle Piccole Suore dei Poveri. I poveri infermi a domicilio avevano bisogno anch’essi di una particolare assistenza; a questa specifica attività si dedicò la giovane Baronessa assieme all’ormai numeroso gruppo di signore che partecipavano volontariamente al suo apostolato caritativo. Questa particolare assistenza ebbe l’avallo e la benedizione del santo Cardinale, il quale, infaticabile nel saper ricercate soluzioni valide per andare incontro ai suoi poveri, si mise in contatto con la sede dei Missionari di S. Vincenzo di Parigi e li pregò di accettare, a Catania, la direzione dell’opera assistenziale dei poveri infermi a domicilio. Alla risposta affermativa, il Pastore, felice di aver trovato la soluzione ideale, attraverso una lettera pastorale del primo maggio 1889, lancio l’idea di fondare a Catania l’Associazione “Dame della Carità” secondo il metodo di S.Vincenzo dei Paoli. L’entusiasmo fu grande fra le operatrici della grande iniziativa. Purtroppo, nel 1896, venne a mancare il Cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, che per l’Arcidiocesi di Catania era stato un vero Angelo della Carità gettando le basi di un’altra Opera, quella del Soccorso ai Poveri infermi a domicilio. Al Cardinale Dusmet successe l’Arcivescovo Giuseppe Francica Nava, Barone di Bontifé e zio della Baronessa Zappalà. In quel periodo avviene il cambio della nuova Superiora delle Figlie della Carità e nello stesso tempo vengono destinate per Catania due Suore: Suor Celestina Brandi e Suor Margherita Corriero le quali avranno il compito di accompagnare le Socie nelle visite ai poveri. Viene nominata Presidente dell’Opera la B.ssa Zappalà, che, intanto, s’era fatta notare per le sue capacità organizzative e pratiche, capace a superare ogni difficoltà, a placare ogni eventuale lotta o contraddizione, senza turbarsi o senza mai retrocedere. La Baronessa cominciò il suo incarico affidando la distribuzione del materiale caritativo e la parte amministrativa dell’Opera alle suore, ottenendo, cosi, serenità ed ordine. Nel 1907, tramite lo zio Arcivescovo, che, frattanto, era stato creato Cardinale, chiese ed ottenne l’affiliazione delle Socie di Catania alla “Compagnia delle Dame della Carità” di Parigi, per cui venne anche cambiata l’intestazione, che non si chiamò più “opera del Cardinale G. B. Dusmet” ma “opera di soccorso infermi poveri a domicilio” in collaborazione con le “dame della carità di S. Vincenzo dei Paoli”. Le iniziative della Baronessa vengono fuori a ritmo continuato; fra le altre, senza alcun preavviso, procura un caratteristico “carrettello” che fa girare per le vie della città per raccogliere le offerte di denaro e generi alimentari donati per i poveri. Poi da vita alla sezione “soci perpetui” cui aderiscono quanti desiderano aver celebrata una Messa di suffragio dopo la morte. La relativa offerta in denaro viene depositata e capitalizzata in Banca e gli interessi annuali delle somme versate potranno servire a tamponare le spese per gli urgenti bisogni dei poveri. Ormai a Catania dire “la Baronessa” significava dire Anna Zappalà. Ed ella sfruttava intelligentemente il suo titolo, la sua posizione sociale, i suoi mezzi per diffondere il bene attorno a sé. La sua bella casa era aperta a tutti e ivi continuavano a riunirsi periodicamente tutte le signore di un certo livello culturale, economico e sociale. A proposito di quelle riunioni familiari è rimasto celebre l’invito che la Baronessa Zappalà rivolgeva alle signore, a conclusione delle animate conversazioni e a fine della immancabile degustazione dei dolcini e del thè: “Vi siete divertite? Siete contente? Adesso pensiamo ai poveri” e personalmente passava tra le signore la borsetta per raccogliere le offerte, che per la verità erano sempre generose ed abbondanti. Un’altra iniziativa fu quella di interessarsi delle “Industrie femminili”. Diede vita ad un organizzazione che offriva alle donne un sicuro lavoro retribuito, di taglio, ricamo e cucito e che assicurava loro un degno regime di vita. Nel 1908, l’8 dicembre, un terrificante terremoto sconvolse la città di Messina ed in parte anche Catania, causando sgomento e morte. La B.ssa Anna, alla notizia del disastro si mise subito in viaggio e prese parte attiva ai soccorsi. Tornò a Catania con, in braccio, un bambino orfano che, sotto le macerie, aveva perso casa e famiglia. Lo fece allevare e lo seguì maternamente fino alla sua sistemazione a direttore di banca. A quel primo bambino molti altri ne seguirono fino a quando, entrata in contatto con un Comitato americano, mise a loro disposizione un terreno di sua proprietà nei pressi del rione Monserrato ove fu eretto un grande padiglione per accogliere i bimbi profughi che venivano assistiti e sistemati nel migliore dei modi. La cura dei terremotati non la distrae, pero, dal servizio dei poveri a domicilio, anzi mobilita altre signore ad affiancarsi alle Figlie della Carità per apprendere il metodo di S.Vincenzo che soccorre i corpi mentre cura le anime. Nel 1910 prende vita la sezione giovanile delle “Damine della Carità”, che penserà ad occuparsi dei bambini bisognosi di latte, di uova, di medicine, di vestiario e ancora “i Piccoli amici”, i bambini, cioè iscritti all’Opera, subito appena nati. Nel 1915, alla fine della prima guerra mondiale, la Baronessa che viene nominata Presidente dell’Opera Nazionale vedove ed orfane di guerra, mette nuovamente a disposizione del Ministero i suoi locali nel quartiere Monserrato. Vengono cosi impiantate tre “baracche” di legno prefabbricate per l’assistenza e la distribuzione di indumenti e generi alimentari a favore delle vedove e degli orfani di guerra. Per la stessa occasione viene costruito anche un piccolo locale che funzionerà da ambulatorio per le visite mediche. Si capisce che, man mano, il lavoro va sempre ad aumentare e si riesce difficilmente a fronteggiarlo, per cui la Baronessa chiede ai Superiori della Congregazione altre suore di supporto per impegnarle nell’assistenza dei poveri più poveri. La richiesta viene accolta e il 14 dicembre 1918 viene destinata alla Comunità di Catania, quale Angelo del cielo, suor Pia Cantalupo. La Baronessa intuisce subito chi e quale particolare creatura le sia stata mandata. Legge nel suo intimo la ricchezza di virtù di cui è carica quella donna, le si affeziona così tanto che maternamente chiede il cambio del suo nome di religione da Pia in Anna, come il suo. Non fatica troppo la Baronessa a coinvolgere nell’ingranaggio organizzativo la nuova suora, soprattutto nell’assistenza alle vedove e agli orfani di guerra e, di seguito, anche al servizio dei Poveri infermi a domicilio. Poi la Baronessa ottiene dalla Visitatrice che le quattro suore addette al servizio dei poveri si trasferiscano nella Casa della Carità in Via S. Pietro. Così Suor Margherita Corriero che fa da Superiora, Suor Anna Cantalupo, Suor Celestina Brandi e Suor Luisa Scadigno si danno con entusiasmo al nuovo servizio. Nel 1925 ha termine in Italia l’assistenza alle vedove e agli orfani di guerra. Il Ministero della guerra fa giungere alla Baronessa un encomio solenne per le Sue benemerenze e le lascia in dono i padiglioni prefabbricati che, così, potranno continuare a funzionare per il servizio dei poveri, compreso l’ambulatorio dove i medici seguiteranno ad alternarsi volontariamente per la visita e la cura degli ammalati più poveri. Si imponeva adesso la necessaria sussistenza economica delle suore che, dando senza mai ricevere, lavoravano senza tregua per i poveri. La Baronessa viene nella determinazione di aprire una scuola materna che sarà frequentata dai figli delle Dame della Carità, le quali pagheranno una retta spontanea, mentre le volontarie insegnanti e le assistenti presteranno il loro servizio gratuitamente. Affinché, poi, potesse rimanere stabile ed in luogo fisso l’attività al servizio dei Poveri, la Baronessa dona in vita alle Figlie della Carità la sua prima casa. Essa diventerà la sede ufficiale dell’Opera di soccorso agli infermi poveri e delle opere che sorgeranno in seguito. Nel 1928 per iniziativa della Baronessa viene dato incarico all’Architetto Salvatore Sciuto Patti di costruire nel grande cortile di entrata alla casa di Via S. Pietro una piccola Cappella per le Suore che si riunivano ancora in una baracca di legno. L’Architetto la realizzo in stile gotico: fu arricchita da una bellissima statua della Madonna dei raggi, dono della Baronessa. Era, intanto necessario un Cappellano che curasse il servizio religioso della Cappella, fu incaricato il Sac. Giovanni Cima il quale orfano di guerra era stato allevato ed era cresciuto in quell’ambiente; entrato poi in Seminario era diventato Sacerdote. Nel 1936 muore il Barone Giuseppe Zappalà, suo amatissimo sposo, che con tanto amore aveva seguito l’attività della moglie ed aveva collaborato con lei in tutto, anche se, spesso scherzando, diceva: “Se dò retta ad Anna mi toccherà andare a finire i miei giorni all’Albergo dei poveri”. In fondo però erano un cuor solo ed un anima sola. Ebbe, in quel periodo, la Baronessa, un momento di stasi e di vera preoccupazione che la obbligò a rimanere in casa, per qualche tempo, a causa di un grave disturbo agli occhi. Fortunatamente si trovò vicina Suor Anna Cantalupo che quotidianamente la teneva informata di tutto. Superato quel periodo di crisi, ritornò al suo ordinario lavoro con l’impegno di sempre. Un’altra tappa importante nella vita di Anna Zappalà fu l’acquisto di una casa di villeggiatura che nella sua mente non doveva solo servire a sé, ma anche ad un necessario riposo delle sue Suore che, durante l’anno, a Catania erano cariche di lavoro. Fu così che andando un giorno a passeggiare per respirare un po’ d’aria fresca su in alto verso la zona di Milo e di Fornazzo fu attratta dalla bellezza del luogo e dal silenzio che dominava il paesaggio. Noto fra l’altro una casa che le sembrò adatta per lei. L’affittò immediatamente e poi la comprò. Nello slancio della sua fantasia e, carica, come sempre di sano ottimismo, intravide la possibilità di far sorgere nella zona una casa che avrebbe potuto ospitare, nei mesi estivi, lei, la sorella Caterina, il personale e alcune suore a turno e – perché no – in seguito, anche una colonia montana per bambini gracili bisognosi di aria pura, di vitto sano e sufficiente. Era il giugno del 1940. Un nuovo campo di apostolato si aprì per la Baronessa. Assieme a Suor Anna Cantalupo seguì con attenzione le esigenze delle famiglie rimaste sole e senza sostentamento per la partenza dei mariti per la seconda guerra mondiale. Per rimpinzare la cassa dei soccorsi, sempre pronta a dare senza tante volte ricevere, organizzò delle iniziative a carattere cittadino: una lotteria pubblica alla “Villa Bellini” mentre nel Palazzo Valle una distribuzione gratuita di generi alimentari e indumenti a beneficio delle famiglie dei soldati. Quando la guerra si fece più dura ed i bombardamenti cominciarono a distruggere Catania la Baronessa fu obbligata a lasciare la città e ritirarsi in una sua villa a S.G. La Punta. A guerra finita rientrando a Catania la Baronessa trovò la sua casa a Cibali occupata da ufficiali inglesi per cui chiese e trovò ospitalità presso la Casa della Carità dove rimase per sei mesi. Nel 1946 Suor Anna Cantalupo viene nominata Superiora della Casa della Carità. La nomina però, non la entusiasmò perché il nuovo incarico le avrebbe certamente tolto del tempo per l’amato suo servizio. Fortunatamente troverà sempre accanto a sé l’amabile presenza della Baronessa. Come sempre accade, una cosa chiama l’altra e la Baronessa perplessa chiede a Suor Anna: “Quando le povere mamme che noi assistiamo si troveranno nell’assoluta necessità di dovere essere ricoverate in ospedale, dove collocheremo i loro piccoli figli?” La domanda giusta ed impellente, viene subito proposta all’interessamento dell’allora Sindaco del tempo On. Domenico Magri, il quale anch’egli ottimo cristiano, riesce ad ottenere loro una magnanima sovvenzione con la quale si ha la possibilità di costruire un locale adatto per ospitare questi bambini. Con l’andare avanti negli anni, la Baronessa torna a ripensare al sogno lontano non ancora potuto realizzare: la possibilità di una residenza dove poter godere un giusto e necessario riposo, almeno nel periodo afoso e torrido dell’estate. Quindi dà l’incarico all’Arch. Crisafulli di costruire, sul terreno già comprato a Fornazzo una casa. Ma il suo pensiero vola oltre. E i bambini bisognosi? Perché non realizzare anche per essi ogni anno dei turni di colonia montana? Nell’estate del 1949, finalmente ultimata e rifinita la casa a Fornazzo, la Baronessa la raggiunge insieme a qualche suora e vi trascorrono i mesi più caldi. Il sogno poi di realizzare a Fornazzo una colonia montana per i bambini poveri non ebbe la Baronessa la gioia di poterla realizzare perché erano venute a mancare infatti le strutture adatte, ma la Baronessa, prevedendo di non poterci arrivare lasciò l’incarico alle Figlie della Carità, quasi un testamento spirituale di realizzare dopo la sua morte quello che aveva tanto sognato. Ogni anno, quindi, in estate, la Baronessa avanti negli anni sente la necessita di riposarsi e con grande soddisfazione si reca per alcuni mesi a Fornazzo assieme a qualche suora della Casa della Carità. Per avere la possibilità di partecipare alla Messa quotidiana e ricevere la Santa Comunione trova spazio in casa per alloggiare anche un Sacerdote. Fortunato ospite fu per tanto tempo Padre Santo Leonardi. L’estate 1966 fu l’ultima che la Baronessa trascorse a Fornazzo. Vi salì contro il parere dei medici, perché aveva precedentemente qualche disturbo cardiaco, che aveva però superato. Purtroppo il 21 settembre di quell’anno di ritorno da Fornazzo, di notte si sentì male e nell’allarme generale i familiari pensarono subito di chiamare il medico di famiglia ma la Baronessa ebbe la forza di perentoriamente intimare: “Prima il Sacerdote e dopo il medico!”. Così fu, purtroppo quando arrivò il medico il cuore della Baronessa aveva cessato di battere. Se è vero, com’è vero, che la sola materia di esame finale da superare davanti al Tribunale di Dio è il grado di amore verso il prossimo, c’è da dire che la Baronessa Anna Zappala, quell’esame, l’avrà superato a pieni voti, essendo stata la virtù della carità verso i poveri l’unico anelito della sua vita, l’unico vero amore che ha riempito il suo cuore materno. Il pianto dei poveri nel triste giorno dei funerali fu la testimonianza più eloquente della loro riconoscenza e del loro affetto. La notizia della morte della Baronessa si sparse fulmineamente in città. Il dispiacere e il dolore di quella perdita fu universale, unanime il compianto soprattutto di chi l’aveva avuta come mamma buona e caritatevole. La moltitudine dei beneficati sentirono come se avessero perso una mamma comune.